Il canto delle Sirene

I
(Ah, poco si preoccupa l’operaio,
di quanto il suo lavoro lo sta mantenendo vicino a Dio,
l’operaio d’amore attraverso lo spazio e il tempo)
Dopo tutto non solo per creare, o solo per fondare,
ma per portare forse da lontano ciò che fu già fondato,
per dargli la nostra identità e la nostra media, liberi,
illimiti,
per riempire la massa rozza e torpida del nostro fuoco
religioso,
non per respingere o distruggere quanto per accettare,
fondere, rivalutare,
per obbedire come per comandare, per seguire più che
per guidare,
anche questo sono le lezioni del nostro Nuovo Mondo;
mentre quanto è poco il Nuovo, dopo tutto, e quanto il
Vecchio grande, Vecchio Mondo!
Da tanto tanto tempo cresce l’erba,
da tanto tanto tempo cade la pioggia,
da tanto tempo il pianeta ruota.

II
Vieni Musa emigra dalla Grecia, dalla Ionia,
cancella ti prego quei conti immensamente già pagati,
la storia di Troia e dell’ira di Achille, il vagabondare di
Enea e di Odisseo,
affiggi “Trasferito” o “Da affittare” sulle rocce del tuo
Parnaso innevato,
ripetilo a Gerusalemme, metti gli stessi cartelli sul
cancello di Jaffa e sul monte Moriah,
lo stesso sui muri dei tuoi castelli tedeschi, francesi,
spagnoli e sulle opere d’arte italiane,
e sappi che una migliore, più fresca, più operosa sfera, un
dominio vasto, intentato ti reclama.

Walt Whitman, Canto dell’Esposizione

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