“…l’immensa potenza di ciò che non è potere politico.”

Il 24 settembre 1961 Aldo Capitini guida la prima marcia per la fratellanza e la pace: partenza da Perugia, arrivo ad Assisi. Insieme a Capitini e a migliaia di uomini e donne di ogni estrazione ed età ci sono importanti intellettuali: Calvino, Guttuso, Rodari e molti altri.

Oggi come allora sono molte le figure pubbliche che sostengono e partecipano, ma oggi diversamente da allora nel lungo corteo della marcia si infiltrano persone che nulla hanno a che vedere con lo spirito di 50 anni fa: politici ed ecclesiastici. Gli uni nel 1961 snobbarono chi si proponeva un modo nuovo e rivoluzionario per parlare di disarmo e pace per tutti, gli altri si frapposero severi all’organizzazione di una manifestazione che interpretarono come COMUNISTA e che, tra l’altro, tirava in ballo una figura sempre scomoda per le gerarchie della Santa Romana Ecclesia: Francesco d’Assisi.

Molto è passato da allora, per questo è fondamentale ricordare la figura e l’animo di Aldo Capitini, un uomo da tanti assimilato a Ghandi per la sua pacifica ostinazione contro un potere violento: gli scontri con la Chiesa per il Concordato, gli scontri con Gentile per il rifiuto del Fascismo, gli anni di lotta strenua combattuta con l’intelligenza di un uomo di cultura e con la caparbia di un uomo onesto.

Le ragioni e l’organizzazione della Marcia Perugia-Assisi

Ad una marcia della pace pensavo da anni e una volta ne detti anche l’annuncio, d’accordo con Emma Thomas, tanto che l’ “Essor” ginevrino pubblicò la notizia. Ma l’idea non si concretò per varie difficoltà. Quando, nella primavera del ‘60, feci a Perugia insieme con amici un bilancio delle iniziative prese e di quelle possibili, vidi che l’idea della marcia, soprattutto popolare e regionale piacque. Ma solo nell’estate essa prese un corpo preciso in riunioni apposite, che portarono alla formazione di un comitato d’iniziativa. La mia intenzione era che il gruppo d’iniziativa non fosse preminentemente di persone di partito. Sono un sostenitore del lavoro di aggiunta a quello di partiti, che ritengono certamente utili in una società democratica, ma non sufficienti. E sono stato sempre “indipendente” (un indipendente indisciplinato) appunto per promuovere queste iniziative di aggiunta, che vanno dai COS (o Centri di orientamento sociale) al lavoro per una riforma religiosa, a questo per la nonviolenza, alla collaborazione con Danilo Dolci. In un foglio di un convegno del Centro per la nonviolenza del 4-5 ottobre 1958 scrivevo: “Quanto al potere politico, chi lavora per i centri non lo considera come prima cosa a cui tendere, adoperando anche la menzogna ed eventualmente la violenza per conquistarlo o per mantenerlo. Il potere è da vedere insieme con molte altre forze ed iniziative, e piuttosto quale conclusione di un molteplice lavoro di formazione di larghe solidarietà, di ampie campagne sociali di pressione e di noncollaborazione, di scioperi a rovescio, di assemblee popolari, di varie iniziative dal basso, di rifiuti personali ecc.. Uno degli errori della politica di opposizione in Italia è stato proprio di avere trascurato l’immensa potenza di ciò che non è potere politico. In un rilancio rivoluzionario nonviolento i Centri cureranno il formarsi di forze religiose, morali, culturali, sociali, che sono già potere e se stesse, anche se non immediatamente governo”. Così, seguendo questo principio, pensai che il gruppo di iniziativa, formato intorno a me che rappresentavo il Centro di Perugia per la nonviolenza, fosse alquanto autonomo dai partiti politici, con i quali sarebbero stati presi contatti diretti soltanto dopo. Lanfranco Mencaroni, Lia e Giovanni Piergallini, Maria Comberti, Eugenia Bersotti, Aldo Stella, erano persone estranee ai partiti; e le altre da noi convocate, anche se più vicine o addirittura iscritti a partiti, valevano soltanto o per la loro esperienza pacifista (come Pietro A. Buttitta e Andrea Gaggiero), o come umbri capaci di cogliere il valore dell’iniziativa e di dare utili consigli (come Pio Baldelli e Luigi Corradi). Le prime circolari di annuncio della Marcia sono, dunque, dell’estate del 1960. Mi valsi degli indirizzi personali e del Centro; ebbi pronte adesioni come quella del maestro Gianandrea Gavazzeni; passarono mesi di spedizione di circolari e di lettere personali; dall’on. Pietro Nenni ebbi nel novembre 1960 una lettera molto favorevole. Ma debbo dire che oltre quel primo carattere, di iniziativa non dei partiti, che avrebbe dovuto assicurarmi una più facile adesione da tutte le persone e associazioni operanti in Italia per la pace, io tenevo sommamente ad un secondo carattere, che anzi era stato il movente originale del progetto:

la marcia doveva essere popolare e, in prevalenza regionale. Avevo visto, nel dopoguerra della mia vita, le domeniche nella campagna frotte di donne vestite a lutto per causa delle guerre, sapevo di tanti giovani ignoranti ed ignari mandati ad uccidere e a morire da un immediato commando dall’alto, e volevo fare in modo che questo più non avvenisse, almeno per la gente della terra a me più vicina. Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, come avrei potuto destare la consapevolezza della gente più periferica, se non ricorrendo all’aiuto di altri e impostando una manifestazione elementare come è una marcia? Coloro che discorrono senza aver mai affrontato problemi pratici di propaganda e di contatto con le moltitudini, hanno detto che bisognava fare una marcia tutta i pacifisti ben provati, senza toccare i partiti. Rispondo che dalla Liberazione ho organizzato molte riunioni e convegni per la pace e la nonviolenza, e anche viaggi ad Assisi e una volta, dopo un convegno sulla nonviolenza, fin sul prato della Rocca; ma eravamo sempre pochissimi, e quelli stessi che mi hanno fatto la critica suddetta non c’erano e non lo sapevano. Quindici anni di propaganda fatta in quel modo non avevano certo procurato le persone e i mezzi per poter aprire una campagna di convocazione popolare ad una marcia nella mia regione.

Quando si parla di forze pacifiste in Italia, non si sa bene che si tratta di società o nuclei molto esigui, e alcune volte non di quella intensità di lavoro che dovrebbe compensare l’essere in pochissimi. Ne ho avuto una prova anche nel mancato aiuto da qualche parte per la Marcia. Fermo nell’idea di raggiungere la popolazione più periferica della regione, dovevo chiedere l’aiuto di altri per l’annuncio e per il trasporto stesso delle persone dai luoghi lontani. Sapevo bene che gli aiutanti (anche se d’accordo su certe condizioni) e i partecipanti non sarebbero stati in gran parte persuasi di idee nonviolente; lo sapevo benissimo, ma, e questo è il terzo carattere dell’iniziativa che voglio mettere in rilievo, si presentava un’occasione di parlare di “nonviolenza” a “violenti”, di mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà e decise noncollaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di ciò che si deve fare nell’attuale e difficile momento. Che mi si venga a rimproverare di aver mancato alla purezza della nonviolenza da parte di persone che non ho incontrato né nei quindici anni prima della Liberazione dal fascismo, quando per fedeltà alla nonviolenza non presi la tessera del fascismo fui cacciato dal posto (a 33 anni), andai in prigione, scrissi libri di contrasto al fascismo e alla Chiesa alleata; né nei quindici anni dopo la Liberazione, in tanti convegni e riunioni e campagne, è ben curioso! Forse quella gente, che molto probabilmente non pensa come me giorno e notte ai duri problemi della nonviolenza, ne ha una idea generica, e non tiene presente il metodo di San Francesco che fu quello di andare a parlare con i saraceni piuttosto che sterminarli nelle Crociate, nelle quali il sangue talvolta arrivava ai ginocchi; né il metodo di Gesù Cristo, che parlava e stava con i peccatori, come gli rimproveravano i farisei. Il fatto è anche che davanti a persone del popolo che non hanno avuto sufficiente istruzione (una recente inchiesta della televisione ha accertato che “ buona parte degli spettatori di Roccamandolfi nel Molise non intendono il significato della parola “coscienza”), con donne, uomini, ragazzi, che non hanno letto sui nostri problemi né partecipato ai nostri convegni, mi pare irreligioso escluderli perché non sono addentro alla nonviolenza: meglio convocarli e parlar chiaro. Forse da secoli in Italia non era stato parlato così apertamente della “nonviolenza” in modo popolare, dopo che i supremi insegnamenti di Gesù, dei primi cristiani, di San Francesco, sono stati avvolti, temperati o sottoposti ad altri insegnamenti di legittima difesa, di grandezza della patria, di sottomissione all’autorità e perfino di guerra coloniale, enunciati dall’altare. Nel 1221, in piazza dell’Arengo a Rimini, i terziari (laici) francescani opposero all’invito del podestà di prestare il giuramento di fedeltà, che implicava l’impegno di impugnare le armi al comando degli organi dello Stato, “ di non potere né combattere né portare le armi, sia di offesa che di difesa; perché essi volevano la pace con gli uomini e con Dio, conquistandola con opere di bontà, trasformando il male che è nel mondo in bene”. Cinque anni prima che morisse Francesco d’Assisi, ecco apparire modi di obiezione di coscienza. Potrei connettere con questo fatto (che proseguì nel Duecento, tanto che i papi Onorio III e Gregorio IX difesero l’obiezione dei terziari laici francescani dall’autorità civile) il quarto carattere dell’iniziativa: la scelta di Assisi come meta della Marcia che non poteva che muovere da Perugia, per ragioni organizzative.

Se la Marcia doveva essere regionale e popolare, dato anche che nell’Umbria non vi sono basi o fabbriche di guerra, quale meta migliore di Assisi, ad una distanza sopportabile da Perugia, in una zona popolatissima, con un luogo elevato di eccezionale bellezza di paesaggio (lo stesso veduto da San Francesco), e di accesso indipendente dalla chiesa del Santo? Assisi è cara al cuore degli umbri, e lo resta anche se essi non sono credenti cattolici, per la centralità, la bellezza rara, il carattere entusiasta, amorevole, sereno, popolare, del santo, per quella celebrazione della “familiarità” a cui tanto tiene la gente di questa regione. Per questo mi parve bene che la meta fosse Assisi, ripetendo ciò che noi dal Centro per la nonviolenza avevamo fatto altre volte, ma questa volta muovendo quanto più popolo fosse possibile. Ci sono state critiche e rifiuti perché la meta era Assisi, come se noi facessimo concessioni al potere cattolico o compromessi con la religione tradizionale. Collegare San Francesco e Gandhi (avvicinamento che in Oriente si fa molto spesso) voleva dire sceverare l’orientamento nonviolento e popolare dei due dalle circostanze e dagli atteggiamenti particolari; ed era anche uno stimolo a far penetrare nella religione tradizionale italiana, come è sentita dal popolo e soprattutto dalle donne, l’idea che la “santità” è anche fuori del crisma dell’autorità confessionale: la Marcia doveva anche servire a questa “apertura” (e difatti il nostro centro ha diffuso il giorno della marcia tremila copie di un numero unico su Gandhi); quando tra il popolo più umile, e tanto importante dell’Italia si arrivasse a mettere il ritratto di Gandhi in chiesa tra i santi, avremmo quella riforma religiosa che l’Italia aspetta dal Millecento, da Gioacchino da Fiore.
Questi quattro caratteri della Marcia mi sono stati chiarissimi fin dal 1960:

1) che l’iniziativa partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale (Centro di Perugia per la nonviolenza);
2) che la Marcia dovesse destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche e lontane dall’informazione e dalla politica;
3) che la Marcia fosse l’occasione per la prestazione e il lancio dell’idea del metodo nonviolento al cospetto di persone ignare o reluttanti o avverse;
4) che si richiamasse il santo italiano della nonviolenza (e riformatore senza successo).

Una notevole pesantezza ideologica caratterizza gli italiani, derivante dall’uniformità dottrinaria cattolica e dal breve periodo di democrazia diffusa: gli italiani pensano che nell’assoluto, nelle cose serie (religione, politica, scuola) debba esserci uniformità, e la diversità sia cosa degli individui contingente e del folclore. Per questo accusano di eretico, di sovversivo, di diseducatore, chi è “diverso”. Non sono abituati a collaborare nelle cose serie con i “diversi”. Andare ad Assisi non era per noi accettare i dogmi della fede di Francesco, in numero minore di quelli cattolici di oggi: egli non conosceva al suo tempo né la critica neotestamentaria, né il liberalismo etico-filosofico, né il socialismo; ma si può ben richiamarlo anche se “diverso”. Fare una marcia con filoccidentalisti e filosovietici non è, certamente, accettare il Patto della Nato oppure il Patto di Varsavia, ma è parlare a loro francamente della nostra posizione di neutralisti, in nome del rapporto intimo con tutti e dal basso. Sono il primo io ad aver cara la “qualità” più che la “quantità”,e tanti fatti e parole lo provano. Ho dovuto fare uno sforzo verso me stesso per perseverare nell’idea di muovere molta gente, di chiedere a ciò l’aiuto di persone che all’inizio sorridevano sulla cosa e che, lungo il corso, non avrebbero certamente condiviso gli ideali a cui tengo sommamente (e tra queste persone metto quelle dell’una e dell’altra parte); ma era come una tentazione che dovevo vincere – quella di fare una cosa in pochi, molto pochi (meno dei “cinquecento” di “Critica d’oggi”!) -, in nome di quello sforzo da fare per arrivare al maggior numero di lontani e periferici (le “donne vestite a lutto”), in un periodo di crescente guerra fredda, forse nell’imminenza di un conflitto immane. Consumare tante energie e tanto tempo, quando ho molto da studiare per l’insegnamento e libri da terminare , impostare una marcia che non avrei potuto fare a piedi per intero per ragioni di salute, mettere la “qualità” a rischio di essere fraintesa, esporre me stesso a calunnie e accuse (c’è stato anche chi ha stampato in un giornale che sono un “figlio degenere”), e soprattutto al fraintendimento che io volessi farmi con la Marcia un nome, quando ho cercato e cerco instancabilmente altri che faccia al posto mio: questo ho ben sentito, che “dovevo”, pronto, nella Marcia, ad affermare le mie idee (come ho fatto nel saluto e nella Mozione), e pronto, dopo la Marcia, a lavorare, indipendentemente da filoccidentalisti e filosovietici, ad un Movimento nonviolento per la pace; ma disposto a riaccordarmi con gli uni e con gli altri, a precise condizioni, in manifestazioni ed iniziative di carattere plurimo, come fu, del resto, nell’opposizione e nella resistenza al fascismo. Né io comprendo come si possa attaccare uno che apre la Marcia a democratici di ogni parte, accusandolo di accogliere uomini politici comunisti quando, per esempio, si vede così bene che l’ostinazione degli Stati Uniti ad accogliere la Cina all’ONU rende impossibile il disarmo. Se avessi dovuto “escludere” chi minimamente non conviene nella nonviolenza come l’intendo io, chi avrei avuto con me nella Marcia? Meglio, forzare la mia reluttanza al rumore, e convocare molti per avvertire e parlar chiaro, per sollecitare quella elevazione dell’opposizione, nel che è probabilmente l’avvenire del mondo e che è il problema centrale del secolo. Su tutto questo vorrei che riflettesse chi mi accusa di scambiare “l’utile con il necessario, la quantità con la qualità, il successo con la verità”.

(tratto da “In cammino per la pace” a cura di Aldo Capitini, 1962)

Oggi rimane Lanfranco Mencaroni, ottuagenario testimone di quei momenti gloriosi, quando onestà e coscienza servivano ad animare le manifestazioni di poveri, ricchi, colti e ignoranti. Due preziosi filmati ricordano le immagini di quella marcia del ’61, commentate da Gianni Rodari: qui il primo e qui il secondo.

Di Aldo Capitini si continua a parlare, così come di Calvino e Guttuso e Rodari e dei tanti protagonisti della cultura di quegli anni. Ciò che abbiamo dimenticato è lo spirito che li animava, ormai sono solo una successione di date e di eventi, di libri pubblicati e quadri dipinti, ma noi che viviamo nell’ora e adesso abbiamo la necessità di chiudere quei libri e allontanarci dalle pareti di quei quadri, di scendere nuovamente nelle piazze e nelle strade, finalmente liberi dagli orpelli di partiti disonesti e chiese complici e assassine.

Dobbiamo ritrovare una motivazione più forte, la certezza delle nostre idee, una volta per tutte lavate da decenni di polvere e ragnatele.

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