“non mi manca la fede nell’avvenire” – 1

Ben prima che il piccolo paesino di Barbiana assurgesse alle cronache italiane come sede di un nuovo modo di insegnare, un nuovo modo di istruire il popolo, un altro Milani si affacciava sul grande palcoscenico degli intellettuali italiani e diveniva protagonista più che consapevole non solo di un Museo ma di un “modo di fare museo”.

Sto parlando di Luigi Adriano Milani, nonno di Don Milani e primo Direttore del Regio Museo Etrusco di Firenze. Quello che oggi chiamiamo Museo Archeologico Nazionale nacque infatti in un momento splendido per la seconda capitale d’Italia: un periodo di grande fermento culturale, in cui Firenze tentava di sprovincializzarsi, abbatteva le mura fisiche intorno al centro storico [Vittorio Poggi1Vittorio Poggi2] e quelle mentali intorno ai preziosi oggetti collezionati dai Medici. In città si moltiplicavano i musei, della scienza, etnografico, impostati in modo da uscire dalla concezione della Wunderkammer ed entrare nella catalogazione di stampo positivista. Nasceva La Nazione (mai più così leggibile…) e l’Istituto di Studi Superiori (…poi diventato Università degli Studi .. e poi… va beh, lasciamo perdere sennò mi commuovo).

In una città che imparava ad ampliarsi secondo un piano urbanistico di respiro europeo, il nostro Milani sgomitava per condividere con l’esimio egittologo Schiaparelli l’onore di dirigere il primo Museo Archeologico della città, suddiviso in Egizio ed Etrusco ma ospitato nello stesso Palazzo della Crocetta.

Dopo quasi trent’anni dall’inaugurazione, Milani pubblica una guida che è una dichiarazione di intenti: in essa lo studioso spiega il progetto del Museo, la scelta dell’allestimento e le speranze dei prossimi sviluppi. Ma soprattutto egli chiarisce la propria idea di cultura e la funzione del Museo.

All’indomani di una intensa puntata di Report, che ha avuto il pregio di sollevare un velo, ma che deve essere considerata solo la prima di una auspicabile serie che raggiunga la melma in cui sono impantanati i nostri Beni Culturali, penso sia interessante riportare alcune considerazioni del Milani, datate 1912 ….

Il pubblico, come sempre, ha ragione e gli esteti, come gli storici della pura arte, hanno torto.

I Musei di antichità non devono quindi essere fatti per l’Arte, ma per la storia, che è più comprensiva e di interesse generale.

Le reliquie etrusche invadono e pervadono vari Musei di Roma (..) oltre a tutti i grandi e piccoli musei d’Etruria (…) e i grandi musei esteri e le collezioni private e i magazzini degli antiquari.

Incamerare le memorie storiche nazionali a beneficio di tutti è ben più giusto e legittimo dell’incameramento o monopolio delle miniere, saline, dell’alcool e dei tabacchi.

Milani è un uomo di mondo, dai modi sbrigativi e spesso discutibili (specialmente nell’acquisizione di alcuni reperti che espone nel Museo), ma è anche persona che ha viaggiato e si è interrogato guardando la diversa considerazione che all’estero hanno i Beni Culturali  – sembra proprio di assistere a uno di quei confronti che Report ci infligge premendo sul fegato già gonfio…

Cosa mai spinge il ricco cittadino inglese, danese, greco, americano, australiano a donare palazzi e milioni per raccogliere oggetti dell’arte e civiltà nostra se non è l’atavismo, il patriottismo e l’appetito di coltura? Il ricco cittadino italiano, fatte rarissime eccezioni, è ancora restio verso i pubblici Musei, ma non per avarizia di borsa, si direbbe piuttosto per avarizia di intelletto;

ma qui l’involontario sarcasmo si spegne in una affermazione quasi ingenua….

e non dubito che con il crescere della coltura, specialmente nelle classi agiate, anche in Italia questa avarizia andrà scomparendo.

Donare ad un Museo pubblico non è donare, come alcuni credono, al Governo, ma alla Nazione, a se stesso, ai propri eredi.

La prosa asciutta utilizzata da Luigi Adriano Milani colpisce proprio perché smorza la retorica in considerazioni estremamente pratiche. Certo, conoscendo la spregiudicatezza dell’uomo sembra difficile credere all’ingenuità dello studioso… ma la temperie culturale di Firenze nel passaggio tra Otto e Novecento può anche questo: un fine nobile perseguito con mezzi non proprio cristallini. Per riempire le sale di reperti italici e greci, il Direttore batte palmo a palmo la penisola, concerta scambi, acquisti, si mette in contatto con mercanti d’arte delle maggiori isole del Dodecaneso, ma contemporaneamente studia un modo nuovo di esporre i reperti etruschi: per contesti. Uno spirito libero, ma con un’idea precisa della funzione didattica del Museo, concepito come spazio-laboratorio dell’Istituto universitario.

Il luogo in cui i sapienti escono dalla loro Torre d’Avorio e si lasciano guardare dal popolo; lasciano che la loro saggezza venga toccata da tutti, così che passando di mano in mano approdi negli angoli più bui della società, e li illumini.

Concludiamo questo ricordo con una frase che oggi più di ieri sentiamo nostra:

Non mi manca, come vedete, la fede nell’avvenire, e, senza questa fede avrei da un pezzo abbandonato il mio posto, che non è il letto di Sardanapalo, sibbene piuttosto quello di Procuste.

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6 Responses to “non mi manca la fede nell’avvenire” – 1

  1. Nicoletta scrive:

    Bello questo post e grazie perché non conoscevo la storia del nonno di Don Milani.

    • Stefania scrive:

      grazie a te Nicoletta!
      In effetti il Museo di Firenze è un luogo in cui si sono intrecciate le storie di importanti figure dell’archeologia e della storia di Firenze e d’Italia.
      Alcuni testi a riguardo li puoi trovare in http://www.archeologicatoscana.it, ma in teoria è in preparazione un progetto di divulgazione della storia del Museo.. speriamo vada in porto!
      Stefi

  2. gabriella scrive:

    speriamo che il povero Milani non si rivolti nella tomba!

  3. Pingback: "non mi manca la fede nell'avvenire" -2 | Memorie dal Mediterraneo | Archeologia e Didattica

  4. Fulvia scrive:

    Grazie Stefania,
    il post mi piace tantissimo. Soprattutto il passaggio in cui si dice che donare al Museo Pubblico è donare a se stessi. E non conoscevo questa storia…ehm.

    • Stefania scrive:

      grazie a te Fulvia!
      in effetti spulciare tra gli archivi o anche semplicemente rileggere le nostre origini aiuta molto a capire il presente. Milani non era assolutamente uno stinco di santo, ma proprio questa sua prosa asciutta è quello che serve a toglierci gli orpelli e a lavorare su qualcosa di concreto.

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