“Dire per il bene, fare per il bene, agire per il bene”

Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla.

Jorge Luis Borges, “Altre inquisizioni”, 1973, “Metamorfosi della tartaruga”

Anche io avevo la mia Tartaruga, fino a qualche giorno fa.

Un luogo prezioso, trovato quasi per caso tanti anni fa e meta di pellegrinaggi personali del cuore. Quando volevo fare un regalo particolarmente caro, “dedicato”, andavo alla Tartaruga. Quando volevo farmi un piccolo regalo colorato e tenero andavo alla Tartaruga. Quando volevo trovare un po’ di pace interiore, mi immergevo nella Tartaruga.

In questa isola di Borgo Albizi ritrovavo un ritmo fatto di luci naturali, odore di legno e cuoio, colori, pupazzi, carte di ogni tipo, quaderni, diari, filastrocche. Matite, gomme e temperamatite, portachiavi in legno, album di fotografie in carta riciclata, carta da lettere, spaghi colorati…

Qui ho acquistato una sorta di diario dalle pagine ruvide, ancora da tagliare, con la copertina color ecrù, dove ho cominciato il dialogo personale con mio padre, 10 anni fa.

Ma appena varcata la soglia, al trillo gentile di una campanella, i miei occhi cercavano e cercano sempre la signora del negozio. Due occhi neri, ardenti, in un volto squadrato, incorniciato da corti capelli argento. Una bocca sempre distesa, di solito in un sorriso nobile e caldo allo stesso tempo, a volte in una piccola smorfia di stanchezza. Il naso e l’incarnato svelano l’origine orientale..dopo qualche anno ho avuto il coraggio di chiederle da dove veniva: Iran. La Persia dei miei libri, dei bassorilievi.. sì, il profilo è decisamente emerso da un deserto dagli odori pungenti e nella bocca mi sembra di ritrovare quella saggezza sorniona che spesso ho letto in racconti e poesie lontane.

Qualche giorno fa vengo a sapere che la Tartaruga, “Cartoleria Ecologica”, sta chiudendo. Martedì 27 l’ultimo aperitivo per salutare gli amici e chiunque voglia intervenire; gli ultimi oggetti venduti con forti sconti… ma dopo venerdì 30 è sicuro, è l’addio.

Il cuore si stringe. Si dice sempre così, no? C’è un piccolo dolore che in questi casi diventa ribellione; l’idea infantile del “ci penso io!” arrivata a 36 anni diventa “lo rilevo io!” .. ma dove vado? che non arrivo nemmeno a “rilevare” una carie dal dentista!

Ok, calmiamoci … ma facciamo qualcosa. Partecipiamo a questo momento, andiamo a parlare con la signora iraniana!

L’idea di questo blog comincia finalmente a spiegarsi meglio ai miei stessi occhi: dove non avrai il potere dei soldi, cercherai di avere quello delle parole e delle immagini, usa il tuo diario telematico per fermare i momenti salienti! Ecco, questo è un momento importante. In una città che “butta via” librerie storiche in cambio di gelaterie e negozi di abiti.. chiudere questo luogo è un ennesimo, ignobile, sbaglio. Forse un’altra ferita.

Non mi è facile entrare nelle pieghe di quel volto ora davvero stanco.. mi avvicino alla signora timidamente e le chiedo di raccontarmi un po’ di questo luogo che sta chiudendo… Scopro così che la Tartaruga cammina macinando decimi di millimetro già da 20 anni; prima in via Ghibellina, poi in Borgo Albizi.

La signora è a Firenze dal 1965…. “L’anno prima dell’Alluvione!” annoto io, sagace. E lei mi rivela la grande verità che solo una Tartaruga lenta ma costante e attenta può rilevare: l’alluvione ha segnato la fine di Firenze. La tragedia della piena ha mandato sul lastrico molti commercianti della “vecchia” Firenze e la ricostruzione ha spesso voluto dire un cambio di rotta drastico. Da allora Firenze ha cominciato ad essere la città – vetrina.

E ora, la Tartaruga chiude per l’ennesima speculazione di un proprietario che alza del doppio l’affitto e gioca fino all’ultimo la carta più meschina della caparra, pur di continuare, attaccato come una sanguisuga a succhiare anche l’ultima goccia…

Eppure. Non ci posso pensare, non posso credere che mi venga sottratto questa vera isola cui aggrapparsi e trovare rifugio dalla marea di corse, follie, brutture della città-vetrina. Un luogo dove ritrovare le musiche preferite, anche la radio preferita (!), dove entrare a riposare gli occhi e il cuore. Non posso rassegnarmi.. tento un timido “ma non è che riapre da qualche altra parte?” .. la signora ha uno scatto au ralenti e il volto corrucciato mi spiega che non è più possibile aprire nulla oggi.. in questo mondo che va alla rovescia.. tra questa gente che si attacca ad avereavereavere e ha dimenticato di essere. Che si ammala di insonnie, ansie, macchie sulla pelle… perché non si ricorda più di prendersi cura di sé, prima di accumulare.

Mi regala un proverbio persiano tradotto su due piedi: Dire per il bene, fare per il bene, agire per il bene. Il bene è il buon senso. Pensa un po’… bisogna tornare ai padri della civiltà per riscoprire una regola d’oro tanto naturale quanto universale.

Eppure, la chiusura di questo negozio è tutto tranne un gesto di buon senso..ma anche questo sapeva, la signora della Tartaruga, e lo ha voluto scrivere attraverso le parole di Rodari sulla sua vetrina:

Da questo osservatorio così particolare, la signora della Tartaruga ha l’aria di avere avuto una vita piena e mi indica il libro che ha scritto sua figlia.

Io lo compro, piena di curiosità. E lo bevo.

Il racconto di Nima completa e arricchisce quelle poche domande che ho rivolto a sua madre. Tramite la sensibilità della figlia, capisco sempre meglio che cosa mi ha attratto in quel locale così sussurrato, cosa mi ha spinto a tornare per cercare un po’ di pace.

Il libro di Nima merita una riflessione a parte, per concludere questo mio pensiero addolorato sulla chiusura di un’isola felice posso solo dire che l’emozione mi ha fatto dimenticare la domanda essenziale: il nome della signora della Tartaruga. L’ho cercato nel libro della figlia, ma qui ovviamente la signora diventa mamma, non un nome ma un ruolo, una figura di riferimento.

E allora ecco che anche per me rimane la signora iraniana della Tartaruga. La guardiana di qualcosa che, lentamente, combatte la velocità di questa nostra società perduta. Spero che in maniera carsica questa lentezza si riapproprierà dei nostri cuori, un giorno.

Oggi sono triste, ma gli occhi accesi e il volto disegnato di questa guerriera orientale, insieme allo spirito bello di sua figlia, un’Amazzone sorridente, mi fanno ancora sperare in un cambiamento di passo, fatto magari per mano ai discendenti di una saggezza che si perde nei secoli.

Bizzarro, non credi?
delle miriadi passarono prima di noi la porta oscura;
nessuno tornò a indicarci la via,
per conoscerla dovremo metterci in viaggio
Rubayat di Omar Khayyam, quartina VIII
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8 Responses to “Dire per il bene, fare per il bene, agire per il bene”

  1. francesca scrive:

    Noooooooo!!! leggo solo ora!!! era uno dei miei negozi preferiti, segnalato su Tetto da tantissimi anni.
    che tristezza.

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  4. Bellissimo questo suo post.
    La Tartaruga era uno dei miei negozi preferiti… e la settimana scorsa passando per Borgo Albizi io e le mie figlie non l’abbiamo più trovato. è stato un grande dispiacere. Davvero grande… era un negozio davvero speciale, per noi.
    Proprio cercando notizie su cosa poteva esser successo mi sono imbattuta su questo blog.
    Voglio anch’io scrivere qualcosa per raccontare questa perdita e le chiedo il permesso di mettere un link a questo post.
    Grazie
    Tiziana

    • Stefania scrive:

      grazie mille Tiziana, leggerò volentieri la sua testimonianza.
      Come al solito, quando accadono cose tristi come questa ci si chiede se non si potesse fare di più mentre ancora il negozio era aperto… dopo aver scritto queste righe mi sono resa conto che erano tantissime le persone affezionate alla Tartaruga. Raccomando la lettura del libro di Nima, un modo come un altro per rimanere legate a quella famiglia.
      Stefania

  5. Grazie Stefania. Lo leggerò senz’altro.
    Purtroppo la “nostra” Tartaruga nessuno ce la renderà mai…

  6. sabrina scrive:

    Il negozio ” La tartaruga”. Ho lavorato per Vida, questo era il nome della signora del negozio per ben due anni! Due anni bellissimi in cui ho goduto della sua compagnia,di tanta cultura, di un caffè americano che amava prendere e della radio sempre sintonizzata su rai tre. Delle bellissime canzoni di Andrè di cui andava matta e dei libri di cui parlavamo per ore. Un posto magico che terrò sempre nel mio cuore!

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