Generazione XX

τῶν ἐν Θερμοπύλαις θανόντων
εὐκλεὴς μέν ἁ τύχα, καλός δ’ὁ πότμος,
βωμὸς δ’ὁ τάφος, πρὸ γόων δὲ μνᾶστις, ὁ δ’οἶκτος ἔπαινος·
ἐτάφιον δὲ τοιοῦτον οὔτ’εὐρὼς
οὔθ’ὁ πανδαμάτωρ ἀμαυρώσει χρόνος.
ἀνδρῶν ἀγαθῶν ὅδε σηκὸς οἰκέταν εὐδοξίαν
Ἑλλάδος εἵλετο[…]

dei morti alle Termopili
gloriosa la sorte, bella la fine,
un altare la tomba, invece di pianti ricordo, il compianto è lode:
un sudario simile né ruggine
né il tempo che tutto divora oscurerà.
questo sacello di uomini valorosi dimora della gloria
dell’Ellade divenne […]

Simonide di Ceo (Fr. 531 Page)

E’ ormai abusato da tanti il fantomatico discorso che Tucidide fa pronunciare al buon Pericle in occasione dei funerali dei primi morti nella guerra del Peloponneso. Spesso a sproposito, si citano le parole del condottiero ateniese che è chiamato (nella ricostruzione tucididea) a mantenere alto, nei suoi concittadini, lo spirito belligerante, nonostante le tante morti giovani, nonostante la minaccia che, per la prima volta, viene da Greci e non da Barbari. Pericle è diventato la voce della democrazia, anche se la democrazia che intendeva lui (e Tucidide) ben poco ha a che fare con quella che la storia moderna ci presenta, risciacquata nei gorghi settecenteschi della Senna, a contrasto delle più tetre tirannidi.

Il discorso pericleo è importante, tuttavia, sotto molti altri aspetti. Se le parole non possono essere verificate, il contesto in cui Tucidide le colloca è più che verisimile: un funerale pubblico nel corso di una guerra fratricida. La letteratura greca è ricca di esempi simili, vale a dire di occasioni in cui una intera comunità (sia essa fatta di una unica città o di una lega oppure di un’intera etnia) è chiamata a rendere omaggio ai suoi figli più giovani e più valorosi, morti in difesa di un ideale, quello sul quale la stessa comunità basa l’esistenza.

Ecco quindi che, accanto alle parole di Tucidide, troviamo epigrammi e altre composizioni sia in prosa che in poesia, troviamo orazioni, appelli, lettere pubbliche o private, troviamo, insomma, moltissime altre attestazioni della necessità di non dimenticare i morti per la patria. Le occasioni non mancavano: le Termopili, innanzitutto, ma anche Platea, Maratona o Salamina, battaglie importanti, spesso epocali, di fronte alle quali i Greci riconoscono l’ineluttabilità di un destino con cui è fondamentale fare i conti.

Poi arriva il buon Platone… e tratta lo stesso argomento aggiornandolo ai giorni suoi …Innanzitutto introduce la figura del ghost writer che, uscendo dal ginepraio dell’opera di Tucidide, sarebbe la splendida Aspasia. A detta di Platone che la conosceva, sarebbe lei la vera autrice di quel discorso, un personaggio che – a mio modesto parere – avrebbe da insegnarci molto di più della povera Ipazia (altra epoca, altro contesto, of course, ma anche molto travisata e sopravvalutata). D’altro canto non dimentichiamoci che anche la mente sagace che tira le fila del discorso sull’Amore durante il Simposio platonico è una donna, Diotima. Aspasia, splendida cortigiana e vicina all’entourage di Pericle, secondo alcuni “seconda moglie”, viene citata da Socrate addirittura come sua maestra di retorica. Nel Menesseno Platone prende di mira gli epitafi declamati durante i funerali pubblici per i morti in guerra e così, con il pretesto di criticarli, cerca di stilare un vademecum per dare una traccia più coerente a chi si trovi nella necessità di scegliere le parole migliori da dedicare ai caduti per la patria.

Quest’anno ricordiamo un anniversario tremendo: 20 anni da due morti eccellenti. A venti anni si è adulti, si ha diritto di voto e anche la patente di guida. Non è detto che si sia raggiunta una maturità (in fondo, chi può stabilire una data per quella?), ma 20 anni sono una vita già avviata, spesso piena. In occasione delle celebrazioni per l’attentato di Capaci saranno pronunciate molte parole, la gran parte a sproposito, alcune sentite, altre annoiate, una minoranza forse addirittura offensive. Ma quest’anno ci si rivolgerà a persone che sono nate dopo quegli attentati, persone giovani, ma non bambini, che sono chiamate a far parte del tessuto di una società lacerata da quelle bombe (Capaci e via d’Amelio).

Cosa dire? Come rivolgerci a loro?

Proviamo a seguire la traccia di Aspasia…

Il Menesseno di Platone

SOCRATE: ieri ho ascoltato Aspasia che recitava un discorso funebre per costoro. Il fatto è che aveva sentito, come tu dici, che gli Ateniesi dovevano scegliere la persona che parlasse; quindi mi spiegava quali cose converrebbe dire, alcune improvvisando, altre mettendo insieme stralci del discorso cui aveva pensato prima quando, mi sembra, ha composto l’epitafio che ha pronunciato Pericle. (…)  mi sembra che parlasse in questo modo, incominciando il suo discorso dai morti. (…) proprio con un discorso, come prescritto dal dovere e dalla legge, bisogna rendere agli uomini valorosi il resto dell’onore. Perché con un discorso ben ordinato nasce in chi ascolta il ricordo di belle azioni e onore per chi le ha compiute.

Occorre quindi un discorso tale che intessa degnamente le lodi dei defunti e che dolcemente ammonisca quelli che sono vivi, da un lato esortando figli e fratelli ad imitare la virtù dei morti, dall’altro confortando padri, madri e gli avi, se sono ancora vivi.

(…) da dove sarebbe corretto incominciare, dovendo lodare uomini buoni, che da vivi allietarono i loro cari con la loro virtù e offrirono la loro morte in cambio della salvezza dei vivi? A me sembra che si debba lodarli secondo natura così come per natura sono stati buoni; e sono stati buoni perché creati da uomini buoni. Lodiamo dunque per prima cosa la loro buona nascita, e, per seconda, l’allevamento e l’educazione; dopodiché dimostreremo come la condotta del loro agire sia apparsa bella e degna della loro nascita e dell’educazione.

Il nostro paese è degno di essere lodato da tutti gli uomini, non solo da noi, per molti e svariati motivi, di cui il primo e più importante è che gli è toccato di essere prediletto dagli dèi (…) Come può essere giusto che l’intera umanità non lodi la regione che proprio gli dèi hanno lodato?
Dopo averli nutriti e fatti crescere fino all’adolescenza procurò come loro signori e maestri gli dèi, i cui nomi conviene nella celebrazione presente tralasciare – li conosciamo infatti -, che hanno provveduto alla nostra vita di tutti i giorni, prima di tutto ammaestrandoci nelle arti e, per la difesa del paese, istruendoci nel possesso e nell’uso delle armi.

Nati ed educati in questo modo, gli antenati di questi morti vivevano regolati da una costituzione di cui è giusto fare piccola menzione.
Una costituzione è infatti nutrimento di uomini valorosi, se è buona, malvagi se non lo è. Bisogna dimostrare dunque come i nostri antenati siano stati allevati in una buona costituzione, grazie alla quale loro sono stati valorosi e lo sono anche i nostri contemporanei, tra cui vi sono anche questi morti.

Il motivo è che allora c’era la stessa forma di governo di adesso, cioè un’aristocrazia, in cui siamo vissuti quasi per tutto il tempo a partire da allora. Qualcuno la chiama democrazia, qualcun altro nel modo che gli piace, ma in realtà è un’aristocrazia con l’approvazione della massa. Infatti noi abbiamo avuto sempre dei regnanti, talvolta per discendenza, talvolta per elezione. Il potere sulla città è per lo più in mano al popolo, che affida cariche e potere a chi di volta in volta gli sembra essere il migliore (…)

Io dunque sostengo che quegli uomini valorosi sono padri non solo dei nostri corpi, ma della libertà nostra (…) è necessario dunque, per mantenerne vivo il ricordo, che ciascuno esorti i figli dei morti, come in guerra, a non abbandonare il posto degli antenati e a non indietreggiare cedendo alla viltà. Io in persona dunque vi esorto ora, figli di uomini valorosi, a porre ogni impegno nell’essere quanto più possibile valorosi; e in ogni futura occasione, imbattendomi in uno di voi, vi ricorderò ed esorterò a fare lo stesso.

(…) bisogna immaginare di ascoltare da loro in persona ciò che vi riferisco. Dicevano dunque quanto segue:
«Figli, che voi siete stati generati da uomini valorosi, lo dimostra la circostanza presente. Nonostante potessimo vivere ignobilmente, abbiamo scelto di vivere nobilmente piuttosto che gettare voi e i vostri discendenti nella vergogna (…) pensiamo infatti che non è vita quella di chi disonora i suoi, e che una persona simile a nessuno è cara, né tra gli uomini né tra gli dèi, né sulla terra né, una volta morto, sotto terra. E’ necessario dunque, memori delle nostre parole, fare con coraggio qualsiasi altra cosa decidiate di fare (…) Perché la ricchezza non produce bellezza in chi ne è entrato in possesso con viltà (…) E anche tutta la scienza, se è separata dal sentimento di giustizia e dalle altre virtù, appare astuzia, non sapienza. Per questo cercate sempre e continuamente di mettere tutto l’impegno, per quanto possibile, nel superare noi e gli antenati in gloria.

(…) voi vincerete soprattutto se vi disporrete a non abusare della fama dei predecessori e a non distruggerla, con la consapevolezza che, per un uomo che crede di valere qualcosa, non c’è nulla di più vergognoso che vedersi stimato non per le proprie qualità ma per la gloria dei suoi antenati. Perché gli onori dei genitori sono per i figli un tesoro bello e magnifico; ma usare un tesoro di beni e di onori senza tramandarlo ai figli, per mancanza di beni e di glorie acquistate di persona, è vergognoso e da vigliacchi; e se vi sarete occupati dì queste cose giungerete da noi amici tra amici, quando il destino a voi assegnato vi porterà qui. Nessuno invece vi accoglierà con benevolenza se non vi siete presi cura di voi stessi e siete stati vigliacchi.»

Voi stessi forse conoscete la sollecitudine della città, (…) Essa non tralascia mai di onorare i morti e celebra ogni anno per tutti pubblicamente le esequie che per ciascuno vengono celebrate privatamente, istituendo in più gare di ginnastica, di ippica e di musica di tutti i generi;

Naturalmente il discorso di Platone va contestualizzato, esattamente come non è corretto prendere pedissequamente le parole attribuite a Pericle e applicarle ai giorni nostri. Ben diversa era la sensibilità nei confronti del valore personale, Platone inoltre sottolineava l’importanza di essere autoctoni e non stranieri, la purezza di razza e di costumi, il concetto di educazione e di rispetto, in una società essenzialmente militarizzata.

Però, il motivo della guerra fratricida è quanto mai attuale, se è vero come è vero che noi ricordiamo due magistrati uccisi dallo Stato che stavano servendo. Dilaniati per colpa, non foss’altro per ignavia, della stessa magistratura di cui facevano parte. Forse quest’anno più che mai è opportuno ricordare le parole di Borsellino, pronunciate all’indomani dei funerali di Falcone: http://wn.com/Paolo_Borsellino_discorso_in_memoria_di_Falcone

(…) l’opinione pubblica fece il miracolo, nell’agosto del 1988 l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio Superiore della Magistratura a rimangiarsi in parte la decisione, tanto è vero che il 15 settembre il pool antimafia fu rimesso in piedi

Oggi come allora, la chiave di tutto è la presa di coscienza di TUTTI i cittadini, della opinione pubblica. Il rischio è sempre quello di rimanere SOLI. Allora quali parole pronunciare in una ricorrenza così sentita, che siano balsamo di una ferita ancora irrimediabilmente aperta?

Del discorso platonico mi piace particolarmente il fatto che non si parli di eroi, né di eroismo. I morti sono espressione di una società e di una educazione che si auspica possa produrre nuove generazioni di persone altrettanto coraggiose e disposte a vivere secondo dei precisi ideali. Qualsiasi sarà il discorso che le autorità (!) riterranno opportuno tenere, speriamo che i ventenni, i trentenni, i quarantenni, i cinquantenni … capiscano finalmente l’importanza della parola, l’importanza del dialogo

Eccoti, Menesseno il discorso di Aspasia di Mileto.
MENESSENO: Per Zeus, Socrate, è proprio beata l’Aspasia di cui parli se, donna com’è, è stata capace di comporre un simile discorso.
SOCRATE: Se non ci credi seguimi, e sentirai parlare lei in persona.
MENESSENO: Ho incontrato spesso Aspasia e conosco le sue qualità, Socrate.
SOCRATE: E allora? Non la ammiri e non le sei riconoscente oggi per il suo discorso?
MENESSENO: Certo, Socrate, di questo discorso ringrazio molto lei o colui che te l’ha recitato, ma molto di più ringrazio chi me l’ha riferito.
SOCRATE: E fai bene; ma vedi di non denunciarmi, affinché possa riferirti di nuovo molti bei discorsi politici recitati da lei.
MENESSENO: Tranquillo, non ti denuncerò; solo riferiscimeli.
SOCRATE: Non mancherò.

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