P.O.S.#6 – The Final Countdown

Ed eccomi qui.. a una settimana dalla partenza!!!!!!!

Solo 7 giorni e poi riprenderò il volo transatlantico, come un Lindbergh alle grandi manovre, con la dose di gocce, sommata alle pastiglie, rassicurata dal “rinforzino”, coadiuvata dalla stanchezza tremenda.

Stanca, sì sono molto stanca. Una stanchezza chiaramente psicologica, più che fisica. Probabilmente una sorta di rilassamento, per gli amici “crollo psicofisico“, alla fine del mio primo corso di Introduzione all’Archeologia in lingua inglese (o una sua buona imitazione).

Avrei molte cose da dire, prima di concludere. Ad esempio i viaggi on the road con il paziente italiano (inteso come persona dotata di una buona dose di sopportazione), oppure la public lecture di fronte a 100 ragazzi, altrimenti detta “la serata del debuttante” (lascerò in sospeso chi abbia avuto quel ruolo).

In realtà, in questo post, vorrei innanzitutto rivolgere un pensiero grato ai ragazzi che si sono ritrovati una insegnante sui generis. Un gruppo di 23 intemerati, che, solo per il fatto di aver letto “Archaeology” nel titolo del corso, hanno pensato di fare una cosa cool venendo a frequentarlo. Si sono ritrovati una tipa alquanto curiosa, che, in mezzo a non pochi problemi di espressione, li ha fatti partecipare attivamente a quasi tutte le lezioni e che ha chiesto loro di esprimere delle opinioni personali. Ebbene, lo hanno fatto, si sono messi in gioco. Per questo li ringrazio.

La maggior parte di loro è formata da studenti-lavoratori ben più grandi dei 17 e 18enni che girano in corsi come il mio. Dunque, persone più mature, che hanno scelto di farsi alcune miglia, di sera (18.30) e di finire ben dopo cena (21), ogni mercoledì.

Alcuni di loro si sono uniti al “tour della speranza”, cioè il field trip del 5 Aprile al Metropolitan Museum di New York; avrei dovuto prevedere che sarebbe stata una giornata campale. Eppure, la simpatia, la voglia di ascoltare e capire e, soprattutto, quella di esplorare. Questo mi ha fatto realizzare ancora di più quanto fossi stata fortunata.

Oltre a quella esperienza, fatta comunque da una minoranza di studenti, dato che comportava una spesa ulteriore e una giornata persa al lavoro, i miei ragazzi mi hanno stupito quando ho chiesto loro di analizzare e commentare una notizia proveniente dall’Egitto: la proposta del Ministero delle Finanze, sollecitato da una associazione più o meno religiosa, di affittare per 5 anni le piramidi di Giza a qualche Società straniera, in modo da recuperare un buon gruzzolo.

L’approccio di ciascuno è stato originale, ma anche i più superficiali hanno espresso opinioni personali. In linea di massima, solo in tre si sono schierati ferocemente contro l’idea di poter utilizzare un bene culturale come merce di scambio. Alcuni hanno citato le statistiche con le frequenze di visitatori e i bilanci dei siti archeologici egiziani; altri si sono lanciati in proiezioni quinquennali… Perciò, per un po’ mi è sembrato che la classe si dividesse tra pro e contro, sottolineando la attuale poca sicurezza dei siti egiziani e auspicando, almeno per i beni mobili, un prestito altrove, in musei più facilmente raggiungibili.

Poi sono arrivati alcuni commenti piuttosto interessanti, sul fatto che un sito archeologico, dovunque sia, può sviluppare un giro di soldi che non si ferma ai biglietti venduti, ma comprende un indotto fatto di ristoratori, albergatori, merchandising etc. etc. Per questo, nonostante l’ottima offerta per l’affitto di oggetti e della gestione dei siti, l’opzione di non affittare nulla, ma, anzi, investire di più e meglio, avrebbe alla fine portato un introito maggiore di quello preventivato.  #eseavesserovistoReport?

E poi, il tocco di colore, che ha provocato l’immaginazione di almeno 4 dei miei ragazzi: “affittare le piramidi sarebbe come dire di affittare la Statua della Libertà, non potrei sopportarlo”, e addirittura “affittare le piramidi per i problemi di bilancio, sarebbe come affittare la Statua della Libertà ai cinesi, che detengono il nostro debito”.

Frasi semplici, anche nella loro formulazione. Eppure, quando richiesti di esprimere un’opinione, i ragazzi si sono impegnati e hanno cercato una soluzione alternativa, oppure si sono lasciati trasportare da emozioni personali, magari legate ai cliché, condizionate dall’onnipresente mainstream, ma, a loro modo, cogenti.

E poi c’è stato il “gioco” Make your own Met: alcuni di loro hanno scelto 12 oggetti, cogliendo fior da fiore all’interno dell’immenso patrimonio del Metropolitan Museum, e li hanno assemblati a formare un piccolo museo.

La mia richiesta comprendeva anche un piccolo tour virtuale, in cui dovevano spiegare ai compagni la concezione del loro museo. Ci siamo divertiti, l’impegno è stato ovviamente commisurato al grado di “evoluzione” raggiunto da ogni candidato, nella lunga scala che va da high school mode a graduation and beyond. Ma, in mezzo ai tanti approcci, sempre con un filo logico portante, in alcuni casi un vero e proprio fil rouge, da concept museum, una ragazza ha attratto la mia attenzione.

Kira non è particolarmente studiosa, nei Quiz che do a lezione sbaglia spesso le risposte più semplici, quando chiedo una minima elaborazione Kira scrive frasi davvero essenziali e un po’.. zoppicanti. Ma in un compito così “inusuale”, Kira ha presentato una serie di lavori, statue e quadri, che l’avevano incuriosita perché gruppi di tre figure femminili. Ovviamente c’erano le 3 Grazie, ma anche altre immagini, meno note: tutte in un ritmo ternario, una sorta di valzer leggero ed esclusivamente al femminile. Secondo la sua spiegazione, le piaceva osservare la dinamica tra questi corpi femminili, attraverso i secoli e le tecniche artistiche.

Ecco, forse proprio questo guizzo della canoista (dunque, una degli atleti della mia classe, la cui borsa di studio è appesa al filo sottile del voto) mi ha fatto capire di aver fatto la scelta giusta.

Non va dimenticato che questi piccoli “divertissement” sono inevitabilmente legati ad una banale contrattazione: 10 o 15 punti in più sul voto finale (una enormità!). Ma, quello che alcune mie colleghe promettono per impegni quasi imbarazzanti (ad esempio, il solo venire a sentire il mio intervento, senza nemmeno l’obbligo di prendere appunti), io ho pensato di assegnarlo proponendo quello che considero un gentlemen’s agreement: un buon voto in cambio di un po’ della loro intelligenza.

E poi oggi, ho finito di correggere i course papers: ognuno di loro si è scelto un sito oppure un oggetto e ne ha parlato, ricostruendo la storia della scoperta, descrivendone le caratteristiche e aggiungendo un commento personale.

Naturalmente più di qualcuno è rimasto sulla superficie dell’argomento; di certo i ragazzi hanno bisogno di ripassarsi un bel po’ di regole grammaticali, di spelling, di regole di punteggiatura, o banalmente aprire un vocabolario. Ma Jacqueline ha azzardato una propria lettura delle scene della Villa dei Misteri, mentre Earl ha introdotto Petra con un affascinante racconto del suo arrivo al sito, e Omar ha ricostruito la visita estiva fatta a Tulum con i suoi genitori, sulle tracce delle loro origini Maya.

Insomma, per quanto approssimativi, superficiali, poco inclini all’uso delle cartine geografiche, i miei ragazzi hanno dimostrato una bella energia. Di questo li ringrazio.

Li ringrazio anche per avermi ridato un po’ di speranza nel nostro sistema scolatico, quello italiano intendo. Perché questi ragazzi sono davvero grezzi, non pietre grezze tutte da sfaccettare, sono ragazzi che non hanno stimoli, ma sono spugne. Se immersi nel liquido giusto, possono davvero coglierne l’essenza più profonda.

I nostri ragazzi, anche i meno avvantaggiati, ci vivono, nel liquido. Solo che la loro capacità di essere spugne si è persa per strada. Ormai gonfiati dalla costante immersione, non hanno più quella elasticità, fondamentale per poter rilasciare il “di più” e trattenere l’essenziale.

Ora, naturalmente la considerazione più ovvia è che io stia esagerando, dato che la mia esperienza si limita a un solo College, un solo corso, un solo gruppo di persone che studiano in una struttura “di campagna”. D’altro canto, la mia conoscenza del sistema scolastico italiano non è per niente esaustiva: ho solo lavorato in un piccolo museo in provincia di Prato (come guida per visite scolastiche) e in quello fiorentino, ma con poco contatto con l’utenza. Faccio ripetizione, ma a studenti di liceo di un capoluogo di regione (e che regione! mi verrebbe da aggiungere).

So perfettamente che il nostro sistema scolastico vive in un clima da disturbo bipolare: riforme legislative e amministrative confuse, insegnanti che dedicano la vita all’aggiornamento didattico; iniziative culturali private con fondi provinciali, insegnanti assenteisti o, peggio ancora, ignoranti e in mala fede. Eppure, sono abbastanza convinta della mia lettura, ma certo sarei ben contenta di venire smentita!

Senza limiti di grado, dalle elementari (ops, scuola primaria) alla triennale, vorrei davvero potermi divertire con i nostri ragazzi, far capire loro la ricchezza che hanno e che ben pochi educatori aiutano a riconoscere.

Non voglio, naturalmente, sembrare sopravvalutare le mie capacità! Ho molti amici che si ingegnano e si impegnano e cercano di stimolare il più possibile i ragazzi, spesso con risultati interessanti (e sempre più spesso al di fuori dell’orario scolastico). Inoltre, intendiamoci, a Poughkeepsie ho insegnato in un College, in Italia le realtà più dinamiche si trovano nella scuola primaria e in qualche, illuminato, istituto secondario.

Altra, doverosa, specificazione: io insegno una materia umanistica, non ho esperienza di quelle scientifiche, che magari rispondono a logiche completamente diverse, da una parte all’altra dell’Oceano.

Ma, d’altro canto, si sta parlando di me, della mia esperienza, ed è proprio questo tipo di challenge, quello di cui ero in cerca: tentare di contribuire alla formazione del cittadino, prima che dello specialista. Tentare di sturare le orecchie dei più giovani, di aprire gli occhi ai meno anziani, di far scattare qualcosa nel petto e nelle menti del nostro futuro.

La pursuit continua, naturalmente, ma oggi posso dire di aver raccolto un buon indizio.

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2 Responses to P.O.S.#6 – The Final Countdown

  1. Francesca scrive:

    Sai che io ho una visione diversa sulla scuola italiana. Da mamma, ho incontrato molti insegnanti stimolanti sulla strada di mio figlio. Purtroppo poco hanno potuto contro l’apatia o la supponenza dei ragazzi. La prima tipica dei “giovani d’oggi” (dio, come mi sento vecchia…), la seconda quasi sempre coltivata dai genitori dei frugoli fin dalla più tenera età.
    Il vero problema della scuola italiana, oltre ai tagli al bilancio, alla precarietà ecc… ecc… sono i genitori degli studenti.

    • Stefania scrive:

      Guarda Francesca, è chiaro che il tuo punto di vista è prezioso. Io però faccio riferimento ad una realtà che ancora non hai sperimentato: è importante capire che la mia esperienza è stata fatta con ragazzi di 18-19-20-21-22-23 anni. Anzi, tra i miei allievi ce n’erano anche di quasi 30enni. Voglio dire che, arrivati al College o Università che dir si voglia, ormai non è più importante risalire alle cause familiari dell’apatia o della maleducazione. Ormai sei un adulto, puoi votare, in America puoi guidare da un pezzo. Dunque, dalla parte dell’insegnante deve esserci la ricerca della giusta interazione, del giusto metodo per creare – all’interno della scuola (di qualunque ordine e grado) – un laboratorio di idee. Purtroppo il docente non può sostituirsi al genitore. Sarebbe bello che potesse collaborare con lui, ma non è detto che lo possa fare. Anche io conosco molti docenti che danno l’anima nelle loro classi, ma ti posso dire che, nella mia pur breve esperienza a contatto con classi di elementari, ho notato che quei docenti illuminati riescono a diffondere la loro luce, anche nelle classi più difficili. Ma se al buio della famiglia si somma quello del docente… beh, lì non c’è davvero più niente da fare..

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