P.O.S.#7 – Back Home

Quattro mesi e dieci giorni.

Eccomi di nuovo in Patria, io, apolide convinta da almeno 15 anni.

Esperienza finita, meglio dire esaurita, oggi sono di nuovo in Italia, a Palermo, per la precisione, in fase di decompressione, prima di tornare a vestire i panni della “mercenaria” dell’archeologia (i.e. pagatemi e scriverò, ricercherò, pubblicherò qualunque cosa).

Tempo di bilanci? Forse sì. Ma i bilanci non li posso fare da sola, dunque mi è utile chiedere aiuto agli amici di sempre. Nell’ascoltare i miei commenti, i dubbi, le perplessità, le certezze, gli amici che mi conoscono da più tempo si sono trovati d’accordo con quelli incontrati di recente: sei esagerata (il buon Dante, a Providence, mi regala lo sguardo severo). La verità è che nessuno di noi, ormai, ci tiene più di tanto a difendere l’una o l’altra sponda dell’Oceano, perciò tendiamo ad un “basso profilo“, a cercare lo yin e lo yang in ogni società, forse impauriti dall’idea di scoprire troppo i punti deboli e di non riuscire a intravedere la famosa luce in fondo al tunnel. Perché il tunnel c’è. Su questo nessuno ha dubbi. Ma l’atteggiamento condiscendente è utile in primis alle nostre coscienze: noi, che facciamo di tutto per vivere secondo coerenza, noi, che ci impegniamo quotidianamente eppure sembra non bastare mai.

D’accordo, sono esagerata. Ma vorrei chiarire un punto: il mio viaggio non è stato un viaggio di piacere, non l’ho pianificato come l’ultimo agosto a Praga o come le settimane di studio ad Atene. Io ho trovato un’opportunità di lavoro e l’ho colta. Quindi, primo “punto” alla Nazione che mi ha accolto come docente universitaria della materia per la quale lavoro da 20 anni. Secondo punto da chiarire: non ho mai pensato di poter fare una “gara”, segnando i punti su un tabellone immaginario (NOI vs LORO), al contrario, mi sono data del tempo per “cercare me stessa”. Non à la Coelho (che, tra parentesi, non sopporto con tutto il cuore), ma ripensando alle esperienze che mi hanno visto protagonista di periodi in solitaria all’estero: ho cercato di osservare le mie reazioni ad un’ennesima esperienza di sopravvivenza, questa volta davvero Survivor, ai miei limiti, alle mie fisime, alle mie contraddizioni, alle mie paure e alle mie fragilità (tra le quali, un posto d’onore spetta alla superbia, in seconda battuta la permalosità e la supponenza). Terzo e ultimo punto: ho abbassato al minimo quei “rumori di fondo” che creano i cliché, le prese di posizione, i pregiudizi, sempre in agguato quando si tratta degli Stati Uniti d’America.

Perciò, che cosa posso dire? Che ho avuto tante, splendide conferme: gli amici vecchi e nuovi, le persone splendide incontrate e che mi hanno arricchito, una sensazione non facile da provare di questi tempi. Che ho capito quanto grande, variopinto, diversificato sia il panorama di questi Stati Uniti: impossibile da abbracciare con uno sguardo o con una mente. Che mi sono lasciata affascinare dalle immense potenzialità dei giovani collegiali, dai sorrisi stanchi ma sinceri dei lavoratori immigrati, dai visi luminosi di chi arranca a fine settimana.

Ma anche che ho assaggiato una porzione di Stati Uniti lacerata dalle differenze sociali, dalle difficoltà economiche, dai limiti culturali, dalle buone maniere, tanto rassicuranti quanto false e costruite, da un razzismo pericoloso perché camuffato dietro ad un sorriso. A fronte dei tanti, interessanti discorsi, disincantati e anzi consapevoli di quanta fuffa venda il governo (che sia di Obama o Bush, ormai importa poco), ho visto con i miei occhi quanto ancora, nella civile Boston, si possa essere ingannati dalle proprie paure:

nonostante i film, documentari, inchieste, articoli, show di approfondimento. Nonostante tutto, è ancora troppo allettante l’immagine di Supereroi che, pazientemente e con fin troppe morti, i governi che si sono succeduti hanno saputo cucire addosso ai cittadini a stelle-e-strisce.

Isomma, nulla di strano: Paese grande = impossibilità di un giudizio unanime. Ma una cosa mi è saltata agli occhi. Oggi noi, intesi come Paese Italia (la carta di identità mi inchioda alle mie responsabilità), viviamo un momento tragico e critico. La crisi, ci insegnano i migliori filosofi, può portare un cambiamento positivo, non solo negativo. Nel mio viaggio statunitense ho visto gruppi di persone che lottano per far uscire il proprio Paese dall’analfabetismo (culturale) di ritorno. Oggi ci sono sempre più luoghi e momenti e iniziative che portano speranza, gioia di vivere e pensare in maniera diversa (non Apple, by-the-way). Noi invece ci stiamo avvicinando ad un baratro, alcuni di noi già hanno cominciato il passo fatale. Invece di guardare ciò che negli Stati Uniti è stato sperimentato, non ha funzionato e quindi è in fase di cambiamento, noi ci comportiamo come lemmings sordi o storditi e seguiamo le tracce che, chi ci ha preceduto ha già abbandonato.

Forse è arrivato il momento di far funzionare davvero la globalizzazione: nel senso che è necessario il dialogo tra culture, tra Paesi, tra popoli. Un esempio su tutti credo sia particolarmente calzante. Nella mia ricerca sui momenti iniziali del Metropolitan Museum di New York e sul clima culturale che ne ha condizionato la fondazione, ho letto un libro interessante “Buying Respectability: Philanthropy and Urban Societies in Transnational Perspective“; l’autore (Thomas Adam) spiega che, a metà dell’800, alcuni importanti esponenti dell’élite newyorkese (e non solo) si recavano periodicamente in Europa, percorrendo un personale Grand Tour che li conduceva nei principali musei di Germania, Italia, Francia e Inghilterra. Queste visite ai santuari dell’arte e della cultura li ispirarono a tal punto da convincerli che New York aveva bisogno degli stessi stimoli culturali. I primi grandi musei nacquero proprio grazie a questo scambio, mai espresso chiaramente, ma intuibile in alcuni discorsi pubblici. All’inizio del ‘900 accadde che alcuni direttori di musei, soprattutto tedeschi, visitassero i musei newyorkesi e tornassero in patria auspicando, per i propri musei, un cambiamento, un aggiornamento, sulla scorta delle importanti “innovazioni” delle istituzioni d’oltreoceano.

Non si erano resi conto che il germe del cambiamento era già nei loro musei; non avevano capito che l’importanza del loro esempio era stata il motore immobile dell’aggiornamento; non riuscivano a trovare in loro stessi la novità, eppure si trattava proprio di questo: un dialogo muto, uno scambio reciproco.

Io penso che oggi stia accadendo la stessa cosa, ma le ripercussioni sulla società sono decisamente più gravi e pericolose. La questione della copertura sanitaria è forse tra le più evidenti, così come quella della privatizzazione dell’educazione; eppure oggi si voterà a Bologna un referendum sull’opportunità o meno che lo Stato finanzi le scuole private… perfino il lessico aiuta ad individuare la scelta più logica…

Quanto, poi, a trovare me stessa o almeno una parte più genuina… devo dire che avrei forse avuto bisogno di più tempo. Mi rendo conto di essere ormai preda dei miei 3 decenni (quasi 4) di vita e di non poter chiedere genuinità. Mi sono anche accorta di essere profondamente europea: non nel senso dell’UE (il mio scetticismo fa provincia!), quanto nel senso più snob del termine…. quasi britannica! Non so dire se questo sia un bene oppure un male. Certo è che non si tratta di semplice reazione, diciamo che sono ancora in cerca, ma credo che il terreno di gioco a me più congeniale sia quello del Vecchio Mondo.

La conoscenza dei nuovi mondi induce, per naturale tendenza, gli Europei a cercare di delineare più chiaramente i propri caratteri in “contrapposizione” a quelli altrui. (…)                             Da questo punto di vista, la contrapposizione Europa-non Europa, noi-loro, è tipica manifestazione di un certo modo di essere dello spirito umano, quando intende polemizzare con il proprio tempo. (…)

Chabod “Storia dell’idea di Europa”

Ora, non avrei voglia di sottolineare l’ovvio: e cioè che ho visto solo una millesima parte degli Stati Uniti, che ho ancora tutto il resto dell’America, tutta l’Africa e l’Asia da visitare, per non parlare dell’Oceania (e scusatemi se dimentico qualcosa!). Dunque, spero davvero di non urtare alcun sentimento se affermo che Europa me genuit e in quell’orizzonte forse trovo più affinità. Oggi vorrei partire per un Oriente che sia Medio, sia per distanza, sia per cultura, provare a cercare anche là alcune tracce di me. L’avventura Statunitense può ripetersi, preferibilmente cambiando luoghi e fusi orari, rimarrà il ricordo di un inizio, poco convincente ma a tratti affascinante.

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1 risposta a P.O.S.#7 – Back Home

  1. Francesca scrive:

    Io sono una che parte volentieri, ma solo perchè sa di tornare! evidentemente sono molto europea, anzi molto italiana!!
    Bentornata Stefy! non so se troverai altre briciole di “Stefiness” nel mondo, ma ti auguro molte altre partenze…

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