Con toda palabra

Eppure questa volta non aveva fatto proprio nulla, non aveva mosso un muscolo, non si era lanciata in battaglie di sangue e polvere. Questa volta lei non c’entrava.

Quando il gruppo di stranieri era arrivato, Ippolita si trovava sul terrazzo più alto del palazzo reale: si sentiva insolitamente tranquilla, annusava l’aria e riconosceva un profumo di mirra, che impregnava le stoffe dell’ampio letto e si insinuava negli angoli più nascosti della stanza, promettendole sogni torridi, di quelli che ti lasciano il sorriso sulle labbra, al mattino.
Ad un certo punto, lo sguardo era stato attirato da una nuvola di polvere che sembrava avvicinarsi alle porte della città: Temiscira, la gloriosa, le cui torri svettavano imponenti; Temiscira l’impenetrabile, che di tanto in tanto apriva le porte e vomitava quei maschi, inevitabile strumento, catturati “a scopo riproduttivo”; Temiscira, la città dallo sguardo altero come quello della sua regina.
Ippolita aveva cercato di mettere a fuoco, ma evidentemente non poteva fidarsi della sua vista.. perché le era sembrato di vedere un animale a cavallo.. un leone?!

Il primo incontro, nella sala rivestita di marmi verdi e gialli, aveva alimentato quella sensazione impalpabile, che la regina provava di tanto in tanto … allora le sue donne si facevano in quattro per procurarle un degno oggetto del suo improvviso desiderio. Era una gara, di abilità e di adulazione, cui Ippolita assisteva sempre divertita. Lo straniero dalla pelle di leone l’aveva fissata con uno sguardo di sfida, pronto allo scontro fin dalle prime parole, mormorate a fatica, per la verità. Ippolita aveva sorriso, accendendo gli occhi neri in uno sguardo suadente, e aveva lasciato che lo straniero muscoloso completasse la propria richiesta.

Una cintura!
Ma dove mai si era visto che un gruppo di ragazzotti ben piantati si mettesse in viaggio per terra e per mare, per eseguire gli ordini di una piccola sacerdotessa viziata, che voleva.. una cintura!
Ippolita si ricordava bene il giorno in cui suo padre gliel’aveva data: nella stanza accanto a lei c’era la nutrice, eppure Ippolita era convinta di avvertire la presenza di un’altra

 

persona, nascosta dietro a un paravento di legno, quello con l’albero dai rami ricurvi,
appesantiti dai rotondi pomi dorati (quanto le piaceva giocare con le sue amiche per vedere chi individuava tutti gli uccelli appollaiati sui rami! … lei, naturalmente, vinceva sempre). Quel giorno, insomma, il suo bel papà aveva appoggiato scudo e spada sul letto e le aveva mostrato un involto di stoffa verde: aprendolo era comparsa una striscia di stoffa ripiegata su se stessa. Aveva un colore simile a quello della pelle abbronzata di Ippolita, ma decine, forse centinaia, di piccole pietre colorate erano state intessute insieme ai fili di lana cardata, a comporre disegni circolari, quasi come i rami del paravento.
Ippolita aveva alzato gli occhi verso il padre Ares con sguardo interrogativo: che ci doveva fare? cosa era quella stoffa, che non bastava nemmeno a fare una corta tunica per le passeggiate a cavallo?
Ares le aveva detto che era il regalo di una zia, una signora molto buona che aveva voluto dare alla piccola principessa un dono speciale: quella cintura, infatti, aveva un grandissimo potere. Chi la indossava poteva piegare la volontà degli uomini e non avrebbe dovuto temere mai più di niente, tutti avrebbero fatto esattamente ciò che veniva loro ordinato, ma in maniera spontanea…

Per Ippolita si trattava di un discorso strano e poco comprensibile: lei era la principessa, tutti già facevano esattamente quello che lei diceva loro! Che bisogno c’era di una cintura?
Ares aveva finito gli argomenti, quel discorso era stato forse il più lungo mai fatto alla figlia, perciò si limitò a sorridere e le disse di tenerla al sicuro, la avrebbe indossata a tempo debito e avrebbe capito meglio cosa voleva intendere suo padre. Da dietro il paravento a Ippolita sembrò di sentire un sospiro profondo, quasi uno sbuffo, ma subito dopo, il richiamo delle amiche che le dicevano di scendere a giocare la distolse da qualsiasi altro pensiero.

Il momento di indossare la cintura arrivò presto: quando il giovane corpo di Ippolita la costrinse al cambiamento più intimo e definitivo. Ares non era con lei, ma la nutrice le fece indossare la cintura e una strana donna, dall’aspetto luminoso e dal sorriso incredibilmente affascinante, volle essere ricevuta per farle le congratulazioni (ma di cosa? di che? c’era qualcosa che lei ancora non riusciva a capire)… quando andò via Ippolita chiese alla nutrice come si chiamava e il nome sussurrato dalla vecchia donna fu “Afrodite“.

Dunque quello straniero così abbronzato e dallo sguardo stravolto le stava dicendo di dargli la cintura, perché doveva portarla alla figlia di Euristeo, una ragazzina devota a Hera. Ippolita allargò nuovamente il sorriso e si alzò maliziosamente la veste, per raggiungere la cintura che portava annodata a contatto con la pelle bruna.
“Ecco, se la vuoi te la regalo, è solo una vecchia cintura di quando ero bambina”.
La nutrice non c’era più ormai da anni accanto a Ippolita, ma le ancelle conoscevano la storia della cintura e così aprirono la bocca contemporaneamente e cominciarono a fare i loro soliti versi, quegli squittii che Ippolita non sopportava, per fermare la regina, dicendo che non poteva pensare di disfarsi di un cimelio di famiglia e regalarlo al primo venuto! Un uomo per giunta!!
Ippolita rivolse loro uno sguardo duro ed esclamò “Silenzio! La cintura è mia, io posso decidere di farne ciò che voglio! Ora basta con questi versi e preparate il banchetto in onore dei nostri ospiti”.
Scendendo dal trono e avvicinandosi a Ercole, la regina reggeva in una mano il cinto e nel frattempo ordinava affabile all’inaspettato straniero di rimanere almeno una notte, suo gradito ospite.

Per tutto il tempo della cena Ippolita si impegnò in un gioco di seduzione che non aveva mai sperimentato prima: di solito la preda le veniva portata, quasi servita, e lei si limitava a cibarsene, per acquietare quell’istinto che le prendeva all’improvviso. Ma con Ercole la cosa era diversa: lui era venuto spontaneamente, si era offerto.. ma sapeva dove era finito? aveva idea della fama (o della fame) della regina delle Amazzoni? Cosa era la sua, spregiudicatezza oppure incoscienza?
Ecco, queste domande avevano suscitato in Ippolita una curiosità nuova, voleva capirlo, seguire i suoi sguardi, cogliere il non detto delle parole che pronunciava così di rado, ma che esprimevano una crudele praticità.

Ippolita non si ricordava di averla vista entrare, ma ad un certo punto si era accorta di un brusio che stava sopravanzando la musica delle flautiste, distogliendo i banchettanti dall’atmosfera rilassata e spensierata che l’ottimo vino di Patmos aveva diffuso, poco diluita, nelle coppe degli invitati.
Fu una delle sue ancelle a prendere il coraggio di avvicinarsi al letto della regina sussurrandole nell’orecchio che un’Amazzone era arrivata di corsa nella sala e stava dicendo a tutte che Ippolita era in pericolo.
Lo sguardo di Ippolita fu di vero stupore: quando, come, perché? e soprattutto.. chi diavolo era questa compagna che si permetteva di diffondere il panico prima di rivolgersi alla regina direttamente?

Ma non ci fu tempo, il potere della calunnia riuscì ad attecchire bene negli animi delle donne che erano rimaste colpite dalla facilità con cui Ippolita, la loro regina, aveva accolto gli stranieri (degli uomini!) accettando ogni loro richiesta e ospitandoli come se fossero amici da una vita!
Il bruno guerriero dalla pelle di leone vuole rapire Ippolita! Ce la vuole portare via! Dobbiamo impedirglielo a qualunque costo!

Distesa a terra, Ippolita guardava il soffitto… non le era mai sembrato così alto… irraggiungibile. Riusciva a sentire il liquido caldo e denso scorrerle sulla pancia, quello straniero forzuto e animalesco l’aveva sventrata.. ora la cintura rossa del sangue versato le copriva i fianchi e le faceva chiudere gli occhi in un sogno annebbiato.
La lotta si era scatenata furiosa ed Ercole aveva guardato la sua ospite con occhi spiritati: “Ma che succede? Allora era solo una finta quella di regalarmi la cintura!”. Un minuto dopo si divincolava, buttando per terra ben tre Amazzoni che lo avevano aggredito alle spalle. Ippolita era scattata in piedi e aveva cercato di urlare per riportare la calma tra le sue donne, e trovare la spiegazione di quella follia. Ma Ercole non poteva più sentire nulla, aveva cercato di metterle le mani al collo, infine aveva afferrato una spada, strappandola a una Amazzone stramazzata al suolo, e, senza pensare, aveva sferrato il fendente mortale.

Finalmente Ippolita stava cominciando a capire. Capiva il valore della cintura e capiva anche che suo padre non aveva scelto parole a caso: “Il potere di piegare la volontà degli uomini”. Quale volontà, padre? Quella dell’animale braccato? Allora no, scusa, ma la cintura ha il potere di ammaestrare gli istinti, e non solo degli uomini, ma anche delle donne.

Con la cintura è possibile garantire l’equilibrio, senza… gli animi sono preda delle sensazioni più irrazionali, quelle che conducono alla distruzione.

Questa la “vera” leggenda di Ippolita ed Eracle: http://www.treccani.it/enciclopedia/ippolita_%28Enciclopedia-Italiana%29/

E questa la “colonna sonora” del post: Con toda palabra

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