“…la chiamano pace”

E va bene, d’accordo, scriverò anche io qualcosa.
Interrompo il flusso di pensieri mitici e mi immergo nella realtà, sempre polverosa.. anche se si tratta di polvere di gesso.
La vicenda delle “barbare distruzioni” (ho preso una definizione a caso tra le decine che circolano on e off line in questi giorni) al museo di Mosul ha scatenato le dure reazioni di .. chiunque. Direi davvero che il fenomeno è riuscito a mettere d’accordo persone che si occupano di storia e archeologia a livello professionale, oppure che si ritengono degli appassionati, o ancora persone a cui non gliene può fottere di meno di quel che è storico e/o archeologico, ma.. “cavolo! quei musulmani che si prendono gioco di..” va beh, non sappiamo di che si tratta con precisione, ma sono dei tizi con la barba lunga che distruggono e si divertono a distruggere.. in pratica, la versione digitalizzata del bambino rompicoglioni che, in spiaggia, si divertiva a saltare a pié pari sui castelli di sabbia che avevamo appena completato, per poi correre via ridendo sguaiatamente.

Io no.
Io non ce l’ho fatta, mi dispiace.
E molto prima di sapere che, in realtà, per la maggior parte si trattava di calchi in gesso. A dirla tutta, anche un calco in gesso ha una sua dignità e, se è stato fatto, probabilmente ha avuto anche la sua utilità.
Ma, questa volta, l’atto vandalico mi ha lasciato indifferente.

Epperò, mi sono spaventata di questa mia reazione. In fondo io mi entusiasmo (e lavoro) con la divulgazione dell’importanza della storia e del suo studio e quindi anche della sua conservazione e tutela. Perciò non ha molto senso che utilizzi due pesi e due misure quando si parla di distruzioni compiute al museo di Mosul. Forse si tratta di un mio malcelato razzismo??!? “In fondo che ci si può aspettare da quei barbari?“.

No, non è questo. Ci ho pensato un po’ e alla fine ho trovato un suggerimento interessante in questo articolo:
http://www.archaeology.org/exclusives/articles/779-national-museum-baghdad-looting-iraq#art_page2
L’autore dell’articolo, Andrew Lawler, analizza gli imbarazzanti accadimenti che hanno sconvolto il museo di Baghdad e che hanno visto come protagonisti i soldati americani:

Looting, particularly in southern Iraq, which was the center of ancient Mesopotamia, had already begun in earnest in the late 1990s and grew to alarming proportions by 2004 and 2005, long after the National Museum was secured. The United States, its allies, and the fledgling government of post-Saddam Iraq did little to address the sources of the problem.

Non solo “è stato fatto ben poco per capire l’origine del problema”, ma è stato chiaro fin da subito che si trattava di “saccheggi su commissione“, tanto è vero che ancora oggi capita di ritrovare oggetti provenienti dal Museo in casa di facoltosi magnati, in giro per il mondo.

Un brano, in special modo, mi ha aiutato a mettere a fuoco la sensazione che si era insinuata nel mio cuore di ghiaccio al vedere le teste barbute distruggere le teste barbate:

More ominously, a new generation of Iraqis has grown up without any access to the impressive network of museums across the country that were once crowded with schoolchildren. They know little of their ancient past. Many Iraqi politicians today have a bent toward Islamic fundamentalism that is no friend to secular archaeology.

La prima immagine che mi è venuta in mente è stata la lunga fila di bambini che attendevano il proprio turno all’ingresso del Museo Archeologico di Istanbul, e le altrettanto lunghe file di bambini che, all’interno del museo, passavano davanti a statue e vasi (capendoci il giusto, diciamocelo) quasi che si trattasse di rendere omaggio a immagini di culto, senza accendere candele, ma lasciandosi “toccare” dall’orgoglio nazionalista per la storia dei propri avi.
Comunque, senza divagare, il punto è proprio quello: non stiamo parlando del Louvre, dei Musei Capitolini, nemmeno del Museo Archeologico del Cairo .. dove, per inciso, qualche atto vandalico è stato perpetrato durante gli scontri di qualche anno fa.. salvo poi “scoprire” che il buon Zahi Hawass era uno dei ricettatori delle opere trafugate..
Stiamo parlando di una terra che è stata oggetto di razzie da.. decenni, più o meno da quando sono state scoperte le prime città antiche.
Poco tempo fa mi è capitato di imbattermi nell’affascinante figura di Gertrude Bell, la quale è stata anche la  fondatrice del Museo Archeologico di Baghdad. Ma cosa ha spinto una brillante storica, innamorata del deserto e arsa dalla voglia di conoscenza e di condivisione della saggezza millenaria dei capi tribù, a costruire un museo per reperti archeologici?
Il suo primo pensiero è andato al continuo saccheggio che gli archeologi europei praticavano sui reperti da essi stessi scavati: Gertrude non voleva più che i musei europei si abbellissero di testimonianze di storia che appartenevano in primis ai popoli che le avevano prodotte. Gertrude era una storica coscienziosa, ritrovatasi a giocare un ruolo forse più grande di lei nell’enorme Risiko geopolitico che Churchill imbastì in medio oriente.. e di cui subiamo ancora oggi le conseguenze.
Gertrude era una cittadina britannica, londinese, e aveva dentro di sé quella sensazione di superiorità culturale, propria del più grande Impero del mondo occidentale, quello Britannico, appunto.
Eppure, pur nella sua superiorità culturale, Gertrude si era arrogata il ruolo di tutor, di questi “barbari”, che le avevano regalato la possibilità di essere se stessa, lontana dai condizionamenti della società vittoriana.

Oggi noi, non solo abbiamo dimenticato la figura di Gertrude Bell, ma, quel che è più grave, abbiamo dimenticato il senso profondo della storia e della cultura. Oggi noi ci lasciamo condizionare da immagini impostate ad arte, proprio per farci urlare allo scandalo e alla vergogna, senza, tuttavia, informarci sui motivi che sono alla base di certe immagini.

Spero davvero che quelle scene di devastazione, degne della miglior puntata di Jackass, possano cominciare a insinuare nel nostro cervello il tarlo dell’autocritica. Intere generazioni sono cresciute vedendo nell’oggetto archeologico una possibilità di affrancamento e di fuga: trafugarlo e venderlo a qualche signore straniero. Che problema c’è? E’ solo un pezzo di pietra. E se invece di venderlo lo distruggiamo? Se ci pagano, tanto vale, anzi, è meno rischioso.

“Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”
il buon vecchio Tacito lo aveva capito bene, c’è chi decide di conquistare un Paese straniero, e nel farlo deve annullare completamente la personalità dei futuri sudditi, altrimenti ci sarà sempre il rischio che si vogliano affrancare dal nuovo padrone.

La guerra culturale che si combatte oggi in medio oriente ha un’origine lontana. Io ho la fortuna di conoscere diverse persone che hanno contribuito a salvare e studiare capitoli importanti della storia di Turchia, Siria e Iraq. Il loro sgomento e la loro rabbia di fronte alle scene che ci sono state propinate sono anche i miei.

Però c’è una cosa che mi spaventa ancora di più: il rischio che rimaniamo ostaggio di una propaganda becera e spesso raffazzonata. E’ importante che manteniamo la lucidità che ci viene dalla conoscenza della storia: è essenziale che almeno noi guardiamo il disegno d’insieme, senza rimanere ostaggio di un terrorismo psicologico che ci ferisce proprio là dove abbiamo riposto le nostre speranze, nella cultura materiale salvata, tutelata e divulgata. Non si giustificano gli atti vandalici, ma per lo meno vanno tracciati nella loro genesi più profonda. Se poi viene fuori che chi li commette sta “recitando una parte” a uso e consumo nostro.. beh.. qualcosa nella nostra indignazione non ha funzionato.

Indignez vous! urlava Stéphane Hessel… Sì, indignamoci, ma cerchiamo di capire bene per quale motivo e in quale modo. Eventi come quello dei filmati girati a Mosul ci infiammano, ma la nostra pietas non vada verso le statue distrutte, bensì verso persone che vengono – da decenni – private della propria storia fino al punto da non fargliela più riconoscere. Poveri Aiaci che stanno ammazzando montoni e pecore perché una divinità non meno pagana dei classici dèi sta annebbiando loro la vista…

“Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”

Tacito lo aveva capito… noi quanto ci metteremo?

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