Cogli la prima mela

Dopo aver proposto il resoconto personale del G7 della Cultura, non posso non riportare le mie impressioni anche sul concerto che ha celebrato la conclusione dei lavori il 30 marzo.

Nel Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio, l’orchestra del Maggio fiorentino, diretta dal Maestro Riccardo Muti, ha eseguito due brani di grande impatto e raffinata bellezza, per il piacere degli invitati del G7 e della stampa. Il giorno successivo, lo stesso concerto è stato proposto al pubblico nel Teatro dell’Opera di Firenze.

Io, di nuovo, ho avuto l’estremo onore di essere presente nel Salone dei Cinquecento, e il ricordo di quei cinquanta minuti di musica credo che mi rimarrà a lungo.

Il programma prevedeva la Sinfonia n.2 di Brahms, preceduta dall’Ouverture del Guglielmo Tell di Rossini.
Dario Nardella e poi Riccardo Muti hanno introdotto la serata musicale rivolgendosi in inglese agli astanti: le delegazioni straniere, i ministri del G7, ma anche il Presidente del Consiglio Gentiloni e Maria Elena Boschi, tra i più noti. Il MiBACT aveva invitato i Direttori dei Musei autonomi, che, dopo il concerto, si sono uniti agli altri convenuti per la cena in un’altra sala di Palazzo Vecchio.

Coppa attica attribuita a Douris (500-450 a.C.): Herakles uccide Linos.

Insomma, l’evento era decisamente una gemma in un castone istituzionale, se mi passate la similitudine, e devo ammettere che ascoltare un concerto simile circondati dalle statue dell’eroe famoso anche per aver ucciso il suo maestro di musica (mi riferisco alle fatiche di Ercole), faceva un certo effetto…
Muti ha spiegato la scelta dei brani, soffermandosi soprattutto su Brahms, perché, ha detto, il compositore aveva nel suo studio i ritratti di solo tre musicisti e uno di questi era Cherubini, fiorentino! Muti, che, tra l’altro, ha fondato una orchestra giovanile dedicata al compositore classicista, ha sottolineato il legame con la città di Firenze, dove il Conservatorio stesso è intitolato a Luigi Cherubini. E ha perfino perorato la causa di riportare a Firenze le ossa del celebre compositore.. un atto che, chissà perché, mi ha fatto ricordare all’istante la traslazione delle ossa di Teseo ad Atene, voluta da Cimone come atto di grande propaganda politica, dal momento che Teseo era per tutti il fondatore di Atene e il simbolo della città.
Ecco, Muti, chissà quanto consapevolmente, ha fatto riferimento a un atto che presso gli antichi serviva a placare qualche risentimento divino, ristabilendo un ordine, un kòsmos, che avrebbe dovuto portare fortuna alla città in questione. [Kòsmos, sì, avete capito bene, la falsa etimologia di Cosimo …. ndS]. Credo che il Maestro abbia visto giusto…

E il Guglielmo Tell?

Mosaico al Museo Nazionale Svizzero di Zurigo. opera di Hans Sandreuter (1901)

Devo ammettere che, leggendo il programma, mi ero già stupita della scelta. Una ouverture potente, rossiniana in tutto e per tutto. Muti ha fatto riferimento al sentimento di fratellanza, ma io ho percepito la ribellione all’invasore, il grido di indipendenza dalla stretta del tiranno!
Rileggiamo la trama del Guglielmo Tell musicato da Rossini nel 1829: il libretto di riferimento è di Schiller, datato 1805,

La prima edizione del Guglielmo Tell di Schiller

ed è una versione intrisa del romanticismo che amava le storie di popoli ribelli contro l’oppressore. Tell è il paladino degli Svizzeri, che si ribella agli Austriaci e che viene catturato e costretto a rischiare la vita del figlioletto, ma alla fine riesce a prevalere, grazie anche all’arrivo dei suoi compagni.

Ebbene, tutto questo pathos lo abbiamo avvertito, lì, nel Salone. Io vi invito ad ascoltare a volume altissimo l’ouverture: MUTI ALLA SCALA DIRIGE L’OUVERTURE DEL GUGLIELMO TELL DI GIOACCHINO ROSSINI. Qui ho preso una versione del 1988, semplicemente perché diretta da Muti, ma potete trovare altre versioni celebri, da Toscanini a Von Karajan.

Der Apfelschuss. affresco di Ernst Stückelberg (1831–1903) nella Tellskapelle, Switzerland.

Ascoltate come comincia piano e come cresce nel corso dei successivi movimenti; nella ouverture Rossini ha messo tutto lo spirito dell’opera (che dura più di 5 ore ed è stata eseguita per intero per la prima volta proprio a Firenze, da Muti stesso!).
Essere parte di quelle vibrazioni, delle note che rimbalzavano fino al soffitto e poi colpivano le pieghe più nascoste dei marmi alle pareti, fino a inondare completamente tutti noi, a far tremare i vetri e strapparci i cuori ed entrare negli occhi… Una esecuzione molto emozionante, che a tratti mi ha frastornato.

Poi, siamo tornati nel Salone, Muti ha cominciato Brahms, in 4 movimenti. Alla fine del primo, si è girato, ha guardato dritto in fondo alla sala. Esattamente come la versione musicale di Severus Pithon, ha aspettato, in silenzio, che si accorgessero del suo sguardo. Che giornalisti e operatori smettessero di andare avanti e indietro, attraverso la porta più cigolante di tutta Firenze … Ha chiesto, tuonando, che la smettessero, che stessero fermi. E ha poi spiegato in inglese agli ospiti stranieri di cosa si trattasse: “You see? This is LACK of culture”.

…ommamma..hanno anche tutti e due la bacchetta!

E aveva ragione; la sezione riservata alla stampa era semivuota, quei pochi che si erano seduti e anche alcuni addetti ai lavori, entravano e uscivano sghignazzando. Alcune signore e signorine dietro di me chiacchieravano di quanto le scarpe facessero male. Addetti stampa e giornalisti erano “finalmente” più rilassati, perché fuori dalla sala stampa, e sembravano ragazzini in gita. Una vergogna? Più che altro una sconfitta.

 

 

Perché se è vero che i protagonisti del G7 della Cultura devono essere in grado di apprezzare ciò che vogliono tutelare, è pur vero che chi è chiamato a riportare la cronaca delle decisioni, se non a criticarle o a fare domande a volte scomode, ma sempre informate, dovrebbe avere se non la conoscenza almeno l’amore, per ciò che deve divulgare.

Verità va cercando, ch’è sì cara
(quasi Dante, Purgatorio, I, 71)

E così, dopo Brahms, sono uscita. Ancora sorridente per l’opportunità di un concerto nel Salone dei Cinquecento. Con quel senso di inadeguatezza che ti lasciano le occasioni fortunate e con l’idea di voler condividere il prima possibile l’esperienza.

L’appello per Giulio Regeni, su Palazzo Vecchio, sotto le bandiere istituzionali.

Le bandiere garriscono da sole.

 

 

 

 

 

 

Sono passata davanti al Palazzo Vecchio illuminato da luci notturne, ho fotografato le macchine blu parcheggiate sotto al David (altro grande simbolo di ribellione contro chi opprime tirannicamente) e sono andata avanti…
…eppure… un attimo.. cosa manca? Manca il drappo giallo che chiede di sapere la verità sul destino di morte di Giulio Regeni.
Manca.
Lo hanno tolto.
Ridicolo? Vergognoso? Stupido?
Sembra che già qualcuno se ne fosse accorto e avesse gridato allo scandalo su Twitter. Io l’ho trovato semplicemente grottesco. Dopo le parole, le note, la potenza di quel grido che chiamava alle armi contro le ingiustizie… dopo un messaggio così forte, ecco il lato oscuro della politica moderna: si gioca sul togliere, invece che sull’aggiungere.
E la cultura rischia di rimanere una parola musicale, mentre se ne toglie progressivamente il significato…

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