Note di viaggio – Fa

Si arrampica sulla roccia, sembra cercare di risalire più in alto possibile.
Apricale, dal nome che evoca qualche mese di un calendario rivoluzionario, si presenta così, curva dopo curva, sempre più labirintico ed esteso.

Ci arriviamo passando una serie di paesini dai nomi “fantastici”, cioè estratti da grammatiche medievali, come Dolceacqua, dal ponte a schiena d’asino che conduce al castello.

Anche Apricale ha un castello, si chiama castello di Lucertola e infatti lo trovi immobile, sotto il sole di agosto, con la torre rivolta verso il cielo, a scrutare la valle sottostante.

Giungiamo ad Apricale in occasione di una festa-spettacolo: dal 1990 il paese chiama il Teatro della Tosse ad animare vicoli e piazze in occasione di “E le stelle stanno a guardare”, una festa dell’estate che si svolge nei primi quindici giorni di agosto.

Quest’anno, gli eccezionali attori del Teatro si sono misurati con una delle storie più affascinanti mai raccontate: il Milione di Marco Polo.

Ci arrampichiamo attraverso i vicoli e rimaniamo con gli occhi sgranati come bambini di fronte a giochi pirotecnici; perché in effetti…tutte quelle luci, quei vestiti dai colori sgargianti e dalle fogge settecentesche oppure orientaleggianti, quei belletti caricati su volti sia maschili che femminili, hanno la capacità di stregare.

La donna del Katai, si guarda allo specchio e poi si volta a confrontarsi con la donna veneziana.

Ma come raccontare il Milione di Marco? Impresa ardua, che ha suggerito ai teatranti di concentrarsi su quadri scelti, giocati come “scatole cinesi”. Struggente il confronto tra la donna veneziana e quella del Catai, in un gioco di specchi, ma rovesciati, dove la “barbara” si scopre molto più indipendente e appagata della “civilizzata”.

Esilarante la lezione di economia di Rustichello da Pisa, che rende edotti gli spettatori parlando dall’alto di una finestrella: “cosa usa Kubilai Khan come carta moneta?” E così, aiutato da una bilancina, pesa la carta leggera, ma dall’immenso potere d’acquisto.

Scanzonato Marco Polo, che si presenta in tutta la sua disarmante naiveté di viaggiatore “forzato” ed esploratore per caso.

E infine il Khan, che ci guarda sornione e intento nel gioco della dama. Sta giocando contro se stesso, perché il gioco, quel gioco in particolare, è una questione filosofica. Sta giocando anche con noi, che seguitiamo a muoverci per le vie del borgo, lungo un filo di discorsi che si incastrano l’uno nell’altro.

Mi rimane negli occhi soprattutto un’immagine: una donna abbigliata all’orientale, che canta una canzone d’amore. Un amore tragico, perché lei è destinata ad essere sepolta insieme al marito defunto, ma non ci sta, si ribella.
Bene, questa ballata rivoluzionaria viene seguita con sguardo strabiliato da una bambina bionda, incantata a guardare la signora (bionda anch’essa) vestita d’azzurro e intenta a suonare la chitarra.
Lo sguardo di quella bambina è anche il mio, che ho sempre accostato – anche solo per assonanza – il Milione a Le Mille e una Notte. Più che i luoghi possono i racconti, che si snodano come grani di un rosario di fiabe.

Eccoci quindi sotto la luna, nel cuore del Ponente ligure, imbevuti di storie orientali. Guardiamo la luna e pensiamo a pastori erranti.

Anche noi ci sentiamo erranti, sempre in cerca di affermazioni e mai pronti davvero ad ascoltare chi sembra così lontano.

 

La maggior parte delle foto sono di Silvia Pacchiarini, che ringrazio!

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