Cronache dal deserto – 3. Castelli di sole

Questa è la cronaca di 3 giorni in Giordania, a Wadi Mousa, sotto la guida esperta di Chiara Marcotulli, di Archeosangallo, uno spin-off accademico dell’Università di Firenze. Un viaggio di scoperte e di emozioni che condivido con voi, segnalandovi che con i viaggi Azalai, questa opportunità è alla portata di tutti!

Quando mi è stato proposto di visitare Petra, ospite della Missione italiana “Petra Medievale” a Wadi Mousa, ho accettato con entusiasmo: visitare Petra con Chiara Marcotulli significa apprezzarne tutta la carica medievale, mentre le chiacchierate con il Prof. Guido Vannini permettono di inquadrare i luoghi da cartolina in una cornice ben più ampia di pittoresche fessure nella terra. Petra e Shawbak sono state tappe fondamentali dell’insediamento crociato nella regione e la missione italiana è proprio quella di documentare le fasi crociate e quelle Ayyubidi fino ad arrivare ai Mamelucchi.

L’arrivo a Petra è stato naturalmente denso di emozione: ho cercato di raccontare qui l’effetto così straniante del sentirsi ospiti nella comunità degli storici venditori (beduini e non) e dei loro negozi o tende. L’aspetto archeologico, vale a dire l’abilità dei Nabatei nel costruire tombe monumentali o dei Romani di modellare a loro piacimento ogni angolo roccioso e ogni ampia terrazza, diventa cornice decorativa di qualcosa di ben più vivido: la presenza umana, in tutte le sue sfumature antiche e moderne.

Ma con Chiara ci siamo spinte al di sopra di teatri e templi, arrampicandoci fino allo spuntone di roccia che ospitava l’antico castello crociato: Al Habis.

“La vista da qui”
In cima al colle di Al Habis, di fronte a noi il crollo di uno degli ambienti, sotto di noi la vallata di Petra e in alto a sinistra il villaggio beduino di Umm Sayhoun.

“Quando ho fatto la prima richiesta di scavo alle autorità giordane, ho richiesto il territorio di Shawbak, perché volevo indagare meglio il castello. Si sono dimostrati stupiti, mi hanno chiesto ‘Ma come? Non chiedete Petra? Tutti chiedono Petra’, e così ho deciso di chiedere i permessi per entrambi i siti”

Guido Vannini ricorda il suo arrivo in Giordania e una prima ricognizione fatta con l’amico Franco Cardini. Il loro interesse precipuo era rivolto all’indagine topografica, per capire le dinamiche insediative dei periodi crociato-ayyubidi in Transgiordania, e Petra sembrava un luogo già abbondantemente sfruttato dalle campagne archeologiche internazionali che cercavano una gloria più immediata. Ma alla necessità è seguita la virtù e in poco tempo a Vannini e ai suoi collaboratori è risultato chiaro che la presenza crociata a Petra poteva fornire importanti tasselli alla loro più ampia ricerca.

Oggi del castello restano pochi muri e molti crolli, Chiara mi guida con fare sapiente perché è stata proprio lei, insieme a Michele Nucciotti – vice direttore della Missione “Petra Medievale” – a condurre le ultime indagini; nel mettere a fuoco i tagli nella roccia o le chiavi di volta che suggeriscono ampi portali di accesso, prende forma un complesso fortificato ben articolato e posto a guardia di un ampio territorio.

Come nelle migliori tradizioni di avventurosi archeologi sempre in bilico tra la scoperta e l’abuso, ci arrampichiamo per una scala stretta, una sorta di via di fuga concepita in caso di assedio; ma usciamo per la “porta principale” e, dietro a una saltellante Chiara, io mi ritrovo nello stesso dilemma del Prof. Jones, chiamato a fare il “balzo della fede”! L’asse di legno non sembra molto solida eppure mi sostiene negli ultimi passi fuori dal castello.

Tranquilli, tutto sotto controllo!

Il castello verde

L’arrivo a Shawbak mi abbacina e tale resterò per il resto della mattinata: le colline tutt’intorno riflettono questo sole giordano e la poca vegetazione disegna trine impercettibili. Qui protagonista principale è la terra, che ha deciso di modellare un panorama primigenio, per cui ti sembra di essere il primo abitante di un mondo ancora da inventare.

Non è chiaro il significato di Shawbak, ma il toponimo completo è “Qalat Ash Shawbak” che dovrebbe indicare un castello di Shawbak “verde”: dinanzi a noi dobbiamo immaginare un panorama completamente diverso da quello moderno, un Eden ricco di wadi, di ruscelli e di fonti e quindi estremamente rigoglioso. Dalla collina si poteva controllare la via dei Re biblici: talmente efficiente che, in età romana, la via Nova Traiana coincideva in parte con essa.

Per questo, ci dicono le cronache, nel 1115 Re Baldovino fonda Mont Real e costruisce il castello “in quindici giorni”! Una simile iperbolica affermazione non fa che confermare l’esistenza di un insediamento già prima dell’arrivo crociato, indicato sulla Tabula Peutingeriana come Negla (oggi, il centro del paese di Shawbak è chiamato Nigil dai locali). I documenti di questi primi anni indicano le tappe del successivo allargamento del castello, con il quartiere degli ospitalieri e la chiesa di Santa Maria, consacrata nel 1118.

Ma Mont Real diviene ancora più celebre perché incrocia la strada di Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb, al secolo il Saladino (più o meno feroce, a seconda delle cronache); dopo un assedio di due anni il castello viene conquistato dagli Ayyubidi e, come ha ben evidenziato il lavoro degli archeologi, continua la sua vita da vera e propria città fortificata. Dopo di loro giungeranno i Mamelucchi e infine gli Ottomani.

Chiara mi conduce tra porte, sale, ambienti in fase di scavo, mura e torri dal profilo possente. La sua spiegazione è una cavalcata nella storia crociata, di cui Shawbak non era che uno dei forti, a controllo di un’area vastissima. Proprio questo aspetto è al centro di un progetto internazionale per la valorizzazione di tutto il territorio: da una parte l’indagine e la “messa in rete” degli altri castelli e dall’altra il censimento dei tanti villaggi che costellano l’antico percorso crociato. Ora che mi volto a guardare le colline intorno a noi, riesco a vedere le enormi potenzialità di quello che potrebbe diventare un parco storico-archeologico e addirittura un albergo diffuso.

Ma Shawbak si svela a poco a poco e mi sussurra i suoi tesori: abbiamo appena visitato una chiesa situata nella cinta più esterna, il cosiddetto “borgo”, sul lato Sud, quello dove – al di fuori delle mura – si posizionò l’esercito nemico. Chiara riesce a ricostruire per i miei occhi l’assedio del Saladino e mi indica sulle pareti gli interventi post-crociati e le tracce della trasformazione del luogo di culto in semplice magazzino. Quel che ci aspetta fuori dalla chiesa, tuttavia, è decisamente eccezionale: Chiara ripercorre le tappe dello scavo e dello studio delle strutture, quando una prima interpretazione propendeva nel vedere nelle tante piccole vasche gli apprestamenti di una tintoria di età mamelucca.

Solo la costanza e, come capita spesso, un po’ di fortunate coincidenze, hanno permesso di raggiungere l’interpretazione corretta: si tratta di un saponificio, uno dei più antichi in Giordania! Le vaschette dovevano contenere alcune piante alcaline, le cui ceneri servivano a consolidare l’olio d’oliva nella glicerina. Strati di glicerina venivano stesi…nell’ex chiesa e qui tagliati a formare i saponi, così preziosi e diffusi nel Levante.

Ai racconti di Chiara si sovrappongono quelli stratigrafici del prof. Vannini, il quale mi fa riflettere sull’avvicendarsi di culture e sulle “firme” di pietra che spesso restano a imperitura memoria, come cartigli di un passato glorioso. I Mamelucchi abitarono qui dal 1260 al 1517 e con loro il castello visse forse la sua epoca più gloriosa: centro di smistamento di merci, di controllo di vie carovaniere, e di produzione di tessuti e saponi.

Con Chiara torniamo a cercare un po’ d’ombra negli ambienti coperti e nei corridoi formati dai contrafforti interni; giunte presso una delle torri più monumentali ci accorgiamo che al suo interno alcuni operai stanno facendo la loro pausa pranzo. Il castello di Shawbak è infatti già al centro di una riqualificazione dell’area, in vista della valorizzazione culturale: una nuova, più ampia strada farà accedere più comodamente i turisti.

Ultima tappa della nostra visita è la chiesa principale del castello crociato: oggi diroccata in maniera artistica, ci offre giochi di luce di sicuro effetto e custodisce nelle sue viscere il lapidarium del sito. Epigrafi, rilievi, colonne, plutei… qui sotto attendono pazienti e in fila di essere riconosciuti e intanto ricordano tempi remoti e le mani sapienti che hanno dato loro forma.

Esco da Shawbak diversa da come vi ero entrata: il racconto del castello è stato ricco di dettagli e di passione, il sole – da queste parti – non illumina soltanto, ma dà forma alla storia.

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