Delle tre melarance che tu divenga amante

La Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Ct) è un appuntamento che ormai mi appartiene: per ben tre anni di seguito sono stata invitata, inizialmente come testimone di un certo tipo di comunicazione culturale e poi come testimone della Rassegna stessa. Con gli occhi di un’Alice consapevole, ho attraversato i luoghi della manifestazione e ho cercato di raccontarli attraverso immagini e riflessioni.

Quest’anno la mia curiosità ha cominciato ad alimentarsi già all’interno della ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, che accoglie la manifestazione. Un luogo di per sé affascinante, con i candidi stucchi tra le macchie annerite del soffitto, che quest’anno ha ospitato una mostra di costumi scenici, curata da Ariana Talio e dall’Archeoclub di Licodia Eubea, da sempre attento a utilizzare gli spazi della ex chiesa per iniziative culturali di spessore.

Con “Abitare il racconto”, Ariana Talio ha voluto esporre i costumi da lei creati per un allestimento de “L’Amore delle tre melarance”, settecentesca trasposizione teatrale a firma di Carlo Gozzi.

Io sono cresciuta con le “Fiabe italiane” raccolte da Italo Calvino e le tre melarance sono un ricordo indelebile, quasi quanto l’espressione “bianca come il latte, rossa come il sangue”: nella mia mente prende forma all’istante l’immagine di un vecchio albero frondoso, una fonte in pietra, rigorosamente circolare, e infine ragazze esili e bianchissime, dai lunghi capelli e dalle labbra vermiglie. I ricordi si confondono quando si tratta di ricostruire la trama della favola e la spiegazione è semplice: quelli appena menzionati sono gli ingredienti di molti racconti del folklore italiano. I costumi di Ariana Talio mi hanno dato l’opportunità di fare un po’ di ordine nella mia memoria…

A volte mi diverte il pensiero che le favole siano state – e continuino a essere – catalogate: sembra quasi di vedere un grosso mobile in legno scuro, pieno di cassetti nei quali troviamo riferimenti a temi che, combinati in infiniti modi, danno vita a infiniti racconti. Così accade per le tre melarance, eppure la versione di Gozzi ha una genesi ben precisa: il nobile poeta veneziano spiega nei minimi dettagli che la sua favola teatrale è la risposta – per le rime, è il caso di dirlo – alla supponenza di commediografi come Pietro Chiari e Carlo Goldoni, i quali pretendono di far divertire il pubblico portando in scena episodi del quotidiano, grossolani e scostumati, come se solo la rappresentazione della realtà potesse interessare chi frequenta i teatri. Carlo Gozzi vuole dimostrare che il pubblico si diverte a seguire “fiabe fanciullesche” e trame immaginifiche, piene di “maraviglie”.

Così, nella seconda metà del Settecento, Gozzi sforna una serie di opere teatrali che prendono spunto dalle raccolte di Basile o da racconti folklorici diffusi nell’area veneta. La versione di Gozzi acquista una popolarità immediata e diventa un “classico”, cui altri autori attingeranno a piene mani nel corso del successivo secolo romantico: la Turandot di Puccini è debitrice dell’opera gozziana del 1762 e Prokofiev nel 1921 metterà in scena una variante dell’Amore delle tre melarance del Gozzi.

Dettaglio di uno dei costumi, foto di Gregorio Giarrusso.

La versione di Carlo

Carlo Gozzi pubblica un commento ragionato della prima rappresentazione, addì 25 gennaio 1761, quando coinvolse la compagnia teatrale di Antonio Sacchi, già coautore di Goldoni: i teatranti sono esperti improvvisatori di canovacci e all’autore è sufficiente dare loro gli appunti essenziali su come dovrà svolgersi la trama. Tra i protagonisti troviamo la Fata Morgana e il Mago Celio, metaforicamente simboleggianti Pietro Chiari e Goldoni, cioè imbonitori che, ognuno con il suo stile, cercano di sviare il giudizio del pubblico. A Gozzi resta il compito di far divertire con i lazzi della commedia dell’arte e attingendo a piene mani ai racconti delle nonne, cioè a trame che chi assiste allo spettacolo conosce bene, fin da bambino, per cui, tolte le sorprese dell’esito dell’azione, si conserva intatta la voglia di farsi meravigliare:

Aprivasi la scena al cortile del castello di Creonta. Ebbi occasione di conoscere, all’apritura di questa scena con degli oggetti affatto ridicoli, la gran forza che ha ‘l mirabile sull’umanità. Un portone fatto a cancello di ferro nel fondo, un cane affamato, che ululava, e passeggiava, un pozzo con uno viluppo di corda appresso, una fornaia, che spazzava il forno con due lunghissime poppe, tenevano tutto il teatro in un silenzio e in un’attenzione nulla minor di quella ch’ebbero le migliori scene dell’opera de’ nostri due poeti [Chiari e Goldoni]

Carlo Gozzi, Analisi riflessiva della fiaba L’Amore delle tre melarance, in “Racconti di orchi, di fate e di streghe”,
I Meridiani, p. 392.

Melarance e Melagrane

Il racconto inserito nella raccolta di Calvino è intitolato “L’Amore delle tre melagrane” e Calvino stesso traccia, nell’apparato critico, la serie di filiazioni che hanno presumibilmente portato alla versione abruzzese della storia, quella a cui lui fa riferimento. Dunque, “noce, nocciola, castagna, cocomeri, cedri, aranci, mele, melangole, melarance, melagrane”, frutti diversi a seconda del luogo di diffusione della storia, ciò che rimane invariato è il nucleo del racconto: un principe deride una anziana donna, questa si scopre essere una potente strega che lancia una maledizione, il principe è così condannato a struggersi d’amore per tre melarance. Una volta trovate le melarance, il principe deve stare ben attento ad aprirle vicino a una fonte d’acqua: dai frutti escono infatti ragazze bellissime che muoiono di sete. Due non vengono soccorse in tempo, la terza invece sopravvive perché il principe è riuscito a bagnarla prima che fosse troppo tardi. Quindi il ragazzo si allontana per andarle a prendere abiti adatti a una principessa e la strega approfitta per operare una scellerata sostituzione: infilza la testa della fanciulla con uno spillone e questa si trasforma (in colomba o in altro essere, a seconda della versione della storia), al suo posto viene messa una ragazza brutta, solitamente “turca” o “saracina”, e al suo ritorno il principe viene convinto del fatto che si tratti della stessa principessa che lui aveva lasciato “bianca come il latte e rossa come il sangue”. A malincuore il giovane porta al castello la promessa sposa, ma – e qui il racconto può allungarsi notevolmente – un caso fortuito permette alla ragazza della melarancia di riprendere il suo aspetto: vivono tutti felici e contenti, non prima di aver punito atrocemente la mora impostora.

O mythos deloi

Il costume della principessa trasformata in colomba.
Foto di Gregorio Giarrusso.

La versione di Carlo Gozzi è ambientata in un Settecento veneziano, con personaggi cari alla città lagunare, come Pantalone o Brisighella. La vicenda del principe Tartaglia e del fedele Truffaldino sembra a tratti una parodia delle imprese di Don Giovanni e Leporello, ma il principe gozziano è soprattutto la caricatura del giovane ricco e viziato. Il messaggio più importante di tutto il racconto sembra essere “il riso fa buon sangue”: un invito a frequentare il teatro e le belle commedie, a farsi distrarre da scherzi genuini e a cogliere il lato ironico della vita. La parte magica è fondamentale, certo, dal momento che l’azione prende le mosse da un sortilegio e la trama è risolta dallo scontro tra la Fata e il Mago, tuttavia la maledizione è la reazione alla brutta risata suscitata da un’anziana che cade, mentre il gesto che libera la bella principessa giunge alla fine di un’esilarante scena del quotidiano: la colomba che disturba il cuoco e fa bruciare l’arrosto per il re!

Abiti e Abitare

Entrare nella ex chiesa a Licodia il terzo weekend di ottobre significa immergersi in un mondo fatto di racconti: la dimensione cinematografica, le luci basse, lo schermo grande, i soggetti tratti da antiche civiltà e dai loro monumenti più affascinanti. Quest’anno la sensazione di viaggio fantastico è stata amplificata dalle trine e dalle piume, dai colori e dalle maschere disposte lungo le pareti: come antichi guardiani di un mondo di teatro e favola, invitavano al sogno e al sorriso. In fondo basta poco, è sufficiente indossare l’abito o anche solo accostare al volto la maschera di piume e paillettes, ed ecco che la nostra “persona” diventa qualcun altro e agisce secondo altre volontà.

Provo a immaginarmi Carlo Gozzi mentre si aggira orgoglioso tra il pubblico della Rassegna: guardando i volti degli spettatori, tutti intenti a seguire le vicende di archeologi di terra e di mare, italiani o stranieri, avrebbe probabilmente commentato citando se stesso:

la mia audacia cominciava a non esser più colpevole

“Racconti di orchi, di fate e di streghe”, I Meridiani, p. 394.
Foto di Gregorio Giarrusso

Ringrazio di cuore tutto lo staff della Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica di Licodia Eubea, ma soprattutto l’Archeoclub di Licodia Eubea che con Gregorio Giarrusso e Vincenzo Palmieri mi ha fornito i testi e le immagini relativi alla inaugurazione della mostra “Abitare il racconto” e alla brochure esplicativa.

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