L’italiana ad Atene

Una scienza giovane

Quando pensiamo all’archeologia dell’Ottocento ci immaginiamo la frenesia di Heinrich Schliemann – un non archeologo appassionato di Omero – e la calma coscienza scientifica di Carl Blegen, che ha dato ordine agli sterri del mercante svizzero e ci ha restituito la storia di Troia, al di là della leggenda. Oppure scrutiamo sotto la terra che ricopre il piccolo paese di Kastrì e contiamo i riccioli di Antinoo emerso sotto i colpi di pala e piccone diretti da Théophile Homolle, fino a quando lo spirito stesso della Pizia non ci indichi il luogo del tripode e sollevi il sipario sul tempio delfico di Apollo. Il Novecento archeologico si apre invece con la costruzione della leggenda minoica e Sir Arthur Evans impegnato a ridisegnare – letteralmente – il profilo dell’antica Cnosso.

Da sinistra: Arthur Evans, l’architetto Theodore Fyfe e l’archeologo Duncan McKenzie.
In questa immagine mancano i Gilliérons (padre e figlio) pittori e restauratori che contribuirono a ridisegnare l’immaginario minoico. Celebre l’affresco del c.d. Principe dei Gigli, ricomposto con frammenti di vari affreschi dal soggetto affatto diverso.

In questa prolifica stagione di scoperte eccezionali l’Italia si inserisce in punta di piedi e si ritaglia un posto di rilievo, ma distinguendosi per due aspetti: la raffinatezza delle scoperte e l’impostazione politica della ricerca scientifica.

L’Italia protagonista

A fine Ottocento, l’archeologia è una scienza ancora piuttosto giovane e un trentenne di Rovereto, Federico Halbherr è di certo la punta di diamante tra gli studiosi italiani: scopre a Creta, isola greca ancora sotto controllo ottomano, la grande iscrizione greca di Gortina e comincia a tessere una trama complicata, ma dal magnifico disegno, per far diventare l’archeologia italiana protagonista della ricerca nel Mediterraneo.

Gli intellettuali italiani di fine ‘800 sono estremamente attivi a livello internazionale: questo nuovo regno sabaudo deve a tutti i costi emergere e smarcarsi da un certo provincialismo, dovuto a secoli di frammentazione e di sottomissione politica.

Domenico Comparetti

Halbherr può contare sull’appoggio di Domenico Comparetti: filologo romano di stanza a Firenze, importante studioso dei papiri di Ercolano e convinto patrocinatore delle ricerche cretesi, inoltre estremamente influente nella politica del regno. Comparetti è legato a Pigorini da interessi culturali e a Luigi Adriano Milani, Direttore del Regio Museo Etrusco di Firenze, anche da stretta parentela – ne è il suocero – perciò costruisce una rete di contatti che lavorino di concerto per il medesimo, glorioso, fine: la costituzione di una Scuola Archeologica ad Atene, che affianchi le altre scuole straniere già presenti su suolo ellenico e protagoniste di celebri scavi (si pensi, oltre a quelli citati in apertura, anche agli scavi nell’agorà greca di Atene, opera della Scuola Archeologica Americana).

La Scuola dovrà essere finanziata dal Ministero della Pubblica Istruzione, perché il suo ruolo nel panorama culturale internazionale dovrà essere di primo piano; sarà ambasciatrice dell’eccellenza italiana e permetterà di avere in ambito culturale ciò che la politica estera ancora non permette: un ruolo colonialista di prim’ordine. La tappa ateniese è solo la prima del disegno di Halbherr, in seguito arriverà Cirene e la Tripolitania.

Il primo Direttore

Una volta tessuta la complessa struttura della ragnatela, il passo più delicato è la scelta del Direttore: un uomo che dovrà unire all’alta considerazione in ambito scientifico, la capacità di destreggiarsi diplomaticamente nelle piccole trappole politiche che il sistema dell’Accademia italiana è pronto a disporre per intralciare la nascita di questa nuova istituzione, foraggiata dallo Stato e dunque temibile concorrente. Luigi Pernier è studioso rispettato, formatosi a Roma e stretto collaboratore di Milani nel giovane museo fiorentino. Comparetti e Halbherr sono decisi, hanno trovato il loro Direttore. Milani si convince quando capisce che potrà ottenere dal suo protetto quei pezzi egei che gli mancano per provare la contiguità tra la civiltà etrusca e quella anatolica.

Luigi Pernier

Pernier diventa il primo Direttore della SAIA, ma il suo nome è ricordato soprattutto in connessione con il c.d. Disco di Festòs, da lui scoperto e studiato. I suoi anni ateniesi trascorrono in perfetto accordo con la sua personalità schiva e solo la lettura delle lettere e degli appunti permette di comprendere a fondo quanto essenziale sia stato il suo ruolo nel cucire rapporti e costruire relazioni, nell’impostare il lavoro di studio e nell’organizzare la biblioteca della Scuola.

Ma siamo in Italia, benché su suolo greco, e le insidie della burocrazia sono più forti di qualsiasi merito: gli anni alla SAIA non gli sono riconosciuti e Pernier deve rientrare in Italia e sperare di guadagnare punteggio lavorando per il Museo di Firenze, la Soprintendenza fiorentina, l’Università degli Studi. La figura di studioso serio e meticoloso diventa il suo biglietto da visita allorché cambia ambito accademico mantenendo ruoli direttivi di grande responsabilità.

La Scuola Archeologica Italiana di Atene deve molto a Luigi Pernier e nel 2009, celebrando il centenario della fondazione, ha pubblicato un numero speciale dell’Annuario dove ho avuto il piacere e l’onore di ricordare la figura dello scienziato e dell’uomo: destinato a rivestire luoghi direttivi per dare una veste seria a giochi di un potere giovane e già corrotto.

Questo il mio articolo:

Nota a margine

Nel 2002 arrivai in odòs Parthenònos, archeologa piena di speranze, già bagnata nelle acque dell’Egeo durante l’Erasmus a Salonicco del 1999. Nel cuore il corso accademico sulle stele funerarie attiche del professor Luigi Beschi e la lettura di Zorba il Greco di Katzanzakis, l’idea di poter studiare archeologia a stretto contatto con quella Grecia – classica, romana, bizantina, romantica – che aveva dato forma alla mia idea di umanità era per me fonte di grande emozione e costante stupore. Nell’estate di quel mio primo anno la Lega si scagliò, dalle pagine della Padania, contro gli sprechi del governo e, tra le tante voci, si sottolineava la follia di finanziare una istituzione straniera…proprio la nostra Scuola Archeologica che, ancorché Italiana, aveva sede ad Atene (!). Ma non si trattava di una situazione limitata al 2002: la apparente “incongruenza” emerge periodicamente nelle interrogazioni parlamentari e in qualche articolo di colore, volto a far sollevare sopracciglia annoiate.

Ebbene, la storia della SAIA parla di eccellenze, di studiosi fondamentali per la comprensione del nostro passato. Scorrendo i nomi dei Direttori e degli allievi, ripercorriamo le tappe della conoscenza delle nostre radici e nei confronti di quegli uomini e di quelle donne dobbiamo essere grati; le pastoie burocratiche hanno sempre assediato le stanze e la biblioteca della Scuola, ma quelle sale hanno continuato a produrre il meglio della ricerca archeologica italiana.

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