Il museo delle storie

Siamo giunti alla settima edizione di Archeoracconto e questa volta, ad accoglierci e guidarci tra le storie della storia, è stato il Museo Archeologico Nazionale di Venezia.

Si è trattato di una giornata molto partecipata, grazie soprattutto alla sapiente opera di fidelizzazione fatta dal Museo negli ultimi anni: l’istituzione ispira fiducia e invita alla partecipazione, perciò chi si è presentato il 5 ottobre era già un affezionato visitatore delle sale allestite in fondo al lungo braccio del Correr.

I reperti del Museo Archeologico di Venezia hanno tutte le carte in regola per diventare protagonisti di decine di archeoracconti: sono di nobile origine (sia per la qualità della fattura che per essere stati esposti nei palazzi di famiglie facoltose e importanti), hanno viaggiato (molti gli originali greci), raccontano il passato da un punto di vista privilegiato (molte le iscrizioni cretesi).

Curiosamente, guardando la serie di soggetti protagonisti degli archeoracconti, proprio nella città lagunare troviamo in prima posizione un bronzetto del dio del mare!

In queste giornate di tribolazioni per i veneziani, vale la pena ricordare lo stretto legame della città con il tridente di Poseidone/Nettuno, croce e delizia di un (mai) perduto amor…

Giambattista Tiepolo – Venezia riceve l’omaggio di Nettuno – 1745-50
(immagine da wikicommons)

I ringraziamenti sono tanti, questa volta, perché più numerosi del solito sono stati i contributi. Inoltre abbiamo una novità! Come spiegammo fin dalla prima edizione, l’archeoracconto può rivelarsi sotto qualunque forma, anche di graphic novel, o di haiku, ebbene, questa volta abbiamo un gioco di enigmistica e un… Gioco dell’Oca! Anzi, gioco dell’Archeoca! Lo potrete scaricare separatamente e divertivi a orientarvi nelle sale di un museo di carta.

Con l’insostituibile aiuto di Marina Lo Blundo, splendida sparring partner del progetto Archeoracconto, con l’affettuoso aiuto di Anna Buia all’impaginazione, e infine con l’aiuto professionale e coinvolgente di Marcella De Paoli e di tutto lo staff del Museo Archeologico Nazionale di Venezia, vi presentiamo oggi:

Qui invece:

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Cronache dal deserto – 3. Castelli di sole

Questa è la cronaca di 3 giorni in Giordania, a Wadi Mousa, sotto la guida esperta di Chiara Marcotulli, di Archeosangallo, uno spin-off accademico dell’Università di Firenze. Un viaggio di scoperte e di emozioni che condivido con voi, segnalandovi che con i viaggi Azalai, questa opportunità è alla portata di tutti!

Quando mi è stato proposto di visitare Petra, ospite della Missione italiana “Petra Medievale” a Wadi Mousa, ho accettato con entusiasmo: visitare Petra con Chiara Marcotulli significa apprezzarne tutta la carica medievale, mentre le chiacchierate con il Prof. Guido Vannini permettono di inquadrare i luoghi da cartolina in una cornice ben più ampia di pittoresche fessure nella terra. Petra e Shawbak sono state tappe fondamentali dell’insediamento crociato nella regione e la missione italiana è proprio quella di documentare le fasi crociate e quelle Ayyubidi fino ad arrivare ai Mamelucchi.

L’arrivo a Petra è stato naturalmente denso di emozione: ho cercato di raccontare qui l’effetto così straniante del sentirsi ospiti nella comunità degli storici venditori (beduini e non) e dei loro negozi o tende. L’aspetto archeologico, vale a dire l’abilità dei Nabatei nel costruire tombe monumentali o dei Romani di modellare a loro piacimento ogni angolo roccioso e ogni ampia terrazza, diventa cornice decorativa di qualcosa di ben più vivido: la presenza umana, in tutte le sue sfumature antiche e moderne.

Ma con Chiara ci siamo spinte al di sopra di teatri e templi, arrampicandoci fino allo spuntone di roccia che ospitava l’antico castello crociato: Al Habis.

“La vista da qui”
In cima al colle di Al Habis, di fronte a noi il crollo di uno degli ambienti, sotto di noi la vallata di Petra e in alto a sinistra il villaggio beduino di Umm Sayhoun.

“Quando ho fatto la prima richiesta di scavo alle autorità giordane, ho richiesto il territorio di Shawbak, perché volevo indagare meglio il castello. Si sono dimostrati stupiti, mi hanno chiesto ‘Ma come? Non chiedete Petra? Tutti chiedono Petra’, e così ho deciso di chiedere i permessi per entrambi i siti”

Guido Vannini ricorda il suo arrivo in Giordania e una prima ricognizione fatta con l’amico Franco Cardini. Il loro interesse precipuo era rivolto all’indagine topografica, per capire le dinamiche insediative dei periodi crociato-ayyubidi in Transgiordania, e Petra sembrava un luogo già abbondantemente sfruttato dalle campagne archeologiche internazionali che cercavano una gloria più immediata. Ma alla necessità è seguita la virtù e in poco tempo a Vannini e ai suoi collaboratori è risultato chiaro che la presenza crociata a Petra poteva fornire importanti tasselli alla loro più ampia ricerca.

Oggi del castello restano pochi muri e molti crolli, Chiara mi guida con fare sapiente perché è stata proprio lei, insieme a Michele Nucciotti – vice direttore della Missione “Petra Medievale” – a condurre le ultime indagini; nel mettere a fuoco i tagli nella roccia o le chiavi di volta che suggeriscono ampi portali di accesso, prende forma un complesso fortificato ben articolato e posto a guardia di un ampio territorio.

Come nelle migliori tradizioni di avventurosi archeologi sempre in bilico tra la scoperta e l’abuso, ci arrampichiamo per una scala stretta, una sorta di via di fuga concepita in caso di assedio; ma usciamo per la “porta principale” e, dietro a una saltellante Chiara, io mi ritrovo nello stesso dilemma del Prof. Jones, chiamato a fare il “balzo della fede”! L’asse di legno non sembra molto solida eppure mi sostiene negli ultimi passi fuori dal castello.

Tranquilli, tutto sotto controllo!

Il castello verde

L’arrivo a Shawbak mi abbacina e tale resterò per il resto della mattinata: le colline tutt’intorno riflettono questo sole giordano e la poca vegetazione disegna trine impercettibili. Qui protagonista principale è la terra, che ha deciso di modellare un panorama primigenio, per cui ti sembra di essere il primo abitante di un mondo ancora da inventare.

Non è chiaro il significato di Shawbak, ma il toponimo completo è “Qalat Ash Shawbak” che dovrebbe indicare un castello di Shawbak “verde”: dinanzi a noi dobbiamo immaginare un panorama completamente diverso da quello moderno, un Eden ricco di wadi, di ruscelli e di fonti e quindi estremamente rigoglioso. Dalla collina si poteva controllare la via dei Re biblici: talmente efficiente che, in età romana, la via Nova Traiana coincideva in parte con essa.

Per questo, ci dicono le cronache, nel 1115 Re Baldovino fonda Mont Real e costruisce il castello “in quindici giorni”! Una simile iperbolica affermazione non fa che confermare l’esistenza di un insediamento già prima dell’arrivo crociato, indicato sulla Tabula Peutingeriana come Negla (oggi, il centro del paese di Shawbak è chiamato Nigil dai locali). I documenti di questi primi anni indicano le tappe del successivo allargamento del castello, con il quartiere degli ospitalieri e la chiesa di Santa Maria, consacrata nel 1118.

Ma Mont Real diviene ancora più celebre perché incrocia la strada di Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb, al secolo il Saladino (più o meno feroce, a seconda delle cronache); dopo un assedio di due anni il castello viene conquistato dagli Ayyubidi e, come ha ben evidenziato il lavoro degli archeologi, continua la sua vita da vera e propria città fortificata. Dopo di loro giungeranno i Mamelucchi e infine gli Ottomani.

Chiara mi conduce tra porte, sale, ambienti in fase di scavo, mura e torri dal profilo possente. La sua spiegazione è una cavalcata nella storia crociata, di cui Shawbak non era che uno dei forti, a controllo di un’area vastissima. Proprio questo aspetto è al centro di un progetto internazionale per la valorizzazione di tutto il territorio: da una parte l’indagine e la “messa in rete” degli altri castelli e dall’altra il censimento dei tanti villaggi che costellano l’antico percorso crociato. Ora che mi volto a guardare le colline intorno a noi, riesco a vedere le enormi potenzialità di quello che potrebbe diventare un parco storico-archeologico e addirittura un albergo diffuso.

Ma Shawbak si svela a poco a poco e mi sussurra i suoi tesori: abbiamo appena visitato una chiesa situata nella cinta più esterna, il cosiddetto “borgo”, sul lato Sud, quello dove – al di fuori delle mura – si posizionò l’esercito nemico. Chiara riesce a ricostruire per i miei occhi l’assedio del Saladino e mi indica sulle pareti gli interventi post-crociati e le tracce della trasformazione del luogo di culto in semplice magazzino. Quel che ci aspetta fuori dalla chiesa, tuttavia, è decisamente eccezionale: Chiara ripercorre le tappe dello scavo e dello studio delle strutture, quando una prima interpretazione propendeva nel vedere nelle tante piccole vasche gli apprestamenti di una tintoria di età mamelucca.

Solo la costanza e, come capita spesso, un po’ di fortunate coincidenze, hanno permesso di raggiungere l’interpretazione corretta: si tratta di un saponificio, uno dei più antichi in Giordania! Le vaschette dovevano contenere alcune piante alcaline, le cui ceneri servivano a consolidare l’olio d’oliva nella glicerina. Strati di glicerina venivano stesi…nell’ex chiesa e qui tagliati a formare i saponi, così preziosi e diffusi nel Levante.

Ai racconti di Chiara si sovrappongono quelli stratigrafici del prof. Vannini, il quale mi fa riflettere sull’avvicendarsi di culture e sulle “firme” di pietra che spesso restano a imperitura memoria, come cartigli di un passato glorioso. I Mamelucchi abitarono qui dal 1260 al 1517 e con loro il castello visse forse la sua epoca più gloriosa: centro di smistamento di merci, di controllo di vie carovaniere, e di produzione di tessuti e saponi.

Con Chiara torniamo a cercare un po’ d’ombra negli ambienti coperti e nei corridoi formati dai contrafforti interni; giunte presso una delle torri più monumentali ci accorgiamo che al suo interno alcuni operai stanno facendo la loro pausa pranzo. Il castello di Shawbak è infatti già al centro di una riqualificazione dell’area, in vista della valorizzazione culturale: una nuova, più ampia strada farà accedere più comodamente i turisti.

Ultima tappa della nostra visita è la chiesa principale del castello crociato: oggi diroccata in maniera artistica, ci offre giochi di luce di sicuro effetto e custodisce nelle sue viscere il lapidarium del sito. Epigrafi, rilievi, colonne, plutei… qui sotto attendono pazienti e in fila di essere riconosciuti e intanto ricordano tempi remoti e le mani sapienti che hanno dato loro forma.

Esco da Shawbak diversa da come vi ero entrata: il racconto del castello è stato ricco di dettagli e di passione, il sole – da queste parti – non illumina soltanto, ma dà forma alla storia.

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Cronache dal deserto – 2.Passioni

Chiara Marcotulli

Questa è la cronaca di 3 giorni in Giordania, a Wadi Mousa, sotto la guida esperta di Chiara Marcotulli, di Archeosangallo, uno spin-off accademico dell’Università di Firenze. Un viaggio di scoperte e di emozioni che condivido con voi, segnalandovi che con i viaggi Azalai, questa opportunità è alla portata di tutti!

Da 30 anni, ormai, il Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze conduce scavi presso i castelli crociati di Petra, e da 20 a Shawbak, e quest’anno la missione si è trasferita in una nuova casa a Wadi Mousa, che dovrebbe diventare, secondo il disegno del prof. Guido Vannini, un centro aperto a studiosi di varie discipline archeologiche.

Basta poco per essere felici: una finestra, una zanzariera e il bacio del sole.

Per motivi logistici legati al trasloco, dunque, la campagna di scavo di quest’anno si è tenuta in estate (normalmente avviene in ottobre-novembre) e i componenti della missione archeologica mi hanno accolto con grande…ehm, calore!

Ho riassaporato le dinamiche della vita da scavo, con i ritmi del lavoro sul campo che devono necessariamente coordinarsi alla gestione delle necessità quotidiane (spesa, pulizie, economia domestica…).

Pausa pranzo tra le rovine del castello. Da sinistra a destra: Elena Casalini, Raffaele Ranieri e Lorenzo Fragai. Giacomo Ponticelli assente giustificato: a casa a progettare la ricognizione!

Chiara, Elena, Raffaele, Lorenzo, Giacomo hanno tra loro la familiarità data dalla condivisione delle difficoltà quotidiane: sorrisi e occhi si illuminano quando ti raccontano la loro Giordania, i progressi delle indagini archeologiche e i rapporti con la comunità che li ha accolti tanti anni fa.

E poi c’è Elena Ronza: occhi verdi che ti avvolgono in un abbraccio e la naturale praticità di chi è abituato a risolvere problemi. Da qualche anno Elena ha avviato una cooperativa con sede nel villaggio beduino di Uum Sayhoun, costruito per alloggiare le famiglie che, tradizionalmente, vivevano dentro Petra, dove hanno mantenuto i loro negozi. Qui è nata: Sela for vocational training and protection of cultural heritage.

Il fine dichiarato della cooperativa è “fare formazione“, vale a dire istruire gli operai al lavoro negli scavi archeologici del territorio. In una cultura del bakshish, cioè della mancia allungata agli operai per garantire che i ritrovamenti più importanti non prendano il volo verso collezioni private o musei stranieri, l’iniziativa di Elena mira a fornire una preparazione tecnica ma anche storica e culturale: operai, sì, ma soprattutto cittadini giordani, coinvolti nella gestione dei beni culturali del proprio Paese.

L’anno scorso la cooperativa ha aperto anche una biblioteca per bambini, riscuotendo grande successo e assumendosi il compito, non meno ambizioso, di contrastare l’abbandono scolastico degli studenti beduini. In una società che non riesce ancora a integrarli, i ragazzi beduini sono spesso poco seguiti dagli insegnanti arabi.

Questo è poi il secondo anno in cui la cooperativa Sela, di concerto con Archeosangallo e con l’istituto Dante Alighieri di Amman, organizza laboratori per bambini. Quello che per noi è la normale attività di didattica, con rievocazioni e cacce al tesoro a tema, visite guidate da personaggi in costume, ecc. a Wadi Mousa e Shawbak è una novità che potrebbe aiutare i giovani giordani a riappropriarsi del loro passato e a ipotecare il proprio futuro.

In un contesto sociale che celebra i laureati con feste di paese e gigantografie affisse nel centro cittadino, la storia antica resta un mondo poco esplorato e spesso affidato all’iniziativa di istituzioni straniere. I Laboratori Archeologici Sangallo, e quindi l’Università di Firenze, insieme a Sela hanno dato vita a “Archaeosharing: le storie di tutti”, un progetto di collaborazione e condivisione, che dalle belle parole passa a fatti ancora più ricchi di entusiasmo.

Ascolto Chiara e mi emoziono con lei. Ogni tanto ci raggiunge il professore e anche dalle sue parole capisco quanto è stato investito in questa missione archeologica, in termini di speranze e desideri, non meno che in termini di conoscenza e studio. E poi ci sono i ragazzi, ognuno con i propri progetti, che partono da un frammento di ceramica, o dalla superficie traslucida di un vetro, o ancora dalla sala di un palazzo, che potrebbe rivelare collegamenti architettonici e culturali distanti chilometri, e infine da una ricognizione in quello che oggi ci appare deserto, ma che nasconde tracce di vite lontane. Per ognuno di loro Wadi Mousa è “casa”, nell’accezione più antica del termine: orgogliosi mi raccontano le loro storie attorno a un tavolo in plastica che, fino a qualche ora prima, era servito a stabilire le priorità nella campagna di scavo di questa calda estate giordana.

Un “mandi”, una grigliata sotto le stelle. La condivisione del pasto è da millenni un gesto di integrazione rituale e io sono grata a questa comunità di sognatori, che mi ha accolto e ha condiviso con me cibo e passioni.

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Cronache dal deserto – 1. Sorrisi

Chiara Marcotulli

Questa è la cronaca di 3 giorni in Giordania, a Wadi Mousa, sotto la guida esperta di Chiara Marcotulli, di Archeosangallo, uno spin-off accademico dell’Università di Firenze. Un viaggio di scoperte e di emozioni che condivido con voi, segnalandovi che con i viaggi Azalai, questa opportunità è alla portata di tutti!

Un uomo sorridente mi saluta in inglese e mi invita a salire sul suo taxi. Sono appena atterrata ad Amman e lui è Bilal, l’autista inviato dagli archeologi italiani per accompagnarmi a Wadi Mousa, ovvero Petra, sede della Missione Archeologica Italiana dell’Università di Firenze.

Sono le nove di sera, il viaggio comincia e, dopo una sosta veloce per mangiare qualcosa, dopo una serie di convenevoli e di chiacchiere amichevoli, Bilal inserisce il CD dei Greatest Hits di Whitney Houston. È fatta. Mi ha definitivamente conquistato e il suo taxi sfreccia nella buia sera del deserto giordano, con le altissime note della Venere nera che coprono appena le nostre due voci, unite in un duetto da Wembley Stadium.

Inizia così il mio viaggio in Giordania: arrivo di notte, avvolta dalla musica della mia adolescenza e riemergo il mattino successivo in una luce che mi ricorda di appartenere al Mediterraneo più meridionale che c’è, con un cognome che sa di Levante.

Lucerna bilichne con Mosé che fa scaturire la sorgente. III-IV secolo d.C.
Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Sono a Petra, anzi a Wadi Mousa, cioè il luogo in cui Mosé ha fatto scaturire una sorgente d’acqua toccando una roccia con il suo bastone; il luogo in cui il fratello Aronne è stato sepolto; il luogo in cui Mosé ha cominciato a credere veramente nella Promessa di una Terra, ma troppo tardi.

Ma sono nel luogo di Indiana Jones e l’Ultima Crociata, il luogo del sacro Graal, il luogo di mille e una foto: sono a Petra.

Il negozio degli Amarat è il primo che si incontra, prima ancora di insinuarsi nel percorso scavato nella roccia che conduce al cuore di Petra. Qui prendono forma racconti di sabbia in comode bottigliette.

Ci sono molti modi per vedere Petra, ma di certo, l’opportunità di essere accompagnati da chi lavora da anni in questi luoghi aggiunge un valore incommensurabile. Anzi, un modo per misurarlo c’è e sono i sorrisi: quelli di Salman, ad esempio, e della famiglia Amarat, l’uno, un beduino che in perfetto inglese racconta storie da Mille e una Notte e gli altri, esperti mercanti, guidati dal poliedrico (e poliglotta) Adel, che incantano con la loro mercanzia, fatta di frammenti di vita nel deserto. Il sorriso di Mofleh, che Lonely Planet e National Geographic presentano come una tappa imperdibile per chi voglia vivere un’esperienza unica a Petra: pranzare in una tomba nabatea! Mofleh ci offre un tè squisito, mentre alle sue spalle tre turisti si alzano satolli e sorridenti da tavola. Chiara mi racconta di averlo conosciuto durante una serie di campagne di scavo nel castello crociato che sovrasta la sua casa nabatea: la loro amicizia si è saldata soprattutto quando l’archeologa è stata impegnata in una serie di rilievi, in solitaria, tra le rovine del castello. In quell’occasione, il premuroso beduino la rifocillava e la riscaldava con tè e cibo.

Mofleh Bdoul ci accoglie sotto una tenda, offrendoci del tè beduino e un’arancia.

Sorriso, con forse ancora meno denti, è quello di Abu Ali, divenuto celebre quando il governo lo ha allontanato dall’ingresso di Shawbak, dove la sua tenda beduina turbava la solennità del castello e per questo andava rimossa. La soluzione di Abu Ali è stata brillante: si è spostato lungo la strada di accesso al sito storico, ricavando un nuovo negozio in una delle varie caverne scavate in epoche imprecisate nella roccia, piantando una nuova tenda, ma soprattutto recuperando un vecchio Maggiolino e trasformandolo nell’Albergo più piccolo del mondo!

L’albergo più piccolo del mondo! E sullo sfondo il castello di Shawbak.

Unica stanza l’abitacolo della macchina, ma vista sul castello assicurata! Un colpo di genio che gli ha fruttato articoli, una tesi di laurea (!) e premi. Quando gli chiedo il permesso di scattare alcune foto del nuovo negozio, Abu Ali indossa una kefiah e mi fa capire di voler figurare nella foto.

Abu Ali nel suo negozio

Di sorriso in sorriso, di tè in tè, la mia visita a Petra e Shawbak si è rivelata una vera sorpresa. Pensavo di essere già fortunata perché potevo contare sulla guida di una amica, capace archeologa, impegnata da anni in quei luoghi. In realtà, Chiara si è rivelata una chiave preziosa per aprire uno scrigno pieno di profumi, colori, volti, vite: il sito archeologico ha fatto da cornice alla storia di una comunità, che ha vissuto in mezzo alle rovine di civiltà lontane nel tempo. Un enorme contenitore di storie, ecco cosa è Petra, un gioco di scatole cinesi che permette di sperimentare il corso eterno del Tempo.

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