“Soprattutto, non affrettare il viaggio”

Odissea è
una fila di macchine bloccate dal CID di un autobus di linea e di un Citysighteeing…
è
un serbatoio che diminuisce improvvisamente il livello di benzina
è
la decisione repentina di parcheggiare e di salire a piedi “due tornanti” (unità di misura personale che corrisponde più o meno a una parasanga di erodotiana memoria).

Odissea è pagare l’obolo al Caronte di turno e poi versare un po’ del proprio sangue di capretto espiatorio, attendendo che la madre si abbeveri e cominci a parlare.

Disse così e benché dubbioso nell’animo io volevo
abbracciare l’immagine di mia madre morta.
Tre volte tentai e mi spinse ad abbracciarla il mio animo,
e tre volte mi volò dalle mani simile a un’ombra
o a un sogno.                        (Od XI 206-8)

E poi abbracciarla, sperando che torni negli occhi un guizzo, che ci dica che è lì, che è presente. Il guizzo arriva, ma la presenza rimane effimera, intrappolata in un mondo troppo lontano.

Odissea è
muovermi tra parole e suoni e voci, dare retta a tutti e non ascoltare nessuno.

Odissea è
rimanere in attesa su sedili di pietra antica, aspettando il canto della sirena. Eccezionalmente barbuta, ma non erano forse uomini i primi esseri a venir indicati come sirene?

Odissea
è aspettare che cali la sera, per potersi estraniare del tutto.

Finalmente arriva lui, il cantante/cantore dall’animo semplice e dalla voce che si traveste in mille suoni diversi. Vinicio Capossela è solo uno dei tanti attori e cantanti invitati a interpretare Omero. L’Omero dell’Odissea, beninteso. E così, per una sera Fiesole si trasforma in una piazza di paese di migliaia di anni fa. Quando l’estro di un cieco inchiodava occhi sgranati e bocche aperte ad ascoltare le peripezie dell’eroe di turno.

Splendido ascoltare i versi declamati tra un’arpa e un oud (strumento a corde, a metà tra un mandolino e un bouzouki), proprio come quegli antichi cantori che si facevano accompagnare da uno strumento a corda.
Vinicio ripercorre le tappe più importanti della vicenda di Odisseo e torna più volte sul concetto di viaggio e di ritorno, che però non si conclude come ci raccontano i classici.
La vera svolta sta nell’idea dissacratoria di Chinaski, il quale si immagina Odisseo già su una nave dopo soli 3 giorni di permanenza nella casa ritrovata!

Tutti interessanti gli spunti della riflessione di Capossela, eppure, quello con più forza è di nuovo un classico della letteratura:

 

 

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’ Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

“O frati”, dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Dante Alighieri, La Divina Commedia, XXVI.

Questo è l’Odisseo che mi ha stregato il cuore fin dal primo incontro: un uomo che vuole conoscere, che per amore della conoscenza rischierebbe anche la vita (cosa che fa con le Sirene).

Infine una domanda a cui Capossela non ha saputo dare voce: dove sta tornando Odisseo? Perché lo sta facendo? Il suo viaggio lo mette a contatto con mondi diversi, genti straniere, situazioni al limite del favoloso. Ma allora perché tornare? In fondo, lui continua a procrastinare il ritorno. Non sono sventure quelle che gli capitano (come suggerisce il buon Vinicio), ma tentativi di vivere quante più avventure possibili, perché, una volta a casa, tutta questa libertà svanirà e saremo di nuovo imprigionati nei ruoli del quotidiano.

Odissea
è chiedersi: dove sto andando? da chi sto tornando? dove?

Domani torno sull’isola, la mia Itaca personale. Il resto, si vedrà.

*il titolo è tratto da “Itaca”, poesia di K. Kavafis.

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Ogni Santa è illuminata!

Una breve gita fuori porta, tre giorni nella luce bianca del Salento, in un paesino affascinante della Grecìa: ecco cosa mi ha fatto imbattere in una Santa dal nome tanto comune quanto significativo, Santa Domenica.

Domenica fa parte della “bella gioventù” martirizzata da Diocleziano: i nomi più importanti del calendario cattolico sono da cercare proprio nella stagione delle persecuzioni dioclezianee, a quanto pare la più feroce o comunque quella cui si riconducono le figure principali del culto cattolico.

Ma fin dalle prime battute della sua agiografia, capiamo di trovarci di fronte a un personaggio emblematico, che racchiude in sé ben più di una tradizione. Innanzitutto il nome: Domenica è solo un tentativo normalizzante di un nome ben più greco, Ciriaca (Kyriakì, da Kyrìa, corrispettivo di Domina) che colloca la ragazza nell’Italia cattolica di rito bizantino.
Tropea, infatti, è il luogo di nascita più accreditato (conteso con una vita in Asia Minore) e qui, in Calabria, si contano i culti più importanti dedicati alla Santa.
La morte di Domenica risponde ai canoni comuni di quei martiri di III-IV secolo: la fibra “coriacea” che sollecita la creatività dei torturatori. La ragazza non vuole morire e a nulla valgono i numerosi tentativi, alla fine un colpo netto al collo toglie tutti dall’imbarazzo e consegna Ciriaca/Domenica alla migliore tradizione martirologica.

Un altro aspetto della vita di Domenica è altamente simbolico: il momento in cui il culto viene riesumato e normalizzato corrisponde a una delle tante epidemie di peste del ‘600 (sì, proprio il secolo del famoso, nordico, Lazzaretto). Domenica comincia ad essere invocata dai malati e moribondi, ma noi qui vogliamo occuparci di una sua apparizione ben precisa: quella a Scorrano, ridente paesino in provincia di Lecce!

A Scorrano, nome probabilmente derivato dal toponimo di un predium dato a un veterano romano, Domenica appare in sogno a una donna anziana (così negli annali agiografici) e le comunica di aver “deciso di diventare la patrona di Scorrano”.

Dopo la ragazza con la pistola, ecco la Santa con la spada. Davvero un’Atena di periferia…

Quasi come una Atena di periferia, dunque, decide di dare un regalo agli abitanti del paese, tale da far loro decidere di venerarla in eterno come Santa patrona: li libera dalla peste. E chiede, tra l’altro, che per commemorare questo momento essi accendano lumini in tutto il paese, in suo onore.

Ebbene, la ricorrenza di Santa Domenica si celebra tra il 5 e il 7 luglio sia in Calabria che in Puglia: il 6 sarebbe il giorno del rito, ma il triduo è sempre un ottimo modo per coinvolgere l’intera popolazione.
E le luci tanto richieste dalla Santa?
Mentre negli altri paesi si tratta, come sempre, per lo più di fuochi d’artificio, a Scorrano la richiesta della Santa incontra una tradizione che risale probabilmente già alla metà del ‘500: le luminarie con cui si addobbano chiese e abitazioni più importanti.

Inizialmente si tratta di candele, messe in bilico sui davanzali; poi si cominciano a modellare dei veri e propri telai che rivestono i muri in pietra e che accolgono le luci tremolanti. Ma con il progredire della scienza, ecco che le luci diventano sempre più moderne, fino ad arrivare all’esperienza attuale.

I tre giorni salentini cui accennavo all’inizio di questa riflessione sono stati in realtà una interessante esperienza di comunicazione organizzata dal Comune di Corigliano d’Otranto e inserita nella iniziativa denominata #santilumi …(eh già!): un tuffo nella tradizione di alcuni paesi della Grecìa salentina e nell’attività di due industrie di spicco della zona. Una di queste realtà industriali è la Mariano Light, protagonista della festa di Santa Domenica a Scorrano!

Ecco l’allestimento di Mariano Light per la festa del 2015

Non si tratta di luci, né di luminarie: siamo di fronte a un evento di suoni e luci che sa di performance artistica. I telai in legno sono ricoperti di lampadine e di circuiti, così che la tecnologia del led e dell’rgb crea uno spettacolo che, mediante un software, traduce in ritmi di luce canzoni pop di famosi artisti.

In un mattino di inizio giugno, mentre il cielo inclemente scatenava una pioggia improvvisa e monsonica, io e alcuni amici ci siamo ritrovati a bocca aperta a visionare le performance della ditta Mariano: a New York, Milano, Parigi, Pechino per stupire i clienti di Louis Vuitton o Bulgari, ma soprattutto a Scorrano, per ripercorrere le orme di una storia fatta di uomini e delle loro idee luminose!

Il vero esempio di made in Italy, con disegnatori e sviluppatori, con falegnami ed elettricisti: una macchina perfetta per produrre emozioni di luci e suoni!
Qui potete trovare alcuni dei video più emozionanti: MarianoLight-video

Concludo questo piccolo racconto delle luci di Santa Domenica con un ricordo che riguarda chi ci ha fatto da guida nella ditta Mariano: negli occhi un guizzo di vera eccitazione mentre ripercorreva gli anni in cui, bambina, si preparava alla festa patronale. Non importa quanto internazionale sia diventata la ditta oggi, per lei l’emozione più grande è quella di preparare le luci per Santa Domenica.

Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
(…)
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l’altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s’affretta, e s’adopra
di fornir l’opra anzi al chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l’ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio.

P.S. colgo l’occasione di Santa Domenica per cominciare a pubblicare una serie di ricordi e riflessioni legati al tour #santilumi17. Un’esperienza bellissima, condivisa con Marina Lo Blundo e Mattia Mancini. Grazie ancora all’amministrazione comunale di Corigliano d’Otranto e all’organizzazione di CoolClub e Swapmuseum.

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Archeoracconto vol. 2

Ecco la seconda puntata di Archeoracconto!

Questa volta nella preziosa cornice della Centrale Montemartini, a Roma.

La CentraleArcheologia

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Genti straniere

Chissà a cosa pensava Ulisse, mentre navigava sul mare color del vino. Chissà a cosa pensava Omero, o chi per lui, mentre cantava di tempeste, bonacce, scogli lanciati e capi doppiati, in quella grande pianura semovente che era il mare Mediterraneo.

Una cosa è certa: le coste tirreniche, nella fattispecie quelle campane, erano luoghi dal fascino ambiguo. Per questo voglio cominciare il resoconto del viaggio dentro “Pompei e i Greci” con l’immagine del sommo pericolo: le sirene. Lo stamnos trovato a Vulci ma conservato al British Museum e prestato per la mostra pompeiana, riassume bene diversi aspetti di “Pompei e i Greci”. È una delle immagini più usate per illustrare l’episodio omerico, ritrae un braccio di mare che, in linea di massima, si può identifcare con Punta Campanella, cioè con la penisola sorrentina, molto vicino a Pompei, ed è stato trovato a Vulci, dunque collega la tradizione greca con il gusto etrusco, e gli Etruschi sono i coprotagonisti della mostra.

Fotogrammi da “Gli ultimi giorni di Pompei”, film del 1913

La visita di Pompei non sembra riservare più sorprese, anche al più smaliziato degli appassionati di archeologia: le case, i thermopolia, l’anfiteatro, i santuari, i due fori, i lupanari e le terme, tutto è stato raccontato e rappresentato. Gli ultimi giorni di Pompei sono stati declinati in mille e un modo, una sorta di continuo effetto “sliding doors”, dove, a seconda della capacità del regista o del romanziere, i poveri corpi degli abitanti in fuga sono stati protagonisti dei delitti più efferati o delle storie d’amore più appassionate.

“Pompei e i Greci” ci parla non degli ultimi ma dei primi giorni della città: di quando, cioè, i cinque pagi (seguendo una possibile etimologia del termine di origine osca, pompe = 5) hanno unito le loro forze e i loro interessi e hanno messo in piedi un centro commerciale di sicuro successo.
La casa editrice che ha curato la pubblicazione del catalogo, Electa, ha preso la decisione illuminata di promuovere la mostra anche attraverso l’opera social di blogger di

Antonia Falcone e Marina Lo Blundo (Generazione di Archeologi), archeoblogger all’inaugurazione di “Pompei e i Greci”

archeologia e, grazie al tramite di Professione Archeologo (Antonia Falcone) ho avuto la possibilità di far parte dei selezionati blogger chiamati “all’arrembaggio”!

Giovanna Baldasarre (Archeokids), Giovina Caldarola (Aquinum), io, Astrid d’Eredità (ArcheoPop)…chi vi ricordiamo?

La mostra è stata allestita nella Palestra grande, in uno dei bracci colonnati, chiusi per l’occasione con drappi colorati. L’architetto di questa immersione nei suoni e nei colori del passato è Bernard Tschumi, un nome celebre nel mondo dell’archeologia, dal momento che è lo stesso architetto cui è stato affidato l’arduo compito di rendere presentabile all’opinione pubblica mondiale il progetto greco di ottenere i marmi del Partenone dal British Museum. È infatti Tschumi l’autore del nuovo museo dell’Acropoli, ad Atene.

A Pompei, l’architetto svizzero ha giocato molto sui colori: caratterizzando ogni sezione della mostra, così che fosse chiaro il passaggio da un argomento all’altro. I pannelli che introducono tali passaggi servono a presentare il tema trattato, mentre sulle pareti di alcune sezioni sono proiettati video con animazioni e suoni che aiutano ulteriormente il visitatore a immergersi nel racconto.

Navigando sul mare color del vino, verso genti straniere…
Sembra quasi di ascoltare il ritmo dei remi che battono il mare in tempesta, consapevoli del fatto che solo la protezione di un dio aiuterà l’equipaggio nell’impresa di cercare nuove terre e nuovi commerci. L’inizio è scuro, perché noi, come i Greci che salpano dalla madrepatria, non sappiamo cosa ci aspetta.

Sappiamo però cosa lasciamo, per questo la prima vetrina è altamente simbolica e prestigiosa, e presenta, tra gli altri, oggetti provenienti da Olimpia oppure copie di originali evocativi, che ci parlano di Fidia e di artigiani della Ionia.

Superato il primo blocco, guardiamo cosa ci offre la terra straniera: dei vari insediamenti presenti nel territorio in cui sorgerà Pompei, i curatori hanno scelto Longola e la piroga costituita da un unico tronco, ma anche ciotole e vasi, fibule e kernoi (vasi rituali) che fanno pensare alla grande famiglia della facies villanoviana. La terra italica accoglie i Greci con una cultura che è già strutturata.

Ci si avventura poi, attraverso due successive sezioni, nell’architettura pubblica e in quella privata. Qui abbiamo la prima concreta testimonianza della personalità di questa cultura strutturata: spiccano infatti, oltre ai gocciolatoi a forma di testa leonina, provenienti da Metaponto, Posidonia e Pompei e ognuno recante uno stile diverso, le palmette decorative. Gli artigiani italici prendono un motivo diffusissimo nel Mediterraneo orientale e lo reinterpretano… capovolgendolo!
Se gli esempi di edilizia pubblica si rifanno inevitabilmente a decorazioni di santuari, l’architettura privata è quella di un signore lucano, il quale si fa costruire un anaktoron, una residenza di prestigio.
Dietro al fregio di cavalieri, che ci fa pensare a tanti esempi arcaici e dedalici noti a Creta (terra dorica, come la stirpe di molti viaggiatori greci di VII secolo a.C.), il particolare gustoso lo troviamo sulle tegole, che conservano l’indicazione di numeri in lettere. “Secondo”, “Terzo”, “Quarto”: istruzioni di un’Ikea di VI secolo, che indicano l’ordine di assemblaggio del tetto. Perché in greco? Perché a questo punto è chiaro che i Greci, approdati nei luoghi di Pompei, hanno permeato il territorio di una cultura che diventa linguaggio figurativo e lingua franca. La manodopera può avere origine diversa, ma la lingua con cui si comunica è il greco.

E allora guardiamo più da vicino questa lingua, anzi, queste lingue, che contraddistinguono il melting pot di culture e di capacità, di esigenze e di emozioni. La sezione “bianca” presenta vasi con iscrizioni: alcuni trovati in tombe, altri ex voto santuariali. L’etrusco è diffuso e afferma la presenza tra i poteri forti, non solo di Pompei, ma della Campania tutta. Olimpia (di nuovo) presta una tavoletta in bronzo su cui è inciso un patto tra Sibariti, alleati e Serdaioi, cioè popoli di cui non si conosce con sicurezza l’identità: questo legame politico conferma l’informazione dei reperti archeologici, e cioè la coesistenza di popoli diversi, che cercano un garante divino per la loro convivenza pacifica. Spuntano poi dei reperti che aprono un’ulteriore finestra: il mondo dei culti oracolari. Sono i Greci a portare Apollo a Pompei? Oppure giungono in un luogo già affezionato al dio loghios, cioè all’obliquo, alla voce che grida nel deserto del Parnaso (e non è per niente chiara!). Apollo è presente con la compagna di oracoli: la Sibilla, creatura prodotta dalla terra flegrea. Sarà forse lei a suonare la cetra? Piccola immagine di bronzo, stilizzata ma riconoscibile come donna?

Torniamo al buio dell’imprevisto e dell’incertezza: siamo giunti al racconto della battaglia di Cuma, 474 a.C. Pindaro, poeta tebano del VI secolo a.C., ricordava Cuma insieme a Himera e Salamina: i Greci avevano vinto sui Persiani, sui Cartaginesi e infine sugli Etruschi, anche questi popoli orientali, nella tradizione storica antica più diffusa. Cuma segna un cambio radicale, decisivo: la ricchezza di Pompei, città osca ed etrusca, sembra fermarsi, per circa 80 anni. La teca ci mostra un elmo strapppato al nemico etrusco e dedicato da Ierone di Siracusa a Olimpia. Le immagini ci fanno affondare nelle profondità degli scogli delle sirene (battute, anche loro, da un greco!).
Sono gli anni in cui emerge, silenziosa ma testarda, la città fondata proprio da una di queste sirene: Neapolis, la “città nuova” fondata da Parthenope.
La teca con i “cocci” trovati nello scavo del porto partenopeo è forse da sola un testimonial esauriente della ricchezza della mostra: vi si trova di tutto, dall’anfora punica al vaso di Cales, dal vaso attico all’anfora rodia.
Un nuovo corso è iniziato, forse l’era di Pompei è finita?

No, dopo 80 anni la città riemerge, sannitica questa volta. Fino a quando il potere di Roma non comincerà a mettere gli occhi sulla terra ricca e sul centro commerciale ben avviato e prospero. Un errore di calcolo porta Pompei sul lato dei Socii durante la ribellione alla gestione romana e così Silla giunge, assedia, e vince. Nell’80 a.C. Pompei diventa Colonia Cornelia Veneria e comincia la sua quarta vita, quella di città romana.

Il racconto continua con altre due sezioni e diventa ancora più ricco di suggestioni. Una cosa è certa: la mostra scoperchia una quantità di rimandi, ricordi e nuove intuizioni. Il catalogo raccoglie saggi fondamentali per la comprensione della narrazione espositiva e per la visita della mostra è necessaria una guida che tenga a bada i nodi della trama.

Vorrei concludere questo breve volo attraverso “Pompei e i Greci” con una immagine che mi ha emozionato: quando smettono i Greci di vivere Pompei? Non si può trovare una data precisa, perché anche nell’epoca in cui il pensiero romano (augusteo) sta impregnando le coste del Mediterraneo, e non solo, a Pompei si continua a parlare e usare il greco. Nelle immagini, nei culti, nella poesia erotica e nel teatro. Una tessera tonda in osso reca su un lato un numero e il nome di Eschilo.


Quale sarà stata la tragedia rappresentata a teatro, per la quale era stato concepito questo agile biglietto di ingresso?
È inutile, Pompei mi fa sempre sognare a occhi aperti, perciò seguirò il mio spirito onirico e azzarderò “Le Supplici”, un’opera che parla di migranti (le Danaidi), di richieste d’asilo, di una comunità (Argo) che si riunisce per decidere se accogliere o meno le donne che chiedono giustizia. Ecco, mi piace immaginare che a Pompei ci si riuniva per vedere rappresentati i presupposti sui quali si fondava la storia gloriosa delle genti straniere che avevano trovato terreno fertile per costruire una comunità multietnica.

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