Dispacci – 1 Unicorni

Raccontare un viaggio tra Oriente e Occidente

Tre settimane in Vietnam, da Hanoi a Ho Chi Minh City, da Nord a Sud, in aereo, pullman, treno, tra città e campagna. Un viaggio bello e complesso che mi ha lasciato a bocca aperta e con la voglia di raccontare. Ho perciò pensato di elaborare dei “dispacci” e devo dire che ho scelto questo termine perché, inevitabilmente, visitare il Vietnam oggi significa anche fare i conti con il passato coloniale e con le guerre che hanno devastato il Paese. Ma naturalmente la mia non è un’idea originale e così ho scoperto, decisamente tardi, che nel lontano 1977 Dispacci divenne il titolo di un libro che parlava proprio delle devastazioni della guerra in Vietnam.

Io parlerò anche degli aspetti storici, facendomi aiutare da chi ne sa più di me, ma, come al solito, utilizzerò questo spazio per riflettere su aspetti culturali vietnamiti che mi hanno particolarmente colpito e che, ognuno a suo modo, mi hanno suggerito un confronto con tradizioni a me più affini.

Animali fantastici e dove trovarli

Eviterò lunghe premesse e spero che prendiate questi post come tessere di un mosaico, ognuna colorata e bella anche isolata, ma tutte parti di un’immagine più ampia.

Visitare una pagoda vietnamita, un tempio o un palazzo, è una vera gioia per gli occhi: ti ritrovi circondata da alberi, giardini e statue spesso di animali dall’aspetto a metà tra il pauroso e l’affascinante. Con il tempo capisci che gli spazi giocano un ruolo fondamentale nella tua percezione di ciò che hai davanti, d’altronde il Feng Shui è una filosofia che da queste parti viene tenuta in grande considerazione e guida le scelte di interior designers ma anche di ingegneri.

Gli animali della tradizione sino-vietnamita sono tanti e ognuno carico di simbologie di cui ci ricordiamo forse solo quando decidiamo di consultare, un po’ per gioco, un oroscopo cinese! Ma quelli che troveremo moltiplicati e diffusi negli edifici politici e religiosi sono soprattutto quattro: i Tứ Linh, i quattro animali sacri, vale a dire il drago, la fenice, la tartaruga e l’unicorno.

Lost in translation

Uno degli unicorni nella cittadella di Hue

La prima volta in cui mi sono imbattuta in un unicorno vietnamita è stato nella cittadella di Hue, città imperiale che, peraltro, pare avere una pianta che riproduce le silhouette di tre unicorni che giocano a palla (notizia trovata qui e attribuita a uno studioso di Feng Shui)

In uno degli ampi cortili della cittadella, infatti, sono visibili due unicorni, uno per lato dello spiazzo. La nostra guida locale ci spiega che si tratta di animali ibridi: una tigre con il volto di drago. Non sempre hanno un corno, ma la traduzione inglese non lascia spazio al dubbio e così comincio a pensare…

La guida prosegue dicendo che la presenza di queste statue nel cortile è legata ai rituali della corte imperiale: gli unicorni, stando alla tradizione vietnamita, sono in grado di distinguere il bene dal male e quindi di riconoscere disonestà o lealtà, perciò l’imperatore “testava” davanti alle statue i suoi Mandarini, gli ufficiali della corte. Durante la cerimonia della “grande salutazione”, dunque, i Mandarini erano guardati a vista da queste creature, che avrebbero potuto decretare le loro sorti presso l’Imperatore.

Facciamo corna

Eravamo reduci da un’altra spiegazione, relativa alla traslitterazione in lettere latine della lingua Nom sino-vietnamita da parte di un missionario portoghese nel Seicento, Francisco de Pina, e quindi il mio primo pensiero è stato che forse la traduzione in “unicorno” di questa curiosa bestia fosse stata un’interpretazione occidentale, che si basava sull’aspetto ibrido dell’animale. Ma anche la questione della “lealtà/purezza” poteva essere importante, dunque cosa dedurne?

https://it.wikipedia.org/wiki/Pseudoryx_nghetinhensis

Se cerchiamo tra la fauna vietnamita, in effetti esiste la Saola, conosciuto come “unicorno asiatico” e così definito perché piuttosto raro e dal carattere “gentile” (cito da wikipedia).

Tuttavia non ha nulla a che vedere con le raffigurazioni degli unicorni di pagode e palazzi.

Dalla Cina con furore?

Le statue che ho potuto vedere a Hue e in altre pagode vietnamite raffigurano i Ky Lan, termine vietnamita che indica i cinesi Qilin, animali ibridi associati a saggezza e potere; sembra infatti che i Qilin appaiano in occasione di nascite o morti illustri; questo è ciò che leggiamo, ad esempio, nella biografia di Confucio. Gli animali coinvolti nel patchwork sono normalmente un cavallo e un drago, ma ci sono descrizioni anche di scaglie di pesce o peli irsuti, a volte è per metà bufalo, altre ha addirittura baffi di pesce gatto, e a volte la fronte ospita un corno.

Superba statua di unicorno a guardia della sala principale nella pagoda Linh Ung a Da Nang,
sulla penisola di Son Tra.

In Vietnam questi animali della mitologia cinese compaiono probabilmente nel periodo di Le Trung Hung (si tratta di un ritorno della dinastia Le a partire dal XVI secolo). Con la dinastia Nguyen (1802-1945) il Ky Lan diviene estremamente popolare e lo troviamo spesso utilizzato per decorare i sigilli imperiali, inoltre esce dalle dimore reali e viene utilizzato per proteggere anche le case di persone comuni.

Lo ammetto, questo forse non è un unicorno, ma un più “banale” drago! In ogni caso volevo rendere chiaro l’aspetto dei sigilli della dinastia Nguyen, esposti nella cittadella imperiale di Hue.

Unicorni compaiono dunque come statue a sé oppure in coppia con altri animali sacri a decorare tetti e pareti, a volte gli unicorni si trovano associati alle campane, onnipresenti nell’architettura religiosa e palaziale, forse perché si pensa che il loro nitrito (?) abbia un tono argentino che ricorda il rintocco delle campane.

In purezza

Penso e ripenso a questo animale invocato per proteggere e la mente attraversa altopiani e catene montuose, torna in Occidente e si ferma a contemplare il “nostro” unicorno: un cavallo bianco con un corno tortile in fronte e una buffa barbetta sotto il mento.

In questo articolo Francesca Tagliatesta ripercorre la storia letteraria dell’unicorno in Occidente: il primo a parlare di unicorni nel V secolo a.C. fu il greco Ctesias di Cnido (costa anatolica), il quale nel primo libro di “Indikà” descrive un asino o cavallo bianco (ma a volte si parla di capra), con gli occhi azzurri, la testa rossa e un corno attorcigliato che gli cresce in mezzo alla fronte e che ha la base e la punta color crema e per il resto è nero. Ctesias, in realtà, non è mai stato in India, ma giura di aver avuto racconti di prima mano e aggiunge che il corno ha poteri taumaturgici.

Questo medico greco della corte di Artaserse II è la fonte principale di racconti e iconografie, sul suolo italico noi abbiamo Plinio il Vecchio (Naturalis Historia VIII, 76) che arricchisce l’immaginario attribuendo all’unicorno una testa di cervo, corpo di cavallo, zampe di elefante e coda di cinghiale (!) Continua invece senza scosse la tradizione che associa a questo straordinario animale proprietà terapeutiche.

Non potevo non mettere una delle scene dell’arazzo noto come “La dama e l’unicorno”, approfitto per suggerirvi di leggere lo splendido romanzo di Tracy Chevalier che immagina le circostanze che portarono alla creazione dell’arazzo. (Toulouse) Le Vue (La Dame à la licorne) – Musée de Cluny Paris

Ma il punto di svolta avviene con il Cristianesimo, in cui l’unicorno conquista un posto d’onore tra le bestie cariche di simbologia: il candido cavallo sarebbe in grado di intuire la purezza delle persone, soprattutto delle donne vergini, tanto è vero che, quando intravede una vergine le si lancia addosso e si accoccola con la testa monocornuta sul grembo.

Arriviamo alla saga arturiana, dove il re di Camelot sottopone le fanciulle alla “prova dell’unicorno”, facendole bere da un corno del fatato animale per verificare la loro verginità.

In somma

E allora ecco che l’unicorno orientale e quello occidentale (che però veniva dall’India) si riuniscono nella funzione di verificatori delle buone intenzioni, anzi di un animo puro, così raro a trovarsi. Forse tanto raro quanto… avvistare un unicorno!

Perdonate la bassa qualità dell’immagine! Qui vedete un unicorno dal corpo di elefante e dalle ADORABILI zampe di anatra! L’ho trovato nel santuario di My Son, dove l’etnia Champa praticava inizialmente l’induismo.

Per approfondire

Oltre all’articolo di Tagliatesta vi suggerisco questo di Elmer Suhr, datato 1964 ma ancora ricco di suggestione visto che associa l’unicorno non più a un animale reale “mal interpretato”, quanto al fenomeno astronomico dell’eclisse: An interpretation of the Unicorn.

Ho trovato interessanti anche alcune considerazioni pubblicate qui e qui.

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