Dispacci 2 – Gli occhi dell’Occidente

Una serie di “dispacci” per raccontare un viaggio in Vietnam tra Oriente e Occidente. La prima puntata la trovate qui, mentre nel post seguente troverete alcune osservazioni e un po’ di biblio- e filmografia in merito a come il Vietnam e le sue vicende sono entrati nell’immaginario collettivo di chi vive al di qua degli Urali.

In questo secondo dispaccio farò parlare anche chi mi ha accompagnato in Vietnam, in realtà la mente dietro al programma di viaggio. Si chiama Luca Lanzalaco e in questi dispacci avrà il ruolo di voce storica, se volete potete pensare a lui come a una saggia Clio.

Indocina

Dovrei cominciare dalla presenza francese in Vietnam, una presenza coloniale che arriva nella seconda metà dell’Ottocento e se ne va nei primi anni Cinquanta del Novecento. Nel mezzo, un governo fatto di soprusi, che mise in moto gli eventi che portarono al conflitto con gli Stati Uniti. Ma questo mio post non vuole essere un bignami di storia, perché vorrei parlarvi di riflessioni che mi sono scaturite nel visitare il Vietnam oggi, perciò ho deciso di sorvolare per il momento sui decenni francesi, ci tornerò in occasione di un altro dispaccio, più puntuale.

Un Paese riunificato

Il Vietnam è noto soprattutto come teatro della guerra con gli Stati Uniti, un conflitto che ha sacrificato milioni di vite alla partita geopolitica più complessa dell’era moderna.

Ecco, in due parole, l’episodio che ha siglato la fine della guerra:

Il museo di cui Luca sta parlando si trova a Ho Chi Minh City (Saigon) ed è il Museo della Riunificazione, presso il palazzo dell’ex Presidenza del Vietnam del Sud.

Anche in un normale giorno della settimana, sono decine i gruppi di turisti che affollano le sale, lasciate esattamente com’erano il fatidico 30 aprile 1975. Tra i pannelli spunta un riferimento al progetto architettonico che, come è d’uso in Vietnam, ha seguito non solo le norme ingegneristiche ma anche le regole del Feng Shui, una pratica filosofica che cerca di ricreare l’armonia attraverso i luoghi.

Cemento, legno, vetro, decorazioni che imitano le canne di bambù, un laghetto con bonsai nella zona dell’appartamento presidenziale, simboli dipinti o incisi, tutto serve a creare il migliore dei luoghi possibili, il luogo dove esercitare il migliore dei poteri possibili. Ma, naturalmente, anche un bunker sotterraneo…perché non si sa mai!

L’hotel Continental

Nel 1880 a Saigon i francesi costruiscono un hotel in puro stile coloniale: l’hotel Continental. L’albergo diventerà un vero e proprio quartier generale per i giornalisti inviati a scrivere la cronaca della guerra. Uno di questi si chiamavaTiziano Terzani, che sarà testimone oculare del momento cardine della riunificazione:

Proprio Terzani è tra i protagonisti di un breve filmato che vi propongo di seguire per capire ancora meglio il ruolo della stampa in quegli anni così complessi.

“Sentivi la Storia che era lì fuori”

Come avete ascoltato nel filmato, l’Hotel Continental è stato per decenni uno sguardo occidentale sul Vietnam. Nelle sue stanze hanno scritto, tra gli altri, Andrè Malreaux e Graham Greene, il cui “The Quiet American” è stato trasposto al cinema due volte, nel 1958 e nel 2002 (questa versione la potete trovare su Prime Video).

Nel cuore della Saigon francese, di fronte al teatro dell’Opera e a poca distanza dalla cattedrale (Notre Dame) e dall’ufficio postale costruito da architetti francesi (non Eiffel, come spesso viene detto, ma Alfred Foulhoux), questo hotel all’angolo tra due arterie della città e con i tavolini del caffè direttamente sul marciapiede, pulsava della vita dei giornalisti e dei fotografi che comprendevano quanto il loro fosse un ruolo di testimoni in prima linea, a volte persino martiri.

A me gli occhi

Questa foto tristemente molto famosa vinse il Pulitzer nel 1973. Per saperne di più seguite il link qui.

Un altro luogo che fornisce testimonianze della guerra e lo sguardo occidentale sul Vietnam di quei decenni è il Museo dei Residuati Bellici. Qui, divisi in varie sale, troviamo percorsi tematici che illustrano con qualche oggetto e molte immagini le circostanze del conflitto e la risonanza che ebbe a livello internazionale.

C’è poi una sezione dedicata alle foto di giornalisti occidentali, alcuni morti proprio in trincea. Le foto sono sia quelle dei reportage di guerra che quelle, molto crude, degli effetti del cosiddetto Agente Orange sulle persone, che per decenni restarono intossicate attraverso l’acqua e il cibo contaminati.

La sezione si intitola “Requiem” e i due curatori sono Tim Page e Horst Faas, due fotografi, anch’essi feriti in Vietnam; Faas ricoprì il ruolo di Direttore dell’Associated Press nel Sud Est asiatico e vinse diversi premi internazionali proprio con i suoi reportage di guerra in Vietnam. La mostra è un atto di omaggio per i colleghi.

Mi ha però colpito una cosa di questa sezione: la mancanza di foto dei tantissimi reporter o fotografi improvvisati vietnamiti, che giravano per città e campagne a documentare. Sicuramente molti di voi avranno riconosciuto la foto che ho postato poco sopra, quella dei ragazzini che scappano da un bombardamento, dove una ragazzina compare nuda perché la violenza della bomba e l’effetto del Napalm le ha letteralmente bruciato i vestiti e la pelle. Ebbene, quella foto non fu scattata da un giornalista straniero, ma da uno vietnamita. Dopo cinquant’anni dal Pulitzer giustamente assegnato a questa testimonianza atroce, un documentario su Netflix spiega che Horst Faas decise di pubblicare la foto con il nome di un vietnamita, collaboratore di Associated Press, che però quella foto lì non l’aveva scattata.

Nei momenti concitati della redazione, Faas prese una decisione drastica: anziché firmare con il nome del vero fotografo, che però era uno dei tantissimi collaboratori occasionali (gli stringers) che vendevano le foto per qualche dollaro, AP doveva uscire con il nome di un collaboratore in forze alla redazione, Nick Ut.

Vi consiglio di guardare il documentario, perché permette di comprendere un contesto estremamente interessante nella sua tragicità: la necessità di documentare l’orrore e allo stesso tempo di fare in modo che quei documenti non siano messi in discussione, anzi diventino un modo per denunciare abusi e orrori. Horst Faas, stando al documentario, si sarebbe arrogato il diritto di decidere come raccontare un fatto di cronaca: il vero autore della foto ha subito una enorme scorrettezza, che ha avuto ripercussioni sia economiche che personali, mentre, ancora una volta, lo sguardo che ha prevalso è stato quello Occidentale.

Over

Nel filmato sul ritorno a Saigon Terzani si lamenta di come la città venga svenduta ai turisti e lancia una provocazione: forse quella guerra è stata davvero una tragedia che si poteva evitare, perché la tanto sbandierata vittoria del regime di Hanoi non ha fermato l’inarrestabile avanzata di una corruzione dei costumi e delle menti attraverso il consumismo, l’araldo del Capitalismo. Forse, suggerisce Terzani, se avessero vinto “gli altri”, sarebbero stati in grado di gestire meglio questa deriva consumistica.

Certo, il filmato su ritorno a Saigon è degli anni Novanta…chissà cosa potrebbe dire ora!

Gli anni Novanta segnarono la cosiddetta “apertura” verso l’Occidente e infatti moltissimi negozi o ristorante, in varie parti del Vietnam, furono aperti proprio tra il 1990 e il 1998. Oggi Hanoi e Ho Chi Minh City sono decisamente metropoli in cui le offerte turistiche si moltiplicano e l’Occidentale è accompagnato per mano lungo percorsi “obbligati”. Devo dire che a Ho Chi Minh City ho trovato una “aggressività” che Hanoi non sembra avere (per il momento): proprio nella Saigon di Terzani è difficile sfuggire alla logica della visita stereotipata, d’altronde, senza conoscere la lingua, non è possibile pensare di capire la ricca cultura vietnamita in un tour completamente “fai da te”.

Vi propongo due delle offerte di tour che mi hanno letteralmente scioccato: in più centri del Nord abbiamo visto sfrecciare jeep sullo stile di quelle militari dell’esercito degli Stati Uniti, dove i partecipanti spesso indossavano degli elmetti in stile Viet Cong; oppure, per i più temerari (e direi anche i più magri) ci sono i tour nei tunnel originali e l’immagine promozionale utilizza giovani ragazze sorridenti che mimano un’uscita “a sorpresa” dalla strettissima entrata…

A chi sono rivolti questi tour? Ma soprattutto: come è possibile che, una parte così dolorosa della storia patria, venga messa all’asta al miglior offerente e messa in scena spesso proprio per chi viene dai Paesi che si sono resi protagonisti di tante atrocità?

Nelle tre settimane in cui è durato il viaggio, mi sono data una risposta che non può essere esaustiva, per ovvi motivi, e che forse, man mano che migliorerà la mia conoscenza del mondo vietnamita, potrò aggiornare o cambiare del tutto.

Ho avuto la sensazione che i Vietnamiti siano in grado di mettere una sorta di barriera (la chiameremo paratia?) tra un giudizio inevitabile di quel che è accaduto e l’opportunità di guadagno. Quasi che, fermo restando che nessuno può davvero comprendere cosa abbiano significato gli anni di guerre, di una guerra che, in fin dei conti, è stata una guerra civile tra Nord e Sud del Vietnam, se oggi ci sono Occidentali che pagano per queste pagliacciate, ben venga, la loro esperienza non toglie un grammo alla gravità della storia. Forse è questo il messaggio sotteso al nome di una delle sezioni del Museo dei Residuati Bellici, il migliore e il più audace che abbia mai visto in vita mia: “le verità storiche”…

Nell’occhio di chi osserva

Nulla è più visibile di ciò che è nascosto

Confucio, dal primo capito dello Zhongyong

In questa immagine vedete una ninfea sbocciata in uno stagno. Eppure c’è qualcosa che sfugge, se non conosciamo il contesto.

Nel santuario di My Son ci sono diverse “polle” d’acqua dove sono cresciuti fiori di loto, si tratta di crateri lasciati dalle bombe che colpirono il santuario.

Ecco, mi piace concludere questo dispaccio con l’immagine che forse più di tante altre può descrivere la rinascita vietnamita.

Questo mio blog non è né vuole essere una testata giornalistica. Qui esprimo opinioni e cerco il più possibile di fornire contesto e fonti per approfondire, ma restano ovviamente opinioni personali.

Per approfondire:

Il Simpatizzante, di Viet Thanh Nguyen , prima edizione 2016, seconda edizione 2024

My Lai, Vietnam, di Seymour Hersh, 2005

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