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lebete | Memorie dal Mediterraneohttp://www.memoriedalmediterraneo.com Pur essendo persa nel buio di millenni lontanissimi, la storia dell'antichità suscita in noi forti passioni. F. BraudelSun, 24 Apr 2011 18:36:28 +0000it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.7.2dellamorte dellamorehttp://www.memoriedalmediterraneo.com/2011/04/24/dellamorte-dellamore/ http://www.memoriedalmediterraneo.com/2011/04/24/dellamorte-dellamore/#commentsSun, 24 Apr 2011 10:18:27 +0000http://www.memoriedalmediterraneo.com/?p=602i riti della rinascita cristiana ripropongono una lunga storia di ricerca della vita oltre la morte Continua a leggere The post dellamorte dellamore first appeared on Memorie dal Mediterraneo.]]>Zagreo, il bambino cornuto, figlio di Persefone e del padre degli déi.

Zagreo, il bambino perseguitato da Hera gelosa, come sempre.
Zagreo, il dio bambino ucciso dai Titani, dai volti di gesso.
Zagreo, le carni smembrate e gettate in un calderone, in un tripode bronzeo.
Zagreo, morto e violato: il suo cuore però batte ancora e Atena lo raccoglie per darlo a Zeus.

Zagreo e il suo cuore che rivive in Dioniso, il dio dalle tante nascite.

Oggi, come accade da un paio di migliaia di anni, lo spirito sempre più vacillante di alcuni uomini e donne, in cerca di sollievo in questo mondo e di salvezza nell’altro, celebra la morte e la rinascita di un uomo puro come un bambino. I riti di morte e di rinascita affrontano direttamente la paura più grande e la sconfiggono nel modo più “semplice”: ciò che muore può rinascere più bello e più forte che prìa (Grazie! Prego!).
Anche il piccolo Zagreo, concepito da un serpente (Zeus) e dalla “fanciulla” per eccellenza (Kore-Persefone) sposa del dio dell’Oltretomba ma figlia della dea della terra fertile (Demetra), un bambino destinato a offrire al mondo dei mortali una via per la salvezza eterna, deve compiere un rito di morte per poter rinascere e contribuire al grande sogno di chi è troppo affezionato alla vita.
Così Nonno di Panopoli, letterato e mistico egiziano del V sec. d.C., celebra nelle sue Dionisiache questo rito inevitabile eppure sempre tragico a leggersi e terribile a immaginarsi: l’orco (altro nome di Ade) raggiunge il piccolo Zagreo sotto le spoglie dei Titani, istigati dall’emozione più desolatamente umana – la gelosia di Hera.

E gli percotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, mettendosi in ginocchio, si prostravano davanti a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora, lo rivestirono delle sue vesti e lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Vangelo di Matteo, 15, 19-20

I mostruosi figli della Terra, attraggono il piccolo offrendo giocattoli dalla forte valenza simbolica (trottola, rombo, palla, specchio e astragalo – l’ossicino di pecora usato dai bimbi in un gioco di dadi): hanno il volto coperto dalla bianca maschera polverosa del gesso, si rendono “altri” da sé per poter compiere l’atto più brutale che il variopinto mondo mitologico greco ci possa offrire. Zagreo viene ucciso e i suoi arti sono smembrati e gettati in un calderone, uno dei tanti utilizzati come ex voto nei santuari di tutta la Grecia. Ma

E, verso l’ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?» cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Vangelo secondo Matteo 27, 46

il Padre degli déi, Zeus, sa che un suo figlio non si può uccidere così, senza che tale morte non porti ad una nuova vita, perciò interviene: Atena giunge a raccogliere il cuore del piccolo, ancora pulsante nel lebete ribollente di sangue.
Il cuore raccolto viene affidato al forte petto di un altro dio, un altro figlio di Zeus: Dioniso, il dio che ha già sperimentato la vicinanza della morte nel grembo materno. Semele, la madre, rimane infatti bruciata dalla potenza di Zeus, mentre è incinta di Dioniso. Zeus raccoglie il feto e lo cuce nella sua coscia, portando a termine la gestazione.

In Dioniso si muore e si rinasce a ogni lungo sorso di rosso vino, in Apollo si vive cercando l’armonia suprema. Apollo e Dioniso, uniti tra i fumi di Delfi, il luogo delle domande che anticipano risposte.

In quel tempo, Giovanni [il Battista], vedendo Gesù venire verso di lui, disse:
«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!(…)

Vangelo secondo Giovanni I, 29

I rapaci che volavano sopra Delfi scagliavano sulle rocce tartarughe, per spezzarne il duro guscio. Creso regnava lontano da Delfi, di là da un grande mare, e si sentiva – come molti – spiato da quel nido di sacerdoti incrostato sulla montagna. Pensò di mettere alla prova la Pizia e quegli esseri sfuggenti intorno a lei, che chiamavano “santi”. Sfidò l’oracolo delfico, insieme ad altri sei, tutti quelli celebri nel mondo, a indovinare che cosa lui, Creso, stesse facendo il centesimo giorno dopo la partenza dei suoi messi.
Tornarono i messi con risposte sigillate. Tutte false. Ma la Pizia aveva risposto in esamentri, prima ancora di aver ascoltato la domanda:

So contare i grani di sabbia e le onde.
Odo il sordomuto. Capisco chi tace
Mi è giunto un odore di tartaruga gigante.
Bolle nel bronzo con carni di agnello.
Sotto di essa è il bronzo e bronzo la ricopre.
Ora, nel giorno stabilito, Creso aveva appunto fatto a pezzi “una tartaruga e un agnello e con le sue mani li aveva messi a bollire in una pentola di bronzo chiusa da un coperchio di bronzo” [Erodoto, Storie, I 47-48]. Pretendeva di aver escogitato quella scena perché gli sembrava la più improbabile di tutte. Fiacca menzogna. Quella scena era un messaggio muto in cui Creso mostrava ciò che da sempre accadeva nel santuario: seduta sul coperchio di un tripode di bronzo, la Pizia dava i responsi, avvolta da fumi. Ma quei vapori venivano soltanto dalla spaccatura della terra sotto il tripode, o anche dal tripode stesso? Sotto quel coperchio si erano mescolate sin dall’origine le carni dell’agnello, che le Tiadi, al seguito di Dioniso, smembravano là vicino, poco più in alto, sulle pendici del Parnaso; e le carni della tartaruga, separate dal guscio che Apollo usava per costruirci la lira e suonare, sempre sul Parnaso, dinanzi alle sue Trie.
Nella pentola bollivano insieme Apollo e Dioniso: era quella la commistione, l’odore acutissimo di Delfi.

R. Calasso “Le nozze di Cadmo e Armonia”, p. 182-3


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