Un mese dopo: l’avventura continua con Gertrude Bell

Questa l’immagine della locandina del convegno, una creazione di Pierluigi Longo appositamente per noi.

Esattamente un mese fa ci riunivamo a Firenze per ricordare Gertrude Bell a 100 anni dalla morte.

La tavola rotonda è stata ideata da me e Marina Lo Blundo e ospitata da Camnes, che ha anche provveduto all’organizzazione logistica. Valentina Santini ha avuto la pazienza e la competenza necessarie per aiutarci a sistemare tutto l’occorrente nelle caselle giuste, mentre Myriam Coser, di cosertour, ha accompagnato le tappe del viaggio che hanno portato a Firenze le varie relatrici.

Un caleidoscopio

Ci siamo ritrovate in un panel di sole donne e abbiamo proposto i nostri sguardi per mettere a fuoco una figura affascinante e dalle molteplici virtù. Ingessata in un vestito di fine Ottocento eppure costantemente in movimento, Gertrude Bell è la classica figura di donna “in anticipo sui tempi”, un’espressione che forse in inglese suona perfino meglio: ahead of her times.

La trovate citata spesso tra le donne che viaggiavano indipendenti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, perché Gertrude Bell ha viaggiato molto da sola e ha lasciato interessanti resoconti.

La trovate citata come pioniera dell’archeologia, perché Gertrude Bell è stata archeologa, ha lavorato soprattutto in Anatolia e in Medio Oriente e ha contribuito con articoli su riviste specialistiche alla conoscenza delle civiltà del Vicino Oriente Antico.

La trovate citata anche in opere che riguardano questioni di geopolitica, perché Gertrude Bell si è ritrovata “arruolata” da William Hogarth insieme a un gruppetto di laureati di Oxford, archeologi, la cui conoscenza degli usi e delle lingue nelle terre dell’antica Mesopotamia e in Arabia divennero fondamentali per Winston Churchill nel suo elaborato disegno politico.

Sì, Gertrude Bell è stata fotografata anche accanto a Lawrence d’Arabia. Sì, Gertrude Bell è stata l’unica donna a partecipare al convegno del Cairo del 1921 e sì, Gertrude Bell ha contribuito a definire i confini dello stato dell’Iraq.

9 donne in cerca di Gertrude

Perciò, quando io e Marina abbiamo avuto l’idea di organizzare una giornata per ricordare Gertrude in questo anno così significativo per lei, abbiamo capito che avremmo dovuto coinvolgere più persone per offrire almeno uno sguardo su ogni aspetto della vita di questa incredibile donna.

Le studiose che ci hanno accompagnato sono state: Valentina Flex, dell’Archivio Bell di Newcastle, Joan Porter McIver, Noorah al Gailani e Rosalind Haddon del BISI, l’istituto britannico per lo studio dell’Iraq, una fondazione istituita proprio con un riferimento diretto al lavoro di Gertrude Bell, Ilaria Puri Purini, dell’American Academy in Rome, Ilarihttps://www.durham.ac.uk/staff/ilaria-bucci/a Bucci, Durham University e collaboratrice CAMNES, e infine Alesia Koush, che collabora con CAMNES e con l’UNESCO ed è titolare di una cattedra che si occupa del traffico illecito di beni culturali.

Un gruppo fantastico, che ha davvero portato alla luce non solo l’opera di Gertrude Bell, ma anche i progetti che oggi sono avviati sulla scorta dei lavori di Miss Bell.

Parlare di lei, nonostante tutto

Non posso dilungarmi qui su ogni intervento, anche perché stiamo già lavorando agli atti del convegno e quindi rimando al prossimo anno la presentazione del volume.

Mi piace però ricordare quanto sia stato emozionante e stimolante potersi riunire con studiose che, a vario titolo, da anni incrociano o approfondiscono il materiale che Gertrude Bell ci ha lasciato: libri, lettere, fotografie, relazioni.

Il ruolo di Gertrude Bell nella politica di Churchill non è stato secondario perché si è ritrovata Secretary for the Eastern Affairs, una posizione di responsabilità, in cui Bell era punto di riferimento per ufficiali e ambasciatori. In quale misura miss Bell è stata equa nel presentare le istanze dei popoli del Medio Oriente? Il dibattito è aperto e anche tra di noi relatrici le posizioni sono diverse.

Gertrude Bell ha voluto il Museo Archeologico di Baghdad e ha contribuito a scrivere le leggi che riguardavano i beni culturali iraqueni e dunque anche la loro gestione e salvaguardia, ma questo suo compito non ha potuto sovvertire in toto i rapporti di colonialismo culturale di cui il British Museum teneva saldamente le redini.

Insomma, abbiamo parlato anche degli aspetti più problematici di questa figlia della Gran Bretagna, che si sentiva viva e “persona” solo quando era da sola in mezzo al deserto, alla ricerca di una civiltà antica e forse anche di una dimensione che la liberasse del “corsetto sociale”, per così dire.

Due sguardi

Vorrei concludere rimandandovi a un articolo di qualche anno fa, scritto da Marina Lo Blundo riguardo all’aspetto di Gertrude Bell viaggiatrice: lo trovate qua e vi può far cogliere alcuni aspetti dell’intervento di Marina alla tavola rotonda.

E poi ci sono io, che ho scelto per me un aspetto decisamente poco sviluppato del “multiforme ingegno” di Gertrude Bell: la sua traduzione dal persiano di alcune poesie di Hafiz di Shiraz.

From the Garden of Heaven

Ho voluto approfondire un momento forse marginale della sua formazione, sviluppatosi in pochi anni di permanenza a Teheran, insieme allo zio ambasciatore. Mi sono chiesta cosa avesse spinto questa ragazza a imbarcarsi nella traduzione di un mistico persiano, un’impresa già tentata da altri prima di lei ma con alterni risultati.

La traduzione di Gertrude Bell, ho scoperta, è una delle più apprezzate e così mi sono immersa in questi giardini persiani, il paradeisos di Erodoto e degli antichi Greci, e ho apprezzato la fragranza dei fiori e seguito il volo spensierato dell’usignolo e della pavoncella.

Ho cercato di imparare le allegorie, di bearmi dei simbolismi sparsi ovunque in questi giardini. E poi ho provato ad accostarmi alla luminosa saggezza di Hafiz e a leggerlo anche in maniera più “smagata”, come fa Gertrude. Forse è proprio questo il segreto della sua traduzione, che la Nostra non chiede troppo al testo, ma lascia al poeta la possibilità di scegliere quanto essere effettivamente mistico e quanto solo misterioso.

Qui sopra potete seguire la mia presentazione e, spero, lasciarvi ispirare per future letture.

A breve, invece, riprenderò il tema della poesia persiana, perché dopo Hafiz ho esplorato altri giardini…

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Carsulae

Sogno di una giornata di mezza estate

Il 20 giugno 2026 Carsulae ha chiamato e noi abbiamo risposto!

Il risultato è l’Archeoracconto più corposo della nostra raccolta, perché a Carsulae abbiamo incontrato non solo appassionati di archeologia e storia antica, ma veri e propri autori di romanzi e novelle, che con questo sito archeologico hanno un rapporto stretto di affetto e confidenza.

Non sembra una coincidenza che uno dei temi più presenti nei racconti sia proprio l’amore, in molte sue forme.

Carsulae è il luogo della storia e degli affetti e qui ci sono gli archeoracconti che hanno messo nero su bianco una Storia che dura ancora!

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Dispacci 4 – Sono solo marionette

Torno a parlarvi della mia esperienza in Vietnam e lo faccio con un argomento che mi sta molto a cuore: lo spettacolo di marionette sull’acqua di Hanoi. Un evento decisamente turistico, che però si è rivelato fondamentale per comprendere meglio alcuni aspetti della cultura vietnamita.

Anche in questo dispaccio torna la voce di chi mi ha accompagnato in Vietnam, in realtà la mente dietro al programma di viaggio. Si chiama Luca Lanzalaco e la sua è la voce “storica” dei miei racconti vietnamiti, se volete potete pensare a lui come a una saggia Clio.

Dunque, anche per le marionette di Hanoi, cominciamo con ordine, dall’inizio…

Una storia d’acqua

Entriamo nel teatro delle marionette d’acqua di Hanoi la sera del 24 dicembre: ho deciso, infatti, che anche nell’estremo Oriente – dal punto di vista del mio mondo europeo – mi regalerò una serata di fiaba, sulla falsariga dello Schiaccianoci.

Come Clara mi trovo, così, in un mondo fatto di pupazzi che prendono vita, grazie alla manipolazione di un gruppo di teatranti dalla lunga tradizione. Scopro infatti che la compagnia teatrale di Hanoi venne fondata negli anni Cinquanta del Novecento e che può vantare collaborazioni internazionali.

Se l’origine dello spettacolo acquatico è legata alla situazione contingente di un allagamento avvenuto in un momento imprecisato dell’XI secolo, l’arte delle marionette in acqua si è sviluppata ed è diventata una particolarità vietnamita.

Protagonisti

Immaginatevi la mia gioia nel constatare che, anche in questo tipo di teatro, esiste il personaggio del ragazzino malandrino, per così dire; il guappo che ne sa una più del diavolo, colui che può tranquillamente smascherare le malefatte dei politicanti oppure dei signorotti di turno.

A cavallo del bufalo, il ragazzo suona spesso un flauto

Faccio dunque la conoscenza di Chú Tễu, il “ragazzino sul bufalo d’acqua” e subito mi viene in mente il Karagiozis del teatro delle ombre greco/turco o il nostro Pulcinella: personaggi che possono essere definiti tricksters, seguendo la classificazione più diffusa, cioè figure di bricconi che però hanno un animo buono e che sono costantemente impegnati a elaborare trucchi o scherzi. Le loro idee sono alla base dei racconti più complessi ed esilaranti e alla fine gli spettatori sono dalla loro parte, perché, in fondo, quel che cercano è un po’ di cibo e una forma di giustizia che si basa sul farla franca a scapito del ricco di turno.

Il giovane vietnamita non è maligno nelle sue attività, ma funge spesso da filo conduttore delle varie scene, una sorta di narratore scanzonato che ci accompagna nei diversi quadri.

Quadri antichi

Lo spettacolo di marionette sull’acqua propone infatti una serie di scene, ambientate in un contesto rurale, che si spiega, naturalmente, con l’origine storica degli spettacoli.

Gli spettacoli non sono recitati a voce, ma solo con i movimenti, accompagnati da una musica tradizionale cantata. Le parole di queste canzoni devono servire a illustrare la scena, perciò è d’uopo munirsi di un’audioguida che spieghi quale scena stiamo guardando!

Scena 1: Introduzione con la comparsa del ragazzo sul bufalo d’acqua

Scena 2: Il re Lê Lợi che restituisce la spada alla tartaruga del lago Hoàn Kiế

Scena 3: L’accoglienza trionfale di un giovane che rientra nel proprio paese dopo aver passato gli esami da Mandarino alla corte dell’Imperatore

Scena 4: storie buffe tra un pescatore, sua moglie, una scimmia e alcune anatre (!)

Scena 5: una danza di fenici che si accoppiano felici (lo so, fa rima!)

Scena 6: la fata e le sue ninfe che danzano

Conoscere il Vietnam dalle sue marionette

Lo so, a prima vista sembra proprio quello che appare: uno spettacolo per bambini. Le marionette sono in legno laccato, l’atmosfera è curata, ma si tratta pur sempre di pupazzi dagli sguardi grandi e dai movimenti innaturali che interagiscono con tartarughe parlanti e luminose o con fenici oppure con draghi.

Però gli episodi messi in scena sono legati alla tradizione vietnamita e quindi si riferiscono a luoghi e oggetti che si ritrovano da Nord a Sud lungo tutto il dorso del grande drago!

La tartaruga, la spada e il re

Lo so, sembra il mostro di Loch Ness… ma fidatevi, quell’oggetto dorato che emerge dalle acque vorticanti e in mezzo alla nebbia è un dio! Una divinità tartaruga, a cui si accosta il re a bordo di una barca.

Ho già scritto altrove quanto l’episodio cardine della storia mitica di Hanoi mi abbia fatto ricordare la saga arturiana di Excalibur e la dama del lago. Ad Hanoi abbiamo un lago, abbiamo una spada, ma anziché una bella dama, residuo medievale delle ninfe mediterranee, il Vietnam propone una tartaruga, saggia e in compagnia!

Nel piccolo museo accanto alla pagoda sull’isolotto … si trovano infatti due tartarughe imbalsamate, a perenne memoria dell’incontro con il re Lao Le… Le marionette del teatro sull’acqua riproducono il momento in cui il re, vittorioso sui nemici, mantiene la parola data e restituisce la spada. Il lago, infatti, è detto “Il lago della spada restituita”.

Studio matto e … pieno di speranza

Dove c’è educazione non dovrebbe esserci distinzione di classe

Confucio, Analecta 15.39

Lo so, non si vede molto bene, ma il baldacchino in secondo piano è quello che protegge il bravo studente neo Mandarino

Un altro quadro che mi è sembrato estremamente significativo è quello dell’accoglienza trionfale al giovane che è passato agli esami da Mandarino.

Questi esami furono introdotti inizialmente nel corso della dinastia Tran (X secolo) e divennero popolari nel corso del XV-XVI secolo e poi nell’Ottocento. Proprio ad Hanoi si può visitare un tempio definito “della letteratura” che molte agenzie di viaggio presentano come la prima università del Vietnam.

Si tratta di un tempio confuciano, come ce ne sono molti in Vietnam, con la particolarità di avere 82 stele in pietra (ma originariamente erano 116), ognuna posta sul dorso di una tartaruga in pietra (ecco di nuovo il saggio animale!), dove è possibile leggere il nome di 1307 studenti ammessi alla corte imperiale dopo aver sostenuto degli esami particolarmente complessi.

Ebbene, se le stele e i documenti storici ci parlano della difficoltà degli esami e del ruolo dei “dottorati” una volta entrati a corte, dobbiamo ascoltare i racconti popolari oppure assistere a spettacoli come quello delle marionette per poter osservare gli effetti di questa organizzazione sulla popolazione: il figlio studioso che fa carriera e che quindi può tornare in paese da gran signore.

Ho pensato subito al mio viaggio a Wadi Musa, presso Petra: arrivata in paese mi sono stupita di quanti poster giganteschi fossero appesi in mezzo alle strade. Ritraevano volti sorridenti di ragazzi e qualche ragazza, ammetto che inizialmente ho pensato a un qualche memoriale… invece mi è stato spiegato che si trattava di studenti diplomati! Celebrati in paese come eroi!!

Danza della fata Confetto

Infine, una scena che è davvero l’origine stessa dei vietnamiti: la danza felice di una fata e delle sue ninfe. Naturalmente non si tratta della fata Confetto, quella la trovate nello Schiaccianoci, ma anche qui in Vietnam ci sono le fate, che abitano l’acqua oppure i boschi.

Secondo la leggenda, infatti, la fata di montagna Âu Cơ e il drago d’acqua Lạc Long Quân si uniscono e generano 100 uova, da cui discendono i vietnamiti!

Si tratta di un mito che risale alla dinastia Hồng Bàng, cioè una dinastia che sarebbe documentata dal 2879 al 258 a.C. e che dunque verrebbe considerata divina, perché prodotto di un re drago e di una fata. Inevitabile, per me, pensare ai Mavromichali del Mani, cioè alla famiglia che scatenò la ribellione contro i Turchi: secondo la leggenda, il padre dell’eroe ottocentesco era stato generato da una sirena, accoppiatasi con un Mavromichali in una delle baie della penisola del Mani.

Insomma, c’è sempre bisogno di mescolare il proprio DNA, soprattutto con qualche creatura proveniente dalla natura più selvaggia e in grado di proteggere la prole!

O mythos deloi

L’acquisto di cui vado più fiera! In Vietnam vendono MIGLIAIA di biglietti con vari soggetti, ma io ne ho trovato solo uno con il ragazzo sul bufalo! In effetti, il soggetto era presente su moltissimo merchandising e anche su oggetti come teiere , ma quest’oggettino delicato mi ha entusiasmato! E se non avessi assistito allo spettacolo, dubito che avrei saputo cogliere il riferimento.

Per concludere, posso dire che lo spettacolo per bambini si è rivelato un modo splendido per entrare in contatto con un aspetto della cultura vietnamita: l’importanza della vita rurale, che ritroverò – ad esempio – nelle tombe erette proprio in mezzo ai campi coltivati; certe figure dell’immaginario che ritornano spessissimo – come il ragazzo con flauto sul bufalo d’acqua; l’importanza simbolica di alcuni animali, reali o fantastici, che poi ritroverò in molte fogge in tutte le pagode visitate e anche come elementi decorativi di edifici e giardini; il segno indelebile lasciato dagli esami! Perché non solo ad Hanoi, ma anche in altre città ex-imperiali torna il riferimento agli studenti dottorati e quindi al prestigio di un’educazione confuciana.

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Dispacci 3 – Il suo regno per un cavallo

Questa simpatica decorazione viene da un albergo di Da Nang

Un tempio nascosto

Eccoci alla terza puntata di Dispacci, il mio viaggio in Vietnam raccontato attraverso brevi considerazioni di tipo culturale e storico.

L’argomento odierno è legato, inevitabilmente, alla celebrazione del Nuovo Anno Lunare, come registrata nel calendario lunisolare adottato in Vietnam: il 17 febbraio sarà il Tết Nguyên Đán, il festival del primo giorno dell’anno. Questi i pittogrammi sino-vietnamiti: 節 (tiết) e 元旦.

Vorrei evitare di dilungarmi qui sui vari calendari adottati dai Vietnamiti a partire dal 111 a.C., quado la dinastia cinese Han inaugurò un controllo millenario del territorio: da allora sono stati diversi i sistemi seguiti per suddividere l’anno, con aggiunte di più o meno mesi bisestili, vi rimanderei a questa pagina wikipedia per ripercorrere la sequenza cronologica. Quella che resta invariata è la funzione di un tale calendario, che si collega al ritmo della campagna, infatti il primo dell’anno è anche il giorno che stabilisce l’inizio del ciclo dei lavori agricoli.

Se non lo sai, quasi non ci fai caso, presa da mille altre cose (ad esempio cercare di non venire investita dai motorini!) ma una volta entrata, come capita spesso nelle pagode e nei templi vietnamiti, lasci tutta la confusione alle spalle e vieni avvolta dalla pace del luogo, contenta di immergerti nella leggenda.

In questo dispaccio vorrei invece concentrarmi sul segno zodiacale dell’anno entrante: il cavallo! Perché nel visitare Hanoi ci siamo imbattuti in un tempio seminascosto tra le viuzze del centro, un tempio fondato nell’XI secolo d.C. ma rinnovato nel XVIII, un tempio che potrebbe passare inosservato, ma che è probabilmente il più antico tempio di Hanoi e uno dei monumenti più protetti dal governo vietnamita.

Il tempio guardiano dell’Est

Ad Hanoi esistevano quattro templi, dedicati ad altrettante divinità protettrici e, ovviamente, associate ciascuna a un punto cardinale; troverò modo e tempo di parlare del Feng Shui e di come le linee guida di questa filosofia geomantica innervino qualunque spazio costruito, e incanalino le energie più o meno magnetiche che ci circondano.

In ogni caso, secondo la leggenda, la città di Thăng Long (odierna Hanoi) era protetta da quattro divinità, ognuna risiedente in un tempio. Fu il re Lý Thái Tổ a spostare la capitale da Hoa Lu e a costruire i templi: la visione di un drago che emergeva da un lago e ascendeva verso il cielo lo convinse che quello fosse il luogo giusto per costruire una nuova città, meglio protetta. Ma, ecco, per l’appunto, gli dèi dovevano fare la loro parte e uno di questi era particolarmente potente, si chiamava Long Đỗ, letteralmete “pancia del drago”.

Il drago è uno dei quattro animali magici della cultura vietnamita ed è solitamente associato a potere e protezione, non va dimenticato che i Vietnamiti stessi discenderebbero da un drago (d’acqua) e una fata! Long Đỗ fu particolarmente utile al re nelle decisioni politiche e militari, infatti, dice sempre la leggenda, arrivò un tempo in cui il re dovette trovare un modo per sconfiggere il potente mandarino Cao Bien. Il generale cinese voleva impedire che la città diventasse una roccaforte e contrastava con formule magiche gli sforzi di Lý Thái Tổ nel costruire la cittadella.

Il suo regno per un cavallo

Lý Thái Tổ era disperato e chiese consiglio al potente dio, il quale gli apparve in sogno (ah! quante cose potrei dire sull’oneiromanzia!!) e gli disse che avrebbe visto un cavallo bianco uscire dal suo tempio, lo avrebbe dovuto seguire e avrebbe dovuto costruire le mura della cittadella lungo il percorso tracciato dagli zoccoli del cavallo.

Così fece e la cittadella resistette, l’esercito riuscì a contrastare le armi del malefico mandarino e la pace regnò (per un bel po’). Il re decise perciò di dedicare il tempio di Long Đỗ al cavallo bianco (Bạch Mã) che aveva salvato il regno.

Un po’ di storia, per favore!

Togliamoci un attimo dalla prospettiva leggendaria e vediamo che le vicende del trasferimento della capitale a Nord si collocano tra il X e l’XI secolo d.C., la fondazione di Hanoi sarebbe datata al 1010 d.C., la costruzione del tempio sembrerebbe coerente con queste date.

In pratica, il tempio di Bạch Mã è davvero il più antico della città e dal 18 giugno del 2022 è diventato monumento storico di importanza nazionale; la manutenzione è affidata allo Stato e al suo interno troviamo, accanto alla statua del quadrupede, un altare dedicato a Confucio, un altare dedicato ai sacrifici che si celebrano nei giorni di solstizi ed equinozi, alcune stele che riferiscono la leggenda ma anche i nomi di persone decedute durante la guerra, insomma un vero e proprio memoriale alla città e ai suoi cittadini. Non mancano altri simboli legati alle tradizioni buddiste e riferimenti ad altri animali mitici, come la gru, la tartaruga e la fenice.

Matto come un cavallo?

La tradizione cinese assegna ogni anno a un animale, seguendo una rotazione ciclica su dodici diversi segni, indicati da animali. Lo zodiaco vietnamita ha apportato alcune modifiche, utilizzando animali più comuni sul territorio nazionale: infatti, anziché la lepre in Vietnam troviamo il gatto, invece del bue c’è il bufalo d’acqua, invece della pecora la capra.

Ma il cavallo è comune alle due tradizioni e, stando a questa pagina, ha una personalità gradevole, è sicuro di sé, responsabile, ma non ama essere controllato e a volte è un po’ impaziente, in ogni caso sopporta bene lo sforzo fisico e mentale.

Festa mobile

Così vengono definite le celebrazioni che non hanno giorni fissi, per esempio nella tradizione cristiana la Pasqua è una festa mobile. Il Tết ricade sicuramente in questa categoria, ciononostante è estremamente importante e viene festeggiato per quasi una settimana, che si allarga un po’ prima e un po’ dopo la data esatta del primo giorno dell’anno.

Se volete sapere di più dei festeggiamenti tradizionali del Capodanno lunare vietnamita vi suggerisco di leggere il post di Marina Lo Blundo, che sta raccontando, anche lei in puntate diluite nel tempo, la propria esperienza vietnamita. Ecco qui il link:

https://marainainviaggio.com/2026/02/12/tet-nguyen-dan-come-si-festeggia-il-capodanno-lunare-in-vietnam/

Invece, per quel che riguarda questo mio post, ecco i siti che ho utilizzato, oltre all’esperienza diretta che mi ha permesso di scattare le foto in situ:

https://www.vam.ac.uk/articles/the-lunar-zodiac#slideshow=8683334511&slide=16 per le immagini dei segni zodiacali della mitologia cinese

https://grokipedia.com/page/Thn_Long per le notizie sui protagonisti della leggenda del cavallo bianco e approfondimenti sul tempio

Nota a margine: in questo post ho deciso di parlare del Tết di inizio anno, ma ce n’è un altro che determina l’inizio dell’autunno, la Festa d’Autunno, dove i bambini sono al centro delle celebrazioni. In pratica si tratta del contraltare a questo Tết di Primavera, altro nome della festa di Capodanno. Come dicevamo all’inizio, il calendario lunisolare è seguito soprattutto da chi tiene in grande considerazione i passaggi tra le varie stagioni, perché determinano l’andamento del raccolto. Ma anche di questi aspetti, parleremo in altri dispacci!

Per i Dispacci precedenti, invece, ecco i due link al primo e al secondo.

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