Dispacci 3 – Il suo regno per un cavallo

Questa simpatica decorazione viene da un albergo di Da Nang

Un tempio nascosto

Eccoci alla terza puntata di Dispacci, il mio viaggio in Vietnam raccontato attraverso brevi considerazioni di tipo culturale e storico.

L’argomento odierno è legato, inevitabilmente, alla celebrazione del Nuovo Anno Lunare, come registrata nel calendario lunisolare adottato in Vietnam: il 17 febbraio sarà il Tết Nguyên Đán, il festival del primo giorno dell’anno. Questi i pittogrammi sino-vietnamiti: 節 (tiết) e 元旦.

Vorrei evitare di dilungarmi qui sui vari calendari adottati dai Vietnamiti a partire dal 111 a.C., quado la dinastia cinese Han inaugurò un controllo millenario del territorio: da allora sono stati diversi i sistemi seguiti per suddividere l’anno, con aggiunte di più o meno mesi bisestili, vi rimanderei a questa pagina wikipedia per ripercorrere la sequenza cronologica. Quella che resta invariata è la funzione di un tale calendario, che si collega al ritmo della campagna, infatti il primo dell’anno è anche il giorno che stabilisce l’inizio del ciclo dei lavori agricoli.

Se non lo sai, quasi non ci fai caso, presa da mille altre cose (ad esempio cercare di non venire investita dai motorini!) ma una volta entrata, come capita spesso nelle pagode e nei templi vietnamiti, lasci tutta la confusione alle spalle e vieni avvolta dalla pace del luogo, contenta di immergerti nella leggenda.

In questo dispaccio vorrei invece concentrarmi sul segno zodiacale dell’anno entrante: il cavallo! Perché nel visitare Hanoi ci siamo imbattuti in un tempio seminascosto tra le viuzze del centro, un tempio fondato nell’XI secolo d.C. ma rinnovato nel XVIII, un tempio che potrebbe passare inosservato, ma che è probabilmente il più antico tempio di Hanoi e uno dei monumenti più protetti dal governo vietnamita.

Il tempio guardiano dell’Est

Ad Hanoi esistevano quattro templi, dedicati ad altrettante divinità protettrici e, ovviamente, associate ciascuna a un punto cardinale; troverò modo e tempo di parlare del Feng Shui e di come le linee guida di questa filosofia geomantica innervino qualunque spazio costruito, e incanalino le energie più o meno magnetiche che ci circondano.

In ogni caso, secondo la leggenda, la città di Thăng Long (odierna Hanoi) era protetta da quattro divinità, ognuna risiedente in un tempio. Fu il re Lý Thái Tổ a spostare la capitale da Hoa Lu e a costruire i templi: la visione di un drago che emergeva da un lago e ascendeva verso il cielo lo convinse che quello fosse il luogo giusto per costruire una nuova città, meglio protetta. Ma, ecco, per l’appunto, gli dèi dovevano fare la loro parte e uno di questi era particolarmente potente, si chiamava Long Đỗ, letteralmete “pancia del drago”.

Il drago è uno dei quattro animali magici della cultura vietnamita ed è solitamente associato a potere e protezione, non va dimenticato che i Vietnamiti stessi discenderebbero da un drago (d’acqua) e una fata! Long Đỗ fu particolarmente utile al re nelle decisioni politiche e militari, infatti, dice sempre la leggenda, arrivò un tempo in cui il re dovette trovare un modo per sconfiggere il potente mandarino Cao Bien. Il generale cinese voleva impedire che la città diventasse una roccaforte e contrastava con formule magiche gli sforzi di Lý Thái Tổ nel costruire la cittadella.

Il suo regno per un cavallo

Lý Thái Tổ era disperato e chiese consiglio al potente dio, il quale gli apparve in sogno (ah! quante cose potrei dire sull’oneiromanzia!!) e gli disse che avrebbe visto un cavallo bianco uscire dal suo tempio, lo avrebbe dovuto seguire e avrebbe dovuto costruire le mura della cittadella lungo il percorso tracciato dagli zoccoli del cavallo.

Così fece e la cittadella resistette, l’esercito riuscì a contrastare le armi del malefico mandarino e la pace regnò (per un bel po’). Il re decise perciò di dedicare il tempio di Long Đỗ al cavallo bianco (Bạch Mã) che aveva salvato il regno.

Un po’ di storia, per favore!

Togliamoci un attimo dalla prospettiva leggendaria e vediamo che le vicende del trasferimento della capitale a Nord si collocano tra il X e l’XI secolo d.C., la fondazione di Hanoi sarebbe datata al 1010 d.C., la costruzione del tempio sembrerebbe coerente con queste date.

In pratica, il tempio di Bạch Mã è davvero il più antico della città e dal 18 giugno del 2022 è diventato monumento storico di importanza nazionale; la manutenzione è affidata allo Stato e al suo interno troviamo, accanto alla statua del quadrupede, un altare dedicato a Confucio, un altare dedicato ai sacrifici che si celebrano nei giorni di solstizi ed equinozi, alcune stele che riferiscono la leggenda ma anche i nomi di persone decedute durante la guerra, insomma un vero e proprio memoriale alla città e ai suoi cittadini. Non mancano altri simboli legati alle tradizioni buddiste e riferimenti ad altri animali mitici, come la gru, la tartaruga e la fenice.

Matto come un cavallo?

La tradizione cinese assegna ogni anno a un animale, seguendo una rotazione ciclica su dodici diversi segni, indicati da animali. Lo zodiaco vietnamita ha apportato alcune modifiche, utilizzando animali più comuni sul territorio nazionale: infatti, anziché la lepre in Vietnam troviamo il gatto, invece del bue c’è il bufalo d’acqua, invece della pecora la capra.

Ma il cavallo è comune alle due tradizioni e, stando a questa pagina, ha una personalità gradevole, è sicuro di sé, responsabile, ma non ama essere controllato e a volte è un po’ impaziente, in ogni caso sopporta bene lo sforzo fisico e mentale.

Festa mobile

Così vengono definite le celebrazioni che non hanno giorni fissi, per esempio nella tradizione cristiana la Pasqua è una festa mobile. Il Tết ricade sicuramente in questa categoria, ciononostante è estremamente importante e viene festeggiato per quasi una settimana, che si allarga un po’ prima e un po’ dopo la data esatta del primo giorno dell’anno.

Se volete sapere di più dei festeggiamenti tradizionali del Capodanno lunare vietnamita vi suggerisco di leggere il post di Marina Lo Blundo, che sta raccontando, anche lei in puntate diluite nel tempo, la propria esperienza vietnamita. Ecco qui il link:

https://marainainviaggio.com/2026/02/12/tet-nguyen-dan-come-si-festeggia-il-capodanno-lunare-in-vietnam/

Invece, per quel che riguarda questo mio post, ecco i siti che ho utilizzato, oltre all’esperienza diretta che mi ha permesso di scattare le foto in situ:

https://www.vam.ac.uk/articles/the-lunar-zodiac#slideshow=8683334511&slide=16 per le immagini dei segni zodiacali della mitologia cinese

https://grokipedia.com/page/Thn_Long per le notizie sui protagonisti della leggenda del cavallo bianco e approfondimenti sul tempio

Nota a margine: in questo post ho deciso di parlare del Tết di inizio anno, ma ce n’è un altro che determina l’inizio dell’autunno, la Festa d’Autunno, dove i bambini sono al centro delle celebrazioni. In pratica si tratta del contraltare a questo Tết di Primavera, altro nome della festa di Capodanno. Come dicevamo all’inizio, il calendario lunisolare è seguito soprattutto da chi tiene in grande considerazione i passaggi tra le varie stagioni, perché determinano l’andamento del raccolto. Ma anche di questi aspetti, parleremo in altri dispacci!

Per i Dispacci precedenti, invece, ecco i due link al primo e al secondo.

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Dispacci 2 – Gli occhi dell’Occidente

Una serie di “dispacci” per raccontare un viaggio in Vietnam tra Oriente e Occidente. La prima puntata la trovate qui, mentre nel post seguente troverete alcune osservazioni e un po’ di biblio- e filmografia in merito a come il Vietnam e le sue vicende sono entrati nell’immaginario collettivo di chi vive al di qua degli Urali.

In questo secondo dispaccio farò parlare anche chi mi ha accompagnato in Vietnam, in realtà la mente dietro al programma di viaggio. Si chiama Luca Lanzalaco e in questi dispacci avrà il ruolo di voce storica, se volete potete pensare a lui come a una saggia Clio.

Indocina

Dovrei cominciare dalla presenza francese in Vietnam, una presenza coloniale che arriva nella seconda metà dell’Ottocento e se ne va nei primi anni Cinquanta del Novecento. Nel mezzo, un governo fatto di soprusi, che mise in moto gli eventi che portarono al conflitto con gli Stati Uniti. Ma questo mio post non vuole essere un bignami di storia, perché vorrei parlarvi di riflessioni che mi sono scaturite nel visitare il Vietnam oggi, perciò ho deciso di sorvolare per il momento sui decenni francesi, ci tornerò in occasione di un altro dispaccio, più puntuale.

Un Paese riunificato

Il Vietnam è noto soprattutto come teatro della guerra con gli Stati Uniti, un conflitto che ha sacrificato milioni di vite alla partita geopolitica più complessa dell’era moderna.

Ecco, in due parole, l’episodio che ha siglato la fine della guerra:

Il museo di cui Luca sta parlando si trova a Ho Chi Minh City (Saigon) ed è il Museo della Riunificazione, presso il palazzo dell’ex Presidenza del Vietnam del Sud.

Anche in un normale giorno della settimana, sono decine i gruppi di turisti che affollano le sale, lasciate esattamente com’erano il fatidico 30 aprile 1975. Tra i pannelli spunta un riferimento al progetto architettonico che, come è d’uso in Vietnam, ha seguito non solo le norme ingegneristiche ma anche le regole del Feng Shui, una pratica filosofica che cerca di ricreare l’armonia attraverso i luoghi.

Cemento, legno, vetro, decorazioni che imitano le canne di bambù, un laghetto con bonsai nella zona dell’appartamento presidenziale, simboli dipinti o incisi, tutto serve a creare il migliore dei luoghi possibili, il luogo dove esercitare il migliore dei poteri possibili. Ma, naturalmente, anche un bunker sotterraneo…perché non si sa mai!

L’hotel Continental

Nel 1880 a Saigon i francesi costruiscono un hotel in puro stile coloniale: l’hotel Continental. L’albergo diventerà un vero e proprio quartier generale per i giornalisti inviati a scrivere la cronaca della guerra. Uno di questi si chiamavaTiziano Terzani, che sarà testimone oculare del momento cardine della riunificazione:

Proprio Terzani è tra i protagonisti di un breve filmato che vi propongo di seguire per capire ancora meglio il ruolo della stampa in quegli anni così complessi.

“Sentivi la Storia che era lì fuori”

Come avete ascoltato nel filmato, l’Hotel Continental è stato per decenni uno sguardo occidentale sul Vietnam. Nelle sue stanze hanno scritto, tra gli altri, Andrè Malreaux e Graham Greene, il cui “The Quiet American” è stato trasposto al cinema due volte, nel 1958 e nel 2002 (questa versione la potete trovare su Prime Video).

Nel cuore della Saigon francese, di fronte al teatro dell’Opera e a poca distanza dalla cattedrale (Notre Dame) e dall’ufficio postale costruito da architetti francesi (non Eiffel, come spesso viene detto, ma Alfred Foulhoux), questo hotel all’angolo tra due arterie della città e con i tavolini del caffè direttamente sul marciapiede, pulsava della vita dei giornalisti e dei fotografi che comprendevano quanto il loro fosse un ruolo di testimoni in prima linea, a volte persino martiri.

A me gli occhi

Questa foto tristemente molto famosa vinse il Pulitzer nel 1973. Per saperne di più seguite il link qui.

Un altro luogo che fornisce testimonianze della guerra e lo sguardo occidentale sul Vietnam di quei decenni è il Museo dei Residuati Bellici. Qui, divisi in varie sale, troviamo percorsi tematici che illustrano con qualche oggetto e molte immagini le circostanze del conflitto e la risonanza che ebbe a livello internazionale.

C’è poi una sezione dedicata alle foto di giornalisti occidentali, alcuni morti proprio in trincea. Le foto sono sia quelle dei reportage di guerra che quelle, molto crude, degli effetti del cosiddetto Agente Orange sulle persone, che per decenni restarono intossicate attraverso l’acqua e il cibo contaminati.

La sezione si intitola “Requiem” e i due curatori sono Tim Page e Horst Faas, due fotografi, anch’essi feriti in Vietnam; Faas ricoprì il ruolo di Direttore dell’Associated Press nel Sud Est asiatico e vinse diversi premi internazionali proprio con i suoi reportage di guerra in Vietnam. La mostra è un atto di omaggio per i colleghi.

Mi ha però colpito una cosa di questa sezione: la mancanza di foto dei tantissimi reporter o fotografi improvvisati vietnamiti, che giravano per città e campagne a documentare. Sicuramente molti di voi avranno riconosciuto la foto che ho postato poco sopra, quella dei ragazzini che scappano da un bombardamento, dove una ragazzina compare nuda perché la violenza della bomba e l’effetto del Napalm le ha letteralmente bruciato i vestiti e la pelle. Ebbene, quella foto non fu scattata da un giornalista straniero, ma da uno vietnamita. Dopo cinquant’anni dal Pulitzer giustamente assegnato a questa testimonianza atroce, un documentario su Netflix spiega che Horst Faas decise di pubblicare la foto con il nome di un vietnamita, collaboratore di Associated Press, che però quella foto lì non l’aveva scattata.

Nei momenti concitati della redazione, Faas prese una decisione drastica: anziché firmare con il nome del vero fotografo, che però era uno dei tantissimi collaboratori occasionali (gli stringers) che vendevano le foto per qualche dollaro, AP doveva uscire con il nome di un collaboratore in forze alla redazione, Nick Ut.

Vi consiglio di guardare il documentario, perché permette di comprendere un contesto estremamente interessante nella sua tragicità: la necessità di documentare l’orrore e allo stesso tempo di fare in modo che quei documenti non siano messi in discussione, anzi diventino un modo per denunciare abusi e orrori. Horst Faas, stando al documentario, si sarebbe arrogato il diritto di decidere come raccontare un fatto di cronaca: il vero autore della foto ha subito una enorme scorrettezza, che ha avuto ripercussioni sia economiche che personali, mentre, ancora una volta, lo sguardo che ha prevalso è stato quello Occidentale.

Over

Nel filmato sul ritorno a Saigon Terzani si lamenta di come la città venga svenduta ai turisti e lancia una provocazione: forse quella guerra è stata davvero una tragedia che si poteva evitare, perché la tanto sbandierata vittoria del regime di Hanoi non ha fermato l’inarrestabile avanzata di una corruzione dei costumi e delle menti attraverso il consumismo, l’araldo del Capitalismo. Forse, suggerisce Terzani, se avessero vinto “gli altri”, sarebbero stati in grado di gestire meglio questa deriva consumistica.

Certo, il filmato su ritorno a Saigon è degli anni Novanta…chissà cosa potrebbe dire ora!

Gli anni Novanta segnarono la cosiddetta “apertura” verso l’Occidente e infatti moltissimi negozi o ristorante, in varie parti del Vietnam, furono aperti proprio tra il 1990 e il 1998. Oggi Hanoi e Ho Chi Minh City sono decisamente metropoli in cui le offerte turistiche si moltiplicano e l’Occidentale è accompagnato per mano lungo percorsi “obbligati”. Devo dire che a Ho Chi Minh City ho trovato una “aggressività” che Hanoi non sembra avere (per il momento): proprio nella Saigon di Terzani è difficile sfuggire alla logica della visita stereotipata, d’altronde, senza conoscere la lingua, non è possibile pensare di capire la ricca cultura vietnamita in un tour completamente “fai da te”.

Vi propongo due delle offerte di tour che mi hanno letteralmente scioccato: in più centri del Nord abbiamo visto sfrecciare jeep sullo stile di quelle militari dell’esercito degli Stati Uniti, dove i partecipanti spesso indossavano degli elmetti in stile Viet Cong; oppure, per i più temerari (e direi anche i più magri) ci sono i tour nei tunnel originali e l’immagine promozionale utilizza giovani ragazze sorridenti che mimano un’uscita “a sorpresa” dalla strettissima entrata…

A chi sono rivolti questi tour? Ma soprattutto: come è possibile che, una parte così dolorosa della storia patria, venga messa all’asta al miglior offerente e messa in scena spesso proprio per chi viene dai Paesi che si sono resi protagonisti di tante atrocità?

Nelle tre settimane in cui è durato il viaggio, mi sono data una risposta che non può essere esaustiva, per ovvi motivi, e che forse, man mano che migliorerà la mia conoscenza del mondo vietnamita, potrò aggiornare o cambiare del tutto.

Ho avuto la sensazione che i Vietnamiti siano in grado di mettere una sorta di barriera (la chiameremo paratia?) tra un giudizio inevitabile di quel che è accaduto e l’opportunità di guadagno. Quasi che, fermo restando che nessuno può davvero comprendere cosa abbiano significato gli anni di guerre, di una guerra che, in fin dei conti, è stata una guerra civile tra Nord e Sud del Vietnam, se oggi ci sono Occidentali che pagano per queste pagliacciate, ben venga, la loro esperienza non toglie un grammo alla gravità della storia. Forse è questo il messaggio sotteso al nome di una delle sezioni del Museo dei Residuati Bellici, il migliore e il più audace che abbia mai visto in vita mia: “le verità storiche”…

Nell’occhio di chi osserva

Nulla è più visibile di ciò che è nascosto

Confucio, dal primo capito dello Zhongyong

In questa immagine vedete una ninfea sbocciata in uno stagno. Eppure c’è qualcosa che sfugge, se non conosciamo il contesto.

Nel santuario di My Son ci sono diverse “polle” d’acqua dove sono cresciuti fiori di loto, si tratta di crateri lasciati dalle bombe che colpirono il santuario.

Ecco, mi piace concludere questo dispaccio con l’immagine che forse più di tante altre può descrivere la rinascita vietnamita.

Questo mio blog non è né vuole essere una testata giornalistica. Qui esprimo opinioni e cerco il più possibile di fornire contesto e fonti per approfondire, ma restano ovviamente opinioni personali.

Per approfondire:

Il Simpatizzante, di Viet Thanh Nguyen , prima edizione 2016, seconda edizione 2024

My Lai, Vietnam, di Seymour Hersh, 2005

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Dispacci – 1 Unicorni

Raccontare un viaggio tra Oriente e Occidente

Tre settimane in Vietnam, da Hanoi a Ho Chi Minh City, da Nord a Sud, in aereo, pullman, treno, tra città e campagna. Un viaggio bello e complesso che mi ha lasciato a bocca aperta e con la voglia di raccontare. Ho perciò pensato di elaborare dei “dispacci” e devo dire che ho scelto questo termine perché, inevitabilmente, visitare il Vietnam oggi significa anche fare i conti con il passato coloniale e con le guerre che hanno devastato il Paese. Ma naturalmente la mia non è un’idea originale e così ho scoperto, decisamente tardi, che nel lontano 1977 Dispacci divenne il titolo di un libro che parlava proprio delle devastazioni della guerra in Vietnam.

Io parlerò anche degli aspetti storici, facendomi aiutare da chi ne sa più di me, ma, come al solito, utilizzerò questo spazio per riflettere su aspetti culturali vietnamiti che mi hanno particolarmente colpito e che, ognuno a suo modo, mi hanno suggerito un confronto con tradizioni a me più affini.

Animali fantastici e dove trovarli

Eviterò lunghe premesse e spero che prendiate questi post come tessere di un mosaico, ognuna colorata e bella anche isolata, ma tutte parti di un’immagine più ampia.

Visitare una pagoda vietnamita, un tempio o un palazzo, è una vera gioia per gli occhi: ti ritrovi circondata da alberi, giardini e statue spesso di animali dall’aspetto a metà tra il pauroso e l’affascinante. Con il tempo capisci che gli spazi giocano un ruolo fondamentale nella tua percezione di ciò che hai davanti, d’altronde il Feng Shui è una filosofia che da queste parti viene tenuta in grande considerazione e guida le scelte di interior designers ma anche di ingegneri.

Gli animali della tradizione sino-vietnamita sono tanti e ognuno carico di simbologie di cui ci ricordiamo forse solo quando decidiamo di consultare, un po’ per gioco, un oroscopo cinese! Ma quelli che troveremo moltiplicati e diffusi negli edifici politici e religiosi sono soprattutto quattro: i Tứ Linh, i quattro animali sacri, vale a dire il drago, la fenice, la tartaruga e l’unicorno.

Lost in translation

Uno degli unicorni nella cittadella di Hue

La prima volta in cui mi sono imbattuta in un unicorno vietnamita è stato nella cittadella di Hue, città imperiale che, peraltro, pare avere una pianta che riproduce le silhouette di tre unicorni che giocano a palla (notizia trovata qui e attribuita a uno studioso di Feng Shui)

In uno degli ampi cortili della cittadella, infatti, sono visibili due unicorni, uno per lato dello spiazzo. La nostra guida locale ci spiega che si tratta di animali ibridi: una tigre con il volto di drago. Non sempre hanno un corno, ma la traduzione inglese non lascia spazio al dubbio e così comincio a pensare…

La guida prosegue dicendo che la presenza di queste statue nel cortile è legata ai rituali della corte imperiale: gli unicorni, stando alla tradizione vietnamita, sono in grado di distinguere il bene dal male e quindi di riconoscere disonestà o lealtà, perciò l’imperatore “testava” davanti alle statue i suoi Mandarini, gli ufficiali della corte. Durante la cerimonia della “grande salutazione”, dunque, i Mandarini erano guardati a vista da queste creature, che avrebbero potuto decretare le loro sorti presso l’Imperatore.

Facciamo corna

Eravamo reduci da un’altra spiegazione, relativa alla traslitterazione in lettere latine della lingua Nom sino-vietnamita da parte di un missionario portoghese nel Seicento, Francisco de Pina, e quindi il mio primo pensiero è stato che forse la traduzione in “unicorno” di questa curiosa bestia fosse stata un’interpretazione occidentale, che si basava sull’aspetto ibrido dell’animale. Ma anche la questione della “lealtà/purezza” poteva essere importante, dunque cosa dedurne?

https://it.wikipedia.org/wiki/Pseudoryx_nghetinhensis

Se cerchiamo tra la fauna vietnamita, in effetti esiste la Saola, conosciuto come “unicorno asiatico” e così definito perché piuttosto raro e dal carattere “gentile” (cito da wikipedia).

Tuttavia non ha nulla a che vedere con le raffigurazioni degli unicorni di pagode e palazzi.

Dalla Cina con furore?

Le statue che ho potuto vedere a Hue e in altre pagode vietnamite raffigurano i Ky Lan, termine vietnamita che indica i cinesi Qilin, animali ibridi associati a saggezza e potere; sembra infatti che i Qilin appaiano in occasione di nascite o morti illustri; questo è ciò che leggiamo, ad esempio, nella biografia di Confucio. Gli animali coinvolti nel patchwork sono normalmente un cavallo e un drago, ma ci sono descrizioni anche di scaglie di pesce o peli irsuti, a volte è per metà bufalo, altre ha addirittura baffi di pesce gatto, e a volte la fronte ospita un corno.

Superba statua di unicorno a guardia della sala principale nella pagoda Linh Ung a Da Nang,
sulla penisola di Son Tra.

In Vietnam questi animali della mitologia cinese compaiono probabilmente nel periodo di Le Trung Hung (si tratta di un ritorno della dinastia Le a partire dal XVI secolo). Con la dinastia Nguyen (1802-1945) il Ky Lan diviene estremamente popolare e lo troviamo spesso utilizzato per decorare i sigilli imperiali, inoltre esce dalle dimore reali e viene utilizzato per proteggere anche le case di persone comuni.

Lo ammetto, questo forse non è un unicorno, ma un più “banale” drago! In ogni caso volevo rendere chiaro l’aspetto dei sigilli della dinastia Nguyen, esposti nella cittadella imperiale di Hue.

Unicorni compaiono dunque come statue a sé oppure in coppia con altri animali sacri a decorare tetti e pareti, a volte gli unicorni si trovano associati alle campane, onnipresenti nell’architettura religiosa e palaziale, forse perché si pensa che il loro nitrito (?) abbia un tono argentino che ricorda il rintocco delle campane.

In purezza

Penso e ripenso a questo animale invocato per proteggere e la mente attraversa altopiani e catene montuose, torna in Occidente e si ferma a contemplare il “nostro” unicorno: un cavallo bianco con un corno tortile in fronte e una buffa barbetta sotto il mento.

In questo articolo Francesca Tagliatesta ripercorre la storia letteraria dell’unicorno in Occidente: il primo a parlare di unicorni nel V secolo a.C. fu il greco Ctesias di Cnido (costa anatolica), il quale nel primo libro di “Indikà” descrive un asino o cavallo bianco (ma a volte si parla di capra), con gli occhi azzurri, la testa rossa e un corno attorcigliato che gli cresce in mezzo alla fronte e che ha la base e la punta color crema e per il resto è nero. Ctesias, in realtà, non è mai stato in India, ma giura di aver avuto racconti di prima mano e aggiunge che il corno ha poteri taumaturgici.

Questo medico greco della corte di Artaserse II è la fonte principale di racconti e iconografie, sul suolo italico noi abbiamo Plinio il Vecchio (Naturalis Historia VIII, 76) che arricchisce l’immaginario attribuendo all’unicorno una testa di cervo, corpo di cavallo, zampe di elefante e coda di cinghiale (!) Continua invece senza scosse la tradizione che associa a questo straordinario animale proprietà terapeutiche.

Non potevo non mettere una delle scene dell’arazzo noto come “La dama e l’unicorno”, approfitto per suggerirvi di leggere lo splendido romanzo di Tracy Chevalier che immagina le circostanze che portarono alla creazione dell’arazzo. (Toulouse) Le Vue (La Dame à la licorne) – Musée de Cluny Paris

Ma il punto di svolta avviene con il Cristianesimo, in cui l’unicorno conquista un posto d’onore tra le bestie cariche di simbologia: il candido cavallo sarebbe in grado di intuire la purezza delle persone, soprattutto delle donne vergini, tanto è vero che, quando intravede una vergine le si lancia addosso e si accoccola con la testa monocornuta sul grembo.

Arriviamo alla saga arturiana, dove il re di Camelot sottopone le fanciulle alla “prova dell’unicorno”, facendole bere da un corno del fatato animale per verificare la loro verginità.

In somma

E allora ecco che l’unicorno orientale e quello occidentale (che però veniva dall’India) si riuniscono nella funzione di verificatori delle buone intenzioni, anzi di un animo puro, così raro a trovarsi. Forse tanto raro quanto… avvistare un unicorno!

Perdonate la bassa qualità dell’immagine! Qui vedete un unicorno dal corpo di elefante e dalle ADORABILI zampe di anatra! L’ho trovato nel santuario di My Son, dove l’etnia Champa praticava inizialmente l’induismo.

Per approfondire

Oltre all’articolo di Tagliatesta vi suggerisco questo di Elmer Suhr, datato 1964 ma ancora ricco di suggestione visto che associa l’unicorno non più a un animale reale “mal interpretato”, quanto al fenomeno astronomico dell’eclisse: An interpretation of the Unicorn.

Ho trovato interessanti anche alcune considerazioni pubblicate qui e qui.

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Passaggio in Sicilia – alla prossima!

Museo Archeologico di Palermo, intitolato ad Antonino Salinas.
Questi ex voto di terracotta provengono dal santuario di Demetra Malophoros a Selinunte.

Siamo giunti all’ultima puntata del racconto dell’estate: un Signature Seminar organizzato dalla sottoscritta con il supporto logistico di Syracuse Florence, l’aiuto sul campo di Giulia Pettena e la insostituibile rete di amicizie che hanno messo a disposizione la propria professionalità con generosità e simpatia.

I templi in collina

Le ultime due tappe del nostro giro ci hanno portato al sito di Selinunte e infine a Palermo, dove i corsi e ricorsi storici conservano i reperti scavati nel sito fondato da Megara Hyblaea nel VII secolo a.C.

Il gruppo ha apprezzato molto la possibilità di entrare finalmente tra le colonne di un tempio greco e molti sono rimasti spiazzati dalle dimensioni sia dei templi che del sito in generale; abbastanza memorabile il trasferimento con i trabiccoli che io mi ostinavo a chiamare “caddies” (vera figlia dei film anni ’80) e loro “golf carts” …

Yankee go home (?)

Forse il momento più interessante è quello che io e Giulia ci siamo perse: il pranzo libero a Marinella di Selinunte.

Dal momento che i nostri statunitensi hanno problemi a mangiare pesce e dopo una settimana di caponata cominciavano a sviluppare anticorpi contro le melanzane (!), anziché sfruttare la splendida terrazza e l’ottimo cibo di “Lido Zabbara”, i Nostri si sono diretti in un non ben specificato ristorante, dove hanno mangiato hamburger e pasta. E lì hanno trovato una piccola nemesi di 10 anni: un bambino che, non si sa bene per quale motivo, ha cominciato a prenderli in giro e a dire loro che portavano solo confusione e inciviltà e che dunque dovevano tornarsene a casa loro!

Una ragazza del gruppo era in grado di capire quel che veniva detto, dal momento che studia l’italiano da diversi anni, e così, anziché offendere solo un paio di persone, tutto il gruppo è stato messo a conoscenza del significato di questo più o meno innocente vociare.

Quando me lo hanno raccontato i ragazzi erano ancora scossi; io ero scioccata e più volte ho chiesto conferma dell’età del bambino, perché mi sembrava davvero curioso che dei ventenni si fossero lasciati avvelenare il pranzo da un bambino così piccolo… Me lo sono immaginato come un Benigni di 10 anni, preso di peso da “Non ci resta che piangere”, quando cerca di fermare la partenza di Colombo, per evitare i dolori d’amore alla sorella nel futuro…

Palermo e il fuori programma

A Palermo il gruppo, rasserenato, mi ha lasciato davvero di stucco: l’ultima mattina era prevista unicamente la visita al museo archeologico Salinas e poi due o tre ore di relax indipendente, prima di riunirsi e partire per l’aeroporto.

Ebbene, un gruppetto nutrito, una volta pranzato, si è avventurato alla scoperta della cattedrale panormita, visitandola per esteso. Un momento scelto per suggellare la settimana di viaggio ed esplorazione, raccontato con piacere in molti dei paper finali.

Le fila

Oggi sono due mesi esatti dalla partenza per la Sicilia del nostro gruppo italo-statunitense e ho pensato spesso, negli ultimi giorni, a come concludere questa serie di post sul Seminario “Hands on History in Sicily”.

Posso dire che sono contenta di come sia andato e di come le varie attività svolte siano state in grado di far emergere la figura dell’archeologo contemporaneo, completo del lato romantico/passionale e di quello pratico/interdisciplinare. Lo posso dire perché ho letto tutte le relazioni finali compilate dai ragazzi e dalle ragazze del gruppo e mi sono commossa – un poco, dai – nel vedere che questo viaggio è riuscito a parlare a ognuno di loro in maniera diversa. Ognuno ha mantenuto una propria individualità nel ragionare su quel che aveva visto e sperimentato, ognuno ha saputo vivere il viaggio come opportunità per entrare in contatto con qualcosa di sconosciuto: l’archeologia, ma anche la cultura italiana.

Ogni tappa è riuscita a integrare quella precedente e la progressione della scoperta (dallo scavo, al frammento, al tempio da fuori, al tempio da dentro, agli ex voto) ha permesso di cogliere più dettagli, rallentando il ritmo dell’apprendimento pur nella marcia serrata dei luoghi visitati.

E poi basta, vi sarete annoiati di stare ad ascoltarmi, chiudo questa splendida esperienza con le voci dei miei ragazzi e delle mie ragazze. Non metto nomi, né riferimenti, giusto per tutelare un po’ di privacy, ma ecco una breve selezione:

Looking back on the trip, what stood out most to me was the opportunity to experience history in a way that felt tangible and immediate. It is one thing to read about temples, necropolises, or ancient cities in a textbook, but it is an entirely different experience to walk among the ruins, see the scale of the structures, and imagine the lives of the people who once inhabited those spaces.

Tripi was a meaningful visit to our seminar because it highlighted the importance of smaller sites and the local community’s role in preserving history. (…) The visit to Aidone forced me to think about how museums are more than just spaces for preservation. It taught me that they are also sites of community, identity, and politics

This trip also exposed me to more culture than I was expecting

Each site invited reflection: how does the past persist in the present? How do ruins shape identity? And how do we, as students, take part in the chain of interpretation?

Looking back on the entire seminar, what stands out most to me is how archaeology is not only about uncovering the past but also about learning to move slowly, carefully, and with respect. (…) Archaeology is a slow science

I really enjoyed learning from Professor Todaro. She is an extremely unique person, whose energy is just magnetic and infectious. Her enthusiasm and profound knowledge made me so interested in the topic at hand

We heard a lot of interesting information from Professor Todaro and she embodied the passion that an archaeologist needs to stay diligent throughout the process and make important discoveries.

Un gruppo di studenti statunitensi (e cinesi) che hanno attraversato l’oceano alla ricerca di qualcosa di vago e che hanno trovato forse più di quello che pensavano. Mi piacerebbe avere la foto dei loro sguardi affascinati davanti all’immagine di un’antica principessa diventata, suo malgrado, protagonista di una ricerca millenaria e simbolo di chi si muove, spesso perché costretto, in questo Mediterraneo pieno di memorie…

Metopa dal tempio Y di Selinunte, prima metà del VI secolo a.C., museo Antonino Salinas a Palermo.

Pranzo a Marinella di Selinunte: Lido Zabbara

Hotel a Palermo (perfetto!): Hotel Posta

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