Nel trovare un titolo per le riflessioni che seguiranno, mi è venuto spontaneo pensare al romanzo di E.M. Forster. Ambientata in India, la vicenda al centro del libro dell’autore inglese mette in luce i problemi irrisolti e gli scontri culturali tra gli Inglesi colonizzanti e gli Indiani colonizzati ed è forse questo il motivo che mi ha indicato il possibile parallelo. Nel libro, il processo al Dottor Aziz ha un aspetto decisamente scabroso e questo, naturalmente, non trova spazio nelle mie riflessioni, tuttavia ci sono stati alcuni momenti in cui i protagonisti delle giornate che vado a raccontare mi hanno dato l’impressione di essere impreparati all’incontro con l’altro da sé; in molte occasioni, grazie al cielo, questo incontro ha prodotto delle splendide sinergie!
Comincio quindi il racconto di dieci giorni che hanno visto quindici studenti della Syracuse University, sede di Firenze, impegnati in un viaggio-studio in Sicilia: il Signature Seminar di cui sono stata promotrice e organizzatrice – con aiuto logistico da parte dell’ufficio di FieldTrips della Syracuse fiorentina – è stato intitolato “Hands on History in Sicily” e ci ha portati da un capo all’altro della terra di Trinacria.
Colgo subito l’occasione per ringraziare Giulia Pettena, amica e collega che ha avuto il ruolo ufficiale di R.A. (Responsible Adult), impegnata nel monitorare le necessità di tipo medico dei ragazzi, ma che ha anche funzionato come sparring partner di spiegazioni e dibattiti, forte della sua formazione da etruscologa e archeologa subacquea.
All’ombra del vulcano
La nostra prima tappa è stata Catania, dove sapevo di poter contare sulla bravissima Simona Todaro. Amica degli anni ateniesi, Simona è professoressa associata di Preistoria e Protostoria presso l’Università di Catania (DISUM); il suo curriculum è troppo vasto per essere riassunto e poi, diciamoci la verità, non è la storia accademica che può illustrare la poliedricità e l’istrionismo di questa forza della natura!

Simona è una persona dalla risata contagiosa e dall’ironia pungente: il suo physique du rôle la colloca splendidamente accanto alle sacerdotesse di Akrotiri o Cnossòs, incastonata in qualche anello “di Minosse” e infatti è a Creta che la trovate spesso e volentieri, o comunque impegnata in pubblicazioni sulle civiltà dell’Egeo.
Ma a Catania Simona Todaro è donna del popolo e archeologa piena di passione e di idee.
Qualcuno ha detto “archeologia pubblica”?
Quando ci accoglie nel laboratorio di fronte alla facoltà la troviamo impegnata ad allestire i tavoli per il gruppo, aiutata dai collaboratori e da una delle figlie! Il suo racconto di come è giunta a gestire non solo una cattedra, ma soprattutto uno scavo didattico nel “cortile” dell’ex monastero dei Benedettini, è un tuffo nel passato di Catania e nelle relazioni complesse e viscerali tra città moderna e antica.

Ci spiega che, alcuni decenni fa, l’area era occupata da case umili e spazi di parcheggio delle macchine. Il quartiere era ed è popolare e la decisione di utilizzare quegli spazi per facoltà universitarie creò una frattura estremamente dolorosa tra gli abitanti e il Comune. Non solo venivano privati di un’area che abitavano e utilizzavano, ma chi li espropriava erano i professori, gli aridi abitanti delle torri d’avorio, perciò era difficile riuscire a dialogare.
Infatti, nei primi mesi di vita del laboratorio e dello scavo didattico Simona e i suoi collaboratori hanno dovuto affrontare dispetti e vandalismi abbastanza antipatici: le tegole rubate dal tetto del laboratorio, l’immondizia gettata nello scavo, gli escrementi dei cani non raccolti. Perché quel cortile/giardino è aperto a tutti, ci sono alberi e panchine dove i ragazzi del quartiere o i proprietari di cani vanno regolarmente a passare il tempo.
Simona è riuscita a trovare un accordo con i cittadini, ha cercato un dialogo che non usciva da una remota finestra della torre d’avorio, ma dal petto di una cittadina come loro, che “utilizzava lo stesso ospedale, faceva la spesa dallo stesso fruttivendolo”, queste le sue parole.
Oggi la comunità catanese ha non solo accolto, ma appoggiato molte delle iniziative di Simona e, mentre eravamo lì con lei, uno dei fantomatici proprietari di cani è arrivato, incuriosito dal gruppo eterogeneo, e ha salutato e chiacchierato un po’. Molti progetti vengono discussi insieme agli abitanti del quartiere, proprio per renderli non solo partecipi ma responsabili di un’archeologia che sia utile: a creare un legame, a stimolare curiosità, a rimediare ai danni del passato.
Le chiavi di Giovanni
Tra i tanti aneddoti di Simona me ne è rimasto in mente uno, spero di ricordarne correttamente i dettagli: un giorno gli studenti trovano un paio di chiavi tra gli strati superficiali dello scavo didattico. Sono chiavi di macchina (non ricordo il modello) e, grazie al passaparola quasi immediato, si viene a sapere che un tale Giovanni, molti anni prima, aveva perso le chiavi della macchina in quella zona. Viene aggiunto il particolare che Giovanni aveva dovuto seppellire il proprio cane non molto distante da dove i ragazzi scavavano e, infatti, qualche giorno dopo affiorano i resti dell’animale!
Cani ed elefanti
L’incontro con Simona Todaro si è svolto nell’arco di due mattinate, la prima dedicata al lavoro dell’archeologo urbano, con esperienza di scavo nel cortile dell’Università, la seconda dedicata alla visita del museo archeologico universitario e del “Museo dei Saperi e delle Mirabilia siciliane”, allestito al piano terra del Palazzo Centrale dell’Ateneo catanese, in piazza Università.
I ragazzi hanno potuto osservare due modi diversi e molto interessanti di disporre di reperti antichi, ma sono stati definitivamente catturati dallo scheletro di elefante nano, che, ho spiegato loro, è uno degli esemplari ritrovati in giro per la Sicilia orientale che hanno probabilmente dato sfogo alla fantasia degli antichi abitanti, fino a suggerire l’esistenza di una stirpe di giganti dall’unico occhio centrale.
La partenza con il piede giusto!
Per essere un Seminario “Hands on” direi che non potevamo scegliere una partenza migliore! I ragazzi hanno toccato con mano la preparazione di uno scavo urbano e due di loro hanno assaggiato l’emozione della prima “scoperta”: un chiodo di ferro!




Quando ho contattato Simona un anno e mezzo fa sapevo di essermi messa nelle mani più adatte per un progetto del genere, ma ammetto di essermi emozionata anche io nel vedere fino a che punto la sua energia è arrivata a parlare ai miei statunitensi ancora in pieno Jet Lag!


Catania ci ha accolto con un vulcano in eruzione, ma anche con tutta la sua umanità. Il gruppo ha avuto modo di conoscersi e di esplorare la città nelle serate terse e fresche; lo spirito era alto e l’avventura era appena iniziata…
TO BE CONTINUED
Hotel: Best Western Hotel Mediterraneo Catania
Ristoranti (solo io e Giulia, consigliati dal perfetto Luca Girella):
Lettera82 (quella in piazza Pardo)
















