Passaggio in Sicilia – 1

https://www.amazon.it/Passage-India-M-Forster/dp/0593241568

Nel trovare un titolo per le riflessioni che seguiranno, mi è venuto spontaneo pensare al romanzo di E.M. Forster. Ambientata in India, la vicenda al centro del libro dell’autore inglese mette in luce i problemi irrisolti e gli scontri culturali tra gli Inglesi colonizzanti e gli Indiani colonizzati ed è forse questo il motivo che mi ha indicato il possibile parallelo. Nel libro, il processo al Dottor Aziz ha un aspetto decisamente scabroso e questo, naturalmente, non trova spazio nelle mie riflessioni, tuttavia ci sono stati alcuni momenti in cui i protagonisti delle giornate che vado a raccontare mi hanno dato l’impressione di essere impreparati all’incontro con l’altro da sé; in molte occasioni, grazie al cielo, questo incontro ha prodotto delle splendide sinergie!

Comincio quindi il racconto di dieci giorni che hanno visto quindici studenti della Syracuse University, sede di Firenze, impegnati in un viaggio-studio in Sicilia: il Signature Seminar di cui sono stata promotrice e organizzatrice – con aiuto logistico da parte dell’ufficio di FieldTrips della Syracuse fiorentina – è stato intitolato “Hands on History in Sicily” e ci ha portati da un capo all’altro della terra di Trinacria.

Colgo subito l’occasione per ringraziare Giulia Pettena, amica e collega che ha avuto il ruolo ufficiale di R.A. (Responsible Adult), impegnata nel monitorare le necessità di tipo medico dei ragazzi, ma che ha anche funzionato come sparring partner di spiegazioni e dibattiti, forte della sua formazione da etruscologa e archeologa subacquea.

All’ombra del vulcano

La nostra prima tappa è stata Catania, dove sapevo di poter contare sulla bravissima Simona Todaro. Amica degli anni ateniesi, Simona è professoressa associata di Preistoria e Protostoria presso l’Università di Catania (DISUM); il suo curriculum è troppo vasto per essere riassunto e poi, diciamoci la verità, non è la storia accademica che può illustrare la poliedricità e l’istrionismo di questa forza della natura!

Ho preferito il murale alla statuetta originale della c.d. dea dei serpenti. Non so neanche io perché, forse perché l’ho ritenuto più “vero”, moderno e immediato. Questa foto l’ho scattata a Iraklion ad agosto.

Simona è una persona dalla risata contagiosa e dall’ironia pungente: il suo physique du rôle  la colloca splendidamente accanto alle sacerdotesse di Akrotiri o Cnossòs, incastonata in qualche anello “di Minosse” e infatti è a Creta che la trovate spesso e volentieri, o comunque impegnata in pubblicazioni sulle civiltà dell’Egeo.

Ma a Catania Simona Todaro è donna del popolo e archeologa piena di passione e di idee.

Qualcuno ha detto “archeologia pubblica”?

Quando ci accoglie nel laboratorio di fronte alla facoltà la troviamo impegnata ad allestire i tavoli per il gruppo, aiutata dai collaboratori e da una delle figlie! Il suo racconto di come è giunta a gestire non solo una cattedra, ma soprattutto uno scavo didattico nel “cortile” dell’ex monastero dei Benedettini, è un tuffo nel passato di Catania e nelle relazioni complesse e viscerali tra città moderna e antica.

Simona e Peter Tomkins che illustrano ai ragazzi la topografia di Catania e, nello specifico, del Monastero dei Benedettini, dove è possibile vedere ancora resti della lava dell’eruzione del 1669.

Ci spiega che, alcuni decenni fa, l’area era occupata da case umili e spazi di parcheggio delle macchine. Il quartiere era ed è popolare e la decisione di utilizzare quegli spazi per facoltà universitarie creò una frattura estremamente dolorosa tra gli abitanti e il Comune. Non solo venivano privati di un’area che abitavano e utilizzavano, ma chi li espropriava erano i professori, gli aridi abitanti delle torri d’avorio, perciò era difficile riuscire a dialogare.

Infatti, nei primi mesi di vita del laboratorio e dello scavo didattico Simona e i suoi collaboratori hanno dovuto affrontare dispetti e vandalismi abbastanza antipatici: le tegole rubate dal tetto del laboratorio, l’immondizia gettata nello scavo, gli escrementi dei cani non raccolti. Perché quel cortile/giardino è aperto a tutti, ci sono alberi e panchine dove i ragazzi del quartiere o i proprietari di cani vanno regolarmente a passare il tempo.

Simona è riuscita a trovare un accordo con i cittadini, ha cercato un dialogo che non usciva da una remota finestra della torre d’avorio, ma dal petto di una cittadina come loro, che “utilizzava lo stesso ospedale, faceva la spesa dallo stesso fruttivendolo”, queste le sue parole.

Oggi la comunità catanese ha non solo accolto, ma appoggiato molte delle iniziative di Simona e, mentre eravamo lì con lei, uno dei fantomatici proprietari di cani è arrivato, incuriosito dal gruppo eterogeneo, e ha salutato e chiacchierato un po’. Molti progetti vengono discussi insieme agli abitanti del quartiere, proprio per renderli non solo partecipi ma responsabili di un’archeologia che sia utile: a creare un legame, a stimolare curiosità, a rimediare ai danni del passato.

Le chiavi di Giovanni

Tra i tanti aneddoti di Simona me ne è rimasto in mente uno, spero di ricordarne correttamente i dettagli: un giorno gli studenti trovano un paio di chiavi tra gli strati superficiali dello scavo didattico. Sono chiavi di macchina (non ricordo il modello) e, grazie al passaparola quasi immediato, si viene a sapere che un tale Giovanni, molti anni prima, aveva perso le chiavi della macchina in quella zona. Viene aggiunto il particolare che Giovanni aveva dovuto seppellire il proprio cane non molto distante da dove i ragazzi scavavano e, infatti, qualche giorno dopo affiorano i resti dell’animale!

Cani ed elefanti

L’incontro con Simona Todaro si è svolto nell’arco di due mattinate, la prima dedicata al lavoro dell’archeologo urbano, con esperienza di scavo nel cortile dell’Università, la seconda dedicata alla visita del museo archeologico universitario e del “Museo dei Saperi e delle Mirabilia siciliane”, allestito al piano terra del Palazzo Centrale dell’Ateneo catanese, in piazza Università.

I ragazzi hanno potuto osservare due modi diversi e molto interessanti di disporre di reperti antichi, ma sono stati definitivamente catturati dallo scheletro di elefante nano, che, ho spiegato loro, è uno degli esemplari ritrovati in giro per la Sicilia orientale che hanno probabilmente dato sfogo alla fantasia degli antichi abitanti, fino a suggerire l’esistenza di una stirpe di giganti dall’unico occhio centrale.

La partenza con il piede giusto!

Per essere un Seminario “Hands on” direi che non potevamo scegliere una partenza migliore! I ragazzi hanno toccato con mano la preparazione di uno scavo urbano e due di loro hanno assaggiato l’emozione della prima “scoperta”: un chiodo di ferro!

Quando ho contattato Simona un anno e mezzo fa sapevo di essermi messa nelle mani più adatte per un progetto del genere, ma ammetto di essermi emozionata anche io nel vedere fino a che punto la sua energia è arrivata a parlare ai miei statunitensi ancora in pieno Jet Lag!

Catania ci ha accolto con un vulcano in eruzione, ma anche con tutta la sua umanità. Il gruppo ha avuto modo di conoscersi e di esplorare la città nelle serate terse e fresche; lo spirito era alto e l’avventura era appena iniziata…

TO BE CONTINUED

Hotel: Best Western Hotel Mediterraneo Catania

Ristoranti (solo io e Giulia, consigliati dal perfetto Luca Girella):

Putia dell’Ostello

Lettera82 (quella in piazza Pardo)

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Ritorno al futuro

Ci ho pensato un po’ e alla fine ho deciso di intitolare questa mia riflessione proprio come quella tavola rotonda che organizzai, con il supporto di Piero Pruneti e di Louis Godart, al tourismA del 2017.

Si trattava di illustrare al pubblico la situazione dei marmi del Partenone da un punto di vista sia storico che politico. Intervennero persone attive da anni nella vicenda della richiesta al British Museum di restituire i marmi ad Atene, tra queste mi piace ricordare l’autorevole Dusan Sidjanski, presidente del comitato svizzero per la restituzione dei marmi del Partenone, Matthew Taylor, dell’International Association for the Reunification of the Parthenon Sculptures, nonché autore del blog Elginism, e Maria Vlazaki l’allora segretario generale del Ministero greco di Cultura e Sport.

La “vexata quaestio”

A beneficio di tutte e tutti, sia i consapevoli che gli ignari, cerco di riassumere la questione che ancora tanto fa discutere.

Archibald Archer, The Trustees in the Temporary Elgin Room 1819
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Temporary_Elgin_Room_at_the_Museum_in_1819.jpg

Con l’espressione “Restituzione dei Marmi del Partenone” la Grecia intende la restituzione della decorazione scultorea e di altre parti del Partenone, cioè rocchi di colonne, capitelli, etc, che furono rimossi e portati a Londra da Lord Elgin. La Grecia non intende sollevare la questione generale della restituzione di manufatti artistici che si trovano fuori dal loro Paese d’origine.

Perché

La tavola rotonda di tourismA portò alla creazione della commissione italiana per la restituzioni dei marmi: Godart ne è presidente e io dovevo esserne la segretaria ma, dopo aver aperto una pagina facebook, ho preferito rinunciare all’incarico, perché all’epoca la mia quota di lavoro pro bono era già piena. Ma cosa viene chiesto con precisione?

La questione è semplice: la decorazione scultorea del Partenone è da considerare un sistema unico, architettonico e decorativo. Oggi, grazie all’enorme lavoro fatto per creare le condizioni migliori di conservazione, fruizione e valorizzazione, è possibile ricomporre quell’unità, quel sistema.

Non viene chiesta indietro la cariatide, per essere chiari, perché una cariatide mancante non impedisce la comprensione dell’insieme e perché è vero che ci sono eventi storici che è troppo complesso smontare e rimontare, cancellare o sostituire.

Ma, date le circostanze dell’acquisizione delle statue e dei rilievi da parte di Elgin e date le circostanze della loro esposizione a Londra, che impoveriscono fruizione e comprensione da parte del pubblico, a fronte delle condizioni ottimali di Atene, è logico cercare di spostare quelle opere d’arte da Londra al loro luogo di origine.

Mi spiace, non riesco a farmi piacere questo allestimento, limite mio. https://en.wikipedia.org/wiki/Elgin_Marbles#/media/File:Elgin-marbles-jan-2024.jpg

Chi si lamenta del fatto che questa restituzione darebbe il via a vere e proprie migrazioni di oggetti dai principali musei del mondo fino ad arrivare a cosiddetti rimpatri nelle terre da cui furono sottratti, non considera diverse variabili.

Le variabili

https://it.wikipedia.org/wiki/
A_History_of_the_World_in_100_Objects
  • Prima variabile: difficilmente un museo resterà vuoto, consideranzo i magazzini spesso pieni di oggetti che non trovano posto nelle esposizioni permanenti e che restano nei magazzini in attesa di un’occasione temporanea
  • Seconda variabile: la condizione essenziale per una restituzione è che il museo dove il reperto viene rispedito garantisca la tutela e la fruizione dello stesso. Purtroppo l’attuale Risiko nel quale ci troviamo a vivere spesso non offre tali garanzie.
  • Terza variabile: le circostanze storiche legate alle acquisizioni possono giocare un ruolo importante nella valutazione di cosa e come rimpatriare. Ricordiamoci che il British Museum nacque come “museo totale”, omnicomprensivo. Nel 2010 Neil McGregor, allora direttore, pubblicò un libro dal titolo significativo: “A History of the World in 100 Objects” (Una storia del mondo in 100 oggetti), dove 100 reperti del British Museum venivano selezionati per narrare l’evoluzione di arte, letteratura e storia. Dunque, se i marmi del Partenone dovessero essere solo un esempio di arte ateniese di V secolo a.C., sappiamo che il British può vantare molti altri esempi dello stesso secolo.
  • Quarta variabile: si tratta di un aspetto delicato ed estremamente radicato, vale a dire l’identità culturale greca, per la quale il Partenone sembra essere inserito nel DNA del popolo ellenico. Non mi riferisco solo al programma politico che è alla base della lettura iconologica del Partenone (quali miti sono stati scelti e cosa significavano per Pericle e Atene all’epoca). Potrei citare mille esempi, ma ce n’è sempre uno che mi torna in mente e che è legato alle vicende di Alekos Panagoulis, l’Uomo del romanzo di Oriana Fallaci. Tra i suoi progetti di ribellione contro i Colonnelli c’era anche quello di minare l’Acropoli, un gesto estremo che spiegava l’esasperazione cui erano arrivati i Greci sottoposti a quel regime. Il giorno dell’inaugurazione del nuovo museo dell’Acropoli, quando il biglietto di ingresso restò fisso a 1 euro per una settimana, nel percorrere le sue sale sembrava di essere in un centro commerciale: famiglie intere, giovani, anziani, se si fossero messi in fila avrebbero ricordato il fregio continuo della processione delle Panatenee. Una festa vera, dopo anni di lavori che avevano anche sollevato polemiche, ma che alla fine coronavano un sogno di identità culturale voluto da tutti.

Arte che imita la vita

Atene non pretende di svuotare le sale del British, anzi, ci sono proposte – non sempre apprezzate – di sostituire i reperti britannici con copie 3D puntuali delle statue, per far sì che gli originali tornino ad Atene senza turbare troppo l’estetica della sala londinese.

D’altronde non dimentichiamo che, nel progettare il nuovo museo dell’Acropoli, i curatori hanno avuto l’accortezza di “riempire i vuoti” dei marmi Elgin con calchi accurati: in questo modo non si interrompe la visione d’insieme ma si rimarca un’assenza.

Inganni dell’età

https://lanavediteseo.eu/
portfolio/il-futuro-e-una-truffa/

Ho deciso di scrivere questa sorta di pamphlet o bignami della vicenda Marmi del Partenone dopo aver concluso l’ultimo romanzo di Petros Markaris.

Ho dovuto controllare l’anno di nascita dell’autore per capire come potesse essere così distante della discussione complessa che circonda la questione marmi.

Al centro della vicenda poliziesca c’è una ditta che fabbrica copie 1:1 di reperti antichi. Questi replicatori esperti utilizzano “l’intelligenza artificiale”, qualunque cosa voglia dire per Markaris, dato che durante tutto il romanzo lo scrittore non indulge in alcun sinonimo né decide di spiegare meglio le tecniche utilizzate. Sembra quasi il sequel di 2001 Odissea nello Spazio, quando scopriamo che Al 9000 in realtà ha deciso di diventare uno scalpellino.

MOMENTO DI MINI SPOILER

La ditta in questione ha deciso di utilizzare tale expertise per fare leva sulla polizia e sul governo greco: essendo finiti al centro di una indagine per omicidio, chiedono di essere lasciati stare in cambio di una fornitura GRATUITA dei marmi Elgin. Il governo va in brodo di giuggiole! EUREKA! Abbiamo trovato la soluzione! Noi avremo queste copie accuratissime e così smetteremo la decennale guerra con il British Museum.

Per dare una prova del fatto che questa sia la proposta del secolo, gli anonimi tecnici di “intelligenza artificiale” lasciano nottetempo una replica sul Licabetto. Al mattino i turisti sciamano attorno alla statua come formiche a un pic-nic e il governo è convinto! La polizia riceve l’ordine di lasciare stare i tecnici di laboratorio e rivolgere i loro dubbi altrove (entrano in gioco degli “Arabi”).

Sopracciglio alzato

Ero già molto perplessa in merito allo svolgimento della trama, ma avrei lasciato correre se si fosse trattato di un autore non greco. Ora, per carità, Markaris è in realtà un greco-armeno nato a Istanbul, educato in centro Europa e naturalizzato greco solo a quarant’anni d’età, tuttavia i suoi romanzi più noti sono ambientati in Grecia e restituiscono un’atmosfera chiaramente ellenica.

Mi ha davvero sorpreso vedere una tale serie di fraintendimenti riguardo a una delle vicende forse più universalmente note tra quelle legate alla cultura greca e alla carta di identità culturale della repubblica greca.

I turisti hanno già le loro copie, sono i calchi del museo, armonizzati con gli originali. La richiesta degli originali londinesi va ben al di là del puro fatto estetico.

SECONDO MOMENTO SPOILER

Dulcis in fundo arriva la soluzione del mistero: naturalmente i poveri tecnici e archeologi della ditta di cui sopra non c’entrano nulla, ma il movente dell’omicidio è individuato nella lotta intestina tra trafugatori di opere d’arte e falsificatori delle stesse. Bisogna fermare gli scienziati che affinano l’arte della consultazione online o della fedele riproduzione analogica.

Dalle pagine di Markaris emerge la paura, il terrore, di pensare a come il mondo culturale potrebbe diventare se gli oggetti fossero consultabili solo grazie alla “intelligenza artificiale”.

Il futuro è ora

Proprio pochi mesi fa, io e Giovina Caldarola abbiamo registrato un bel dialogo con Nicolette Mandarano. Presentavamo il suo ultimo libro e abbiamo affrntato anche la questione del ruolo dei nuovi mezzi di comunicazione nella fruizione dei beni culturali.

Markaris è un uomo nato nel 1937 e i suoi dubbi, le perplessità, sono più che comprensibili. Spiace che non ci sia stato nessuno in grado di dissiparglieli, di rassicurarlo. Spiace anche che non conosca nessuno che possa accompagnarlo al Museo dell’Acropoli e rispondere alle due ansiose domande.

Forse mi sarei aspettata più cura da parte degli editori, greci e italiani. Perché è vero che “Il futuro è un inganno” è una lettura da ombrellone, ma le inesattezze riguardo alla questione dei marmi Elgin e, più in generale, riguardo ai dibattiti che oggi animano i musei e le nuove frontiere della museologia, sono molto demoralizzanti.

Leggete Markaris, ma leggete magari anche i vari link di cui ho riempito questo post, perché la questione dei marmi del Partenone è affascinante e coinvolge molti più aspetti della nostra società contemporanea di quel che pensiamo.

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Notti magiche

Al solstizio d’estate, il sole, nella mentalità folklorica, comincia a “morire” e, come in ogni momento critico del ciclo calendariale, l’evento va celebrato e la catastrofe deve essere scongiurata con…

Duccio Balestracci, “Attraversando l’anno”, il Mulino 2023, p.230

Se voglio scrivere un pezzo sulla notte delle streghe, beh, allora lo scrivo di sera. Questo è quello che mi sono detta quando ho meditato su come rompere il lungo silenzio e aprire una porta di pensieri e riflessioni sulle avventure recenti.

Così eccomi la notte del 23 giugno, nella mia casa fiorentina, mentre la canicola sembra stringersi sugli abitanti della città di San Giovanni Battista: il santo più barbaro offerto dal calendario cristiano e quello che, molto più di altri, è legato profondamente a rituali decisamente pagani (e molto diffusi nel mondo).

Come ricorda bene Duccio Balestracci nel libro che ho citato all’inizio di questo articolo, il passaggio solstiziale di giugno è celebrato in molte culture da fuochi e feste sfrenate, quello che non ho riportato nella citazione è il fatto che nella scongiura deve necessariamente trovare la morte qualcuno o qualcosa, perché solo così potremo assicurarci il favore degli dèi.

Una testa calda

Da un vecchio articolo di undici anni fa riprendo questa immagine, guardandola vorrei chiedervi di “trovare le differenze” che mi sono divertita a commentare. L’articolo lo trovate qui e spero vi possa piacere: ho pensato di guardare negli occhi sia Salomé che il povero Giovanni e di cercare di capire il valore di una testa tagliata. Nell’articolo menzionavo il fatto che Giovanni Battista è forse l’unico santo celebrato sia nel giorno della nascita, per l’appunto il solstizio estivo, che in quello della morte, il 29 agosto; con il ben più famoso cugino, inoltre, sembra presidiare i due solstizi, come guardiani di due fondamentali passaggi nell’anno solare.

Nel capitolo di Balestracci ritrovo ovviamente le stesse osservazioni, ma anche una estremamente interessante di Cardini: lo storico individua, infatti, i due San Giovanni come guardiani di portali, il Battista al solstizio estivo e l’Evangelista a quello invernale (è infatti celebrato il 27 dicembre). In questo modo, Cardini fornisce anche una interpretazione del nome Giovanni, legato a Ianus e quindi, ancora più chiaramente, alle porte, ai passaggi, del nostro mondo agricolo.

Acqua e Fuoco

A Firenze Giovanni Battista è il patrono della città e diventa protagonista di filastrocche, di acque magiche e di giochi pirotecnici. Balestracci ci aiuta anche in questo caso a ricostituire la tradizione dell’acqua di San Giovanni: l’acqua è preparata macerando alcuni fiori le cui proprietà curative vengono esaltate dal fatto di essere stati colti nella notte speciale. Inoltre, raccolti e messi in acqua, questi non subirebbero la contaminazione stregonesca delle creature che, si pensa, navighino i cieli tra il 23 e il 24 giugno. D’altronde, proprio questi personaggi femminili conservano la conoscenza necessaria per raccogliere le erbe giuste e preparare i decotti. Insomma, al solito c’è un po’ di cortocircuito, ma il fine ultimo è quello di curare e di proteggere.

Esattamente ciò che viene chiesto ai fuochi. L’antico potere di bruciare e purificare viene oggi mitigato e diventa potere di stupire e di spaventare, ma mai di ferire. Potrei aggiungere che il ruolo moderno gli affibbia anche un’etichetta politica, dato che le amministrazioni sono giudicate dai moderni cittadini anche in base alla capacità di organizzare fuochi d’artificio belli e lunghi e spettacolari… ma forse rischio di allontanarmi dal seminato!

Fertilità e Potere

Ancora Balestracci ricorda una tradizione popolare greca:

La sera della vigilia, le donne nubili si riunivano e una di loro andava ad attingere dell’acqua che, carica di valenza magica, doveva essere trasportata nel più assoluto silenzio e versata in bacili d’argilla. Ciascuna vi gettava un oggetto personale, copriva il recipiente con un panno rosso, levava una preghiera a San Giovanni e lo metteva in mezzo a uno spiazzo aperto. La notte, così, avrebbe ricevuto in sogno l’immagine del futuro marito.

Duccio Balestracci, “Attraversando l’anno”, il Mulino 2023, p. 240

Sono rimasta molto stupita, leggendo questo resoconto, perché fino ad ora conoscevo solo la traduzione anglosassone di Sant’Agnese, di cui potete leggere qui, e la versione mediterranea mi riempie di fascino (e forse anche di molte domande!). Resta il fatto che la notte della vigilia di San Giovanni, Salomé e la madre Erodiade tornano a tribolare il santo insieme alle sorelle streghe, a tutte quelle donne savie di rimedi naturali che, nei secoli, sono state considerate cospiratrici con Satana.

Dettaglio da “La cavalcata delle streghe”, parte di Melancholia di Lucas Cranach il Vecchio 1528. Oggi alla Pinacoteca di Edimburgo, Scozia.

A questo proposito, suggerisco una bella lettura che vi farà conoscere alcune streghe nostrane, le fattucchiere di Triora, in Liguria: qui, Marina Lo Blundo e Davide Traverso vi accompagnano nel piccolo borgo e vi raccontano le vicende delle streghe liguri.

Quando ho pensato di associare un’immagine al riferimento delle streghe, mi è subito venuto in mente un dettaglio che avevo fotografato l’anno scorso a Edimburgo. Solo ora, mentre mi accingo ad aggiungere la didascalia, mi rendo conto che l’autore è sempre Cranach il Vecchio… lo stesso di Salomé e Giuditta! Lucas, cercavi di dirci qualcosa…?

E così, il cerchio si chiude.

Spero siate in giro, stanotte, a danzare tra fuochi e raccogliere fiori…

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Meraviglie. 2 – ritratto di famiglia

Sto lavorando a un progetto che mi entusiasma e di cui, spero, potrò presto annunciare la realizzazione. Nel frattempo, ho la buona sorte di spingermi in lunghi sopralluoghi tra strade e musei di Firenze, ed è proprio durante uno di questi che ho scoperto una meraviglia.

Ammetto la mia ignoranza: l’ultima visita accurata a Palazzo Pitti credo risalga a una ventina di anni fa! Ci sono tornata con occhio attento perché dovevo individuare soggetti prettamente mitologici. Complice una mia “fissazione” che da qualche anno stenta a diventare articolo, ma che guida sempre le mie visite a musei e palazzi antichi, mi sono ritrovata con il naso all’insù nella cosiddetta Sala dell’Iliade, ed ecco quel che ho visto…

Uno splendido ritratto di famiglia del consesso divino che Omero descrive nei particolari. Zeus li guarda accigliato e cerca di convincerli a non interferire nelle vicende di Troiani e Achei.

L’autore è Luigi Sabatelli, pittore e incisore formatosi all’Accademia di Belle Arti di Firenze a inizio ‘800 e divenuto pittore di corte di Maria Luisa di Borbone-Spagna, regina d’Etruria e di Lucca. In questo suo ruolo dipinge anche il soffitto di quella che diventerà famosa come “Sala dell’Iliade” e che raccoglie immagini legate alle premesse della guerra di Troia.

Dei vari personaggi, che con un leggero torcicollo è divertente individuare, mi ha colpito questo scuro individuo qui a destra. Dal cane stremito, accucciato ai suoi piedi, mi par di dedurre che si tratti di Ade. Sembra imbronciato, forse non stanno morendo abbastanza soldati? Accanto a lui ci sono tre donne dall’aria interessante e non sembra strano che sia accomodate accanto al Signore della morte

Ho trovato infatti un video molto interessante e suggestivo, proposto sul canale delle Gallerie degli Uffizi, che svela la loro identità.

Le Tre Parche, con un commento tratto da un carme di Catullo. Quanto tutto ciò è estremamente neoclassico!

Parlando di neoclassicismo, la visione di quell’affresco mi ha fatto tornare in mente un quadro che ho adorato e … frainteso! Si tratta di un celeberrimo dipinto di Ingres

Jean-Auguste Dominique Ingres, Jupiter et Théthis, 1811. Museo Granet di Aix-en-Provence. Immagine wikicommons https://en.wikipedia.org/wiki/Jupiter_and_Thetis#/media/File:J%C3%BApiter_y_Tetis,_por_Dominique_Ingres.jpg

Questa immagine dominava la copertina di un mio libro di mitologia classica e, da ragazza, ho sempre pensato si trattasse di Zeus e Hera. Ma poi mi sono informata meglio, ho capito a quale episodio si riferiva, e soprattutto ho saputo leggere la gestualità, il tocco del mento in un atteggiamento di supplica.

Ma intanto, seduto presso le rapide navi, il divino figlio di Peleo, Achille dai piedi veloci, persisteva nell’ira. Non si recava all’assemblea gloriosa, non andava alla guerra, e nell’inerzia si rodeva il cuore rimpiangendo il tumulto della battaglia. Quando sorse la dodicesima aurora dopo quel giorno, tornarono all’Olimpo gli dèi immortali, tornarono tutti insieme, Zeus li guidava. Ma Teti non dimenticò la preghiera del figlio; emerse dalle onde del mare e all’alba salì al vasto cielo d’Olimpo. Trovò il figlio di Crono dalla voce potente che sedeva in disparte sulla vetta più alta dell’Olimpo dalle molte cime; si inginocchiò davanti a lui, con una mano gli afferrò le ginocchia, con l’altra gli prese il mento e supplicando diceva a Zeus, il sovrano figlio di Crono: “Padre, se mai un tempo, con le parole o con i fatti, ti sono stata d’aiuto fra gli dèi immortali, esaudisci ora questo mio desiderio: rendi onore a mio figlio, che ha avuto in sorte un destino più breve degli altri (…)

Omero, Iliade, 1.487-505

Non è la moglie Hera che si rivolge al marito, sappiamo infatti che, nell’Iliade, i due o litigano oppure si appartano (un abile sotterfugio che fa tanto signoramia o sciura e che Hera adotta per distrarre il marito dalla battaglia…). Mentre Teti, la madre di Achille, corre a supplicare il padre degli dèi di aiutare il figlio a guadagnarsi la gloria che gli era stata promessa, in cambio di una vita breve.

Curiosamente, nell’informarmi sul pittore del soffitto palatino, ho letto che Ingres è uno dei suoi riferimenti artistici. Ma d’altronde Ingres è stato un punto fermo per molti degli autori neoclassici.

Ecco, la mia seconda meraviglia è un soffitto di dèi, colti in una istantanea che ne rivela a un tempo la potenza e la fragilità.

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