“Il re è vivo?”

Mentis Bostantzoglou (Bost), Alessandro Magno con la sorella (1984)
https://parallaximag.gr/thessaloniki-news/gorgona-thessaloniki

Le sirene dell’Egeo possono essere piuttosto insistenti. Se ve ne trovate una davanti nel mare in tempesta, probabilmente comincerà a chiedervi minacciosa “Alessandro è vivo?” Mi raccomando, la vostra risposta dovrà essere repentina e sicura: “Alessandro vive e regna!”, solo così la sirena (o la Gorgona) aiuterà la vostra imbarcazione, calmando le acque e salvandovi da un brutto naufragio.

La leggenda di Alessandro Magno si fonda con il folklore più stratificato e racconta di una famiglia mitica, in cui la sirena sarebbe addirittura sorella del re macedone. Ma del rapporto tra sovranità e ninfe o sirene ho parlato altrove e non è questo il luogo adatto per rifletterci.

Un re e la sua isola

Questa stessa apprensione mi è sembrato di scorgere nella voce di Maud, sirenesca e fatata presenza nella suggestiva ultima pubblicazione di Wu Ming 4 “La vera storia della banda Hood”.

Maud, come altri personaggi del romanzo, rivolge tale domanda a un cavaliere, prima ancora di capire chi è e cosa lo spinge ad addentrarsi nella foresta: non appena vede la croce sul petto e comprende la sua identità di crociato, gli chiede se Riccardo “Cuor di leone” sia ancora vivo. Una domanda legittima, viste le condizioni precarie in cui versa l’Inghilterra che il crociato ha lasciato, e soprattutto considerato il fatto che Maud e gli altri stanno abitando più o meno abusivamente la foresta, proprietà del re.

Il racconto dei ladri ragazzi è estremamente coinvolgente e permette di guardare alla leggenda con occhi al contempo più storici e più sognanti. L’autore, presentando il libro alla Biblioteca delle Oblate, ha spiegato di aver fatto ricorso a fonti letterarie primarie, vale a dire le ballate medievali che cantavano di ragazzi del popolo, nascosti nella foresta di Sherwood, abili nello spogliare frati e nobili di passaggio.

Ora, non voglio rivelare troppi dettagli, anzi spero di incuriosire e motivare a leggere questa rivisitazione di un personaggio molto popolare. Il Robin Hood che viene raccontato da Wu Ming 4 è molto diverso da quello a cui la fortuna letteraria e cinematografica ci ha abituato, ma il piacere sta proprio nell’individuare la formazione del mito Robin Hood attraverso i dettagli più verosimili e storici raccolti in quest’ultima versione.

Questa è un’altra foresta, quella bretone di Broceliande, ma strettamente legata alle vicende mitiche dei Sassoni.

Perciò cercherò di evitare le vicende narrate troppo da vicino e mi concentrerò su alcuni personaggi. Maud, come avrete intuito, è sicuramente la figura che catalizza attorno a sé le emozioni più intense: curiosità, fascino, timore, un senso di appartenenza.

È una ragazzina (ma nella foresta il tempo accelera e rallenta senza seguire le logiche del villaggio o della città) abbigliata, per così dire, come si conviene a una creatura magica: capelli rossi e ricci, lentiggini, occhi verdi , lingua sciolta. La sua esuberanza è contenuta in un convento, da cui viene “estratta” quasi come la luna nel pozzo della fiaba: uno dei ragazzi incappucciati la lega con una corda e la issa al di qua dello steccato.

Ecco che è libera, ma anziché seguire il gruppo, Maud lo guida. Diviene la saggia che racconti i segreti della foresta, quelli delle erbe, degli alberi, dei troll. Maud impone la “legge delle storie”, per cui la vediamo raccontare ai “bimbi sperduti” tutto quello che devono sapere per dialogare con la foresta e non esserne inghiottiti, annientati.

Ma Maud è anche una figura che unisce due mondi e in questo senso sembra la degna erede delle sacerdotesse di Avalon, perché è lei la prima a riconoscere la devozione alla Vergine Maria. Tale dettaglio, che tanto marginale non è, sembra essere presente proprio nelle antiche ballate che hanno ispirato l’autore. Un mondo di madri mancate o desiderate, ecco cosa viene offerto ai ragazzi incappucciati.

Mentre in un punto noto solo a loro il volto arboreo del Green Man li guarda dal tronco di un albero, e mentre Cernunnos tenta di inghiottirli nell’oscurità, e mentre un cervo bianco ricorda che quelle sono le terre di un re.

La foresta di Wu Ming 4 è estremamente popolata e forse ci aspetteranno un Tom Bombadil che canta trasognato tenendo per mano la sua Baccadoro, ma quella è un’altra foresta, di un’altra terra, solo meno distante, ma distinta.

Leggere le vicende della banda di Sherwood in questo clima primordiale, di genesi e allo stesso tempo di stratificazione di miti, mi ha fatto tornare in mente una visita bellissima al museo delle terme romane di Bath. Il sito romano sorse su acque termali dove furono edificati non solo le sale delle abluzioni, così popolari presso di Romani, ma anche un tempio dedicato a divinità collegate alle acque e alle loro proprietà curative. Gli scavi hanno permesso di individuare una antica divinità locale detta Sulis, cui sarebbe stata associata Minerva – spesso legata a culti salutari – e anche una dea Luna, antica personificazione spesso sovrapposta a Diana. Ma ciò che mi ha risvegliato la memoria del sito termale è stato il pensiero del frontone del tempio di Minerva: ancora non completamente decifrato, il grande volto che campeggia sullo scudo circolare inscritto nello spazio frontonale, sembra proprio l’antesignano del Green Man.

Fonte dell’immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Roman_baths_temple_pediment_02.JPG

Questa figura del folklore inglese è molto popolare ed è variamente identificata con folletti o creature del bosco, non sempre gentili, anzi spesso aggressive. Il volto arcigno è incorniciato da ciocche di capelli fluenti e una barba incolta. Gli occhi ti guardano, grandi e penetranti e spesso minacciosi. Ebbene, in un agile pamphlet a cura di Jeremy Harte, viene tracciata la possibile evoluzione iconografica: da decorazioni di età romana con teste di gorgoni circondate da serpenti e da motivi vegetali, alle elaborazioni cinquecentesche e poi barocche, fino alla trasformazione definitiva. Il volto di Bath non ha nulla di gorgonesco, se non la posizione centrale su uno scudo e lo sguardo magnetico, chissà se possiamo dire di trovarci di fronte a una sorta di grado zero…

Una delle riflessioni scaturite dalla presentazione del libro è che la figura di Robin Hood sarebbe un eroe dai mille volti nel senso di una composizione di più volti, di più personaggi, che prendono il nome dal Robin Goodfellow della tradizione folklorica inglese e i tratti del viso dal gruppo di ragazzi che si sono, letteralmente, dati alla macchia.

Mi piace pensare al libro di Wu Ming 4 come a un caleidoscopio, che ci permette di scomporre l’immagine popolare di Robin Hood nelle tante piccole tessere colorate e di tornare al giorno in cui quelle tessere sono state raccolte e composte per creare il volto di Hood.

E mi piace pensare che almeno tre o quattro di quelle tessere riproducano i riccioli rossi e lo sguardo profondo della magica Maud.

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