No, non ho deciso di far diventare questo un blog di ricette, ma il titolo è d’uopo per l’argomento di cui vi voglio parlare oggi, nel giorno dell’incontro tra i due mondi dei vivi e dei morti.
È stato grazie al RAM Film Festival di quest’anno se mi sono imbattuta in una tradizione georgiana molto suggestiva. Il Festival di Rovereto raccoglie filmati di vario tipo, accomunati dall’interesse per la storia e l’antropologia e io sono stata accolta nella giuria della Menzione speciale Archeoblogger: ho avuto l’opportunità di guardare documentari e film incentrati sull’archeologia ed è stato non solo molto interessante, ma, direi, illuminante.
Navigando sul mare color del vino
Il filmato di cui vi voglio parlare è stato prodotto in Georgia e si intitola Argonavtebis, kolkhebis da okros satsmisis namdvil ambavi. Per chi non mastica il georgiano ecco la traduzione: La vera storia degli Argonauti, della Colchide e del Vello d’Oro.
Una produzione del Toma Chagelishvili’s Studio, Toma Chagelishvili è il regista e anche il simpatico volto che ci guida in questo documentario. Così intendo infatti il racconto dell’archeologia e dell’antropologia georgiana, fatto sulla scorta di una storia ben nota in Occidente e accompagnato dalla presenza scientifica di antropologi e archeologi.
Il filmato è avvincente fin dall’inizio: chi o cosa andavano cercando gli Argonauti quando decisero di salpare verso la Colchide?
…qui fioriscono molti filari di salici e tamarischi e alle cime di questi sono appesi cadaveri, legati con delle corde. Ancor oggi infatti è sacrilegio per i Colchi bruciare gli uomini, e neanche è lecito loro sotterrarli e innalzare sui loro corpi il sepolcro; li avvolgono dentro pelli di bue non conciate e li appendono agli alberi, fuori città: così l’aria ha parte uguale alla terra, giacché sottoterra ripongono le donne, e questa è la norma del loro costume.
Apollonio Rodio, Argonautiche, libro III vv.200-209, edizione BUR 1991 a cura di Guido Paduano e, nei commenti, di Paudano e Massimo Fusillo.
Mogli e buoi dei paesi tuoi
Se quella che avete letto sopra è la curiosa tradizione dei Colchi come ci è tramandata da Apollonio (via Nimfodoro), il nostro Toma ci mostra alcune statuette di bronzo, simili a bambole mal assortite, che gli archeologi hanno trovato sepolte in maniera rituale presso la città di Vani.
Nel 2009 il Getty Museum ha fatto una mostra a riguardo: tombe datate tra la fine del V e la fine del III secolo a.C., in ognuna il o la defunta sono circondati non solo da oggetti ma anche da servi e serve, probabilmente sacrificati per accompagnare i padroni nel passaggio verso la morte. Le tombe sono, manco a dirlo, ricche di oggetti d’oro, perfino quella di una bambina di quattro anni. Poco distante dalla necropoli, una serie di sepolture rituali sono state approntate per le statuette, in bronzo con oggetti d’oro, tutte di produzione locale tranne una, un satiro di chiara fattura greca.
Questa visita al Museo Archeologico di Vani, centro amministrativo e poi esclusivamente religioso degli antichi abitanti della Colchide, centro importante anche in età cristiana per alcuni manoscritti noti come i Vangeli di Vani, ha il compito di farci incuriosire e innamorare della storia di questi popoli stranieri eppure affini alla nostra sensibilità di viaggiatori occidentali.
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Breve excursus mitologico

C’è qualcosa di affascinante nella storia degli Argonauti, che secondo me tocca le corde più profonde della nostra sete di mito. La nave Argo è, stando ai resoconti greci, la prima mai costruita dagli uomini; Atena è fondamentale nell’impresa cantieristica
Fu lei stessa a costruire la nave (I, 111-112) …Era in essa una trave sacra che Atena ricavò da una quercia di Dodona e la collocò nel mezzo della carena (I, 526-7)
Argo è una nave che parla, grazie al legno di Dodona, del santuario sacro a Zeus, dove sono le colombe a dare gli oracoli (o il fruscio delle fronde della quercia sacra). Uno dei più begli esempi di culto degli alberi e in effetti di alberi parliamo ancora in questo mito degli Argonauti.
Il vello d’oro, infatti, è rappresentato appeso a un albero, attorno al cui tronco è avviluppato un serpente. Di questo animale non abbiamo il nome, sappiamo che la foresta appartiene ad Ares e che il serpente ha una funzione di protezione, tuttavia Apollonio accenna al fatto che sia nato dalla terra del Caucaso, sotto la rupe Tifonia, dove Zeus seppellì Tifone (II, 1215) e Igino aggiunge una genealogia più lineare, sarebbe il figlio di Echidna e Tifeo (151).
Ma il mito ha ben presente un altro serpente avvolto attorno al tronco di un albero: è Ladone, lui sì dichiaratamente figlio di Echidna e Tifeo, che protegge l’albero delle Esperidi, in un luogo ben distante dalla Colchide (secondo alcune fonti il giardino sarebbe a Ovest – della Grecia – nell’Africa settentrionale).

Fonte dell’immagine è la pagina facebook del museo
Un collegamento splendido, a mio parere, dove entrambi i draghi sono posti a guardia di oro, evidentemente una funzione che non si perderà nel tempo, anzi.
In realtà, il fascino mitologico di questa impresa sta anche in un valore nascosto, perché c’è una raffigurazione di V secolo a.C., opera del grande Douris, che ci parla di una versione che a noi non è arrivata: Giasone inghiottito dal serpente e poi espulso, evidentemente rinnovato e iniziato al segreto del vello che solo ora può essere suo. Su Giasone potremmo aprire più di un capitolo, perché la sua figura di eroe “iniziato” corre su …un sandalo solo, per così dire!

Aggiungi un posto a tavola
Ma tutto questo parlare di mito non sembra giustificare il titolo che ho scelto per questo post e la circostanza della sua pubblicazione. Il documentario, infatti, prosegue con una nota antropologica da togliere il fiato: ci spostiamo nella regione di Svaneti, nel Nord Ovest della Georgia.
Qui, una ricercatrice dal volto scolpito, Madona Chamgeliani, ci accompagna nel rito del Lipānǟli, nelle fredde notti di metà gennaio.
Si tratta di una cerimonia in onore dei defunti, i quali vengono trattati come ospiti e perciò invitati a visitare la casa e a sedersi attorno a una tavola imbandita. Nella casa in cui si allestisce il banchetto, ospiti in carne e ossa arrivano e sono salutati da una filastrocca di bambini (pare che la presenza di bambini in casa sia di buon auspicio). La casa si riempie delle note festose di canti, intonati in onore dei defunti.
Intanto, la tavola resta imbandita, ma le sedie rimangono vuote, i presenti si siedono su panche e poltrone, non al desco. Perché lì ci sono i defunti.
Il momento sicuramente più intenso è quello in cui alcuni dei presenti decidono di parlare ai propri cari defunti: si posizionano presso la tavola e parlano, raccontano i fatti del momento, forse si sfogano, dialogano senza attendere la risposta. Nel filmato che ho visto mi ha colpito lo sguardo serio di chi parlava, ma ho trovato anche un documentario (in tedesco) dove si possono vedere vari tipi di reazioni.
Ekklesìa
Un paio di giorni dopo questa cena, gli abitanti del paese si riuniscono nel cosiddetto Lalkhori, cioè un’assemblea che ha potere decisionale e, all’occorrenza, può diventare un tribunale popolare. Ultimo atto del Lipānǟli, in questo tribunale si chiede ai defunti di prendere le nostre difese in un immaginario processo che dovrebbe servire, interpreto io, a riconciliare i due mondi.
Quando ho pensato al “pane degli angeli” ho avuto in mente due immagini: il pane, immancabile sulle tavole degli esseri umani, che Omero chiamava “mangiatori di pane” (sito phagoi in Odissea VIII, 222, per esempio – e l’Odissea non è un caso). Poi il concetto greco di angelo come di chi annuncia un messaggio: di certo questa tradizione è un incredibile atto d’amore che esprime la necessità di mandare messaggi a coloro che non ci sono più.
Riccioli d’oro
Concludo questo breve viaggio georgiano con un colpo di scena emozionante, che il buon Toma ci regala a fine filmato. In uno sfondo che ricorda la scena dei due becchini nell’atto V dell’Amleto di Shakespeare, facciamo la conoscenza di Dakhu ed Ermal Kvanchianis, due fratelli che raccolgono oro nel fiume Enguri.



Dopo il segno della croce e l’invocazione della benedizione di Dio, i due si apprestano a illustrare a Toma le tecniche di raccolta. Una di queste include un tessuto posto dentro una cassa di legno aperta, attraverso la quale viene fatta passare l’acqua del fiume: i piccoli filamenti d’oro restano intrappolati nelle trame del tessuto, che viene poi strizzato in una grossa ciotola.
A favore di telecamera, viene infine posto un vello animale nelle acque del fiume, per rendere ancora più evidente quello che il mito ha messo in poesia.
La pelle del vello d’oro è una leggenda, una diceria poetica. Era un libro scritto su pelle, in cui veniva descritto come produrre oggetti d’oro con metodi alchemici
Il lessico di X secolo d.C. è solo uno dei tanti che cercano di ridurre la storia della spedizione di Giasone a un mito alchemico, prima di lui abbiamo, tra gli altri, Palefato, noto per la sua razionalizzazione di celebri miti, che crea una storia complessa su un tale di nome Krios, cioè ariete, e una statua d’oro.
Nonostante tutti questi tentativi di rendere la storia degli Argonauti più simbolica che mai, il filmato di Toma Chagelishvili ha il merito di darci una spiegazione razionale senza toglierci il privilegio della meraviglia.
Sulle rive del Phasis o dell’Enguri, i cui corsi attraversano sinuosi le fitte foreste georgiane, la ricerca dell’oro produceva monili di cui i Greci cercarono di carpire il segreto.
Intanto, in questa notte in cui i viventi si ritrovano a fare i conti con le loro paure di oscurità, cerchiamo di accendere le nostre tavole e lasciare un posto (o più di uno) a chi può farci luce.





