“Raccontami Musa…partendo da un punto qualsiasi”

 

 

Il fascino dell’Odissea, ho sempre pensato, risiede nella grande varietà dei suoi personaggi, capaci di suscitare empatia a chi ne legga la storia e le gesta: c’è l’avventuriero senza scrupoli, la moglie fedele, il figlio tormentato, la maga seducente, la ninfa vogliosa, il re buono con la moglie saggia e la figlia adolescente in cerca del principe azzurro… e così per altre decine di personaggi, divini e mortali.

Perciò, il fascino del libro di Mendelsohn risiede proprio nella capacità dell’autore di condurci attraverso i mille volti dell’eroe e di improvvisarsi ora Ulisse e ora Telemaco accompagnando suo padre (ora Ulisse e ora Laerte) in una doppia scoperta: dei luoghi letterari del libro (tòpoi) e dei luoghi geografici.

Le capacità di Daniel Mendelsohn come docente si scoprono pagina dopo pagina: egli maneggia la materia omerica con una padronanza che rassicura. Sappiamo chi controlla il timone, sappiamo che lo tiene ben saldo.
Allora è più facile prendere il mare e lasciarci guidare attraverso i mille torrenti che irrorano quel vasto continente che è il rapporto familiare, nella fattispecie quello della numerosa famiglia Mendelsohn, con particolare attenzione al rapporto fra Jay, il padre che è stato figlio, e Daniel, il figlio che si scopre padre.

Ma Mendelsohn è un grecista vero e così nel suo racconto non può fare a meno di inserire un coro.
Partito come narratore di epica, l’autore sfocia in una “tragedia greca” e si affida ai suoi “concittadini”, cioè agli studenti di fronte ai quali insegna e dai quali è giudicato.

Francesco Hayez 1814-15
Odisseo presso Alcinoo, si commuove al canto di Demodoco

Leggere il libro di Mendelsohn da docente di mitologia greca e romana in un college italiano per studenti americani è un’esperienza importante: mi ha permesso di ritrovare le stesse dinamiche che si ingenerano con i miei studenti. Mi ha fatto per lo più invidiare il professor Daniel, ma in alcuni casi ho riconosciuto nei suoi i miei allievi più sensibili. Ho avuto pertanto la conferma che è la materia stessa, questo mondo classico, la vastissima ricchezza dell’antica Grecia che riesce a sollecitare anche lo studente più esitante.
Il seminario sull’Odissea tenuto da Daniel Mendelsohn sembra davvero “l’occasione perfetta”, una benedizione per il docente che è messo in condizione di insegnare e imparare nello stesso tempo. Il coro degli studenti che partecipano al seminario lo tiene poi sempre sul “chi vive”: gli suggerisce riflessioni geniali, gli fa soprattutto vedere con occhi diversi il suo caro, vecchio, complicato padre. Soprattutto nella parte finale del romanzo si coglie che il professore si aspetta dai suoi ragazzi una chiave in più, infatti li interroga non solo durante i mesi del seminario, ma anche in quelli successivi, rileggendo le mail di feedback e ripensando alle conversazioni o alle battute scambiate in aula.

C.W. Eckerberg – La vendetta di Ulisse sui pretendenti di Penelope
1814

E poi c’è lei, l’Odissea. Uno dei libri che porto sempre con me se devo spostarmi per un lungo periodo (l’Erasmus a Salonicco, il semestre da docente a Poughkeepsie). L’Odissea disvelata dal professor Mendelsohn e dai suoi studenti è una esperienza resa attuale e avvincente. Se poteste aprire le porte di alcune aule, vi accorgereste di quanto sia stimolante cercare di rendere comprensibile e attuale il pensiero di uomini e donne vissuti quasi 3000 anni fa.
Quel che lo rende sorprendente è la lingua, un greco antico che per tanti liceali è un incubo, ma che in realtà è quanto di più magico, profondo, cangiante si possa volere in una lingua… morta (!) eppure sopravvivente in ogni nostra emozione.

Quindi, sì , L’Odissea di Daniel Mendelsohn deve essere letto da docenti e da discenti, semplicemente perché…è un viaggio bellissimo.

L’abbraccio tra Odisseo e Laerte
II secolo d.C.
Museo Barracco – Roma

Ma io l’ho letta anche da figlia, e nipote. Di due uomini che mi hanno lasciato ormai navigare da sola in questo mare color del vino e salato come le lacrime, piena di un carico di memorie archetipiche, di quelle che non ti abbandonano mai, anzi, si presentano quando più ne hai bisogno.
E allora è anche (e soprattutto?) con questo spirito che ho letto dell’avventura umana di Daniel (il figlio) e Jay (il padre).
Invidiandoli, comprendendoli a turno, in una parola “empatizzando” con le loro dinamiche di – stanchi – eroi.

https://www.theguardian.com/books/2017/sep/13/an-odyssey-a-father-a-son-and-an-epic-by-daniel-mendelsohn-review

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Il castello dei profili incrociati

Il recente educational tour cui ho partecipato in Salento, mi ha portato anche a Gallipoli e dentro il suo bellissimo castello.
L’accesso è coperto (argh!) dall’edificio del mercato che, in maniera direi sciagurata, fu eretto proprio di fronte al ponte levatoio nel 1870.
Una sorta di damnatio memoriae? Chi può dirlo.
Fatto sta che, di lì a poco, il castello divenne deposito di Sale e Tabacchi, sede della Dogana e poi della 17a Legione della Guardia di Finanza. Negli anni ’90 vi sono stati organizzati alcuni convegni e il Rivellino (il bastione allungato) ha ospitato il cinema all’aperto, ma solo quattro anni fa il monumento è stato completamente restituito alla comunità. L’opera della Società Orione è stata piuttosto complessa: bisognava innanzitutto ripulire, ripristinare quanto meno gli ambienti del castello e metterli in sicurezza.
Considerando i tempi e il budget, si è preferito concentrare le risorse sugli interventi necessari a rendere il monumento fruibile, ma – naturalmente – era necessario dare alla cittadinanza (e ai turisti) un motivo per visitarlo!

Parte della lapide che traccia la storia del commercio di olio lampante di Gallipoli.

Le prime stanze che si incontrano raccontano la storia del castello e il ruolo commerciale per il commercio di sale, tabacchi e soprattutto dell’olio lampante.
La lega dei bottai di Gallipoli elaborò infatti una tecnica per velocizzare l’assemblaggio di botti e queste servirono anche a trasportare un olio che sembra essere il vero oro liquido dei gallipolini: il suo viaggio più lungo raggiungeva Oslo ed è proprio con la capitale scandinava che la società Orione sta cercando di ripristinare – a scopo turistico, ma anche di ricerca – la rotta dell’olio!

Ma torniamo al castello: la storia di Gallipoli come avamposto del Regno delle Due Sicilie si avvale anche dell’opera di un ritrattista, Jacob Philipp Hackert. Egli è noto e apprezzato da vari regnanti del secolo dei Lumi, e Ferdinando di Borbone osserva interessato le sue vedute di Gallipoli proprio per studiare la popolazione e lo stato del castello. Ebbene, in una delle stanze al piano terra oggi leggiamo la storia di Hackert e i commenti di Goethe, suo biografo:

È un uomo dalle idee assai chiare ed acute, che lavora senza tregua, ma sa godersi la vita.*

Proprio per celebrare il pittore e il suo legame con il Sud e con Gallipoli, lo scorso anno è stata allestita una mostra raffinata e interessante, nella cosiddetta Sala ennagonale del castello: “I porti del Re”

Lasciamo ora le sale dedicate alla storia passata del castello e vediamo come è stato interpretato il ruolo del monumento nella Gallipoli contemporanea.
Nel 2015 Michelangelo Pistoletto ha scelto di installare nel cortile il suo “Terzo Paradiso”

e dopo il grande scalpore che ha fatto e la curiosità che ha suscitato, nel cortile è rimasta la sua “impronta” o “sindone”, come ricorda Raffaella Zizzari, l’architetto della Società Orione che cura gli allestimenti del castello.

Seguendo la “scia” di Pistoletto, ritroviamo la sua Venere degli stracci, allestita oggi nella sala ennagonale, che poi non è altro che una casa matta del castello. La Venere è circondata da un’altra installazione contemporanea: le serie di autoscatti che Clelia Patella ha fatto in musei e mostre in giro per il mondo, ritagliandosi ben più di 15 minuti di notorietà, addirittura un posto – photoshoppato – nella storia dell’arte contemporanea. Queste fotografie fanno parte della mostra temporanea che sta facendo furore oggi al castello: “#selfati al Castello di Gallipoli“.
Qual è il filo conduttore? Semplice, la voglia di esserci, sempre e comunque!
Il gioco è quindi attrarre il visitatore e spingerlo a farsi un selfie! Si possono utilizzare le installazioni nel cortile, dei grandi mascheroni/sedili, oppure le decorazioni luminose prese in prestito dalle sagre di paese, in un paio di stanze, poi, sono sistemate le copertine di famosi quotidiani a grandezza d’uomo, così che ci si possa fare una foto fingendoci parte della copertina stessa!

Eccomi con le mie compagne di avventura. Ognuna di noi ha trovato…l’ambiente giusto!
Antonia Falcone di Professione Archeologo è Cosmopolitan, Marina Lo Blundo di Maraina in viaggio è…Person of the year.

 

 

 

 

 

 

Ma forse quello che mi ha incuriosito di più è la stanza con il labirinto di specchi: mi ha inevitabilmente ricordato quel meraviglioso pezzo di letteratura che è “Il Minotauro” di Dürrenmatt. Il Minotauro è rinchiuso, per l’appunto, in un labirinto di specchi e danza con la sua immagine, in un misto di poesia e di orrore che raggiunge il culmine quando un’altra immagine di sé comincia a comparire sulla superficie lucida: è Teseo, che, per sorprendere il mostro, ha indossato una maschera di toro. La morte della creatura per mano di quello che credeva un magico fratello è quanto di più toccante abbia letto sull’argomento. Lo specchio e il labirinto come metafore della difficoltà, nel mondo di oggi, di rimanere da soli…

Ci sono poi alcuni schermi che catturano in tempo reale gli scatti condivisi online e taggati da #selfati

Lo Sciamano è quella figura stilizzata in alto a sinistra.

Ma attorno al gioco, la mostra offre interessanti spunti di riflessione: i curatori hanno infatti allestito due lunghe linee del tempo, per raccogliere i tanti esempi di artisti che hanno deciso di rappresentare il proprio volto o la propria persona, sia in autoritratti dichiarati, che inseriti “a tradimento” in qualche quadro famoso.
E chi comincia questo glorioso elenco se non uno… sciamano? Figura traghettatrice per antonomasia, il pittogramma interpretato come sciamano proviene dalla celebre Grotta dei Cervi, presso Otranto.

Insomma, sarà anche la prima mostra sul selfie, ma questa idea del Castello di Gallipoli è interessante anche per la prospettiva antropologica in cui mette la necessità di autorappresentazione.

L’occhio e l’obiettivo mi sono caduti su Botticelli e Dürer!

Ed ecco che, con una sola visita, mi sono ritrovata immersa in realtà lontane o semplicemente diverse: nel castello di Gallipoli si incrociano e si rincorrono le tante anime di questa cultura umana.

E in ognuna, in qualsiasi epoca, ritroviamo la necessità di far sentire la propria voce e di lasciare un’impronta che sia più significativa di quella dei nostri predecessori.

Quale profilo apriremo domani?

 

 

 

*J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori 2017, p.206.

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I castelli erranti del Salento

Tre giorni a zonzo nel Salento, a visitare siti archeologici, cattedrali, mostre e musei.
Una vera scorpacciata di sensazioni belle e stimolanti, in una realtà che sta diventando sempre più importante nel panorama delle offerte turistiche italiane. Per questo, il gruppetto di villeggianti contava blogger di chiara fama e giovani giornalisti, tutti con la passione per il racconto (e con i mezzi per far arrivare il racconto molto lontano!).
Quasi senza accorgercene, nei vari giri siamo sempre stati accolti in un castello! La Puglia salentina, bizantina e normanna ci ha fatto da quinta teatrale e questo, con il senno di poi, mi pare già un particolare interessante.

Il #castellovolante
Il nostro quartier generale è stato Corigliano d’Otranto, un piccolo gioiello che ho avuto la fortuna di conoscere l’anno scorso. La cittadina bianca e pulitissima, nasconde i suoi preziosi segreti nel dedalo di viuzze che circonda il castello. Le impressionanti torri circolari aiutano a datare la fase attuale del castello: il passaggio da pianta quadrangolare a circolare è infatti uno dei tanti segni dei cambiamenti dei castelli nel ‘500, per adattarsi ai cambiamenti dell’arte della guerra. Così, tra il 1514 e il 1519, Giovan Battista de’Monti decide di ampliare il castello e mette ogni torre sotto la protezione di un Santo (che poi viene rappresentato). Nel 1667 si data invece un rifacimento più “estetico”, in linea con i tempi barocchi: la balconata e le immagini allegoriche dell’ingresso.
Ma perché “volante”? Perché da qualche anno il castello è al centro della vita culturale di Corigliano d’Otranto e ospita numerose iniziative. Quella che abbiamo seguito è “Il Festival dell’Inutile”: costruito attorno al presupposto dell’utilità anche di ciò che viene ormai considerato superfluo. Serate di concerti, presentazioni di libri, dibattiti, ma su tutte – a mio avviso – spicca quella del 2 giugno, con la premiazione dei giovani coriglianesi e la consegna della Costituzione.

Il Castello di Gallipoli
La storia del Castello a Gallipoli è davvero esemplare: fondato nell’XI secolo, a fortificare un isolotto di importanza strategica, anche per lui il ‘500 è il secolo del cambiamento. Nel 1522 viene costruito il cosiddetto Rivellino, un contrafforte che si allunga in mare, staccandosi dal corpo del castello. Ah..se quelle mura potessero parlare! Al castello di Gallipoli sono arrivati personaggi come Corradino di Svevia, Roberto d’Angiò, pare anche che ci sia nato Giuseppe Ribera, pittore passato alla storia come Lo Spagnoletto.
Poi, nel 1870 la decisione sciagurata! L’accesso coperto da una struttura che doveva ospitare il mercato…!
E così, oggi, entrare nel castello è una doppia sorpresa: prima di tutto devi trovare l’accesso e poi l’espressione si cristallizza in uno stupore incuriosito.
La castellana che ci ha guidato nella scoperta del castello, l’architetto Raffaella Zizzari, con voce gentile e sguardo entusiasta, ci ha illustrato il lavoro fatto dalla Società Orione: dopo trent’anni, in cui il castello era diventato sede della Guardia di Finanza, che aveva coperto affreschi e lasciato nell’incuria il monumento, è stato possibile riaprire il castello alla comunità. Oltre ad allestire sale che illustrino la storia del castello, la Società Orione ha puntato sul contemporaneo: resta ancora visibile l’impronta dell’installazione di Michelangelo Pistoletto, il Terzo Paradiso, che nel 2015 ha contribuito al rilancio; mentre nella mostra temporanea #SelfatialCastello, troviamo le foto di Clelia Patella.

 

Il Castello di Castro
Un gioiello. Non c’è altro modo di definire Castro: una cittadina che ci abbraccia tra le strade pulite e i negozi incastonati nelle case bianche, che ti sorprendono con i loro ricami o con vasetti di sottolio dai colori sgargianti. Bambini che giocano a pallone di fronte ai bastioni del castello, donne dalle mani parlanti impegnate nel tombolo…e poi la piazza della Chiesa dell’Annunziata: un vero rompicapo stratigrafico, un esperimento da dottor Frankenstein, ma sapientemente musealizzato. Il tour del piccolo centro parte proprio dall’Annunziata e poi si allunga nel fazzoletto di terra, prospiciente il mare, che ha dato risultati strepitosi. Gli archeologi hanno infatti trovato i resti dell’insediamento messapico e probabilmente quel che resta di una statua di culto: un’Atena, che avrebbe poi dato il nome a Castrum Minervae, una volta conquistata dai Romani. Il castello, che è il protagonista di questo post, conserva le vestigia dei tanti popoli che sono passati da Castro: le ceramiche bizantine, le lucerne romane e infine l’ultima arrivata, la statua di Atena.
Dall’alto del castello il nostro sguardo raggiunge il tacco dello Stivale, e in un’ora blu tutta salentina ci guadagniamo qualche minuto di silenzio, per riflettere su tanta bellezza.

Il Castello di Carlo V, a Lecce
Ultima sosta in questa carrellata di castelli è quella leccese. Il nome con cui è passato alla storia già ci chiarisce che l’impostazione medievale fu ristrutturata tra il 1539 e il 1549. Dunque, anche per il castello di Lecce intravediamo lo stesso destino: una struttura del XII secolo che viene rielaborata nel XVI per poi cadere nell’oblio intorno al XIX. Nel 1983 l’Amministrazione Militare lo ha ceduto al Comune, che ne ha fatto un polo culturale per la città. Quest’anno, il castello ospita un evento di portata internazionale: la prima retrospettiva di Elliott Erwitt, una delle colonne dell’Agenzia fotografica Magnum. In mostra sono raccolti gli scatti che hanno fatto la Storia: dall’assassinio di Kennedy, all’icona americana Marilyn Monroe, dagli scatti di denuncia per la segregazione dei neri, ai ritratti del Che e di Castro (Fidel).

Altro che “i castelli della Loira”, l’itinerario dei Castelli del Salento riesce a coniugare la suggestione del secolo della guerra fortificata con le più innovative personalità del secolo breve.
L’organizzazione impeccabile di questo nostro tour è stata opera di CoolClub e Swapmuseum, a Castro siamo stati accolti dal sorriso e dalla professionalità di Annalisa Nastrini e della Giunta Comunale.
Questi sono solo degli assaggi, presto tornerò a parlare di Salento con tre post dedicati. Nel frattempo, potete cercare su Instagram, Twitter e Facebook questi hashtag: #WeareinPuglia #WeHostinPuglia #FestivalInutile #castellovolante

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All’arrembaggio!

Toscana, estate di fine anni ’90: una madre e una figlia si aggirano tra l’erba alta, in località Populonia, antica città etrusca. Intravedono qualcosa in prossimità della boscaglia, cercano di raggiungere il casotto di alcuni guardiani e lì scoprono di aver sfiorato l’incontro con un cinghiale! La figlia è da poco iscritta all’Università, facoltà di Scienze dell’Antichità, indirizzo storico-archeologico. La madre voleva ingannare il tempo, nell’attesa di andare il recuperare il figlio minore, che a Follonica sta facendo ripetizione di latino.

Toscana, aprile 2018: la figlia è cresciuta, archeologa free lance, si fa chiamare “La figlia del Corsaro Nero” e torna a Populonia per… invaderla!

Potrebbe cominciare così, come un lungometraggio di avventura e mistero la mia domenica a Populonia, al seguito delle #invasionidigitali.
Appena ho saputo che le invasioni avrebbero “occupato” l’Acropoli del Parco di Baratti e Populonia, ho deciso di lasciarmi coinvolgere: l’esperienza delle invasioni la seguo da qualche anno con crescente curiosità. Si tratta di una iniziativa pensata 6 anni fa da Fabrizio Todisco e Marianna Marcucci e che oggi vanta centinaia di eventi, in tutta Italia (e non solo!).

Si può “pianificare” un’invasione? Beh, sembra di sì: la si può proporre, oppure iscriversi e quindi presentarsi il giorno stabilito. Nel “kit dell’invasore” è presente l’immancabile mascherina di Space Invaders, che servirà a lasciare il marchio nelle foto della giornata. Dopodiché si parte… all’arrembaggio! E si visita il sito invaso pubblicando sui social media le immagini più significative, con i tag e gli hashtag più indicati, primo fra tutti #invasionidigitali.

A Populonia gli organizzatori erano il gruppo di @igersLivorno e ho avuto il piacere di conoscere l’esplosiva Debora Marovelli (su Instagram @deboramarovelli), piena di energia…che non guasta mai durante un’invasione.
Ma naturalmente l’iniziativa non potrebbe riuscire se non ci fosse… come dire… un “contatto” all’interno del luogo da invadere. Il nostro gruppetto ha avuto il piacere di seguire la guida esperta e gradevolissima di Francesco Ghizzani che, beh, è nientepopodimenochè il Presidente dei Parchi della Val di Cornia.

Francesco Ghizzani è il primo a sinistra: ci sta spiegando come si svolgerà l’invasione!

Un vero privilegio, quindi, e per questo ancora più apprezzato: Francesco ci ha condotto attraverso i resti dell’Acropoli di Populonia, illustrandoci i lavori fatti e quelli in programma, e poi ci ha guidato nelle sale del Museo Archeologico di Piombino.

Una giornata splendida ha fatto da cornice e devo dire che se avessi saputo prima che invadere era così bello, ci avrei costruito una carriera, altro che archeologa free lance!!

Aggirarsi tra la boscaglia è cosa facile per la figlia del Corsaro Nero, abituata a farsi largo nelle inospitali e rigogliose foreste caraibiche. La sua meta sono “le logge”, arcate monumentali, vestigia di un terrazzamento romano e rimaste per secoli a guardia dell’Acropoli. Addossati alle arcate, alcuni muretti a secco testimoniano del terrazzamento ottocentesco, che ha trasformato il luogo sacro in una celebre vigna.
Il lavoro degli archeologi ha oggi ripulito tutta l’area, fino a scoprire resti di una domus prestigiosa, a giudicare anche solo dai mosaici della zona termale.Si continua a salire, fino ad arrivare al belvedere…l’occhio spazia sul golfo di Baratti e intercetta il promontorio con la cittadella e il castello, oggi luogo privato (visitabile, ma noi siamo corsari… o si invade o nulla!).Alle spalle del belvedere, ecco il tesoro! La figlia è tornata a Populonia principalmente per lui: un mosaico, anzi una porzione di mosaico, che sembra racchiudere un significato segreto.

Quando nel 1972 è stato riconosciuto e salvato da un’asta inglese, il mosaico – la cui storia lo dice scoperto nel 1842, andato in frantumi, restaurato circa un secolo dopo e poi “perso” nei gorghi del mercato antiquario – ha suscitato subito grande scalpore.

Questa è l’immagine che si vede quando si ammira il mosaico. Il significato recondito si coglie solo capovolgendola.

La teoria più accreditata al momento, riconosce in due figure nell’angolo in basso a sinistra una scena di sapore sacro: una nave travolta dall’onda, i cui marinai si sbracciano verso la colomba di Venere Euploia, la dea invocata per avere una buona navigazione. Ma la scena è leggibile solo capovolgendo l’immagine.
In un’altra area dello stesso ambiente gli archeologi hanno trovato un mosaico ispirato al culto di Iside, la vera intestataria del titolo “Euploia”, e quindi ecco spiegate le strutture di questa parte dell’Acropoli: ci troviamo negli ambienti di un santuario dedicato a Venere/Iside Euploia.
Il mosaico è, a buon diritto, il protagonista non solo della visita all’Acropoli, ma anche di quella al museo archeologico a Piombino: pannelli e ricostruzioni audio e video permettono di appassionarsi alla vicenda antiquaria e di partecipare alle elucubrazioni. Ma devo ammettere che già solo la passeggiata tra gli alberi per raggiungere le strutture del supposto santuario è altamente suggestiva.

Al museo si può ammirare il mosaico con la ricostruzione proposta nel 1932. L’occhio attento, aiutato dai pannelli, coglie lo stile diverso e alcune imprecisioni.

Al Museo di Piombino la figlia del Corsaro Nero sente di trovarsi nel suo habitat naturale: ci sono vestigia di relitti affondati a poca distanza dalla costa. Le boccette con il collirio a base di carota e zinco sono il ricordo di un medico di bordo altamente coscienzioso, mentre l’anfora in argento ricorda alla figlia cosa l’ha spinta a prendere il mare in cerca di avventura!

Un’anfora interamente decorata con gli stampi di medaglioni: all’interno di ciascuno una divinità, o comunque una figura legata a qualche culto. Un pantheon che sembra ispirato da qualche sorta di esoterismo, di culto iniziatico: forse quello del ragazzo dal berretto frigio, presente sullo stretto collo dell’anfora (Attis? Mithra?).

L’esperienza della visita all’Acropoli di Populonia è stata decisamente entusiasmante. Dialogando con Francesco Ghizzani ho apprezzato ancora di più il grande lavoro di coordinamento che è dietro alla gestione dei Parchi della Val di Cornia: una realtà archeologica che propone visite complete e diversificate, “pacchetti” per famiglie oppure scolaresche, iniziative speciali disseminate lungo tutto l’anno.
Un ringraziamento speciale va a Marta Coccoluto, cara amica e brillante coordinatrice del Parco. che ha giustamente insistito perché rompessi gli indugi e mi aggregassi al gruppo di invasori.

Finita la visita, il porto di Piombino viene inghiottito da una nebbia improvvisa: la figlia è abituata ai repentini cambiamenti del tempo, eppure rimane incantata di fronte allo spettacolo della natura, che riprende i suoi spazi.
I suoni della boscaglia, le pietre del mosaico, le illusioni delle ricostruzioni, tutto viene assorbito lentamente dalle gocce di nebbia che si condensano attorno al molo. E’ giunto il momento di riprendere il mare e volgere le vele verso la prossima…invasione!

p.s. verificate le date delle prossime invasioni digitali: calendario 2018

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