La dodicesima notte

Esiste un modo per sognare senza paura di essere svegliati bruscamente: basta decidere l’inizio e la fine del sogno, regalarci un sicuro perimetro e, all’interno di questo, lanciare la nostra fantasia a briglia sciolta.

Questo deve essere stato il pensiero che ha portato al processo di organizzazione del Natale. La nascita di un bambino divino è solo l’aspetto esteriore di una tradizione molto radicata (ramificata, direi) nei secoli. Come nella ricetta di un dolce goloso, partiamo dal nucleo, il solstizio di inverno, e aggiungiamo ingredienti che hanno a che fare con il periodo invernale, così come viene vissuto da società agricole in età medievale: una festa di luce (il 13 dicembre) e il lusso di concedersi riposo e feste durante quel periodo dell’anno in cui la terra stessa riposa e il seme cresce, indisturbato, e le attività all’aperto si riducono drasticamente. Otterremo un periodo di 12 giorni (in alcune tradizioni anche qualcosa di più) che i Cristiani decidono di dedicare a Gesù Cristo, ma senza rinunciare alle gioie di Saturno e delle feste che lo celebravano nell’antica Roma, i Saturnali.

Dei Saturnali manteniamo l’aspetto ludico e quella farsa che vede il sovvertimento dell’ordine sociale: lo schiavo eletto rex saturnalicius e il patrizio costretto a indossare gli abiti del servo. Feste, schiamazzi e regali e tanto, tanto cibo…

Gentile da Fabriano, L’Adorazione dei Magi, 1423.

La conclusione di tutto ciò sarà la dodicesima notte dopo il Natale: una notte associata al viaggio di tre Magi, uomini sapienti che dall’Oriente odoroso giungono a Betlemme in cerca del “re dei re” e finiscono per offrire doni preziosi a un piccolo bambino in mezzo alla paglia.

Io però preferisco rimanere un po’ più pagana e, anziché celebrare gli uomini saggi, decido di ricordare la magia che loro portano con sé: questa notte diviene perciò un luogo sospeso, un momento in cui le identità di ciascuno vengono mescolate e forse, in questa mascherata, riusciamo a dire alcune verità che la vita quotidiana ritiene “fuori luogo”.

William Shakespeare sapeva bene cosa chiedere alla Dodicesima notte e così scrisse l’opera omonima, che sottotitolò “What you will” (Ciò che volete), proprio a sottolineare l’arbitrarietà degli eventi: Viola si traveste da uomo, il conte Orsino non riesce davvero a riconoscere la donna sotto le mentite spoglie? Oppure è più comodo per lui temporeggiare? E la contessa Olivia? Davvero è così cieca da confondere la ragazza con un affascinante giovane? O forse è un gioco delle parti così ben congegnato da sfuggire di mano ai protagonisti… fino a quando questa “notte” lascia il posto a un’alba piena di promesse di felicità e i due gemelli, Viola e Sebastian, diventano i compagni ideali, anche se di modeste origini, dei due nobili in cerca di emozioni vere (e plebee).

Quindi cosa sta accadendo in questa “dodicesima notte”? Tre Magi seguono una stella, una vecchia sorvola i tetti dei bambini a cavallo di una scopa, una donna si traveste da uomo per stare accanto a colui che ama.

Walter Howell Deverell, “Scena da La dodicesima notte di William Shakespeare, atto II scena IV”, 1850

Una mattina d’inverno del 1850, Walter Howell Deverell entrò con la madre in un negozio di modista a Cranborne Alley, a Londra. Fu catturato dalla visione di una delle commesse e quella sera stessa si recò dagli amici William Hunt e Dante Gabriel Rossetti in preda all’eccitazione per aver trovato una vera musa ispiratrice.

Si trattava di Elizabeth Siddal, che, nei giorni successivi, fu convinta a posare per la Confraternita dei Preraffaelliti e segnò il suo destino: di donna, di poetessa, di musa. Il primo quadro in cui comparve fu proprio uno di Deverell, ispirato alla piéce scespiriana: Elizabeth è ritratta nei panni da uomo di Viola.

La dodicesima notte è la notte in cui tutto è possibile: seguiamo anche noi la nostra stella e per una notte (e per l’ultimo giorno del Natale) sovvertiamo il destino, forse ne troveremo uno migliore!

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A cavallo di un drago

Paolo Uccello, San Giorgio e il drago, 1460 circa.
National Gallery, Londra

C’è un famoso quadro di Paolo Uccello, che ritrae San Giorgio nell’atto più familiare: l’uccisione del drago e la liberazione della principessa (a Silcha o Silene, città della Libia, dice la Legenda Aurea). Di quel quadro mi ha sempre colpito la classe con cui la ragazza tiene il drago al guinzaglio. In una scena concitata, ricca di movimento, ella è una sorta di silhouette fragile e compìta, che non batte ciglio ma tiene al guinzaglio… il drago! E poi, un guinzaglio? Era forse uscita di casa con il fedele cagnolino, magari sbranato dalla bestia immonda, e così si era ritrovata un guinzaglio fra le mani? In realtà si tratta della sua cintura, San Giorgio – riporta ancora al Legenda Aurea – la invita a usare la cintura per condurre, ormai mansueto, il mostro in città.

Una volta imparate quelle due o tre cose sul significato della cintura, soprattutto per le donne di alto lignaggio, quel quadro mi ha ispirato ancora più curiosità e interesse.

Afrodite e Adone, su di un vaso di V sec. a.C. conservato al Louvre.
La dea indossa una vistosa cinta attorno ai fianchi.

La cintura è quella di Afrodite, che fa innamorare di sé tutti gli uomini che vuole, ma anche quella di Ippolita, la regina delle Amazzoni, che offre il cinto a Eracle e segna il proprio destino.

La cintura è il simbolo della verginità della donna: bisogna stare attenti a come la si usa e basta a volte poco perché venga sottratta, quindi va difesa.

Ippolita consegna la cintura a Eracle

Dunque la principessa, che secondo le regole dei sacrifici doveva essere vergine nel momento in cui veniva offerta al drago, si fa beffe della bestia e invece di perdere la sua verginità, la usa per sottomettere. Chissà se questi pensieri erano davvero connaturati nelle menti (maschili) che hanno elaborato la Legenda Aurea…Certo è difficile non pensare che il rapporto così speciale tra principessa e drago riecheggia un altro incontro biblico, quello della giovane Eva e dell’infido (?) serpente…


Jacopo Tintoretto, San Giorgio, san Luigi e la principessa, 1552. Venezia, Gallerie dell’Accademia
(dal Palazzo dei Camerlenghi) https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2018/08/tintoretto-mostra-venezia/

Fatto sta che quei due versi del XIII secolo hanno formato l’immaginario collettivo occidentale e non vi è principessa salvata da San Giorgio che non si sciolga la cinta per guidare il drago verso la città. Ma una di loro compie un atto ancora più ardito (o hard?) e il drago, legato, lo cavalca (!): si tratta della principessa di Tintoretto, la quale, in un quadro dalla prospettiva claustrofobica, si distingue per un gesto davvero poco nobile. Nessuna delle figure del quadro guarda lo spettatore, l’unica creatura è il povero drago, che sembra schiacciato in quella porzione di tela così stretta. San Giorgio e San Luigi sono invece concentrati su di lei: “Mia signora, ti avevo detto di mettergli il guinzaglio, non si saltargli in groppa!” “Principessa, non credo che vostro padre approverebbe“… ma tant’è, ormai il dado è tratto.

Inseguendo principesse a cavallo di draghi mi sono imbattuta in una scena altrettanto bizzarra: questa volta si tratta nientepopodimeno che di una Santa (!), la quale sembra fare le veci sia di Giorgio che della principesa. E il drago che cavalca mi ha fatto ricordare la scena memorabile di Fantasia, quella con coccodrilli e struzzi… solo che nel film Disney era il coccodrillo a guidare lo struzzo…

La santa è Marta, sorella di Maria, entrambe sorelle del ben più noto Lazzaro. Nel racconto evangelico i loro personaggi sono quelli che, in un gergo cinematografico, potremmo chiamare dei “caratteristi“: servono, in pratica, e esemplificare dei cliché e infatti Marta è colei che bada alla casa, indaffarata perché il Signore si senta a suo agio, mentre Maria sospende ogni lavoro domestico per ascoltare la parola del Signore… insomma, due sorelle Materassi in salsa biblica, tanto il protagonista indiscusso è il fratello redivivo!

Immagine tradizionale della Tarasca. Ancora oggi, a Tarascona, si porta in processione un carro con il mostro e la Santa, l’ultima domenica di giugno. https://it.wikipedia.org/wiki/Tarasca

Ma è di nuovo nella Legenda Aurea che Marta trova la sua rivincita (e il suo drago): narra infatti Jacopo da Varagine, il compilatore delle agiografie medievali, che Marta, Maria e Lazzaro dopo l’ascensione di Gesù, si ritrovarono a Marsiglia e di qui ad Aix, dove Maria cominciò a essere associata e confusa con Maria Maddalena, mentre Marta riscosse notevole successo per la facondia e la capacità oratoria, che le permetteva di fare proseliti. Ad un certo punto, altre leggende, dalle origini meno chiare, fanno ritrovare Marta a Tarascona.

Da sola, senza fratelli, Marta affronta la Tarasca, cioè un animale assimilato a un drago ma molto più complesso e ibrido, una sorta di grande rettile, un po’ serpente e un po’ tartaruga, sputafuoco ed estremamente pericoloso. Qui, Marta, che secondo anonimi commentatori si farebbe forza del suo nome riecheggiante il dio della guerra, unisce in sé i due aspetti del guerriero e della principessa, tira fuori la cinta e, come da copione, lega al guinzaglio la bestia! Stavolta, però, siamo in mare, ecco quindi che la scena appare molto meno aulica, ma ha un ché di grottesco…

In realtà potrei avventurarmi in un excursus nipponico e fare riferimento a una dea che cavalca un drago in acqua, ma direi che lo lascio a un’altra occasione.

Questa breve riflessione sui draghi al guinzaglio mi giunge fresca all’inizio di un nuovo anno: ho trascorso il 2018 a cercare draghi, da accarezzare, da guardare, da fotografare, da farmi amici. Ora credo sia giunto il momento di munirmi di finimenti pregiati e imbrigliarli, per mettere a frutto queste conoscenze. I finimenti, cosiddetti, li trovo senza dubbio nel mondo della fiaba o della leg(g)enda, là, cioè, dove i draghi sono ben noti, cacciati, sconfitti financo!

Perciò mi avvio guardinga in questo 2019 e provo a non farmi spaventare dai talenti dragheschi che ho accumulato, paziente. E riprendo una frase spesso citata, ma che approfondisco, risalendo alla fonte primaria: “Tremendous Trifles” di G. K. Chesterton. Pubblicate nel 1909, queste “Tremende bazzecole” si occupano in maniera sarcastica e brillante di molte idiosincrasie della società. Fa innanzitutto meraviglia e un po’ inquietudine realizzare quanto moderno sia il pensiero di Chesterton, quanto, ancora, ahimé, attuale. In secondo luogo, in queste bazzecole l’autore inserisce molte riflessioni sul valore educativo delle fiabe. E quindi arrivo alla frase che mi indica la via da percorrere nell’anno che è appena iniziato.

Fairy tales, then, are not responsible for producing in children fear, or any of the shapes of fear; fairy tales do not give the child the idea of the evil or the ugly; that is in the child already, because it is in the world already. Fairy tales do not give the child his first idea of bogey. What fairy tales give the child is his first clear idea of the possible defeat of bogey. The baby has known the dragon intimately ever since he had an imagination. What the fairy tale provides for him is a St. George to kill the dragon.

(Le fiabe, dunque, non suscitano la paura nei bambini, in nessuna forma; le fiabe non danno al bambino l’idea del male o del brutto e cattivo; queste idee sono già insite nel bambino, perché fanno parte del mondo reale. Le fiabe non danno al bambino la prima idea dell’uomo nero. Quel che le fiabe danno al bambino è la prima, chiara idea della possibilità di sconfiggere l’uomo nero. Il bambino è a conoscenza del drago, fin dal primo momento in cui lo riesce ad immaginare. Quel che la fiaba fornisce al bambino è un San Giorgio che uccida il drago)

G. K. Chesterton, Tremendous Trifles (the Red Angel)

Io il drago non lo voglio uccidere, non cerco un San Giorgio. Ma ho già slacciato la mia cintura…

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Un viaggio inaspettato

“Un viaggio inaspettato”, titolava l’Omero anglosassone, in effetti questi  giorni  londinesi  sono cominciati  in una incoscienza quasi adolescenziale e mi hanno  regalato il  gioco  che da sempre  mi  appassiona: quello  delle  coincidenze!

Cosi,un  giorno  di novembre  ho deciso di auto-invitarmi a casa di Domenica Pate, archeologa  calabrese in forza al MOLA Headland Infrustructure e attiva su  un cantiere urbano nella centralissima  Euston Station.

Tutto, del lavoro di Domenica, mi affascina : a partire dall’oggetto  dello scavo, per finire con la riservatezza e la disciplina che l’azienda chiede ai propri dipendenti.

Infatti, per sapere di cosa si occupano gli archeologi al lavoro nei cantieri di Euston Station, è necessario aspettare i comunicati ufficiali e quindi gli articoli di giornale che vengono pubblicati seguendo un preciso piano editoriale della società: questo l’articolo della BBC e questo quello che si può leggere sul Guardian.

Il MOLA ha anche diffuso un breve filmato che illustra il grandioso progetto in cui è impegnato: il tracciato di una ferrovia dell’alta velocità che coinvolgerà centinaia, tra archeologi e antropologi, per i prossimi anni.

Come tutti i progetti tecnologici di forte impatto ambientale, anche questo progetto è osteggiato: dagli ecologisti, in primis, che raccolgono consenso anche per l’analisi economica di un rapporto costi/benefici, a loro dire, sbilanciato. Io in effetti non ho approfondito molto la questione ambientale, perché sono rimasta colpita dal tipo di comunicazione che la società (in realtà sono ben due le società impegnate nel lavoro archeologico) ha impostato per conquistare la fiducia dell’opinione pubblica. Il messaggio, ottimamente esemplificato nel video, è semplice: i lavori di questa ferrovia ci danno la possibilità di fare ricerca storico-archeologica. Il progetto è fondamentale, perché ci permette di scoprire siti nuovi e particolari importanti della nostra storia (!)

Rivoluzionario, no?

Inevitabile pensare all’occasione mancata che è stata l’epopea della tramvia fiorentina…! Dove, anche nel caso di una scoperta eccezionale, come la necropoli di viale Belfiore, la comunicazione è stata limitata a due articoli di giornale e a una conferenza stampa striminzita (e comunque relativa a un altro evento!). Ogni volta che penso al treno inglese, penso inevitabilmente che al suo posto poteva esserci una a caso delle infrastrutture italiane: in un Paese martoriato dalla cattiva gestione della cosa pubblica, a farne le spese sono – guarda un po’ – gli “archeologi che bloccano i lavori”, mentre potrebbero essere la risorsa per portare avanti una seria opera di rinnovamento delle infrastrutture.

Questa considerazione mi permette di introdurre un pensiero che mi ha tenuto compagnia durante le visite culturali che ho fatto  insieme a Domenica, grande camminatrice con un animo da esploratrice e uno spiccato spirito di osservazione.

Grazie alla sua guida, di Londoner-in-training, ho visitato il Mitreo di  Londra : un tempio scoperto nel 1957, smontato e traslato per fare spazio all’erigenda City, ma in anni recentissimi recuperato alla fruizione in loco grazie all’intuizione illuminata del  proprietario di  BloombergSpace.

Del culto di Mitra mi sono occupata l’anno scorso, ritrovando e approfondendo gli aspetti esoterici del culto. So bene, dunque, quanto sia facile scivolare nell’effetto Disneyland, o anche solo nella superficialità di una lettura semplicistica e fuorviante. Inoltre, trattandosi di un culto misterico, spesso si leggono interpretazioni di certo fascino ma non scientifiche. Ebbene, Londra ha “solo” la struttura del tempo, le nude mura, eppure la visita permette di fare un’esperienza coinvolgente:

  1. i visitatori sono ammessi in piccoli gruppi nel tempio, perciò attendono il turno in una sorta di anticamera, esattamente come accadeva agli adepti.
  2. qui possono colmare le loro lacune sul culto mitraico attraverso 3 postazioni con touch screen che parlano di Mitra, dei Mitrei e del Mitreo londinese.

3. contemporaneamente, la sala risuona delle voci di tre esperti, che affrontano questioni più specifiche del culto. Il testo dei loro brevi interventi è disponibile (a misura di presbite o ipovedente) in schede plastificate.

4. finalmente giunge il turno della visita: entriamo nel tempio e “assistiamo” a un rituale. 4 minuti di giochi di luce e voci che ripetono il formulario di saluto ritrovato a Santa Prisca….lo so per certo perché anche questa trascrizione (latino e inglese) è consultabile! Durante la performance siamo immersi nella penombra e solo alla fine un faretto illumina il nostro dio…o meglio, una riproduzione in plexiglas  della iconografia più diffusa della tauromachia.

A questo punto non resta che ammirare il sito, completamente illuminato.

Vicino all’ingresso del museo del #mithraeumoflondon, una parete è “attrezzata” con i ritrovamenti più interessanti dell’area scavata : agili Ipad sono a disposizione per capire meglio, approfondire,integrare le parche informazioni delle didascalie.

Educare e lasciare indipendenti nella visita; informare e coinvolgere il visitatore, soprattutto il  londinese, cioè colui il quale più direttamente è legato al sito archeologico.

Ultima considerazione che è emersa in questi giorni inglesi: l’uso saggio (se non sapido) dei “volontari della Storia” (l’ho appena coniato). A Canterbury, nella cattedrale, e a Westminster, il visitatore può essere guidato nella conoscenza del luogo in molti  modi: con la propria guida cartacea, con un’audioguida (a Westminster compresa nel prezzo), con una visita guidata (a Canterbury costa 5 pounds), oppure grazie ai volontari. Identificati da fasce colorate e dall’età non più verde, uomini e donne si aggirano sorridenti, pronti a rispondere a qualunque curiosità (oppure desiderosi di sorprenderti in maniera inaspettata!).

A Canterbury sono addirittura previsti del talk, di 15 minuti, su vari aspetti della cattedrale e della sua storia. Io e Domenica, senza alcun tipo di guida, cartacea o telematica, abbiamo trascorso 3 ore a Canterbury, e con 2 talk successivi e un agile touch screen ci siamo tolte mille e una curiosità.

Il primo volontario, che si capiva addestrato a una oratoria accattivante, ci ha incuriosito al punto da spingerci a visitare la chiesa di Saint Martin! Una mini avventura la sua ricerca in una Canterbury periferica e spettrale! E poi a rendere omaggio alle statue moderne di Ethelbert e Bertha!

Insomma, ogni esperienza culturale è stata per me innanzitutto coinvolgimento e scoperta…e divertimento, un puro e semplice divertimento!

Per tornare al mio “viaggio inaspettato”, come dice Gandalf ne Lo Hobbit: “tutte le storie belle hanno bisogno di essere infiorettate”, così accade per la storia appresa in terra inglese. A fare la differenza sono la cura e la capacità di coinvolgimento che ci permettono di vivere appieno le “belle storie”.

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Scegli il tuo dio …

“I’m not a praying man, but if you hear me, show me the way”

Il mio ultimo Natale è stato quello del 1990. Gli altri sono stati solo un pallido tentativo, mai riuscito in pieno. Fino al 1990, per quanto poco convinta, mi piaceva lasciarmi cullare dal racconto del Natale, che non era Dickensiano, anzi!, piuttosto un Vangelo semplice, basilare: gli sposi che cercano un luogo dove passare la notte, la grotta che, pur mantenendo il nome, aveva l’aspetto di una capanna, i pastori che sono i primi ad arrivare, i Magi che seguono, qualche giorno più tardi.

Prendevo mio fratello, spegnevo le luci della sala, e con i volti colorati dalle luminarie natalizie, lo incantavo con il racconto tradizionale. Fino ai 10/11 anni organizzavo perfino uno spettacolino, con tanto di cartelli pubblicitari sparsi per la casa e numeri diversi: io al pianoforte, spettacolo di marionette con mio fratello, io prestigiatrice, canzoni con il fratello. Impresaria di me stessa (e del povero fratellino), cominciavo a preparare il tutto a novembre.

Il Natale 1991 non fu uguale agli altri, mancava una persona importante, e tutto il resto fu solo un guscio vuoto di sorrisi tirati.

Col tempo mi sono ricreata una routine: il Canto di Natale di Topolino era un must, per il resto… a letto ASSOLUTAMENTE prima della mezzanotte! altrimenti Babbo Natale non viene!!

Nel frattempo il numero delle persone attorno al tavolo si andava assottigliando e così la mia necessità di celebrare il Natale. Contemporaneamente aprivo, una dopo l’altra, le caselle del mio personale calendario dell’Avvento: a ogni casella corrispondeva una divinità nata proprio nei giorni del solstizio d’inverno. Quindi, anche la “narrazione del Natale” diventava superflua, superata. Si aggiungeva un doveroso sottotitolo: il natale di chi?

Quest’anno ho deciso, dopo il Canto di Natale di Topolino (!), di guardare un film-culto: “La vita è meravigliosa”, datato 1946 e diretto da Frank Capra. Un film strepitoso, recitato in maniera impeccabile, ascoltato con un’inflessione del Sud degli Stati Uniti che fa venire voglia di cantare. Capra, con questo film, ha celebrato tutta l’umanità: quella varia, quella brutta, quella bella, quella imprevedibile.

E allora ho ripensato ai miei Natali e alla sensazione di non volerli più celebrare, all’ostinazione di non voler rispondere agli auguri. I miei Natali non sono stati due giorni di dicembre, ma la gioia di essere circondata dalle persone che amavo. Senza quelle persone, i Natali non hanno più senso. Il che non significa niente di catastrofico, semplicemente che bisogna aggiornare il termine, celebrare qualcos’altro, di certo non il Natale.

Così riprendo in mano le mie convinzioni e il mio stupore quasi infantile ogni volta che incontro persone belle. Non credo in dio (o Dio), ma credo fortemente nell’uomo e mi perdo nei meandri della storia, seguendo rivoli di pensiero che alimentano l’unico grande oceano dell'”umanità”: quella di Capra. Non mi spaventa ritagliarmi un po’ di solitudine, ma proprio perché so di non essere mai veramente sola. Ho dentro di me l’energia di miliardi di esseri umani come me, quelli che vivono il mondo di oggi e quelli che hanno vissuto il mondo di ieri.

Una delle scene più vere e delicate, a mio avviso, della saga di Harry Potter, è quando il giovane mago incontra gli spiriti dei suoi parenti e amici nel bosco: al di là della scelta del luogo (non so quanto voluta) altamente pregnante, l’idea di ricevere forza dalle persone che hanno attraversato la nostra vita è allo stesso tempo rivoluzionaria e conciliante.

Quest’anno è stato, per me, molto faticoso e proprio in questo 2018 ho sentito l’importanza degli amici. I miei dèi, coloro dai quali prendo tutta l’energia necessaria, per capire cosa ci si sta a fare su questo pianeta tanto grande e complicato.

“No man is a failure who has friends”

Messaggio dell’angelo Clarence a George Bailey, protagonista di “It’s a Wonderful Life” (La vita è meravigliosa)

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