Archeoracconto vol. 2

Ecco la seconda puntata di Archeoracconto!

Questa volta nella preziosa cornice della Centrale Montemartini, a Roma.

La CentraleArcheologia

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Genti straniere

Chissà a cosa pensava Ulisse, mentre navigava sul mare color del vino. Chissà a cosa pensava Omero, o chi per lui, mentre cantava di tempeste, bonacce, scogli lanciati e capi doppiati, in quella grande pianura semovente che era il mare Mediterraneo.

Una cosa è certa: le coste tirreniche, nella fattispecie quelle campane, erano luoghi dal fascino ambiguo. Per questo voglio cominciare il resoconto del viaggio dentro “Pompei e i Greci” con l’immagine del sommo pericolo: le sirene. Lo stamnos trovato a Vulci ma conservato al British Museum e prestato per la mostra pompeiana, riassume bene diversi aspetti di “Pompei e i Greci”. È una delle immagini più usate per illustrare l’episodio omerico, ritrae un braccio di mare che, in linea di massima, si può identifcare con Punta Campanella, cioè con la penisola sorrentina, molto vicino a Pompei, ed è stato trovato a Vulci, dunque collega la tradizione greca con il gusto etrusco, e gli Etruschi sono i coprotagonisti della mostra.

Fotogrammi da “Gli ultimi giorni di Pompei”, film del 1913

La visita di Pompei non sembra riservare più sorprese, anche al più smaliziato degli appassionati di archeologia: le case, i thermopolia, l’anfiteatro, i santuari, i due fori, i lupanari e le terme, tutto è stato raccontato e rappresentato. Gli ultimi giorni di Pompei sono stati declinati in mille e un modo, una sorta di continuo effetto “sliding doors”, dove, a seconda della capacità del regista o del romanziere, i poveri corpi degli abitanti in fuga sono stati protagonisti dei delitti più efferati o delle storie d’amore più appassionate.

“Pompei e i Greci” ci parla non degli ultimi ma dei primi giorni della città: di quando, cioè, i cinque pagi (seguendo una possibile etimologia del termine di origine osca, pompe = 5) hanno unito le loro forze e i loro interessi e hanno messo in piedi un centro commerciale di sicuro successo.
La casa editrice che ha curato la pubblicazione del catalogo, Electa, ha preso la decisione illuminata di promuovere la mostra anche attraverso l’opera social di blogger di

Antonia Falcone e Marina Lo Blundo (Generazione di Archeologi), archeoblogger all’inaugurazione di “Pompei e i Greci”

archeologia e, grazie al tramite di Professione Archeologo (Antonia Falcone) ho avuto la possibilità di far parte dei selezionati blogger chiamati “all’arrembaggio”!

Giovanna Baldasarre (Archeokids), Giovina Caldarola (Aquinum), io, Astrid d’Eredità (ArcheoPop)…chi vi ricordiamo?

La mostra è stata allestita nella Palestra grande, in uno dei bracci colonnati, chiusi per l’occasione con drappi colorati. L’architetto di questa immersione nei suoni e nei colori del passato è Bernard Tschumi, un nome celebre nel mondo dell’archeologia, dal momento che è lo stesso architetto cui è stato affidato l’arduo compito di rendere presentabile all’opinione pubblica mondiale il progetto greco di ottenere i marmi del Partenone dal British Museum. È infatti Tschumi l’autore del nuovo museo dell’Acropoli, ad Atene.

A Pompei, l’architetto svizzero ha giocato molto sui colori: caratterizzando ogni sezione della mostra, così che fosse chiaro il passaggio da un argomento all’altro. I pannelli che introducono tali passaggi servono a presentare il tema trattato, mentre sulle pareti di alcune sezioni sono proiettati video con animazioni e suoni che aiutano ulteriormente il visitatore a immergersi nel racconto.

Navigando sul mare color del vino, verso genti straniere…
Sembra quasi di ascoltare il ritmo dei remi che battono il mare in tempesta, consapevoli del fatto che solo la protezione di un dio aiuterà l’equipaggio nell’impresa di cercare nuove terre e nuovi commerci. L’inizio è scuro, perché noi, come i Greci che salpano dalla madrepatria, non sappiamo cosa ci aspetta.

Sappiamo però cosa lasciamo, per questo la prima vetrina è altamente simbolica e prestigiosa, e presenta, tra gli altri, oggetti provenienti da Olimpia oppure copie di originali evocativi, che ci parlano di Fidia e di artigiani della Ionia.

Superato il primo blocco, guardiamo cosa ci offre la terra straniera: dei vari insediamenti presenti nel territorio in cui sorgerà Pompei, i curatori hanno scelto Longola e la piroga costituita da un unico tronco, ma anche ciotole e vasi, fibule e kernoi (vasi rituali) che fanno pensare alla grande famiglia della facies villanoviana. La terra italica accoglie i Greci con una cultura che è già strutturata.

Ci si avventura poi, attraverso due successive sezioni, nell’architettura pubblica e in quella privata. Qui abbiamo la prima concreta testimonianza della personalità di questa cultura strutturata: spiccano infatti, oltre ai gocciolatoi a forma di testa leonina, provenienti da Metaponto, Posidonia e Pompei e ognuno recante uno stile diverso, le palmette decorative. Gli artigiani italici prendono un motivo diffusissimo nel Mediterraneo orientale e lo reinterpretano… capovolgendolo!
Se gli esempi di edilizia pubblica si rifanno inevitabilmente a decorazioni di santuari, l’architettura privata è quella di un signore lucano, il quale si fa costruire un anaktoron, una residenza di prestigio.
Dietro al fregio di cavalieri, che ci fa pensare a tanti esempi arcaici e dedalici noti a Creta (terra dorica, come la stirpe di molti viaggiatori greci di VII secolo a.C.), il particolare gustoso lo troviamo sulle tegole, che conservano l’indicazione di numeri in lettere. “Secondo”, “Terzo”, “Quarto”: istruzioni di un’Ikea di VI secolo, che indicano l’ordine di assemblaggio del tetto. Perché in greco? Perché a questo punto è chiaro che i Greci, approdati nei luoghi di Pompei, hanno permeato il territorio di una cultura che diventa linguaggio figurativo e lingua franca. La manodopera può avere origine diversa, ma la lingua con cui si comunica è il greco.

E allora guardiamo più da vicino questa lingua, anzi, queste lingue, che contraddistinguono il melting pot di culture e di capacità, di esigenze e di emozioni. La sezione “bianca” presenta vasi con iscrizioni: alcuni trovati in tombe, altri ex voto santuariali. L’etrusco è diffuso e afferma la presenza tra i poteri forti, non solo di Pompei, ma della Campania tutta. Olimpia (di nuovo) presta una tavoletta in bronzo su cui è inciso un patto tra Sibariti, alleati e Serdaioi, cioè popoli di cui non si conosce con sicurezza l’identità: questo legame politico conferma l’informazione dei reperti archeologici, e cioè la coesistenza di popoli diversi, che cercano un garante divino per la loro convivenza pacifica. Spuntano poi dei reperti che aprono un’ulteriore finestra: il mondo dei culti oracolari. Sono i Greci a portare Apollo a Pompei? Oppure giungono in un luogo già affezionato al dio loghios, cioè all’obliquo, alla voce che grida nel deserto del Parnaso (e non è per niente chiara!). Apollo è presente con la compagna di oracoli: la Sibilla, creatura prodotta dalla terra flegrea. Sarà forse lei a suonare la cetra? Piccola immagine di bronzo, stilizzata ma riconoscibile come donna?

Torniamo al buio dell’imprevisto e dell’incertezza: siamo giunti al racconto della battaglia di Cuma, 474 a.C. Pindaro, poeta tebano del VI secolo a.C., ricordava Cuma insieme a Himera e Salamina: i Greci avevano vinto sui Persiani, sui Cartaginesi e infine sugli Etruschi, anche questi popoli orientali, nella tradizione storica antica più diffusa. Cuma segna un cambio radicale, decisivo: la ricchezza di Pompei, città osca ed etrusca, sembra fermarsi, per circa 80 anni. La teca ci mostra un elmo strapppato al nemico etrusco e dedicato da Ierone di Siracusa a Olimpia. Le immagini ci fanno affondare nelle profondità degli scogli delle sirene (battute, anche loro, da un greco!).
Sono gli anni in cui emerge, silenziosa ma testarda, la città fondata proprio da una di queste sirene: Neapolis, la “città nuova” fondata da Parthenope.
La teca con i “cocci” trovati nello scavo del porto partenopeo è forse da sola un testimonial esauriente della ricchezza della mostra: vi si trova di tutto, dall’anfora punica al vaso di Cales, dal vaso attico all’anfora rodia.
Un nuovo corso è iniziato, forse l’era di Pompei è finita?

No, dopo 80 anni la città riemerge, sannitica questa volta. Fino a quando il potere di Roma non comincerà a mettere gli occhi sulla terra ricca e sul centro commerciale ben avviato e prospero. Un errore di calcolo porta Pompei sul lato dei Socii durante la ribellione alla gestione romana e così Silla giunge, assedia, e vince. Nell’80 a.C. Pompei diventa Colonia Cornelia Veneria e comincia la sua quarta vita, quella di città romana.

Il racconto continua con altre due sezioni e diventa ancora più ricco di suggestioni. Una cosa è certa: la mostra scoperchia una quantità di rimandi, ricordi e nuove intuizioni. Il catalogo raccoglie saggi fondamentali per la comprensione della narrazione espositiva e per la visita della mostra è necessaria una guida che tenga a bada i nodi della trama.

Vorrei concludere questo breve volo attraverso “Pompei e i Greci” con una immagine che mi ha emozionato: quando smettono i Greci di vivere Pompei? Non si può trovare una data precisa, perché anche nell’epoca in cui il pensiero romano (augusteo) sta impregnando le coste del Mediterraneo, e non solo, a Pompei si continua a parlare e usare il greco. Nelle immagini, nei culti, nella poesia erotica e nel teatro. Una tessera tonda in osso reca su un lato un numero e il nome di Eschilo.


Quale sarà stata la tragedia rappresentata a teatro, per la quale era stato concepito questo agile biglietto di ingresso?
È inutile, Pompei mi fa sempre sognare a occhi aperti, perciò seguirò il mio spirito onirico e azzarderò “Le Supplici”, un’opera che parla di migranti (le Danaidi), di richieste d’asilo, di una comunità (Argo) che si riunisce per decidere se accogliere o meno le donne che chiedono giustizia. Ecco, mi piace immaginare che a Pompei ci si riuniva per vedere rappresentati i presupposti sui quali si fondava la storia gloriosa delle genti straniere che avevano trovato terreno fertile per costruire una comunità multietnica.

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C’è davvero una risposta?

La stanza era quasi come Slartibartfast l’aveva descritta.
In questi sette milioni e mezzo di anni era stata abbastanza ben curata, e pulita regolarmente circa una volta al secolo.
La scrivania di ultramogano aveva gli angoli consunti, la moquette era un po’ scolorita, ma il grande terminale del Computer era sempre glorioso e scintillante, lì sulla ricopertura di pelle rossa della scrivania. Era bello lustro, come se fosse stato costruito il gorno prima.
Due uomini vestiti in modo austero sdevano rispettosamente davanti al terminale, e aspettavano.
(…)
Settantacinquemila generazioni fa, i nostri antenati avviarono questo programma e dopo tutto questo tempo, saremo noi i primi a sentir parlare il Computer! –
(…)
– Saremo coloro che udranno la risposta alla grande domanda sulla Vita…! – esclamò Phouchg
– E sull’Universo…! – proseguì Loonquawl
– E su Tutto…!
– Shh! – fece Loonquawl – Credo che Pensiero Profondo si prepari a parlare!
Ci furono alcuni attimi di ansiosa attesa, mentre i pannelli sul davanti della consolle si animavano a poco a poco. Le spie luminose si accesero e si spensero, per poi stabilizzarsi. Dal canale di comunicazione provenne un basso e sommesso ronzio.
Buongiorno – esordì finalmente Pensiero Profondo.
– Ehm … Buongiorno, o Pensiero Profondo – gli si rivolse nervoso Loonquawl. – Hai…ehm, cioè…
– Una risposta per voi? – disse solenne Pensiero Profondo. – Sì. Ce l’ho.
I due uomini rabbrividirono. La lunghissima attesa non era dunque stata vana.
C’è davvero una risposta? – sussurrò Phouchg
– C’è davvero una risposta – conferò Pensiero Profondo.
– A Tutto? Alla grande Domanda sulla Vita, l’Universo e Tutto?
– Sì.
Sia Loonquawl sia Phouchg si erano preparati per tutta la vita a quel momento, erano stati selezionati fin dalla nascita come le persone più adatte ad assistere a quel memorabile avvenimento, tuttavia si ritrovarono a boccheggiare e a stare sulle spine come bambini eccitati.
– E sei pronto a darci la Risposta? – domandò ansioso Loonquawl.
– Sì.
– Adesso?
– Adesso – confermò Pensiero Profondo.
I due si umettarono le labbra.
– Anche se penso che non vi piacerà – precisò Pensiero Profondo.
– Non importa! – esclamò Phouchg – Dobbiamo saperla! Adesso!
– Adesso? – chiese Pensiero Profondo.
– Sì! Adesso…
– Va bene – disse il Computer, e tacque. I due uomini si misero a giocherellare con le dita. La tensione era insopportabile.
– Non vi piacerà davvero – insistette dopo un attimo Pensiero Profondo.
– Diccela!
– D’accordo – disse Pensiero Profondo. – La Risposta alla Grande Domanda …
– Sì…?
– Sulla Vita, l’Universo e Tutto … – disse Pensiero Profondo.
– Sì …?
– È… – disse Pensiero Profondo, e fece una pausa.
– Sì…?
– È….
– Sì…???
– Quarantadue – disse Pensiero Profondo con infinita calma e solennità.

Douglas Adams, La Guida Galattica per Autostoppisti, 1980.
Ed. Oscar Mondadori 2006 pp. 176-178

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L’esagerato amore per le Muse

Ci sono molti modi per rimanere affascinati dall’archeologia. Di sicuro, lo scavo è quello più immediato e diretto: a contatto con la terra e con l’emozione di recuperare a nuova vita reperti sepolti dal tempo, magari per secoli.

La visita a un museo archeologico è un altro momento carico di pathos, o meglio, lo può essere. Dipende molto dal tipo di museo e da chi ci fa da “Virgilio” in un viaggio attraverso mondi più o meno conosciuti.

Poi c’è la Centrale Montemartini.
Un luogo magico, voluto dalla mente illuminata di un allestitore o curatore, il cui nome si perde nei meandri della burocrazia grigia, ma che andrebbe invece portato a esempio perché ben 20 anni fa, quando ancora allestire musei – soprattutto archeologici – era molto poco social e per niente media, decise che macchine e statue erano un binomio bellissimo.

Di questo luogo avrò modo di parlare presto, nel frattempo vi invito a leggere le riflessioni di una viaggatrice d’eccezione: Centrale Montemartini attraverso gli occhi di Marina.

Io invece vorrei parlare del giovane figlio di Quinto Sulpicio Engramus e di Licinia Ianuaria: Quinto Sulpicio Massimo.
Appena undicenne, il suo sorriso di marmo è incorniciato in una edicola e lo incontriamo in un angolo dell’ultima sala della Centrale, accanto a una uscita di sicurezza.
Sembra schivo, il piccolo Quinto, e lo sguardo abbraccia un punto nell’infinito, mentre le mani stringono un volumen, un libro.
Una cosa colpisce di Quinto e del suo monumento: sembra sia stato preda della furia di uno scalpellino compulsivo! Che ha riempito letteralmente ogni angolo del lato principale dell’edicola con parole, in greco e in latino. Perfino il volumen accoglie alcune frasi, e l’effetto è quello degli appunti presi a lezione, quando ci siamo dimenticati di portare il quaderno e chiediamo in prestito “solo due fogli”, finendo per scrivere in verticale, con abbreviazioni avventurose, o negli angoli, con equilibrismi di parole e frasi.
I genitori di Quinto Sulpicio Massimo hanno voluto così rendere omaggio al giovane, morto a 11 anni, ma già famoso per aver partecipato, appena decenne, al terzo certamen capitolino. Lui, così piccolo, in mezzo a una cinquantina di poeti, nel 94 d.C. Il suo componimento non vinse, ma ottenne una corona, una sorta di premio della critica, come apprezzamento da parte dei giudici, stupiti nel vedere tanta competenza in un ragazzo così giovane. Il monumento funebre di Sulpicio è dunque ricoperto dal testo in greco, come era previsto dalla gara, e in latino, del componimento presentato al certamen.

Una delle interpretazioni di Rubens del mito di Fetonte

E quale argomento ha scelto Quinto Sulpicio Massimo per convincere i giudici? Il mito di Fetonte.
Ecco, questo particolare mi ha colpito forse ancora di più dell’originalità del monumento stesso.
Il ragazzino, a dieci anni, decide di raccontare la ramanzina di Giove ad Apollo, accusato di essere stato troppo indulgente con il figlio Fetonte.
Il mito di Fetonte è un classico esempio di hybris punita, unito a racconto eziologico, che spiega l’importanza dell’Eridano (il Po) nel commercio dell’ambra. Il giovane Fetonte vuole guidare il carro del Sole e lo sottrae al padre, Apollo. Un gesto che sembra la classica bravata, il figlio neopatentato che si mette alla guida del bolide paterno. Ma l’inesperienza impedisce al ragazzino di tenere saldamente le briglie dei cavalli e così il carro si avvicina pericolosamente alla terra, bruciando i campi, oppure si allontana, lasciando tutto e tutti al gelo. Giove è costretto a intervenire e fa precipitare Fetonte nell’Eridano, per poter recuperare il carro e ridarlo al legittimo proprietario. Le sorelle di Fetonte, le Eliadi (cioè figlie del Sole), si affrettano sulle sponde del fiume e cominciano a piangere calde lacrime. Lentamente i loro corpi mettono radici e si trasformano nei pioppi che orlano gli argini del Po anche oggi, mentre le lacrime sono gocce di ambra che cadono nell’acqua.
Il commercio dell’ambra proveniva dal Baltico e raggiungeva la pianura padana attraverso rotte fluviali.

Ecco che Quinto Sulpicio, il figlio che ogni genitore vorrebbe, studente modello e enfant prodige, svela il suo lato ribelle e racconta proprio la vicenda di un ragazzo probabilmente coetaneo. La hybris di Fetonte viene punita, ma Quinto non si dilunga sui momenti del furto o della punizione, bensì sulla figura del padre “distratto”, che non è stato in grado di correggere il figlio o di controllarne la crescita e l’etica.

La copia del monumento funebre di Quinto Sulpicio Massimo, presso Porta Salaria a Roma

Mi commuove Quinto, mi colpisce la grande maturità e mi incuriosisce questa sua scelta: forse una riflessione sul rapporto padre-figlio? Forse una richiesta di attenzione da parte di un ragazzino sensibile?
O forse le mie sono pure speculazioni e la vicenda di Quinto Sulpicio è solo una storia di ordinaria passione per lo studio di exempla ormai classici, anche per il I secolo d.C.

“…essendosi indebolito e ammalato per il troppo amore per le Muse”

ecco cosa scrivono i suoi genitori come epitaffio.
E Quinto diventa, in un batter d’occhio, un perfetto Leopardi: affacciato alla finestra in una notte d’estate, a interrogare la luna, oppure a cercare con gli occhi un carro proibito su cui balzare…

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