A cuore nudo nel Parco

A Val Fondillo le radici ricamano storie…

Un’estate particolare, questa del 2017. Un agosto passato a rincorrere il “luogo perfetto”. Forse è questo che intendevano gli antichi quando parlavano di locus amoenus, una definizione che ho sempre trovato difficile spiegare, che ho sempre preferito lasciare che fosse “avvertita” più che capita. Ecco, io sono andata – e lo sono tuttora – alla ricerca di questo luogo-non luogo, un posto reale in cui raccogliere i miei pensieri.
In questa mia ricerca ho avuto l’aiuto capace di un’amica e mi sono ritrovata… nel Parco Nazionale d’Abruzzo.
Questi, perciò, sono pensieri sparsi che ho raccolto nei cinque giorni trascorsi in una casetta ai piedi della rocca di Opi, non distante da Pescasseroli, nel cuore del Parco.

Il nome mi ha attratto subito: poteva mai un borgo essere intitolato a una delle meno note tra le dee? Una fanciulla con cornucopia, vale a dire tutti e nessuno, l’iconografia più trita dell’immaginazione antica. Eppure Opi, a poco a poco, si è fatta strada nell’animus dei Romani, che ne hanno rivendicato l’autoctonia: Opi era una divinità dei raccolti, pregata perché portasse abbondanza di messi e di frutti. Nel giro di poche generazioni eccola associata a Saturno: il dio dell’Età dell’Oro, il vecchio che si aggira per le strade nei giorni del solstizio d’inverno e si assicura che ciò che è stato seminato non venga gelato proditoriamente. Il dio cui offriamo la nostra allegria e follia durante i Saturnali, per l’appunto. Il vecchio del Natale futuro…

A Barrea c’è un presepe estivo. Tra i manichini, un bellissimo centurione romano…che indossa un tipico scudo sannita. Adorabile melting pot!

Insomma, ero decisamente entusiasta di poter trovare tracce di un culto antichissimo, come sembrerebbe attestare la pietra iscritta incassata nella torre del campanile: Sacerdos Cerialis. Opi come Cerere? La cornucopia e la spiga che prefigurano comunque un raccolto abbondante? In fondo, qui siamo nelle terre dei Sanniti e dei Safeni, tribù che i Romani convincono, più che conquistano, a collaborare; il nome più antico del centro abitato dovrebbe essere Fresilia (o Fresinia) e ci sono tombe che attestano la presenza dell’insediamento di VII – VI secolo a.C., ma forse, a cercare bene nelle stanze di antiquaria locali si riescono a trovare reperti di età preistorica. Questo, per lo meno, è quanto assicurano le pubblicazioni scientifiche.

Ma qui siamo nel regno dei borghi arrampicati su rocche medievali… Opi non pare riecheggiare divinità venerate da selvatiche (nel senso “della selva”) tribù, piuttosto, all’orizzonte si delinea la silhouette di Brancaleone e così, dalle guerre sannitiche, la nostra immaginazione ci proietta direttamente nei secoli finali del Medioevo e Opi diviene una abbreviazione di Oppidum: la città fortificata (di impianto romano).

Disposta su una tartaruga rocciosa, Opi si presenta come una punta di freccia rivolta verso il cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, di cui è stata la prima fautrice nel 1921, con la cessione di alcune terre e il versamento di una prima quota.
Una spina dorsale, la via San Giovanni, che ricalca la dorsale della rocca e porta dritta al “castellum aquae“, l’acquedotto voluto nel 1903 da Domenico Ursitti, benefattore della cittadina, forse non “primo del suo nome”, ma di sicuro appartenente a una casa(ta) che è stata protagonista della storia di Opi. Fotografando il “castellum” ironizzavo sui merli della piccola torre che, per l’appunto, sembravano aver preso in parola il termine latino, ma un’attenta lettura dell’Ursitti letterato e poeta contemporaneo, mi ha illuminato: l’architetto si è ispirato al monumento funebre di Cecilia Metella sull’Appia antica!

Mausoleo di Cecilia Metella

 

 

 

Opi: piena di sorprese, quindi. Come le targhe che ricordano un altro Ursitti, don Alessandro: non solo riuscì a evitare il bombardamento del borgo da parte dei tedeschi – non dimentichiamoci che qui siamo abbastanza vicini a Cassino, la zona era “calda” durante le manovre a fine guerra – ma corruppe un tedesco che stava per far saltare il vicino ponte sul Sangro, oggi noto come “ponte delle 12 uova”!

 

Le case costruite sulla roccia, gli angoli da cui ammirare monti e camosci, o camosci su monti… la terrazza che guarda su “Le Prata“, un retaggio latino (?) dei campi nella valle, dove i contadini di Opi pascolavano gli animali o coltivavano orti. L’aria frizzante di Opi mi ha già rigenerato, sono pronta per addentrarmi nel Parco. Ma, a proposito, cos’è il Parco Nazionale d’Abruzzo?

Quattro giorni sono pochi, ci organizziamo con passeggiate mattutine e gite pomeridiane e io scopro un mondo del Parco fatto non solo di alberi e sentieri, ma di altri borghi, più o meno grandi; di vie “al Castello“, o “alla Torre“, di fontane, spesso rimaneggiate proprio negli anni in cui prendeva corpo il Parco. Vedo segnali stradali che mi promettono incontri con la fauna locale e mi lascio bruciare da un sole meno filtrato, in un’atmosfera – calda – di “gita al Faro“.
Scopro che il lago di Barrea deve la vita a una diga che ha creato scompiglio tra i borghi della valle: voluta sotto il Fascismo, ma in un altro punto, viene costruita alla fine degli anni ’40 e servirà a prototipo della infausta diga del Vajont – alla cui costruzione alcuni abitanti di Barrea lavoreranno e uno perderà la vita, morte bianca.
A Civitélla Alfidena, invece, ci incuneiamo negli stretti vicoli dietro la Torre, che sembra uscita da una scacchiera rinascimentale: le geometrie bianche e nere di ciottoli e pareti ci indicano la strada e incorniciano una delle più belle dediche lapidee che abbia mai visto.

Vi chiedo due minuti per leggere questa dedica che ha dell’immaginifico

In due punti opposti del borgo sono state create delle aree protette per linci – da una parte – e lupi – dall’altra – le cui condizioni fisiche non permettano loro di vivere allo stato brado. Una sorta di safari “buono” che, naturalmente attrae molti curiosi.

Ma sono soprattutto due i momenti che mi hanno curato ferite che nemmeno sapevo di avere…

Innanzitutto una passeggiata alla Camosciara, fatta la mattina presto, prima…

…prima che apra il parcheggio, prima che la natura umana si imponga con mala grazia su quella selvatica, prima che un inquietante trenino vomiti decine di villeggianti di fronte al bar e alle timide cascate.
Prima, c’è il silenzio. L’aria frizzante. Cerve e cerbiatti che ci guardano attoniti e poi si scambiano occhiate dubbiose: “Ma che, son già le NOVE??”
No, non lo sono e noi parliamo poco, ci lasciamo accarezzare dai colori e dagli odori di un luogo “bello” e accogliente. L’arrivo alle cascate è già guastato dal pensiero che questa solitudine perfetta stia per finire. Un ultimo tocco di magia: la farfalla che si lascia avvicinare…e poi, in un battito d’ali ecco che la magia si spezza.

Infine, la passeggiata in un luogo dal nome “perfetto”: Macchiarvana. D’inverno l’aula più adatta per lezioni di sci di fondo, d’estate un campo esteso dove rintracciare il passaggio dei cinghiali o degli orsi e camminare senza premura e con pochissimi dislivelli.

Si può raggiungere perfino Pescasseroli!
Ma il mio momento magico, la mia sospensione del tempo, è nella faggeta che dobbiamo attraversare per arrivare al campo (e quindi anche per ritornare alla macchina).
Alberi a distanza regolare, luce che cattura: la faggeta ti intrappola, non vuoi più uscire.
Come nella migliore fiaba dei Grimm (o forse nella più spaventosa?) ti senti completamente inerme di fronte alla serenità che ti danno questi alberi, dal tronco stretto, svettanti. Al di fuori… esiste qualcosa al di fuori? Mi aspetta qualcuno “al di fuori di qua”? Non lo so, non mi interessa neanche più.
Ecco, il mio locus amoenus, l’ho trovato – o lui ha trovato me. Io sono piccola, ora, più piccola di sempre; voi mi guardate, cari faggi, e io mi sento un’ospite tra di voi. Posso restare qui?

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Morsi e rimorsi storici

Cosa ci fanno uno storico delle religioni, uno psichiatra, una psicologa, un etnomusicologo e un’antropologa culturale nel caldo sole del Salento in una mattina di giugno del 1959?
Cercano di fermare su di un vetrino, sotto il microscopio della scienza sociale, il fenomeno del Tarantismo.

In queste notti d’agosto si celebra la Taranta e io mi inoltro per il sentiero antico e affascinante del morso delle tarantolate salentine.

Lo scorso giugno, grazie all’iniziativa di Swapmuseum e di CoolClub sono stata ospitata, insieme a due amici e blogger di successo, tra i suoni della Grecìa e le tradizioni del Salento.

https://djedmedu.wordpress.com/

https://generazionediarcheologi.com/

 

 

 

 

 

 

Siamo stati accompagnati nella visita di alcuni centri, tra cui Galatina e la cappella di San Paolo e per la prima volta sono stata iniziata al mistero del tarantismo. Uso il termine “iniziazione” perché si tratta in effetti di una esperienza mistica, dal momento che San Paolo è ormai da secoli il catalizzatore utilizzato dalla Chiesa cattolica per normalizzare un uso antichissimo. Registrato perfino da Leonardo da Vinci (!)

San Paolo brucia la serpe. Scultura sulla cattedrale di Mdina (Malta)

Cominciamo, dunque, dalla fine: San Paolo è a Malta, lo morde un serpente velenoso, lui sopravvive (Atti 28, 1-10). Evviva! Il Santo sconfigge il morso di bestie velenose!
Galatina, qualche anno dopo: nel paese dei “saggi” (KALE’ ATHINA sembra essere l’etimologia del nome del paese, come ricorda la civetta, simbolo della dea, che compare sullo stemma cittadino). San Paolo decide di “passare” la sua abilità a tre sorelle (Frazer l’avrebbe chiamata “magia da contatto”, noi non indagheremo oltre…). Quando la più anziana delle sorelle sta per morire, sputa in un pozzo e rende quell’acqua miracolosa per chi voglia guarire dal morso di un animale velenoso.
Il pozzo della cappella di San Paolo diventa perciò meta di pellegrinaggio. Anche perché Galatina (e il suo feudo) è protetta dal Santo e qui la taranta non morde nessuno! Le tarantate hanno finalmente trovato una cura al loro male. La Chiesa, che pensava di essere riuscita a normalizzare il rito pagano mettendolo sotto il patrocinio del Santo guerriero per antonomasia, colui che sconfigge i pagani con quella spada sempre al fianco, capisce però di essere caduta dalla padella nella brace. E così il pozzo viene chiuso.
La cappella! Bisogna andare nella cappella! Cristo Santo, ma come bisogna dirvelo?? Zotici contadini che non siete altro?

Le tarantate ci vanno nella cappella, ma occorre mettere un cartello che limita le manifestazioni troppo agitate…

Ernesto De Martino

Se questa è la storia in breve, l’opera di De Martino, lo storico delle religioni con cui ho cominciato, la apre come un ventaglio, strumento quanto mai necessario nei giorni della festa di San Paolo a Galatina, cioè intorno al 29 giugno. Il suo studio del fenomeno si inserisce in un progetto più ampio, quello di tracciare una Storia religiosa del Sud.
Egli individua nella Puglia e nello specifico nella terra salentina, il luogo in cui può essere osservato un fenomeno dalla portata antropologica particolarmente importante: da secoli, infatti, la popolazione salentina, per lo più quella femminile, è affetta dal fenomeno del morso della tarantola, che induce in stati di alterazione psichica. Chi è affetto da questo morso viene curato con un rituale che prevede l’esecuzione di una particolare musica e l’esposizione del morsicato a particolari colori. Il rituale può curare temporaneamente, perché, nella quasi totalità dei casi, chi viene morso una volta verrà poi morso un’altra volta (spesso la condizione di morsicato dura decine di anni).
Il primo passo da fare è capire se si tratti effettivamente del morso di un ragno (comunemente chiamato “tarantola”) e De Martino e la sua equipe si rendono ben presto conto che ciò non può essere. Quindi è necessario rintracciare l’origine del fenomeno e capire se l’intervento di San Paolo sia connaturato ad esso oppure se sia incorso in un secondo momento.
De Martino è uno studioso scrupoloso e traccia una storia degli studi, che ci permette di capire quanti studiosi, a vario titolo, si sono confrontati con le tarantate.
Rimando, insomma, al bellissimo volume “La terra del rimorso”, pubblicato da Il Saggiatore, dove De Martino riesce a unire la necessaria tassonomia del resoconto scientifico con la piacevolezza del resoconto dell’esploratore.
Oltre al libro, vale la pena guardare le riprese fatte a Galatina presso la cappella:

L’esigenza di osservare le tarantate da un punto di vista antropologico si comprende ancora meglio se si contestualizza la “spedizione di De Martino” nell’ottica della questione del Mezzogiorno, che negli anni ’50 veniva decodificato fino alla drastica fossilizzazione che purtroppo conosciamo…

Molte sono le considerazioni che scaturiscono dalla lettura della storia delle tarantate…
Sole che brucia, la controra immortalata dal prezioso film di Lina Wertmüller. La noia, quando arriva, può far diventare impazienti: il conto delle ore che non passano mai. Lo studio di De Martino assomiglia al safari dello scienziato: l’animale da osservare è l’uomo in quanto animale sociale. Ma i numeri sono chiari, la quasi totalità di coloro che vengono “morsi” è femmina.

Dunque: la donna si ribella alla noia. Una noia che attanaglia e che si traduce in regole sociali, tanto granitiche quanto limitanti.
Dunque le tarantate si ribellano alle convenzioni sociali, ma questa ribellione può, deve essere sedata.

Come?

Forse cambiando quelle convenzioni? No, operazione troppo complessa, che richiederebbe ben altro che un accesso di isteria, e soprattutto richiederebbe alleati potenti.
Allora ecco che la stessa società che ha condannato le tarantate alla follia trova un modo per curarle: un rito sociale, ecco quello che ci vuole. La cura arriva proprio dalla stessa comunità che ha “creato” il disagio: i musicisti non lo sono di professione, o meglio, la loro professione è un’altra (barbiere, contadino, becchino, ecc.) ma si specializzano nei suoni che placano il ragno. Ogni ragno risponde a ritmi diversi e la bravura dei musicisti sta proprio nell’azzeccare le vibrazioni che permettano al veleno di uscire ancheggiando dal corpo della tarantata.

Il pensiero corre, inevitabile, alle menadi: donne, nubili, capelli al vento, vesti trasparenti, dedicavano loro stesse a Dioniso e fuggivano da una vita di mogli, madri, donne di buona famiglia. Nei boschi trovavano i satiri, le nostre tarantate trovano preti che le salvano… le menadi amano Dioniso, le tarantate parlano con San Paolo: gli chiedono di lasciarle stare, ma in cuor loro lo ringraziano, perché la sua spada ha tagliato i legami con le convenzioni sociali.

Da tarantate, esse godono di un’aura particolare, forse è questo che suggerisce il rimorso: se è andata bene una volta, perché non riprovarci l’anno prossimo e ritagliarci qualche giorno di pausa dalla noia anonima e asfissiante?

in Puglia le donne sogliono “quam saepissime” essere morse dalla taranta, con questa scusa diventando loro lecito “libere atque impune viros petere”

[dal dialogo Antonius, di Pontano, 1491]

“Questa scusa”, l’idea di vedere nel morso un significato più profondo è idea che viene da lontano. Se diamo un occhio alle circostanze del morso registrate da De Martino comprendiamo forse meglio:

“pizzicata alla finestra a mezzogiorno”

“pizzicata dopo la morte del padre”

“pizzicata dopo un sogno di scorzoni

“pizzicata mentre era in preghiera”

 

Torniamo al nostro punto di partenza: il morso è un modo per ribellarsi alla noia che prende la gola. La tarantata cerca di scappare. Lo fa con la mente perché il corpo è imprigionato. E la mente scappa attraverso la pazzia.

Si finge pazzo e comincia ad arare la spiaggia, fino a quando non gli viene messo davanti il figlio e Ulisse è costretto a scoprire le carte…

Perfino Ulisse, il più astuto tra gli eroi, lo aveva capito: chiamato a fare il proprio dovere di alleato di Agamennone e di guerriero della Grecia omerica, preferì fingersi pazzo per cercare in extremis di evitare la guerra.

 

 

 

In epoche più recenti pensiamo alla follia del Principe di Danimarca, che è “pazzo solo fra tramontana e maestrale. Quando soffia da scirocco distinguo un falco da un falchetto.”

(Atto II, scena 2)

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Che cos’è il tempo, allora?

“Che cos’è il tempo, allora? Il tempo dovrà pure essere qualcosa. Forse è una specie di musica, che non sentiamo perché suona continuamente. Eppure, qualche volta, l’ho sentita suonare, piano, molto piano…”

Momo (Michael Ende)

Herakles vince l’immortalità e una nuova moglie.
I giochi “senza frontiere” cui partecipa sono piuttosto complicati, ma lui riesce ad aggiudicarseli giocando pure il Jolly di Atlante verso la fine.

 

 

 

 

 

 

La nuova moglie ha un nome corto, Ebe, ma è quanto di più prezioso gli dei potessero dare al rozzo argivo: si tratta della Giovinezza. Perché, va bene essere immortali, ma un immortale rugoso fa una figura ben diversa da uno splendente nel vigore dell’età migliore!

Herakles contro il vecchio del mare.

Il forte e prestante eroe abbronzato, che si batte a mani nude con un vecchio.

Walter Crane, Herakles e il Vecchio del mare, illustrazione per N. Hawthorne “Wonder book for girls and boys” (1910)

Sembrerebbe una immagine triste, di abuso, eppure quel vecchio spettinato dà del filo da torcere ad Herakles: cambia forma ogni poco, si sottrae ai colpi e alle “prese” con la saggezza che gli deriva dall’età e sorprende il giovane eroe con una certa fantasia nelle trasformazioni.

Eppure Herakles voleva solo chiedere indicazioni su dove trovare il giardino delle Esperidi… l’ultima fatica, ecchediamine!

Γερολιμένας ha un nome che è tutto un programma: Porto Vecchio, sembrerebbe di poter tradurre a braccio.
Il mare, la vecchiaia, quale vecchio incontrerò da queste parti
Mi darà del filo da torcere? Lo saprò affrontare spavalda, o soccomberò al primo colpo sferrato di sorpresa?

Eccolo lì, il “mio” vecchio.
No, non è il signor Nikos, che affitta una stanza bellissima, pietra e legno e affaccio sul mare.
Eppure potrebbe essere: capello bianco, pettinato dal vento, occhiali da sole “d’ordinanza”, una faccia che utilizza le rughe per nascondere i pensieri.
Non è neppure il signor Michalis, che mi accoglie nel suo labirinto di pietra, a Stavrì.
Lo Tsitsiri Castle: un intrico di ambienti che.. dio non voglia crolli mai.. non so che tipo di matrix potrebbe produrre, forse paragonabile solo all’albero genealogico di Augusto o agli amori di Zeus…
No, il mio vecchio è molto più subdolo e potente.
Per comodità lo chiamerò Chronos. Il tempo a Gerolimenas, sembra perdere i confini. La definizione stessa di tempo non ha senso qui.
Appena arrivi vedi che ci sono 4 ristoranti, 1 bar, 10 case. Ma non fai in tempo a sederti sulla spiaggia, o affacciata alla terrazza sul mare e, come d’incanto, non ti importa più di niente.
Il mondo, al di là dello sperone di Taigeto che si inabissa nel mare, potrebbe essere crollato. In effetti non sono nemmeno sicura che domani ci sia il bus per arrivare ad Atene.
Il tempo, qui, divora?
No, io ho combattuto, lo ammetto, ma solo per poco.

Un altro incontro tra Herakles e un personaggio vecchio è registrato dall’iconografia (ma, curiosamente, non dai testi antichi) si tratta di Herakles contro Geras, ovvero la personificazione della Vecchiaia.
E qui, il buon figlio di Alcmena non ci fa una bella figura: lo maltratta, il povero vecchio, lo minaccia.
Secondo alcuni si tratta di una raffigurazione simbolica dall’interpretazione semplice: Herakes sconfigge la vecchiaia perché, una volta assunto nell’Olimpo, e dunque diventato immortale, trova una nuova moglie in Ebe, la Giovinezza.
Beh, io comincio ad avere un’altra idea.
Secondo me, di nuovo, questo Geras è proprio il tempo.
Diciamolo meglio: il mio Geras è decisamente il tempo.
Che combatto, ad ogni bracciata in questo mare color smeraldo, a ogni sorso della Amstel apo vareli (alla spina), a ogni piccola onda che si rifrange sugli scogli.
Fino a che non lascio che vinca.
A mani basse.
Ma sì
Alla fine vince lui e io mi ritrovo ad avere seri problemi nell’individuare punti di riferimento che mi spieghino, in ordine sparso:
dove sono
perché ci sono venuta
cosa devo fare
Combatto il tempo che passa e alla fine lascio che sia lui a trionfare: forse è questa l’ultima, grande frontiera della nostra società, assediata dalla necessità di impiegare il tempo.

_ _ _

Pazzesco come la visione della luce sul mare mi calmi. Nel profondo.

Forse no, mi commuove. E così mi incanto a guardare. Come cambia la chiazza di luce sul mare. Come parla il mare. (…) Io sto guardando un mare eccezionale.

Calmo e paterno.

Ma non era femminile il mare? No, questo non è η θαλασσα , questo è ο πελαγος, e io so che là, in mezzo al mare, c’è la γοργονα, lo so che c’è la sirena che ci aspetta. Tutti quanti.

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“Soprattutto, non affrettare il viaggio”

Odissea è
una fila di macchine bloccate dal CID di un autobus di linea e di un Citysighteeing…
è
un serbatoio che diminuisce improvvisamente il livello di benzina
è
la decisione repentina di parcheggiare e di salire a piedi “due tornanti” (unità di misura personale che corrisponde più o meno a una parasanga di erodotiana memoria).

Odissea è pagare l’obolo al Caronte di turno e poi versare un po’ del proprio sangue di capretto espiatorio, attendendo che la madre si abbeveri e cominci a parlare.

Disse così e benché dubbioso nell’animo io volevo
abbracciare l’immagine di mia madre morta.
Tre volte tentai e mi spinse ad abbracciarla il mio animo,
e tre volte mi volò dalle mani simile a un’ombra
o a un sogno.                        (Od XI 206-8)

E poi abbracciarla, sperando che torni negli occhi un guizzo, che ci dica che è lì, che è presente. Il guizzo arriva, ma la presenza rimane effimera, intrappolata in un mondo troppo lontano.

Odissea è
muovermi tra parole e suoni e voci, dare retta a tutti e non ascoltare nessuno.

Odissea è
rimanere in attesa su sedili di pietra antica, aspettando il canto della sirena. Eccezionalmente barbuta, ma non erano forse uomini i primi esseri a venir indicati come sirene?

Odissea
è aspettare che cali la sera, per potersi estraniare del tutto.

Finalmente arriva lui, il cantante/cantore dall’animo semplice e dalla voce che si traveste in mille suoni diversi. Vinicio Capossela è solo uno dei tanti attori e cantanti invitati a interpretare Omero. L’Omero dell’Odissea, beninteso. E così, per una sera Fiesole si trasforma in una piazza di paese di migliaia di anni fa. Quando l’estro di un cieco inchiodava occhi sgranati e bocche aperte ad ascoltare le peripezie dell’eroe di turno.

Splendido ascoltare i versi declamati tra un’arpa e un oud (strumento a corde, a metà tra un mandolino e un bouzouki), proprio come quegli antichi cantori che si facevano accompagnare da uno strumento a corda.
Vinicio ripercorre le tappe più importanti della vicenda di Odisseo e torna più volte sul concetto di viaggio e di ritorno, che però non si conclude come ci raccontano i classici.
La vera svolta sta nell’idea dissacratoria di Chinaski, il quale si immagina Odisseo già su una nave dopo soli 3 giorni di permanenza nella casa ritrovata!

Tutti interessanti gli spunti della riflessione di Capossela, eppure, quello con più forza è di nuovo un classico della letteratura:

 

 

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’ Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

“O frati”, dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Dante Alighieri, La Divina Commedia, XXVI.

Questo è l’Odisseo che mi ha stregato il cuore fin dal primo incontro: un uomo che vuole conoscere, che per amore della conoscenza rischierebbe anche la vita (cosa che fa con le Sirene).

Infine una domanda a cui Capossela non ha saputo dare voce: dove sta tornando Odisseo? Perché lo sta facendo? Il suo viaggio lo mette a contatto con mondi diversi, genti straniere, situazioni al limite del favoloso. Ma allora perché tornare? In fondo, lui continua a procrastinare il ritorno. Non sono sventure quelle che gli capitano (come suggerisce il buon Vinicio), ma tentativi di vivere quante più avventure possibili, perché, una volta a casa, tutta questa libertà svanirà e saremo di nuovo imprigionati nei ruoli del quotidiano.

Odissea
è chiedersi: dove sto andando? da chi sto tornando? dove?

Domani torno sull’isola, la mia Itaca personale. Il resto, si vedrà.

*il titolo è tratto da “Itaca”, poesia di K. Kavafis.

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