Vieni giù un attimo

…Hear us, Michael,

Greatest angel,

Come down a little

From thy high seat,

To bring us the strength of God,

And the lightening of His mercy…*

Alcuin, Sequence for St Michael 
tradotto in inglese da Helen Waddell, Medieval Latin Lyrics 
(New York, 1948), pp.91-3

Il 29 settembre è una data che ho imparato a gustarmi e pregustarmi; da ragazzina la associavo ovviamente alla canzone dell’Equipe ’84, che mia madre non mancava di citare, ogni santo ventinove settembre, la mattina, prima di andare a scuola.

Quella data mi suggeriva pantaloni a zampa di elefante, una voce sgraziata, il motivo orecchiabile, pensieri di tradimenti giocosi.

…he is to take possession before Michaelmas**

Jane Austen, Pride and Prejudice

Non ricordo quando ho cominciato a sollevare il velo pop e a guardare negli occhi una delle tradizioni più suggestive: San Michele Arcangelo (insieme a Gabriele e Raffaele), che in Gran Bretagna e Irlanda corrisponde a una delle quattro date in cui viene diviso l’anno.

Michaelmas, ovvero “la messa di San Michele”, è tradizionalmente (per gli anglosassoni) il giorno in cui si passa dall’estate all’autunno, quando il raccolto è concluso e i lavoratori stagionali presso le fattorie si danno il cambio e ricevono la paga. A San Michele vengono fissati i traslochi, i rinnovi di contratto. L’intera, struggente, vicenda di Orgoglio e Pregiudizio, si svolge – molto simbolicamente – tra due San Michele: lo spazio di un anno solare calcolato sulla data così significativa per chi abitava in campagna.

Il 29 settembre solitamente si cominciava il semestre autunnale alle Università. A Londra, San Michele è il giorno in cui si elegge il nuovo sindaco.

Celebrato opportunamente vicino all’equinozio, Michaelmas – dicevamo – è uno dei quattro giorni cardine dell’anno da lavoratori timorati di Dio: si comincia con il Giorno della Signora, il 25 marzo Annunciazione di Maria, quindi San Giovanni o “mezza estate”, il terzo è San Michele e infine Christ-mas, cioè Natale.

In un gioco di solstizi ed equinozi trascorre il tempo del contadino e dello studente, dell’avvocato e del bottegaio. E questa tradizione dura ancora oggi in alcune aule di tribunale o nell’organizzazione dell’anno accademico.

Il gioco dell’oca

Sembra che, per celebrare San Michele, venissero organizzate, fin dall’età medievale, sagre a base di oca.

“Eat a goose on Michaelmas Day,

Want not for money all the year”.***

Detto popolare

Bestiario Medievale

Il giorno di San Michele bisogna mangiare un’oca per garantirsi fortuna e soldi tutto l’anno. Tuttora pare che la fiera di Nottingham sia la più celebre per le oche di Michaelmas.

Ecco che quindi prende corpo l’immagine di una festa pagana, la più rurale a cui possiate pensare, che la Chiesa cattolica (poi anglicana) decide di fare propria e cristianizzare, schierando giustamente un pezzo da novanta: l’Arcangelo che sconfisse il drago!

“Il gran principe”

Nell’Apocalisse Giovanni ha una visione chiara dello scontro epico tra il drago/Satana e Michele, l’Arcangelo, il Condottiero. Scintillante nella sua armatura, Michele sconfigge Lucifero che cade, ancora, misero, questa volta – dicono i britannici – su di un rovo di more. Il tabù relativo prevede che queste bacche non si debbano raccogliere dopo l’11 ottobre (antica data del giorno di Michaelmas).

Mi piace troppo questa idea della festa d’autunno dipinta secondo quadri a tinte forti: la battaglia tra la luce e l’ombra, tra l’estate e l’autunno, raffigurata come scontro tra Dio e il Diavolo, ma con una patina casereccia che fa rotolare il notevole deretano sui rovi di bacche succose (e nere!).

Di Michele potrei parlare per ore, tanto importante è la sua figura nel traghettare la luminosa energia biblica attraverso le acque più torbide e complesse della religiosità bizantina e infine nel mondo gretto e scurrile dell’Europa alto medievale. Preferisco concentrarmi sulla data simbolica di tale passaggio: un 29 settembre che suggerisce proprio quell’essere in bilico, sul limitare della nuova stagione e del nuovo mese, concentrati sulla gamba sospesa che sta per compiere il passo.

Oppure sui due piatti della bilancia che proprio Michele tiene in mano in una versione cristiana della “pesatura delle anime” di egiziana memoria.

Un Arcangelo in equilibrio, tra Bene e Male, tra Pagano e Cristiano, tra il mondo rurale e quello moderno.

Chiesa di Santo Stefano e della Santa Sofia a Soleto (Lecce): particolare di San Michele che pesa le anime.
Le pareti sono completamente affrescate con scene dall’Apocalisse, dal Giudizio Universale, dalla vita di Santo Stefano e da altri passi biblici. Si datano alla fine del XIV secolo.

* Ascoltaci Michele / Grandissimo angelo / vieni giù un attimo / dal tuo alto trono / per portarci la forza di Dio / e la luce della Sua misericordia

** dovrebbe trasferirsi prima di San Michele

*** Mangia un’oca il giorno di San Michele/ non avrai bisogno di soldi per tutto l’anno

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“Il bosco mi culla”

L’anno scorso mi trovai tra le mani un libro Iperborea dalla copertina ipnotica: un orso e una ragazza, ritratti quasi come in una Matrioska sezionata. Pensai di prenderlo, ma solo la settimana scorsa ho deciso di regalarmi il libro. E, come molto spesso mi accade, “Cucinare un orso”, di Mikael Niemi, è arrivato proprio quando era più atteso, necessario quasi. Ho trascorso pochi giorni intensi a leggere il romanzo dello svedese Niemi e ora mi trovo orfana di Laestadius, il pastore che interrogava le piante.

“Il bosco mi culla”

Odori, ecco quello che ti lascia la lettura di “Cucinare un Orso”. Odori e colori, immagini. Sensazioni di acquitrini, torbiere, freddo. Il burro e l’avena, ma soprattutto…le patate!

La voce narrante è quella di Jussi, un sami salvato dal profeta del Risveglio: Lars Levi Laestadius. Inevitabile riconoscere in questa strana coppia di padre (pastore di anime) e figlio acquisito un Guglielmo da Baskerville e Adso in versione scandinava.

Il botanico della terra dei fiordi, che sogna di conversare con Linneo e che dà il via a una nuova religione, è infatti assai simile al principe della deduzione creato da Umberto Eco. E se Eco aveva attinto direttamente alla topografia holmsiana (Baskerville), Niemi, dopo aver suggerito a Laestadius i principi della nascente scienza delle impronte digitali, ce lo descrive tracciando una silhoette fin troppo nota:

(…) vidi che si era messo un bizzarro cappellino con la tesa e aveva alzato il colletto della mantella, come se avesse freddo. Il suo profilo spigoloso aveva un’aria profondamente assorta.

“Cucinare un orso”, p.339

Esattamente come Adso, il nostro Jussi è sedotto dal piacere della carne, che però per lui non è solo scoperta, è proprio innamoramento. Tanto che la “Rosa” sarà personaggio fondamentale per lo svolgimento della trama.

Libri

Un altro aspetto che traccia la linea retta di congiunzione con l’opera di Eco è la presenza dei libri: Laestadius possiede una ricca biblioteca, una rarità soprattutto nel modesto villaggio in cui risiede. Alcuni dei volumi sono opere sue, dedicate alla classificazione delle piante; perciò cerca di trasmettere a Jussi non solo l’amore per i libri tout-court, ma anche la passione per la lettura. E non manca di fare riferimento agli anni trascorsi all’Università. La cultura di Laestadius, tuttavia, è insidiosa: proprio come accadeva a Guglielmo, anche Lars Levi rischia di cedere alla tentazione della superbia. Il suo capire, dedurre, collegare gli indizi, lo porterà a rischiare vite innocenti, pur di dimostrare di avere ragione.

Apprendista stregone

Jussi è il buon selvaggio: ricorda la figura semileggendaria di Victor, comparso un giorno imprecisato del 1797, completamente inselvatichito dalla lunga frequentazione di boschi, foreste e animali. Laestadius è intenerito dal piccolo sami e lo accoglie per allevarlo come fosse suo figlio. Proprio per questo, il punto di vista di Jussi nel raccontare gli eventi è per noi prezioso: ascoltiamo le sue parole di figlio negletto “della strega”, fratello amorevole del “leprotto”, e vagabondo della natura.

Ma la vera poesia di Jussi è nel modo in cui si affeziona al pastore e alla magia che su di lui esercitano i libri, e leggere, e scrivere. Per lui la scrittura è davvero l’unico modo di sopravvivere:

Grazie per avermi registrato nel libro, altrimenti non sarei mai esistito

“Cucinare un orso”, p.504

Ogni volta che deve scrivere (non dimentichiamo che il suo ruolo è quello di Watson) il suo primo gesto è pulirsi le mani: solo così si sente proto a tenere in mano un foglio e una matita. Un rituale dolce e pregnante, soprattutto se fatto da un sami, che la tradizione assegna a una famiglia di noaidi, di sciamani.

Sciamani

La Siberia ci regala gli ultimi sciamani riconosciuti e tra le caratteristiche che rendono un uomo uno sciamano si contano l’essere emarginato dalla società e l’avere una qualche malformazione (congenita oppure provocata), soprattutto un qualche difetto nel camminare.

Seguendo gli insegnamenti del pastore Laestadius, Jussi riscopre le radici stesse dello sciamanesimo della sua gente: diventa esperto di erbe, impronte, odori, sapori. Legge i segni della natura e li interpreta.

E così l’orso del titolo non viene cucinato, anzi, appare e scompare quasi subito, eppure è una figura che aleggia, è la personificazione stessa di una natura che ci vuole parlare, che magari consideriamo crudele, ma solo perché non siamo in grado di interpretare i suoni gutturali con i quali ci parla.

Risvegli

“Cucinare un orso” è il racconto dei dubbi di un cristiano, Laestadius, che vuole riformare la Chiesa e si batte per i più deboli e il popolo. Che contrasta il commercio di acquavite, perché vede come si riducono i suoi fedeli, soprattutto i più poveri. E proprio quei poveri che vuole salvare potrebbero portarlo alla rovina, perché ben presto le sue prediche diventano luogo di estasi e trance: cosa stanno facendo gli abitanti di Palaja, e quelli del Nord della Svezia? Si stanno trasformando, anche loro, in sciamani? Senza che Laestadius abbia detto loro niente, questi fedeli hanno pensato al risveglio come a uno stato di alterazione che li faccia uscire dal torpore e scateni i loro animi imprigionati nel più severo luteranesimo.

Ma è anche il racconto di un grande sciamano: Laestadius era un sami, che aveva deciso di abbandonare la tradizione della sua gente per diventare un pastore cristiano e salvare, con la parola, la catechesi, e l’aiuto concreto, i Sami bistrattati dagli Svedesi. Eppure, la sua matrice sami non svanisce, anzi, fa sì che lui possa diventare un grande botanico: leggere, dunque, i segni della natura, proprio come farebbe uno sciamano sami. Così, gli incubi che spesso scuotono le sue notti, non sono altro che la lotta tra la propria coscienza e la propria natura: chi vincerà?

Omaggio

“Cucinare un orso” vuole essere un romanzo storico: preziosa la appendice in fondo al libro, che svela i meccanismi che hanno spinto Niemi a ricostruire una fittizia vita del padre dei Laestadiani.

Ma è anche la discesa e la risalita di un giovane sami. Il tormento di un uomo che riconosce Dio attorno a sé, ma non si fida degli uomini. La rassegnazione di una moglie che cerca di spiegare al marito l’importanza di coinvolgere sempre più donne nella catechesi del Risveglio.

Infine, è un inno al rapporto tra uomo e natura; se vuoi fare lo sciamano, abbandonati in grembo alla natura, ascolta annusa annota, e ricchi scrigni di tesori si apriranno dinanzi a te. La natura, che noi chiamiamo madre o matrigna…e se invece fosse un padre?

Mi sveglio in uno sconfinato silenzio. Il mondo attende id essere creato. L’oscurità e il cielo mi circondano. Resto disteso, gli occhi fissi sull’universo come due pozzi profondi, ma lassù non c’è niente, nemmeno l’aria. Nel silenzio il mio petto è scosso da un tremito sempre più forte. Gli spasmi si fanno più intensi, qualcosa là dentro sta crescendo e minaccia di evadere. Mi divarica le costole, come sbarre di una gabbia. Non c’è niente che io possa fare. Solo cedere a questa forza spaventosa, come un bambino che striscia a terra in balìa di un padre infuriato, senza mai sapere dove affonderà il prossimo colpo. Quel bambino sono io. E sono anche il padre.

Incipit di “Cucinare un orso”
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Scherza coi fanti e lascia stare i santi

Ci sono serate di questa estate senza progetti che mi ispirano il gioco. La mente si accende in una serie di associazioni di idee e un particolare insignificante diventa il fulcro di una ricerca matta e divertitissima. Così, stasera ho deciso di rincorrere un santo ungherese!

Allo sfacciato (e ignaro) Cavaradossi che vaneggia di recondite armonie, il cappellano sibila in contrappunto “scherza coi fanti e lascia stare i santi”, io però, come lo scapestrato artista, decido di ignorare il saggio adagio e parto per Bamberg!

Storie dell’anno Mille

Il santo che attrae la mia curiosità ha un nome fin troppo noto: Amerigo. Inevitabile pensare al Vespucci, ma qual è il santo cui il celebre esploratore – e dunque anche il continente nuovo – deve il proprio nome? Sant’Amerigo è forma “dolce” di Sant’Americo, la versione italiana di un nome piuttosto diffuso in ambito sassone: Emerich.

Rincorrendo questo santo germanico si capisce subito una cosa: nessuno ha idea chiara né dell’etimo, né tantomeno dell’agiografia di Emerich. Se “rich” è abbastanza universalmente inteso come “governante”/”potente”, “emer” è variamente interpretato e addirittura legato a “heim”, cioè patria.

Sembra abbastanza chiaro che indichi una qualità di regnante o comunque di nobile. Ma quale Emerich è diventato santo? Cominciamo con l’individuare due possibili celebrazioni: una a novembre e l’altra proprio domani; in questa estate apparentemente noiosa decido che il “mio” Emerich/Americo verrà festeggiato il 15 luglio!

Per questo motivo la mia prima tappa è Bamberg, in Sassonia: perché l’Emerich di domani sembra essere stato “confessore a Bamberg”, ecco l’unica nota biografica che riesco a recuperare.

Ma non è verisimile, la traccia non può essere così flebile. Vediamo cosa si sa del santo del 4 novembre: San Emerich di Ungheria, nato nel 1006 e morto nel 1031.

Ecco, ora si comincia a ragionare…

Nomen omen

La storia di San Emerich, nato ad Alba Regalis, odierna Székesfehérvár, mi convince fin dalle prime battute. Il giovane dal nome che ispira un giusto governare è il principe ereditario del trono magiaro, figlio di Re Stefano I. Nella sua breve vita, Emerich è educato da un monaco benedettino proveniente da Venezia e il padre si impegna personalmente affinché il futuro re sia formato al governo giusto e illuminato.

Ma le cose andranno diversamente, il principe morirà giovane, e quindi la Storia confeziona per Emerich una biografia ricca di personaggi inventati ad arte e dai nomi estremamente suggestivi.

Nel 1022 Emerich si sposa, con chi? Alcuni dicono con la figlia di Costantino IX Monomachos, altri con la figlia di Romano III Argyro. Entrambi sono sovrani bizantini, contemporanei al Nostro: il “combattente solitario” e il nobile che fonda il suo lignaggio sui tesori accumulati (argyros è il denaro). Della prima ipotesi resta il nome della supposta sposa: Irene Monomachina, ovvero “la Pace che combatte da sola”, mentre meno battute sono altre due teorie, che legano il principe ungherese alla Croazia o alla Polonia.

Ditelo con i fiori

Eppure, il “governatore della patria” e la “pace che combatte da sola”, non sono destinati a un lungo matrimonio: come un Adone d’altri tempi, Emerich muore, ucciso da un cinghiale durante una solitaria battuta di caccia. E proprio come un eroe greco, le sue ossa vengono traslate cinquanta anni dopo la morte: quando troppo numerosi sono i miracoli e le guarigioni attribuite alle reliquie del giovane principe.

Emerich muore giovane, dunque, e viene raffigurato con un’armatura, segno del suo ruolo di principe e cavaliere, e con il giglio, simbolo di purezza, particolarmente caro alle cronache cattoliche (e curiosamente presente anche nelle tradizioni dei re taumaturghi).

Muoio disperato

L’agiografia di Emerich è scritta su di un canovaccio antico come il mondo: giovane, nobile, puro. Il principe consuma la vita prima ancora di poterla assaporare… e mi piace ricordare che i giardini di Adone si celebravano verso la fine di luglio, quando la canicola si prestava a “bruciare” velocemente i germogli di una vita appena accennata.

Chissà se “olezzava la terra” il giorno in cui il cinghiale decise di recidere la vita di Emerich. Chissà se il cinghiale sia mai esistito. Chissà se Emerich sia morto disperato.

Ma l’ora è fuggita per me, la ricerca ha dato qualche frutto insperato e da oggi Emerich sarà un po’ meno ignoto.

Le veloci ricerche da me condotte devono molto alle pagine di Wikipedia, chiedo venia.

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Quanto costa un mito?

“Al giorno d’oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente”

Oscar Wilde, “Il ritratto di Dorian Gray”

Quando vuoi condividere la conoscenza delle passate civiltà, cerchi sempre di scegliere l’argomento più affascinante e provi quasi sempre un “colpo di teatro”, che cambi la prospettiva di chi ti sta seguendo. Ma puoi stare certa che otterrai l’attenzione degli astanti soprattutto affrontando temi della vita quotidiana degli antichi: come trascorrevano la giornata, dove abitavano, cosa mangiavano, come si vestivano, ecc.ecc.

Un’idea brillante

Perciò l’idea di Giovanni Marginesu e del suo “Il costo del Partenone” è un successo annunciato (e in effetti già in ristampa, a pochi mesi dall’uscita). Giovanni è innanzitutto un amico, con il quale condivido ricordi intensi dell’avventura ateniese presso la Scuola Archeologica Italiana in odòs Parthenonos, ma a livello accademico è uno studioso attento e ben noto per i suoi studi epigrafici, soprattutto legati alla storia di Atene e alle vicende degli edifici dell’Acropoli: la sua capacità di indagare la storia attraverso decreti, rendiconti, liste di magistrati, è affascinante. Giovanni è in grado di fare, letteralmente, parlare le pietre, soprattutto se iscritte e con indicazioni onomastiche!

Questa sua ultima fatica si allontana dagli ambienti paludati dell’accademia e si offre a un pubblico più vasto, invogliando fin dal titolo: “Il costo del Partenone. Appalti e affari dell’arte greca”. L’agile libro, completo di appendici che ci fanno entrare nell’economia quotidiana di una famiglia ateniese del V secolo a.C., propone un’analisi che ancora non avevamo trovato così chiara nella miriade di pubblicazioni sull’arte e sulla storia greca antica: cosa significa organizzare e sovvenzionare un’opera pubblica? Quali sono le figure coinvolte, quanto vengono pagate e da chi? Chi ha interesse a promuovere l’arte, quale è il rapporto tra pubblico e privato?

Costo o prezzo?

Il libro è articolato in 4 capitoli, ciascuno propedeutico alla comprensione del successivo. Giovanni Marginesu costruisce la sua analisi come un mosaico e ci fa entrare sempre di più nella mentalità antica, quella che ha sentito la necessità di creare oggetti d’arte che ancora oggi ci lasciano a bocca aperta. Ma ogni considerazione passa attraverso la lente della transazione commerciale e quindi per l’autore è fondamentale stabilire innanzitutto quali costi hanno le singole voci e qual è il prezzo dell’opera d’arte finita.

Ciò che è costato tanto in termini di materia prima e di manodopera, però, può in effetti avere un prezzo inferiore a un’opera meno complessa, perché le regole che determinano i prezzi spesso non seguono quelle più concrete dei costi. Una serie di appendici alla fine del libro aiuta il lettore a orientarsi nel paniere ateniese del V e IV secolo a.C. e permette di comprendere quale fosse il potere di acquisto di una famiglia mediamente benestante e ovviamente anche quello di una polis, una città-stato. Appare chiaro, dunque, fin dalle prime battute, che l’arte ha determinato un “mercato” ben definito, fatto di spese vive e di prestigio, di nomi famosi e di richiesta di visibilità.

Copia romana dell’Afrodite di Cnido
Musei Vaticani

Uno dei tanti esempi concreti che il libro ci regala per meglio spiegare il complesso rapporto di arte, economia e politica, riguarda la celeberrima Afrodite di Cnido ed è tratto dal resoconto di Plinio:

Prassitele avrebbe creato due statue di Afrodite, l’una vestita e l’altra nuda e le avrebbe messe in vendita contemporaneamente. I Coi avrebbero avuto diritto di prelazione e, considerando che il prezzo fosse lo stesso, avrebbero preferito la dea austera e pudica. Agli Cnidi spettò invece la statua scartata. Essa ebbe tuttavia un destino glorioso. Il re Nicomede, desiderando acquistare la statua, promise di estinguere in cambio il debito cittadino. Gli Cnidi declinarono, perché ormai la fama della polis era legata indissolubilmente alla statua di Prassitele.

“Il costo del Partenone”, p.66

Nello scorrere le pagine dedicate all’analisi dei prezzi delle opere di arte antica ci accorgiamo di una cosa, per alcuni versi, incredibile: i vasi, i protagonisti dei musei più prestigiosi di tutto il mondo, quegli oggetti che hanno corrotto gli animi di storici dell’arte e di archeologi, diventando merce di scambio e oggetti di contrabbando, proprio quei vasi a figure nere o rosse, di impasto più o meno depurato e decorati con scene diventate icone del mondo antico, ebbene, i vasi erano di certo gli oggetti meno di valore che il mercato dell’arte potesse offrire. La pittura era invece l’arte regina e i dipinti potevano arrivare a costare cifre enormi. Esatto, proprio quella forma d’arte antica che non ci è stata conservata, se non su rarissimi pinakes oppure, di riflesso, grazie ai cartoni che circolavano, nelle ridotte dimensioni della decorazione di alcuni…vasi!

La torre di Babele

Uno dei bellissimi disegni di Manolis Korres, l’architetto che dirige i restauri dell’Acropoli.

Tra le tante riflessioni contenute nel libro, che hanno catturato la mia attenzione, una in particolare mi ha fatto riflettere: la scelta di occuparsi del Partenone non è dettata unicamente dalla fama del monumento, ma è quella più ovvia se si vuole avere un quadro il più completo possibile dell’importanza della storia dell’arte nell’economia di una città (diremo meglio, di uno Stato, visto che si tratta di una polis greca). Il cantiere di un santuario, infatti, è un luogo in cui si riuniscono maestranze diverse, in cui si utilizzano diverse materie prime, e nel quale vengono utilizzati soldi pubblici, perciò acquista un chiaro valore politico. Culturalmente parlando è anche il luogo in cui si scambiano idee, lingue, usi e costumi: leggendo le parole di Giovanni ho pensato immediatamente all’episodio dell’Antico Testamento, che colloca la nascita delle lingue del mondo proprio in un …cantiere edile!

Perle

Il libro di Giovanni Marginesu nasce da un’esigenza concreta: colmare il vuoto dell’analisi del rapporto tra arte ed economia antica. Ma nel farlo, l’autore si lascia andare spesso in considerazioni profonde, che riguardano la materia a lui più congeniale: la storia greca antica, gli eventi quotidiani che preparano ai grandi avvenimenti.

Le grandi opere edilizie si situano in momenti preparatori alla guerra

“Il costo del Partenone”, p. 45

L’osservazione dell’autore è estremamente pregante: il Partenone come noi lo conosciamo e studiamo è il frutto di un preciso programma edilizio impostato da Pericle e dalla sua cerchia, nell’ottica di costruire l’immagine di un’Atene vittoriosa sui Persiani e sede del complesso santuariale più importante al mondo. Questa importanza è certamente misurata in valore artistico e in valore monetario: sulla collina dell’Acropoli si decide il ruolo dell’arte nel prestigio di una intera comunità. Una comunità che, proprio il giorno dopo aver completato la grande opera dell’Acropoli, si impegna nel conflitto che ne determinerà il destino ultimo: la Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.).

Questo rapporto tra impegno edile e conflitto militare è rintracciabile anche altrove, per esempio a Rodi, sede del meraviglioso Colosso in bronzo dorato, protagonista di un interessante excursus in questo pamphlet.

L’affaire Partenone

Il centro del libro è ovviamente l’Atene periclea e le vicende che portarono alla ricostruzione degli edifici dell’Acropoli, tra il 447 e il 432 a.C. Dalle sabbie del tempo emerge l’affaire Fidia, l’architetto e scultore accusato di appropriazione indebita; dall’analisi di Marginesu si comprende che la questione dei finanziamenti fu estremamente complessa, costantemente monitorata, eppure utilizzata per strumentalizzare l’opinione pubblica. Forse una delle immagini più forti che emergono dal capitolo dedicato al Partenone è proprio quella della Parthenos che Marginesu si immagina solitaria, nella sua perfezione di marmo, quasi abbandonata all’interno del Partenone:

Creando il colosso, gli Ateniesi prelevano una porzione della loro ricchezza in argento e la trasformano, quasi per rallentarla. E la rallentano, trasformandola in oro e “incrostandola” in una statua.

“Il costo del Partenone”, p. 83

Conclusioni?

Dopo aver attraversato l’arte greca nelle vicende dei suoi protagonisti più noti e in quelle dei suoi artigiani, spesso dimenticati dalla grande storia, ci ritroviamo in un capitolo che problematizza quello che già ci era stato servito come estremamente complesso: il fenomeno del collezionismo antico. Giovanni Marginesu ci offre una serie di esempi, dal sacco di Corinto alle grandi manovre di Ottaviano Augusto, nei quali vediamo all’opera proprio ciò che è stato teorizzato fin dall’inizio: il rapporto tra arte ed economia.

Leggiamo dunque anche le conseguenze del mercato delle copie, estremamente fiorente, e ci incuriosiamo dinanzi alle testimonianze dei primi casi di turismo culturale, alla scoperta di luoghi ma anche e soprattutto di statue: l’Afrodite di Cnido, già ricordata, ma anche l’Eros di Tespie, Efeso con le riproduzioni del tempio vendute ai turisti e il Colosso di Memnone in Egitto, la statua “parlante”.

Infine, giunto il momento di tirare le fila del discorso, Giovanni Marginesu svela le sue carte migliori, quelle della riflessione e del parallelo con i tempi moderni:

l’arte diventa lo spazio in cui si realizza un meccanismo di allocazione di risorse che la comunità produce in avanzo. Esse vengono spostate su altri piani rispetto a quello delle necessità quotidiane, ed elevate su dimensioni come quella sacra (…) o quella della memoria collettiva (…)

“Il costo del Partenone”, p.103

Nelle ultime pagine viene poi ripreso l’esempio del quadro: un oggetto artistico nella cui valutazione risulta essenziale l’elemento fiduciario. Il valore del quadro non risiede nella sua materia, ma scaturisce dal valore funzionale, vincolato al contesto civico e ideologico. Con il quadro l’arte supera un limite e si sgancia dalla dimensione materiale, per abbracciare la dimensione della convenzione.

Ecco, quindi, il punto di arrivo del libro e quello di partenza delle nostre riflessioni di lettori:

L’arte intrattiene una relazione ancestrale e insospettabile con la moneta. Entrambe (…) ambiscono a realizzare la creazione di oggetti che siano mezzi di scambio, unità di conto e veicolo del valore. Entrambe basano la loro funzione sulla regola della convenzione.

“Il costo del Partenone”, p. 104

La nostra lettura è arrivata alla conclusione, ora sta a noi utilizzare questo agile libro per comprendere meglio il pensiero degli antichi riguardo alla produzione artistica, per seguire le tappe che hanno determinato la storia dei più importanti monumenti dell’antichità, e infine per riconoscere nella società contemporanea gli stessi meccanismi che creano l’arte, la presentano al migliore offerente e definiscono la distanza tra conoscitori e appassionati, tra ricchi e poveri.

Giovanni Marginesu
Il costo del Partenone
Salerno Editrice, 
168 pagine
15€ 
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