Cogli la prima mela

Dopo aver proposto il resoconto personale del G7 della Cultura, non posso non riportare le mie impressioni anche sul concerto che ha celebrato la conclusione dei lavori il 30 marzo.

Nel Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio, l’orchestra del Maggio fiorentino, diretta dal Maestro Riccardo Muti, ha eseguito due brani di grande impatto e raffinata bellezza, per il piacere degli invitati del G7 e della stampa. Il giorno successivo, lo stesso concerto è stato proposto al pubblico nel Teatro dell’Opera di Firenze.

Io, di nuovo, ho avuto l’estremo onore di essere presente nel Salone dei Cinquecento, e il ricordo di quei cinquanta minuti di musica credo che mi rimarrà a lungo.

Il programma prevedeva la Sinfonia n.2 di Brahms, preceduta dall’Ouverture del Guglielmo Tell di Rossini.
Dario Nardella e poi Riccardo Muti hanno introdotto la serata musicale rivolgendosi in inglese agli astanti: le delegazioni straniere, i ministri del G7, ma anche il Presidente del Consiglio Gentiloni e Maria Elena Boschi, tra i più noti. Il MiBACT aveva invitato i Direttori dei Musei autonomi, che, dopo il concerto, si sono uniti agli altri convenuti per la cena in un’altra sala di Palazzo Vecchio.

Coppa attica attribuita a Douris (500-450 a.C.): Herakles uccide Linos.

Insomma, l’evento era decisamente una gemma in un castone istituzionale, se mi passate la similitudine, e devo ammettere che ascoltare un concerto simile circondati dalle statue dell’eroe famoso anche per aver ucciso il suo maestro di musica (mi riferisco alle fatiche di Ercole), faceva un certo effetto…
Muti ha spiegato la scelta dei brani, soffermandosi soprattutto su Brahms, perché, ha detto, il compositore aveva nel suo studio i ritratti di solo tre musicisti e uno di questi era Cherubini, fiorentino! Muti, che, tra l’altro, ha fondato una orchestra giovanile dedicata al compositore classicista, ha sottolineato il legame con la città di Firenze, dove il Conservatorio stesso è intitolato a Luigi Cherubini. E ha perfino perorato la causa di riportare a Firenze le ossa del celebre compositore.. un atto che, chissà perché, mi ha fatto ricordare all’istante la traslazione delle ossa di Teseo ad Atene, voluta da Cimone come atto di grande propaganda politica, dal momento che Teseo era per tutti il fondatore di Atene e il simbolo della città.
Ecco, Muti, chissà quanto consapevolmente, ha fatto riferimento a un atto che presso gli antichi serviva a placare qualche risentimento divino, ristabilendo un ordine, un kòsmos, che avrebbe dovuto portare fortuna alla città in questione. [Kòsmos, sì, avete capito bene, la falsa etimologia di Cosimo …. ndS]. Credo che il Maestro abbia visto giusto…

E il Guglielmo Tell?

Mosaico al Museo Nazionale Svizzero di Zurigo. opera di Hans Sandreuter (1901)

Devo ammettere che, leggendo il programma, mi ero già stupita della scelta. Una ouverture potente, rossiniana in tutto e per tutto. Muti ha fatto riferimento al sentimento di fratellanza, ma io ho percepito la ribellione all’invasore, il grido di indipendenza dalla stretta del tiranno!
Rileggiamo la trama del Guglielmo Tell musicato da Rossini nel 1829: il libretto di riferimento è di Schiller, datato 1805,

La prima edizione del Guglielmo Tell di Schiller

ed è una versione intrisa del romanticismo che amava le storie di popoli ribelli contro l’oppressore. Tell è il paladino degli Svizzeri, che si ribella agli Austriaci e che viene catturato e costretto a rischiare la vita del figlioletto, ma alla fine riesce a prevalere, grazie anche all’arrivo dei suoi compagni.

Ebbene, tutto questo pathos lo abbiamo avvertito, lì, nel Salone. Io vi invito ad ascoltare a volume altissimo l’ouverture: MUTI ALLA SCALA DIRIGE L’OUVERTURE DEL GUGLIELMO TELL DI GIOACCHINO ROSSINI. Qui ho preso una versione del 1988, semplicemente perché diretta da Muti, ma potete trovare altre versioni celebri, da Toscanini a Von Karajan.

Der Apfelschuss. affresco di Ernst Stückelberg (1831–1903) nella Tellskapelle, Switzerland.

Ascoltate come comincia piano e come cresce nel corso dei successivi movimenti; nella ouverture Rossini ha messo tutto lo spirito dell’opera (che dura più di 5 ore ed è stata eseguita per intero per la prima volta proprio a Firenze, da Muti stesso!).
Essere parte di quelle vibrazioni, delle note che rimbalzavano fino al soffitto e poi colpivano le pieghe più nascoste dei marmi alle pareti, fino a inondare completamente tutti noi, a far tremare i vetri e strapparci i cuori ed entrare negli occhi… Una esecuzione molto emozionante, che a tratti mi ha frastornato.

Poi, siamo tornati nel Salone, Muti ha cominciato Brahms, in 4 movimenti. Alla fine del primo, si è girato, ha guardato dritto in fondo alla sala. Esattamente come la versione musicale di Severus Pithon, ha aspettato, in silenzio, che si accorgessero del suo sguardo. Che giornalisti e operatori smettessero di andare avanti e indietro, attraverso la porta più cigolante di tutta Firenze … Ha chiesto, tuonando, che la smettessero, che stessero fermi. E ha poi spiegato in inglese agli ospiti stranieri di cosa si trattasse: “You see? This is LACK of culture”.

…ommamma..hanno anche tutti e due la bacchetta!

E aveva ragione; la sezione riservata alla stampa era semivuota, quei pochi che si erano seduti e anche alcuni addetti ai lavori, entravano e uscivano sghignazzando. Alcune signore e signorine dietro di me chiacchieravano di quanto le scarpe facessero male. Addetti stampa e giornalisti erano “finalmente” più rilassati, perché fuori dalla sala stampa, e sembravano ragazzini in gita. Una vergogna? Più che altro una sconfitta.

 

 

Perché se è vero che i protagonisti del G7 della Cultura devono essere in grado di apprezzare ciò che vogliono tutelare, è pur vero che chi è chiamato a riportare la cronaca delle decisioni, se non a criticarle o a fare domande a volte scomode, ma sempre informate, dovrebbe avere se non la conoscenza almeno l’amore, per ciò che deve divulgare.

Verità va cercando, ch’è sì cara
(quasi Dante, Purgatorio, I, 71)

E così, dopo Brahms, sono uscita. Ancora sorridente per l’opportunità di un concerto nel Salone dei Cinquecento. Con quel senso di inadeguatezza che ti lasciano le occasioni fortunate e con l’idea di voler condividere il prima possibile l’esperienza.

L’appello per Giulio Regeni, su Palazzo Vecchio, sotto le bandiere istituzionali.

Le bandiere garriscono da sole.

 

 

 

 

 

 

Sono passata davanti al Palazzo Vecchio illuminato da luci notturne, ho fotografato le macchine blu parcheggiate sotto al David (altro grande simbolo di ribellione contro chi opprime tirannicamente) e sono andata avanti…
…eppure… un attimo.. cosa manca? Manca il drappo giallo che chiede di sapere la verità sul destino di morte di Giulio Regeni.
Manca.
Lo hanno tolto.
Ridicolo? Vergognoso? Stupido?
Sembra che già qualcuno se ne fosse accorto e avesse gridato allo scandalo su Twitter. Io l’ho trovato semplicemente grottesco. Dopo le parole, le note, la potenza di quel grido che chiamava alle armi contro le ingiustizie… dopo un messaggio così forte, ecco il lato oscuro della politica moderna: si gioca sul togliere, invece che sull’aggiungere.
E la cultura rischia di rimanere una parola musicale, mentre se ne toglie progressivamente il significato…

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Culture Club

Do you really want to hurt me?” cantava Boy George con i Culture Club, ebbene, forse questo sarebbe stato un buon sottotitolo all’incontro del G7Cultura, organizzato a Firenze il 30 e 31 marzo scorsi. Uno dei temi portanti è stata infatti la lotta al traffico di Beni Culturali e la difesa del Patrimonio dell’Umanità in Paesi in guerra.
Una prima assoluta la riunione dei responsabili della cultura di 7 Paesi: Germania, Giappone, Canada, Gran Bretagna, USA, Francia e Italia, ovviamente, che è stata la promotrice dell’incontro. Accanto ai 7 Ministri, il rappresentante dell’Unione Europea, cioè il Commissario Europeo per la Formazione, la Cultura, la Gioventù e lo Sport, e la Direttrice Generale UNESCO.
Le biografie dei protagonisti le potete consultare a questo link.

Molte parole sono state scritte in merito al G7Cultura, molti commenti, ma soprattutto la condivisione di alcuni dei documenti prodotti dall’incontro: Obiettivo3 ha riportato la cronaca degli eventi organizzati, mentre qui potete leggere quella che è già passata alla storia come Dichiarazione di Firenze. Infine, numerose sono state le iniziative collaterali e qui potete trovare una serie di articoli che ne danno conto.

Il mio post vuole essere invece una sorta di racconto personale e di un punto di vista decisamente parziale.

Innanzitutto, la mia presenza nella sala stampa organizzata nella Sala del Fiorino di Palazzo Pitti è stata un fatto fortuito e molto gradito: vi sono stata ammessa come blogger, il che non è cosa da poco, nel panorama generale. Sapevo che molte inaugurazioni e presentazioni ormai invitano blogger che si occupano di cultura, trattandoli alla stregua dei giornalisti delle pagine culturali di quotidiani on e off line, ma di solito si tratta di musei e/o mostre, in questo caso era tutto molto ufficiale e istituzionale. L’osservazione, anche se ingenua, non è peregrina perché si inserisce bene in uno dei fili rossi annodati dal G7, cioè quello della comunicazione della cultura.

Ministri e rappresentanti culturali in Sala Bianca, attorno a loro il circo mediatico.

Ministri e rappresentanti culturali (di ICOM, UNESCO, ICCROM, UNIDROIT) erano seduti attorno al tavolo in Sala Bianca, mentre, fuori, il resto di Palazzo Pitti continuava a essere visitato come al solito. Da turisti, sia italiani che stranieri, che non avevano la più pallida idea di ciò che stava accadendo; nemmeno le 8 bandiere appese sulla facciata del Palazzo avevano destato dubbi… ho pensato a quanto dovesse essere difficile il lavoro di poliziotti e bodyguards..

 

Solo 3 parole

La partecipazione alla conferenza stampa prevedeva tre passaggi:
1) stai in sala stampa e aspetti che i 7 siano pronti a rilasciare dichiarazioni. Nel frattempo, vengono a parlare alcuni personaggi che, a vario titolo, hanno partecipato ai lavori. A questi puoi fare domande.
2) arrivano i 7 e rilasciano le rispettive dichiarazioni. Non puoi fare loro domande.
3) dopo una foto di gruppo nella stanza attigua (pare attorno ad una macchina d’epoca), i 7 rientrano, di passaggio, però, per raggiungere Palazzo Vecchio. Ecco, lì puoi fare domande. Si chiama “doorstep” e, in gergo, significa che vanno fatte domande veloci, probabilmente solo una, mentre i Ministri passano..se ne stanno andando.. se ne sono andati!

Fase 1: il briefing

Eike Schmidt, direttore degli Uffizi.

Manco a dirlo, la parte più gustosa è stata quella del briefing riportato dagli addetti ai lavori del G7. Il primo a venire in sala stampa è stato Eike Schmidt, il Direttore degli Uffizi. Sorridente e in vena di battute, si è ritrovato a rispondere a giornalisti fiorentini, i quali lo hanno martellato con domande sulla Loggia di Isozaki, che ormai è il titolo di un thriller di Jeffrey Deaver, e sul Corridoio Vasariano…
Insomma, le solite cose, molto locali. Pare che il Corridoio sarà aperto al pubblico il prossimo anno, ma lì la domanda vera è: perché aprirlo togliendo gli autoritratti degli artisti? Se è una questione di sicurezza, beh, allora manteniamo le cose così come stanno e lasciamo che vi siano poche visite al mese, su prenotazione. Perché se si tolgono i quadri, diventa un fenomeno da baraccone o una semplice stelletta da appuntare alla giacca, e non si rende un buon servizio alla conoscenza, alla cultura e, in ultima istanza, ai visitatori.
Di altri aspetti, come una supposta collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi, non ha potuto parlare e l’unica notizia originale ha riguardato le opere di Leonardo Da Vinci, che non saranno mai oggetto di prestiti.

Dario Nardella, Sindaco di Firenze.

Poi è arrivato Dario Nardella, Sindaco di Firenze. L’inizio è stato un po’ goffo, perché il buon Dario ha confuso la questione del Vasariano: ha detto che sarà aperto da luglio, ma intendeva il passaggio che collega Palazzo Vecchio agli Uffizi. Ci sarà un biglietto integrato e, parole sue, “Palazzo Vecchio fa alcune centinaia di migliaia di visitatori all’anno, che andranno a unirsi a vantaggio degli Uffizi” (sic! e sigh…amico, non saranno forse gli Uffizi a fare un favore al Palazzo?). Ma poi ha fatto una dichiarazione a mio avviso importantissima: ha detto di aver proposto di rifare il G7 della Cultura, coinvolgendo anche le città europee dichiarate capitali della cultura nei diversi anni, da quando si è cominciata questa prassi virtuosa.
Ebbene, la proposta può sembrare poca cosa, in realtà contiene gli ingredienti che occorrono per rendere concreto l’impegno internazionale sulla cultura. Perché solo mettendo le città sotto i riflettori, si può sperare di convincere le amministrazioni locali a investire sui progetti che le portano a essere selezionate come capitali della cultura.

Da sinistra: Manlio Frigo, Antonia Pasqua Recchia, Mounir Bouchenaki

Dopo Nardella, sono arrivati tre rappresentanti che hanno parlato di aspetti più tecnici e legati alla lotta al traffico internazionale di opere d’arte. Il professor Frigo, dell’UNIDROIT, ha portato le sue considerazioni da avvocato, che lavora sull’aspetto legale; mentre la segretaria generale MIBACT, Antonia Pasqua Recchia, ha voluto fare riferimento all’operazione Unite4Heritage, affermando che è pronta la prima missione, ma senza poter dire di cosa si tratterà… sui Caschi Blu dei Beni Culturali ho moltissime riserve e quindi ci tornerò prossimamente.
Il terzo addetto, Mounir Bouchenaki, ha ricordato le tante missioni UNESCO in Medio Oriente. Dopo l’intervento si è seduto proprio accanto a me. Non ho potuto fare a meno di attaccare discorso e ho scoperto che Bouchenaki è un archeologo, che ha scavato in Sardegna con Sabatino Moscati! Ebbene, l’opera di Moscati è ricordata solo dagli addetti ai lavori, ma lui è stato il primo a far arrivare l’archeologia in televisione e a incentivare la divulgazione archeologica. Dunque, una sorta di genio protettore di quella necessità di comunicazione che è stata più volte ribadita nel corso di questo G7.

Da sinistra: Villanueva & Marker.
E l’interprete.

L’ultimo stacco prima dei 7 Samura..ops, volevo dire Ministri (!) ha visto protagonisti la curatrice del Museo Délacroix, Dominique de Font-Réaulx, la quale ha fatto riferimento all’importanza dell’educazione all’arte, e poi.. due personaggi che sembravano venuti fuori da un film Pixar: Mark Marker, FBI, e Raymond Villanueva, della Homeland Security. Una domanda francamente sciocca sul rapporto tra la politica di Trump e il loro lavoro, che consiste nel perseguire il traffico illecito di opere d’arte, ha fatto scattare Marker, il quale ha risposto che non era lì per “speculate“, dunque per fare polemiche e dietrologie. Una giornalista straniera ha invece giustamente chiesto se hanno visto incrementare il numero di oggetti provenienti dalle zone di guerra in Medio Oriente, ma pare che una informazione del genere fosse top secret... e quindi, i due cartoon si sono accomiatati sorridenti.

I 7 Samurai

I 7 Samurai della Cultura hanno fatto dichiarazioni brevi e molto simili: i punti caldi erano il traffico di opere d’arte e il ruolo della cultura come “ponte tra i popoli“. La Dichiarazione di Firenze è, in fondo, un riaffermare il ruolo di primo piano dell’UNESCO nella lotta contro la criminalità verso i Beni Culturali. Lo scorso 24 marzo è passata all’ONU, su iniziativa di Francia e Italia, una risoluzione che equipara chi danneggia o sottrae patrimonio culturale in un contesto di guerra a chi commette crimini contro l’umanità. L’UNESCO è chiamata a mettere in atto tale risoluzione.
Il passaggio “doorstep” è stato piuttosto confuso e breve, perciò non c’è stato spazio per molte domande.

La domanda possibile

Eppure, una mi era venuta in mente.
L’anno scorso era scoppiata una polemica sulla eliminazione delle ore di storia dell’arte dal programma dei licei italiani. Stando alla Convenzione di Faro, sottoscritta anche dall’Italia nel 2013, ma non ancora ratificata dal Parlamento, l’insegnamento della storia dell’arte è fondamentale per educare i cittadini alla conoscenza e quindi al rispetto dei Beni Culturali. Dunque? Se questo G7 ha avuto come tema anche le necessità di educare, cosa aspettiamo a passare all’azione? Nel 2016 Franceschini ha annunciato un progetto di formazione ai BB CC e qui potete vedere il programma 2016/2017, suddiviso per regioni. Ma si tratta di palliativi, lodevoli ma legati alle iniziative dei singoli docenti, con posti limitati e spesso una forma furba per reclutare lavoro a costo zero. No, mi sa che qui dobbiamo fare qualcos’altro.

La comunicazione: “G7 de che?”

Ad esempio, affidare un avvenimento così siginificativo come il G7 a una comunicazione capace, accattivante e soprattutto capillare. E invece, nella stessa Firenze il programma degli eventi collaterali è stato diffuso solo pochi giorni prima dell’incontro al vertice. Per non parlare della civetta di un quotidiano molto diffuso in città, che il giorno dopo riportava solo la frase di Schmidt sulla Loggia di Isozaki! (aspetta, mi sembra di sentire i cavalli di Frau Blucher in sottofondo).

Insomma, un’iniziativa lodevole, con qualche punta di vera eccellenza, tantissime ottime intenzioni, ma ancora poca concretezza all’orizzonte. I temi caldi riguardavano il traffico di oggetti d’arte, ma non ho visto nessun russo al tavolo in Sala Bianca; né uno svizzero, che potesse rendere conto e ragione di quanti reperti passino dal suo Paese verso i mercati privati. Si sono detti tutti estremamente preoccupati per la situazione siriana, ma non ho ascoltato la dichiarazione di nessun siriano, né politico, né archeologo. Di siriano, a Firenze in questi giorni, c’è solo un arco.

In Piazza della Signoria, fino al 27 aprile, sarà esposta la copia dell’arco trionfale di Palmira (II-III sec. d.C.)

Si tratta dell’arco di Palmira, distrutto dall’ISIS, riprodotto in scala 1/3 in piazza della Signoria. Un progetto interessante, ma anche in questo caso poco pubblicizzato e quindi di difficile lettura da parte del pubblico.

Eppure, cari Samurai, il pubblico è l’unico che può davvero aiutare il vostro lavoro, vi conviene farvelo alleato.

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Tartarughe

Autoritratto

L’aria incerta della primavera mi suggerisce voli brevi, di farfalla nervosa. Così, muovendomi da una curiosità all’altra, con in sottofondo la voce multiforme di Moni Ovadia che legge “Il nome della rosa”, approdo su di una pagina di Wikipedia e scopro un personaggio, tanto storico quanto poco noto: Osman Hamdi Bey.

La voce biografica lo definisce uomo politico e intellettuale, pittore e archeologo. Ce n’è abbastanza per interessarsi e cercare qualche libro o film che si sviluppi attorno alla sua figura. Resto invece imbrigliata in un gioco di labirinti comunicanti, per cui seguo fili che, inesorabilmente, si intrecciano con altri…

http://www.chiosnet.gr/tourism/worth/mastic.htm

Osman è figlio di un orfano di Chios, scampato a quel massacro che la storia riporta solo in note a piè di pagina e che, alcuni di noi, sanno essere stato fermato dalle coltivazioni di masticha, una resina dolce, per la quale i Turchi desistettero dalla loro furia distruttiva.
Il padre di Osman è adottato da una eminente famiglia turca e da perseguitato si ritrova nell’Olimpo dei persecutori. Così la vita di Osman Hamdi comincia nel migliore dei modi: il giovane può scegliere se proseguire gli studi di legge o se lasciarsi tentare dal mondo occidentale, parigino, che gli offre opportunità artistiche insperate.
Osman Hamdi è ricordato come allievo di due tra i più celebri pittori parigini dell’epoca: Jean-Léon Gérome e Gustave Boulanger. Ecco il filo che seguo e che mi porta, per qualche minuto, lontano dalla Turchia di Osman. Gérome è autore di quadri che hanno letteralmente plasmato il nostro immaginario sulla Roma antica. Ad esempio quello del “pollice verso”

Mentre Boulanger, a parte un “Cesare al Rubicone”, è quel che si definisce “orientalista“, quindi cerca di rendere al meglio le atmosfere esotiche dell’harem

Ma torniamo al nostro Osman Hamdi Bey. A Parigi incontra la prima moglie, Marie, con la quale rientra a Istanbul, ricco di esperienza d’arte e di vita (ma non è l’arte uno specchio della vita? o era il contrario?).
A Istanbul comincia un’opera fondamentale di riallestimento delle antichità e di organizzazione dello studio dell’arte, sia antica che contemporanea. Osman fonda l’Accademia di Belle Arti e promuove leggi per regolamentare la fuoriuscita dei reperti d’arte antica. Inoltre guida campagne archeologiche al Nemrut Dag e a Sidone, dove scopre il celebre sarcofago:

Ecco altri due fili, quello del Nemrut, la montagna incantata, dove si sale per salutare l’alba di un giorno sempre nuovo, all’ombra delle teste giganti di uomini e dei, finalmente uguali di fronte alla potenza del sole.
E poi quello del sarcofago di Sidone, considerato a lungo il sepolcro di Alessandro Magno ed esposto come una Biancaneve di marmo: oggi sappiamo che doveva contenere i resti del persiano governatore di Babilonia, ma restiamo comunque incantati davanti a quei cavalli imbizzarriti e quelle ciocche di capelli sudati che si agitano da secoli ormai nella vana conquista di ciò che è umano.

Le scoperte di Osman hanno bisogno di un luogo che le accolga e le presenti al pubblico, per questo viene inaugurato il Museo Archeologico di Istanbul, di cui Osman Hamdi Bey è ovviamente il primo direttore. Curioso come gli anni siano gli stessi del Metropolitan Museum di New York (anche in quel caso, il primo reperto è un sarcofago, donato da un appassionato turco, Abdo Debbas) e del Museo Archeologico di Firenze. Sono gli ultimi venti anni del XIX secolo e il mondo sta scivolando verso le prove di forza mondiali, ma anche verso un nuovo concetto di Storia.
E nel 1884, dunque in quegli stessi anni, viene pubblicato un romanzo di Huysmans, dal titolo “À rebours” (in italiano reso con “controcorrente”). Ecco l’ultimo filo che mi lascia vagare in questa mattina di primavera: di questo romanzo, il brano antologico preferito, almeno nelle antologie degli anni ’80, è quello in cui il carapace di una tartaruga viva è utilizzato come opera d’arte estrema, dal protagonista dandy e bohemién del romanzo decadente.
Un carapace in cui vengono incastonate delle pietre preziose, una immagine tanto terribile quanto terribilmente affascinante, che mi rimarrà impressa per anni (beh, almeno fino ad oggi!) e che si confonderà con un altro, tremendo, carapace, quello della tartaruga “parlante” di Momo (romanzo di Michael Ende).
Tartarughe e carapaci, quindi, che non mancano nel repertorio di Osman Hamdi Bey: un quadro che ha fatto scalpore in Turchia, perché venduto alla esorbitante cifra di 3 milioni e mezzo di dollari nel 2004. Osman dipinge l’ “Addestratore di tartarughe” nel 1906: il suo intento è quello di ironizzare su una pratica in voga nel ‘700 in Turchia, quella di mettere candele sui carapaci di tartarughe, per vivacizzare le notti della bourgeoisie turca nella c.d. Età dei Tulipani (oddio, un altro filo si prospetta all’orizzonte.. ma non lo seguirò!).

Ecco, di filo in filo sono giunta alla fine di questa concatenazione di colori e suggestioni.
Mi rimane il ricordo di un turco dalle oscure origini greche, che ha dato alla Turchia un modo nuovo di vivere l’arte antica.

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Mogli e buoi…

Per anni, la banda dei piccoli mandriani e la banda delle gopī vissero in parallelo. Erano un doppio stormo, frullante nell’aria. Non c’era increspatura nell’uno che non trovasse un contrappunto nell’altro.
Ma anche le gopī crescevano. Il primo mese dell’inverno, nel gelo dell’alba, si riunirono una volta per celebrare un rito in onore della dea Katyayani. Erano fiere e consce di fare qualcosa di nuovo. (…)

Hermes addormenta Argo, il guardiano di Io.
Villa Emo (Treviso)

L’immagine delle gopī mi ha sempre incuriosito: sono “mandriane” o “mungitrici” e compaiono nella Gītagovinda, in testi induisti, in compagnia di Krsna. Sono mandriane, ma io le ho sempre assimilate a Io, la giovenca di Zeus, personaggio tragico ed estremamente affascinante…

 

 

 

In tutte le gopī, nello stesso attimo, si pronunciarono le stesse parole: “O Katyayani, sovrana della mente e degli inganni, fa’ che Krsna, il figlio del mandriano Nanda, diventi mio sposo” (…) Ciascuna per la prima volta si sentì separata da tutto, inebriata di esserlo e pronta a subire quella sensazione corrosiva e struggente in fondo allo stomaco che soltanto ora stava scoprendo. Ma presto dalla preghiera passarono a giocare nell’acqua. Di colpo quelle innamorate melanconiche tornarono a essere come ragazze che si picchiano e ridono. Krsna svanì dalla loro mente. Ma Krsna le stava guardando. (…) osservava le gopī che giocavano nel fiume e intanto portava alle labbra, una dopo l’altra, le loro vesti e ne aspirava il profumo. Per la prima volta vide i seni delle gopī, che erano come le tempie bombate degli elefanti. Per la prima volta vide la curva dei loro fianchi, che aveva spiato a lungo nei movimenti celati dalle vesti. (…)

Prometeo incatenato e Io, protagonisti di una riduzione teatrale degli anni ’60.

Il destino di Io, trasformata non da Hera, ma dallo stesso Zeus ..per nasconderla alla tremenda gelosia della moglie tradita, mi è sempre sembrato diverso da quello di molte altre amanti. Lo sguardo di Io, che china il capo al suo nuovo destino, eppure non rimane schiacciata, ma vaga fino alle estreme propaggini del mondo e chiede il conforto di Prometeo, altro grande eroe per noi, esseri mortali. Io deve scontare una passione non richiesta, ma che l’ha travolta, in tutti i sensi. Chi è Io, se non una delle ingenue gopī della tradizione Indù?

Con un movimento lento, guardingo, obliquo, le gopī alzarono lo sguardo verso le fronde del nipa e allora udirono la voce di Krsna. (…) “Ragazze non temete, le vostre vesti sono tutte qui. Voi dalla vita sottile, venite una per una a riprenderle.”
(…) “Mie predilette, io so che non volete altro che adorarmi. Il vostro desiderio mi rallegra e merita adempimento. Quando questo desiderio sarà compiuto, non sopravverrà altro desiderio. Questo è un fiore che non cela in sé un seme. Sfiorate con la mano i miei piedi. Poi tornate a Gokula”. Subito dopo, una per una, le gopī udirono parole che le avrebbero accompagnate per tutta la vita. Udirono Krsna pronunciare il loro nome e dire: “Sarò da te ogni notte.” Allora, chinando la testa e restie, le gopī si incamminarono in fila, senza voltarsi, verso il villaggio.*

Il destino delle fanciulle indiane è di passione sacra, di un fuoco che ha già cominciato a bruciare.
Krsna è il mandriano, il bovaro, Gopala, e le gopī sono la sua mandria. Krsna-Govinda è invocato per portare sollievo, perché quel fuoco brucia e consuma, ma contemporaneamente rigenera e appaga. Quel fuoco, così sensuale, in realtà è la metafora dell’amore puro tra il dio e l’essere umano. Per questo le gopī sono interpretate come personificazioni dell’anima che si ritrova e si completa nel dio.

Il 13 marzo 2017 si festeggia l’Holi, il festival del mese di Phalgun. Un festival legato ai mesi lunari e alle feste che propiziavano il buon raccolto. Ci sono molti colori, c’è festa e c’è anche la celebrazione di Krsna e del suo amore per Radha, un amore molto simile a quello per le gopī.
Oggi, e per tutto il mese, la gioia e l’amore scendono e si impossessano di noi, splendidi, poveri mortali.

Govinda Jaya Jaya
Gopala Jaya Jaya
Radha-ramanahari
Govinda Jaya Jaya
Nrsingadeva Jaya Nrsingadeva
Gaura Gaura Gaura Hari
Gaura Hari
Prabhupda
Govindam

[Kula Shaker, Govinda]

*Il brano è tratto da: Roberto Calasso, Ka, Adelphi 1996, pp. 315-319.

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