L’ultimo re

C’era una volta… tre fratelli. Così cominciano le favole, quella dei principi che cercano la loro Serendipity, ad esempio.
Anche se la storia che voglio raccontare mi ricorda più da vicino quella dei tre fratelli ritratti in silhouette in un famoso e recente film: al cospetto della Morte, i tre ricevono dei doni magici e molto potenti.
C’erano, dunque, tre fratelli, figli di una figura ingombrante, dalla quale avevano ereditato un animo pieno: di autocompiacimento, di grande memoria e di indomita curiosità.

La madre, invece, era responsabile della loro sensibilità, di una tendenza quasi fanciullesca al sogno ad occhi aperti e di alcune manie superstiziose.
I tre fratelli si sentivano uniti soprattutto nel cognome: Berutti. Un tempo associato alla carica più alta del piccolo paesino in cui i due maggiori avevano trascorso la loro infanzia, San Germano in Val Chisone. L’ultimo, in verità, era nato ad Alessandria, quando ormai il podestà Alessandro Berutti si era ritirato a più miti consigli e aveva cercato in un dignitoso anonimato di scampare alle ripercussioni politiche del dopoguerra.
I tre fratelli avevano preso strade apparentemente molto diverse: il maggiore era arrivato in una Milano tutta da costruire, era diventato un abile giornalista, critico cinematografico. E con il suo fare dinoccolato e finto timido aveva messo in piedi un vero e proprio circolo dell’intellighenzia milanese: il ritrovo era un bar e Franco attirava a sé chi volesse imparare il mestiere. Ma quello che contraddistingueva Franco Berutti era il potere magnetico delle sue parole: le battute eleganti, i doppi sensi raffinati, la conoscenza enciclopedica, facevano sì che chiunque lo incontrasse rimanesse catturato dalla sua intelligenza brillante.
Il secondo aveva intrapreso la strada del direttore di marketing: anche per Giorgio era la parola l’arma principale. Una cultura da Umanista d’altri tempi e la curiosità che lo spingeva a leggere fino a notte fonda ogni tipo di pubblicazione, letteraria o scientifica che fosse: tutto ciò era al servizio della comunicazione di massa, dello slogan più accattivante, di un modo arguto e mai banale di vendere… prodotti, idee, sogni, convinzioni. Cambiava molte aziende, perché veniva chiamato per risolvere problemi, dopodiché si stancava e cercava un altro luogo dove esercitare la sua capacità analitica.
Infine c’era il terzo, Sandrino. L’aspetto preponderante di lui era la socievolezza: con Sandrino si rideva, SEMPRE. La battuta scattava automatica, a volte feroce, ma il volto di Sandro Berutti era sempre aperto al sorriso. La cifra di Sandro Berutti stava in questo suo modo di entrare nelle vite degli altri. Da geometra aveva progettato abitazioni, ma contemporaneamente aveva messo in piedi una trasmissione radiofonica che, già alla fine degli anni ’70, aveva avuto l’intuizione di dare voce alle “casalinghe di Voghera”, di far parlare la comunità novarese; il Berutti si faceva tramite delle richieste, delle proteste, delle lamentele.
I tre fratelli si erano sposati e le loro compagne avevano avuto il merito, chi più chi meno, di esaltare le doti dei Berutti: accanto a Franco era comparsa una donna tormentata e raffinata intellettuale, con la quale si imbastivano siparietti in stile Vianello-Mondaini, ma attorno ad argomenti densi di letteratura;

Giorgio aveva impalmato una donna bella, prigioniera di pentagrammi Romantici; Sandro aveva trovato un’anima gemella, dal sorriso ugualmente raggiante e dall’animo estremamente generoso e umano, in grado di gestire il protagonismo del marito.

Ma noi parlavamo di doni magici e potenti: i tre fratelli avevano deciso che con i doni ricevuti avrebbero sfidato la Morte.

Sembrerebbe logico supporre che il mantello dell’invisibilità lo avesse ottenuto il terzo fratello, l’ultimo a morire, invece ritengo sia più corretto dire che quel mantello lo indossasse il primo. Franco aveva fatto dell’understatement e del basso profilo una scelta di vita, e solo molto dopo la sua morte i parenti stessi avevano compreso quanto fosse stata grande la sua influenza nell’ambiente giornalistico, e non solo.
La pietra fu presa dal secondo, da Giorgio, e con quella riportava in vita le immagini della sua infanzia e cominciava a scrivere “Il paese delle vacanze”, un romanzo su San Germano. Purtroppo, avviluppato nel ricordo, progressivamente si isolò fino a consumarsi, ma prima di morire riuscì a passare la pietra a sua figlia.
Il terzo fratello prese lo scettro, e con questo divenne re di Novara, la sua città.
Sandrino aveva vissuto in mezzo alla città, dando voce a chi aveva bisogno di parlare con l’amministrazione comunale; era diventato “uomo dell’anno” e aveva scritto libri in cui azzardava un paragone tra Novara e New York (chissà se si ricordava di “Questa è Hollywood”, un libriccino scritto da Franco negli anni ’60). Nel 2002 Sandrino decise che sarebbe diventato re e scelse una maschera di carnevale: Re Biscottino.
La risata, sempre lei, doveva precedere e accompagnare i passi di Sandrino, così, con il costume settecentesco e la corona sulle ventitré, il Re entrava in ospedali, centri per anziani, gare podistiche… ogni occasione pubblica era buona per rispondere con il grande sorriso agli applausi e alla festa degli astanti. La vocazione sociale non poteva mancare, così quel Re Biscottino decise di fondare un’associazione per organizzare al meglio le iniziative di beneficenza.

Oggi Sandrino Berutti non c’è più. I tre fratelli si sono arresi, infine, alla Morte. Quella morte sfidata a suon di discorsi, di motti di spirito, di elucubrazioni contorte, di battute argute. Il cognome dei Berutti rimane negli sguardi profondi delle due figlie di Sandro e dei due figli di Giorgio.
Eppure, forse un modo per sconfiggere la Morte i tre fratelli lo hanno trovato e oggi in duomo a Novara ne ho avuto la conferma: nei pensieri di chi ha salutato zio Sandro e nei ricordi di chi lo ha incontrato, quel re non verrà mai dimenticato, vivrà per sempre.

Questo è forse il segreto dell’eternità: cambiare la vita delle persone e diventarne parte.

Pubblicato in Sirene | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

“Reach out and touch faith”*

Quello che dico sempre ai miei ragazzi, mentre mi invento Virgilia in classe e li accompagno in un viaggio lungo un semestre attraverso i meandri della mitologia greca e romana, è che la tanto citata – solitamente a sproposito – hybris è forse lo strumento più sottile che gli dèi hanno per tormentare gli uomini.
Hybris è infatti il peccato commesso da chi “sgarra”, ma le regole da seguire non sono mai molto chiare, volutamente aggiungerei: per questo, ad esempio, Ippolito cade sotto gli zoccoli del toro mandato da Poseidone, e non sa nemmeno lui perché o come… forse quella svampita matrigna che si è ritrovato, Fedra, ha convinto suo padre Teseo di essere innamorata del figliastro? Non si rende conto, il giovane, che la colpa principale è comunque la sua: quella di aver disdegnato una dea, anche se in favore di un’altra. Non si rompe l’equilibrio, ognuno vuole la propria parte, ogni dio deve ricevere il proprio culto.

La mostra al Museo Archeologico di Napoli (in chiusura, purtroppo) dedicata agli “Amori Divini” ci fa vedere da vicino quanto siamo piccoli nei confronti degli dèi e quanto indifesi di fronte ai loro capricci.

Ma è anche un modo molto intelligente e diretto di mostrarci che la necessità di perderci nel mondo degli dèi greci ha continuato a tentarci ben oltre l’età classica: in mostra sono infatti raccolti diversi quadri del Cinque-, Sei- e Settecento, nonché statue in bronzo e marmo.. molti oggetti provengono, pensa un po’, dalle raccolto medicee!

La dolce Callisto comincia a ricoprirsi di peli…

Uno dopo l’altro scorrono davanti ai nostri occhi, già illuminati dall’abile accostamento del titolo, gli episodi più controversi delle relazioni sentimentali tra gli dèi e gli esseri umani: Callisto, sedotta da Zeus e per questo punita da Artemide a perdere la propria identità umana e diventare un’orsa;, anch’essa sedotta da Zeus e condannata a vagare, in forma di giovenca, per il Mediterraneo, tormentata da un tafano, verrà salvata da Prometeo, ma questa è una storia che vi chiedo di leggere nel Prometeo Incatenato di Eschilo, il primo trattato sul libero arbitrio. C’è poi Ermafrodito, condannato da.. una stalker! Una ninfa che ottiene per lui un destino ibrido: in mostra, accanto ai più famosi esempi di Ermafrodito dormiente, che ci restituisce una sorta di accettazione passiva e tranquilla della sua nuova condizione, c’è una statua di Satiro che tenta di possedere il/la giovane, un esempio di violenza inaudita e muta nel ghigno di marmo.

 

Il mito di Callisto è forse uno dei più affascinanti, un po’ perché meno trattato di altri, e un po’ per la sua natura: Zeus seduce sì la ninfa, ma perché prende le sembianze di Artemide (!) e questo particolare, unitamente alla trasformazione in Orsa, fa pensare automaticamente alla condizione delle “orsette” di Brauron, le giovani educate nel santuario di Artemide. Evidentemente anche per loro valeva, come per i maschietti, una educazione sessuale che le legava alle loro compagne più grandi.

In Amori Divini troviamo anche Ganimede: rapito da Zeus e ritratto insieme all’aquila che nel mito è il simbolo del dio “rapace”, ma che nelle rappresentazioni iconografiche è quasi un animale da compagnia, una sorta di Hobbes (!). Infine Atteone, anch’egli da annoverare tra i “ma come facevo a saperlo” della mitologia greca: sfortunato cacciatore che si imbatte nelle nudità di una dea e ne viene ferocemente punito.

Questa immersione in una realtà “alternativa”, dunque, ci mette discretamente davanti all’unica grande verità del mito greco: non fidatevi, mai!

In maniera saggia il Museo Archeologico di Napoli ha voluto accostare la mostra a una modernissima serie televisiva: American Gods. Lo ha fatto con una riflessione a voce alta, una conferenza che si è tenuta ieri sera di fronte a uno dei capolavori della collezione farnese: il toro, ossia il supplizio di Dirce (lei non poteva fare la gnorri, quella punizione se la meritava eccome!).

L’accostamento è interessante e allo stesso tempo ardito, perché American Gods è una serie che si basa sull’omonimo romanzo di Neil Gaiman e che ha come protagonista principale quanto di più lontano dagli dèi dell’Olimpo: Odino!

A grandi linee, ed evitando spoiler, la serie riguarda, infatti, una fantomatica guerra tra dèi tradizionali e dèi moderni: i tradizionali sono gli Aesir, della mitologia nordica, e poi Gesù, i Jinn, e le varie divinità più “classiche”.

I moderni sono, beh, quasi scontato forse ma sono le nuove tecnologie, che stanno prendendo il posto innanzitutto della nostra capacità di immaginare e di lasciarci andare alle emozioni più profonde.
Odino è il dio che decide di chiamare a raccolta gli antichi compagni e di organizzare una controffensiva, per evitare l’oblio.
La storia principale è inframezzata da “quadri”, episodi che servono a percepire meglio gli antichi dèi tra di noi.

Wendesday, cioè mercoledì. Ma l’etimologia è wōdnesdæg, dunque “il giorno di Wotan”.

Ecco, questi episodi minori sono la vera scintilla della storia, secondo me. Certo, la figura di Odino è perfetta per lo scopo del romanzo: Wotan/Odino è sempre stato il dio vagabondo, che si traveste da straccione e si insinua nelle vite dei mortali, per controllarli – forse – ma soprattutto per divertirsi alle loro spalle. Se Zeus cambia forma e dichiara la sua natura di dio atmosferico, Odino si fa uomo tra gli uomini, l’infimo tra loro, e prende le sue donne con l’inganno. Accanto a Odino c’è un Leprecauno e allora io non posso fare a meno di pensare che il buon Gaiman deve aver almeno letto “Profumo di Jitterbug”, di Tom Robbins.

Nel libro di Robbins i protagonisti sono un vichingo che si accompagna a una bellissima indiana ed è aiutato da Pan in “persona”! Robbins riesce a riempire il suo racconto di riferimenti storico-antropologici e la coppia così assortita scopre un particolare tipo di meditazione che li rende immortali, dunque simili agli dèi… (ma su Robbins non vi dico di più, dovete leggerlo!).

Dicevo però che gli episodi minori di American Gods sono le vere chiavi di volta di tutta questa nostra chiacchierata: dove sono gli dèi oggi, sono ancora in mezzo a noi? Ne sentiamo il bisogno?
La figura più affascinante è sicuramente quella di Bilquis: si dovrebbe trattare della Regina di Saba, ma non è questo che interessa, Bilquis ama, in maniera totale, sensuale e violenta. Cacciata dai Talebani (sì, così accade nel libro), in America diventa una barbona, che gli dèi moderni salvano iscrivendola su…Tinder! E così, la dea della fertilità, signora delle orge e datrice di vita, incontra i suoi amanti in una stanza rossa. Non fa distinzione di genere o età, tutti, al culmine dell’orgasmo, vengono “fagocitati” e assorbiti nella sua vagina.
L’immagine è indubbiamente forte, ma il senso è chiaro: la dea ti possiede completamente e, durante l’atto, Bilquis chiede solo una cosa, di essere adorata. Così, in una anonima stanza di Motel, si riproduce un rituale di iniziazione che affonda le proprie radici millenni prima dell’arrivo di Gesù Cristo.

Un altro aspetto molto curato nel libro è il rapporto con la morte: Gaiman deve essere particolarmente affezionato al rito della pesatura del cuore presso gli Egizi. In sé è quasi una banalizzazione, eppure mi è piaciuto notare un particolare: una donna musulmana muore per un banale incidente domestico. Alla porta si trova Anubi e inizialmente è sconcertata, perché non pensa che sia il dio “giusto”. Tuttavia, alla fine della sua vita prevale una tradizione ancestrale, prevalgono i racconti della madre egiziana, prevale, insomma, una sorta di naturale inclinazione, uno ius soli o ius soul (!). Là dove sei nato e dove sei cresciuto troverai le radici del tuo destino: anche se, viaggiando o cambiando veste politica, ti ritrovi incasellato in una religione diversa.

American Gods ci pone una domanda ormai non più evitabile: abbiamo ancora bisogno degli dèi? Gaiman e Odino pensano di sì, o almeno lo sperano.

Noi continuiamo la nostra vita reale e poi ci ritagliamo del tempo per una realtà “aumentata”: dai desideri, dalla fantasia e, perché no?, anche dalle mostre di mitologia.

Poi torniamo a casa, ci guardiamo allo specchio, e speriamo di scorgere in un dettaglio la nostra immortalità.

 

*Un verso di Personal Jesus, canzone dei Depeche Mode. La libera traduzione è “allungati e tocca la fede”

Pubblicato in Sirene | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

A cuore nudo nel Parco

A Val Fondillo le radici ricamano storie…

Un’estate particolare, questa del 2017. Un agosto passato a rincorrere il “luogo perfetto”. Forse è questo che intendevano gli antichi quando parlavano di locus amoenus, una definizione che ho sempre trovato difficile spiegare, che ho sempre preferito lasciare che fosse “avvertita” più che capita. Ecco, io sono andata – e lo sono tuttora – alla ricerca di questo luogo-non luogo, un posto reale in cui raccogliere i miei pensieri.
In questa mia ricerca ho avuto l’aiuto capace di un’amica e mi sono ritrovata… nel Parco Nazionale d’Abruzzo.
Questi, perciò, sono pensieri sparsi che ho raccolto nei cinque giorni trascorsi in una casetta ai piedi della rocca di Opi, non distante da Pescasseroli, nel cuore del Parco.

Il nome mi ha attratto subito: poteva mai un borgo essere intitolato a una delle meno note tra le dee? Una fanciulla con cornucopia, vale a dire tutti e nessuno, l’iconografia più trita dell’immaginazione antica. Eppure Opi, a poco a poco, si è fatta strada nell’animus dei Romani, che ne hanno rivendicato l’autoctonia: Opi era una divinità dei raccolti, pregata perché portasse abbondanza di messi e di frutti. Nel giro di poche generazioni eccola associata a Saturno: il dio dell’Età dell’Oro, il vecchio che si aggira per le strade nei giorni del solstizio d’inverno e si assicura che ciò che è stato seminato non venga gelato proditoriamente. Il dio cui offriamo la nostra allegria e follia durante i Saturnali, per l’appunto. Il vecchio del Natale futuro…

A Barrea c’è un presepe estivo. Tra i manichini, un bellissimo centurione romano…che indossa un tipico scudo sannita. Adorabile melting pot!

Insomma, ero decisamente entusiasta di poter trovare tracce di un culto antichissimo, come sembrerebbe attestare la pietra iscritta incassata nella torre del campanile: Sacerdos Cerialis. Opi come Cerere? La cornucopia e la spiga che prefigurano comunque un raccolto abbondante? In fondo, qui siamo nelle terre dei Sanniti e dei Safeni, tribù che i Romani convincono, più che conquistano, a collaborare; il nome più antico del centro abitato dovrebbe essere Fresilia (o Fresinia) e ci sono tombe che attestano la presenza dell’insediamento di VII – VI secolo a.C., ma forse, a cercare bene nelle stanze di antiquaria locali si riescono a trovare reperti di età preistorica. Questo, per lo meno, è quanto assicurano le pubblicazioni scientifiche.

Ma qui siamo nel regno dei borghi arrampicati su rocche medievali… Opi non pare riecheggiare divinità venerate da selvatiche (nel senso “della selva”) tribù, piuttosto, all’orizzonte si delinea la silhouette di Brancaleone e così, dalle guerre sannitiche, la nostra immaginazione ci proietta direttamente nei secoli finali del Medioevo e Opi diviene una abbreviazione di Oppidum: la città fortificata (di impianto romano).

Disposta su una tartaruga rocciosa, Opi si presenta come una punta di freccia rivolta verso il cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, di cui è stata la prima fautrice nel 1921, con la cessione di alcune terre e il versamento di una prima quota.
Una spina dorsale, la via San Giovanni, che ricalca la dorsale della rocca e porta dritta al “castellum aquae“, l’acquedotto voluto nel 1903 da Domenico Ursitti, benefattore della cittadina, forse non “primo del suo nome”, ma di sicuro appartenente a una casa(ta) che è stata protagonista della storia di Opi. Fotografando il “castellum” ironizzavo sui merli della piccola torre che, per l’appunto, sembravano aver preso in parola il termine latino, ma un’attenta lettura dell’Ursitti letterato e poeta contemporaneo, mi ha illuminato: l’architetto si è ispirato al monumento funebre di Cecilia Metella sull’Appia antica!

Mausoleo di Cecilia Metella

 

 

 

Opi: piena di sorprese, quindi. Come le targhe che ricordano un altro Ursitti, don Alessandro: non solo riuscì a evitare il bombardamento del borgo da parte dei tedeschi – non dimentichiamoci che qui siamo abbastanza vicini a Cassino, la zona era “calda” durante le manovre a fine guerra – ma corruppe un tedesco che stava per far saltare il vicino ponte sul Sangro, oggi noto come “ponte delle 12 uova”!

 

Le case costruite sulla roccia, gli angoli da cui ammirare monti e camosci, o camosci su monti… la terrazza che guarda su “Le Prata“, un retaggio latino (?) dei campi nella valle, dove i contadini di Opi pascolavano gli animali o coltivavano orti. L’aria frizzante di Opi mi ha già rigenerato, sono pronta per addentrarmi nel Parco. Ma, a proposito, cos’è il Parco Nazionale d’Abruzzo?

Quattro giorni sono pochi, ci organizziamo con passeggiate mattutine e gite pomeridiane e io scopro un mondo del Parco fatto non solo di alberi e sentieri, ma di altri borghi, più o meno grandi; di vie “al Castello“, o “alla Torre“, di fontane, spesso rimaneggiate proprio negli anni in cui prendeva corpo il Parco. Vedo segnali stradali che mi promettono incontri con la fauna locale e mi lascio bruciare da un sole meno filtrato, in un’atmosfera – calda – di “gita al Faro“.
Scopro che il lago di Barrea deve la vita a una diga che ha creato scompiglio tra i borghi della valle: voluta sotto il Fascismo, ma in un altro punto, viene costruita alla fine degli anni ’40 e servirà a prototipo della infausta diga del Vajont – alla cui costruzione alcuni abitanti di Barrea lavoreranno e uno perderà la vita, morte bianca.
A Civitélla Alfidena, invece, ci incuneiamo negli stretti vicoli dietro la Torre, che sembra uscita da una scacchiera rinascimentale: le geometrie bianche e nere di ciottoli e pareti ci indicano la strada e incorniciano una delle più belle dediche lapidee che abbia mai visto.

Vi chiedo due minuti per leggere questa dedica che ha dell’immaginifico

In due punti opposti del borgo sono state create delle aree protette per linci – da una parte – e lupi – dall’altra – le cui condizioni fisiche non permettano loro di vivere allo stato brado. Una sorta di safari “buono” che, naturalmente attrae molti curiosi.

Ma sono soprattutto due i momenti che mi hanno curato ferite che nemmeno sapevo di avere…

Innanzitutto una passeggiata alla Camosciara, fatta la mattina presto, prima…

…prima che apra il parcheggio, prima che la natura umana si imponga con mala grazia su quella selvatica, prima che un inquietante trenino vomiti decine di villeggianti di fronte al bar e alle timide cascate.
Prima, c’è il silenzio. L’aria frizzante. Cerve e cerbiatti che ci guardano attoniti e poi si scambiano occhiate dubbiose: “Ma che, son già le NOVE??”
No, non lo sono e noi parliamo poco, ci lasciamo accarezzare dai colori e dagli odori di un luogo “bello” e accogliente. L’arrivo alle cascate è già guastato dal pensiero che questa solitudine perfetta stia per finire. Un ultimo tocco di magia: la farfalla che si lascia avvicinare…e poi, in un battito d’ali ecco che la magia si spezza.

Infine, la passeggiata in un luogo dal nome “perfetto”: Macchiarvana. D’inverno l’aula più adatta per lezioni di sci di fondo, d’estate un campo esteso dove rintracciare il passaggio dei cinghiali o degli orsi e camminare senza premura e con pochissimi dislivelli.

Si può raggiungere perfino Pescasseroli!
Ma il mio momento magico, la mia sospensione del tempo, è nella faggeta che dobbiamo attraversare per arrivare al campo (e quindi anche per ritornare alla macchina).
Alberi a distanza regolare, luce che cattura: la faggeta ti intrappola, non vuoi più uscire.
Come nella migliore fiaba dei Grimm (o forse nella più spaventosa?) ti senti completamente inerme di fronte alla serenità che ti danno questi alberi, dal tronco stretto, svettanti. Al di fuori… esiste qualcosa al di fuori? Mi aspetta qualcuno “al di fuori di qua”? Non lo so, non mi interessa neanche più.
Ecco, il mio locus amoenus, l’ho trovato – o lui ha trovato me. Io sono piccola, ora, più piccola di sempre; voi mi guardate, cari faggi, e io mi sento un’ospite tra di voi. Posso restare qui?

Pubblicato in PAUSANIA - invito al viaggio | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Morsi e rimorsi storici

Cosa ci fanno uno storico delle religioni, uno psichiatra, una psicologa, un etnomusicologo e un’antropologa culturale nel caldo sole del Salento in una mattina di giugno del 1959?
Cercano di fermare su di un vetrino, sotto il microscopio della scienza sociale, il fenomeno del Tarantismo.

In queste notti d’agosto si celebra la Taranta e io mi inoltro per il sentiero antico e affascinante del morso delle tarantolate salentine.

Lo scorso giugno, grazie all’iniziativa di Swapmuseum e di CoolClub sono stata ospitata, insieme a due amici e blogger di successo, tra i suoni della Grecìa e le tradizioni del Salento.

https://djedmedu.wordpress.com/

https://generazionediarcheologi.com/

 

 

 

 

 

 

Siamo stati accompagnati nella visita di alcuni centri, tra cui Galatina e la cappella di San Paolo e per la prima volta sono stata iniziata al mistero del tarantismo. Uso il termine “iniziazione” perché si tratta in effetti di una esperienza mistica, dal momento che San Paolo è ormai da secoli il catalizzatore utilizzato dalla Chiesa cattolica per normalizzare un uso antichissimo. Registrato perfino da Leonardo da Vinci (!)

San Paolo brucia la serpe. Scultura sulla cattedrale di Mdina (Malta)

Cominciamo, dunque, dalla fine: San Paolo è a Malta, lo morde un serpente velenoso, lui sopravvive (Atti 28, 1-10). Evviva! Il Santo sconfigge il morso di bestie velenose!
Galatina, qualche anno dopo: nel paese dei “saggi” (KALE’ ATHINA sembra essere l’etimologia del nome del paese, come ricorda la civetta, simbolo della dea, che compare sullo stemma cittadino). San Paolo decide di “passare” la sua abilità a tre sorelle (Frazer l’avrebbe chiamata “magia da contatto”, noi non indagheremo oltre…). Quando la più anziana delle sorelle sta per morire, sputa in un pozzo e rende quell’acqua miracolosa per chi voglia guarire dal morso di un animale velenoso.
Il pozzo della cappella di San Paolo diventa perciò meta di pellegrinaggio. Anche perché Galatina (e il suo feudo) è protetta dal Santo e qui la taranta non morde nessuno! Le tarantate hanno finalmente trovato una cura al loro male. La Chiesa, che pensava di essere riuscita a normalizzare il rito pagano mettendolo sotto il patrocinio del Santo guerriero per antonomasia, colui che sconfigge i pagani con quella spada sempre al fianco, capisce però di essere caduta dalla padella nella brace. E così il pozzo viene chiuso.
La cappella! Bisogna andare nella cappella! Cristo Santo, ma come bisogna dirvelo?? Zotici contadini che non siete altro?

Le tarantate ci vanno nella cappella, ma occorre mettere un cartello che limita le manifestazioni troppo agitate…

Ernesto De Martino

Se questa è la storia in breve, l’opera di De Martino, lo storico delle religioni con cui ho cominciato, la apre come un ventaglio, strumento quanto mai necessario nei giorni della festa di San Paolo a Galatina, cioè intorno al 29 giugno. Il suo studio del fenomeno si inserisce in un progetto più ampio, quello di tracciare una Storia religiosa del Sud.
Egli individua nella Puglia e nello specifico nella terra salentina, il luogo in cui può essere osservato un fenomeno dalla portata antropologica particolarmente importante: da secoli, infatti, la popolazione salentina, per lo più quella femminile, è affetta dal fenomeno del morso della tarantola, che induce in stati di alterazione psichica. Chi è affetto da questo morso viene curato con un rituale che prevede l’esecuzione di una particolare musica e l’esposizione del morsicato a particolari colori. Il rituale può curare temporaneamente, perché, nella quasi totalità dei casi, chi viene morso una volta verrà poi morso un’altra volta (spesso la condizione di morsicato dura decine di anni).
Il primo passo da fare è capire se si tratti effettivamente del morso di un ragno (comunemente chiamato “tarantola”) e De Martino e la sua equipe si rendono ben presto conto che ciò non può essere. Quindi è necessario rintracciare l’origine del fenomeno e capire se l’intervento di San Paolo sia connaturato ad esso oppure se sia incorso in un secondo momento.
De Martino è uno studioso scrupoloso e traccia una storia degli studi, che ci permette di capire quanti studiosi, a vario titolo, si sono confrontati con le tarantate.
Rimando, insomma, al bellissimo volume “La terra del rimorso”, pubblicato da Il Saggiatore, dove De Martino riesce a unire la necessaria tassonomia del resoconto scientifico con la piacevolezza del resoconto dell’esploratore.
Oltre al libro, vale la pena guardare le riprese fatte a Galatina presso la cappella:

L’esigenza di osservare le tarantate da un punto di vista antropologico si comprende ancora meglio se si contestualizza la “spedizione di De Martino” nell’ottica della questione del Mezzogiorno, che negli anni ’50 veniva decodificato fino alla drastica fossilizzazione che purtroppo conosciamo…

Molte sono le considerazioni che scaturiscono dalla lettura della storia delle tarantate…
Sole che brucia, la controra immortalata dal prezioso film di Lina Wertmüller. La noia, quando arriva, può far diventare impazienti: il conto delle ore che non passano mai. Lo studio di De Martino assomiglia al safari dello scienziato: l’animale da osservare è l’uomo in quanto animale sociale. Ma i numeri sono chiari, la quasi totalità di coloro che vengono “morsi” è femmina.

Dunque: la donna si ribella alla noia. Una noia che attanaglia e che si traduce in regole sociali, tanto granitiche quanto limitanti.
Dunque le tarantate si ribellano alle convenzioni sociali, ma questa ribellione può, deve essere sedata.

Come?

Forse cambiando quelle convenzioni? No, operazione troppo complessa, che richiederebbe ben altro che un accesso di isteria, e soprattutto richiederebbe alleati potenti.
Allora ecco che la stessa società che ha condannato le tarantate alla follia trova un modo per curarle: un rito sociale, ecco quello che ci vuole. La cura arriva proprio dalla stessa comunità che ha “creato” il disagio: i musicisti non lo sono di professione, o meglio, la loro professione è un’altra (barbiere, contadino, becchino, ecc.) ma si specializzano nei suoni che placano il ragno. Ogni ragno risponde a ritmi diversi e la bravura dei musicisti sta proprio nell’azzeccare le vibrazioni che permettano al veleno di uscire ancheggiando dal corpo della tarantata.

Il pensiero corre, inevitabile, alle menadi: donne, nubili, capelli al vento, vesti trasparenti, dedicavano loro stesse a Dioniso e fuggivano da una vita di mogli, madri, donne di buona famiglia. Nei boschi trovavano i satiri, le nostre tarantate trovano preti che le salvano… le menadi amano Dioniso, le tarantate parlano con San Paolo: gli chiedono di lasciarle stare, ma in cuor loro lo ringraziano, perché la sua spada ha tagliato i legami con le convenzioni sociali.

Da tarantate, esse godono di un’aura particolare, forse è questo che suggerisce il rimorso: se è andata bene una volta, perché non riprovarci l’anno prossimo e ritagliarci qualche giorno di pausa dalla noia anonima e asfissiante?

in Puglia le donne sogliono “quam saepissime” essere morse dalla taranta, con questa scusa diventando loro lecito “libere atque impune viros petere”

[dal dialogo Antonius, di Pontano, 1491]

“Questa scusa”, l’idea di vedere nel morso un significato più profondo è idea che viene da lontano. Se diamo un occhio alle circostanze del morso registrate da De Martino comprendiamo forse meglio:

“pizzicata alla finestra a mezzogiorno”

“pizzicata dopo la morte del padre”

“pizzicata dopo un sogno di scorzoni

“pizzicata mentre era in preghiera”

 

Torniamo al nostro punto di partenza: il morso è un modo per ribellarsi alla noia che prende la gola. La tarantata cerca di scappare. Lo fa con la mente perché il corpo è imprigionato. E la mente scappa attraverso la pazzia.

Si finge pazzo e comincia ad arare la spiaggia, fino a quando non gli viene messo davanti il figlio e Ulisse è costretto a scoprire le carte…

Perfino Ulisse, il più astuto tra gli eroi, lo aveva capito: chiamato a fare il proprio dovere di alleato di Agamennone e di guerriero della Grecia omerica, preferì fingersi pazzo per cercare in extremis di evitare la guerra.

 

 

 

In epoche più recenti pensiamo alla follia del Principe di Danimarca, che è “pazzo solo fra tramontana e maestrale. Quando soffia da scirocco distinguo un falco da un falchetto.”

(Atto II, scena 2)

Pubblicato in Sirene | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento