Abracadabra

C’è un ritmo nelle cose, un battito leggero che segue le pieghe delle vesti. C’è una mano che batte sulla pelle di capra tesa a coprire il cerchio di legno. L’alito di vento attraversa sussurrando i riccioli un tempo biondi della testa elmata. Scompiglia i capelli e fa gonfiare il mantello dell’auriga innamorato, di Pelope.
Quando le sale sono vuote e buie, il raggio di luna illumina, una a una, le decorazioni del mosaico pavimentale, formando un serpente di luce che invita al gioco: una scacchiera, ecco cosa sembra l’antico pavimento della domus.
Il buio, la luna, il vento: esiste una magia negli oggetti di un museo? Dalla sala più lontana si diffonde un sottile filo di fumo grigio, seguendolo ci ritroviamo attorno a un calderone in rame, senza fuoco acceso, ma pieno di un liquido che sembra sobbollire. Ci affacciamo, illudendo di specchiarci, mentre di fronte a noi ci sorridono due occhi bistrati: la cantilena che sibilano le labbra rosse comincia a farci vorticare e in men che non si dica cadiamo per terra.
***
Oggi è il primo di novembre. La festa dei fantasmi inglesi, Halloween, è passata e per strada non si vedono più mostriciattoli di tutte le taglie che chiedono un dolcetto, ma sperano di poterci far spaventare con uno scherzetto atroce. Oggi l’Europa ritrova le sue radici cristiane, quelle che si è costruita dopo secoli di allegro paganesimo, e si scopre più santa. Oggi è previsto il rito e stanotte nel museo il vento farà agitare ben più di due drappi incrociati.

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C’è un ritmo nelle cose, un pulsare di antichi calori: menadi filiformi finalmente rompono la loro posa da ballerine di carillon e si possono agitare, scarmigliate, al suono del tamburo. I satiri finiranno di trattenere il respiro e lasceranno che le pance prominenti si distendano in una corsa scomposta, dietro ai pepli delle loro compagne.Il rito è cominciato, ora quel vento erompe nelle sale, spalanca le vetrine e getta per terra le matrici ancora in bilico. Ma l’unico suono che si sente è il battere ritmato della mano sul tamburo.
Le labbra rosse si schiudono e dalla corona di denti d’avorio comincia a soffiare un sibilo, sempre più gelido. Il sottile cilindro grigiastro dell’alito ghiacciato si insinua nelle sale, creando un sentiero d’argento che sembra seguire un percorso preciso.
Ora al battere del tamburo si è aggiunto un fischio acuto. Le labbra rosse si richiudono, ma il fischio non smette di vibrare.

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A cosa serve il rito e di chi sono quelle labbra?
La notte del 1 novembre segna il passaggio di stato dalla santità dell’aureola a quella del cuore: chi decide quale morto può diventare santo e quale invece è destinato a un anonimo culto funerario?
Stanotte, 1 novembre, il rito sceglierà chi deve rimanere anonimo e chi può diventare santo. Il vento non sbaglia: è democratico e spazza via le incertezze.
Le labbra appartengono a una donna, essere umano non perfettibile. Conosce molto bene i luoghi del museo aretino, soprattutto gli angoli più bui dell’antico anfiteatro. Stanotte ha deciso che si vendicherà, perché è questo che fanno le donne, esseri umani mai perfettibili. Il rito che ha organizzato le è stato suggerito da una delle storie che ha letto nelle vetrine del museo, scritta da una donna e rivolta ad altre donne. Allora si è lasciata ispirare e ha deciso di far “sobbollire le acque” e far soffiare il vento freddo del suo Ka. Chiederà aiuto alle belle donne che danzano con i satiri e a quelle travestite che lottano con Ercole, a loro chiederà di scegliere se celebrare i santi oppure i morti, in questa notte di passaggio.
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La sua è una storia di dolore e di follia: abbandonata dalla madre all’età di quattro anni, Silvestra – questo il suo nome – ha vissuto per dieci anni in un convento di benedettine. Il 1 novembre dell’anno 1340 Silvestra viene mandata a rifocillare gli operai dell’erigendo monastero dell’ordine benedettino di Monte Oliveto: quella notte si perde tra le ombre della antica galleria e nessuno si chiederà più che fine ha fatto.
Comincia una vita soprattutto notturna, adottata dalle altre donne che frequentano i cespugli e gli anfratti di quella zona. Un giorno incontra Dio, purtroppo nella sua forma meno edificante: si tratta del conte vescovo, che ha saputo della bellezza di Silvestra, delle sue labbra rosse. La ragazza diventa una schiava, fino alla fine dei suoi giorni, ovvero fino alla morte per vaiolo, sopraggiunta prima del compimento dei ventidue anni.

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Un altro rimbombo sul pavimento in cotto, il tamburo ha smesso di ripetere il suono martellante ed è stato sostituito da questo rumore metallico: è il pastorale ricurvo che annuncia l’arrivo del conte. Il volto segnato dalle rughe emerge dall’abito candido, ricoperto di ricami dorati. Le labbra di Silvestra finalmente si schiudono in un sorriso e gli occhi di brace attendono impazienti l’entrata di Xxx nella sala del calderone di rame. Nel frattempo, satiri e menadi si dimenano ormai in pieno sabba: la sottile superficie dei vasi corallini è percorsa dalla danza, che fa tremare i vetri delle teche. Anche il cratere con le rosse figure di guerriere è animato dal rito di Silvestra e così la processione del komòs si muove a scatti sempre più veloci, fino a far svanire le figure in una macchia arancione indistinta.
Xxx è arrivato nella sala: ora Silvestra deve solo fargli la domanda.

***
Un giorno Silvestra aveva scoperto, tra i crocifissi d’argento del vescovo-conte, una coppa rossa. Lui aveva urlato di lasciarla stare, perché molto fragile, e così la ragazza aveva deciso che doveva riprenderla in mano, non vista, e guardare bene quale figura era impressa sulla superficie. Pensava a un Cristo, perché aveva visto un corpo seminudo, ma una volta riuscita a metterci le mani sopra, aveva capito che si trattava di un corpo femminile e che quella scena le era molto familiare. Il vescovo-aguzzino ci teneva a quella coppa, ma non la mostrava a tutti, anzi, quasi a nessuno. Non era un trofeo, né un dono prezioso, era piuttosto uno dei suoi sordidi segreti e come tale era custodito, al riparo da occhi indiscreti. Più di una volta egli aveva imposto a Silvestra di bere da quella coppa: riempita di vino, era servita ad annebbiare le notti più lunghe.
Quando la ragazza si era ammalata le era stato impedito di raggiungere gli appartamenti del vescovo, ma Silvestra si era intrufolata nottetempo e aveva deciso di rubare la coppa. Si era messa in testa che quelle strane e imbarazzanti figure potevano curarla, e così aveva continuato a bere, facendosi beffa delle urla del vescovo, il quale aveva messo sottosopra tutte le stanze per ritrovare la coppa, ma si era ovviamente tenuto ben lontano da quella della malata.
Il giorno della sua morte Silvestra ricordava bene la sensazione di umido e buio e freddo che l’aveva avvolta. Eppure era riuscita a riaprire gli occhi e, senza un briciolo di sgomento, si era fatta largo tra gli altri cadaveri e aveva scavato la poca terra con cui i becchini avevano ricoperto la fossa comune. Non le ci era voluto molto per comprendere che gli altri non la potevano vedere, così come si era resa conto ben presto del fatto che il tempo per lei scorreva in maniera diversa rispetto agli altri esseri umani, a quelli ancora vivi.
Eppure, tutte queste informazioni non l’avevano spaventata, non le avevano suscitato domande. Tutto era accaduto in maniera naturale e Silvestra, naturalmente, si affacciava alla sua vita di non viva.
Ma piano piano si era fatta strada un’altra esigenza: la vendetta sulle violenze subite dal vescovo. Le preghiere pronunciate ogni notte dopo aver consumato ciò che per il vescovo era illecito e per lei disgustoso, i rosari recitati ogni sera in mezzo ai fumi irritanti degli incensi, i digiuni pasquali e le penitenze quaresimali, indossate con i cilici che facevano sanguinare. E poi, suprema su tutte, la paura della morte, la certezza della punizione e la venerazione di quelle figure di Sante, mutilate o estasiate, ma sempre sfigurate come donne ed esaltate nella devozione a Dio.
Silvestra aveva sviluppato un odio feroce nei confronti dei Santi e stanotte si sarebbe vendicata.

***

“Eccoti, sei venuto, finalmente. Accostati, più vicino.” Le labbra rosse si muovevano lentamente e la voce risuonava profonda. Il vescovo-conte era pallido: non per la luce della luna, non perché si trattava – a tutti gli effetti – di un fantasma, ma perché il suo animo cristiano e superstizioso era stato strappato dall’oscurità del Purgatorio e ora si trovava dinanzi una strega, né più né meno. Può, un morto, avere paura? Il pensiero faceva sorridere Silvestra, ma non la distoglieva dalla domanda che si era preparata: “Ora evocherai per me i Santi che hai pregato durante tutta la tua vita. Li elencherai, uno a uno, e li condannerai all’oblio. Dunque, quali sono i Santi che sei pronto a sacrificare?”
Il vescovo cominciò a tremare e cercò di resistere alla domanda imperativa, ma invano; la magia era troppo forte. Ascoltò la sua voce d’oltretomba cominciare a pronunciare le prime sillabe. Alla fine di ogni nome si sentiva il suono sordo di un colpo di tamburo.
LUCIA” – Tam! – “MATTEO” – Tam! – “TERESA” – Tam! – “DONATO” – Tam!
Sentiva che Silvestra non era ancora sazia, aveva bisogno di altri due nomi e sarebbero stati quelli dei genitori del vescovo, i primi Santi con cui aveva dialogato da bambino: “LAURA” – Tam! – “GUIDO” – Tam!
Nella sala scese un silenzio innaturale e i due spettri si guardarono per un lunghissimo attimo.
Poi si udirono in lontananza ritmi forsennati battuti su tamburi: il suono sordo di calcagni nudi accompagnava urla femminili lanciate nell’aria fredda del museo. Nel giro di pochi minuti si materializzarono satiri e menadi, che tra risate sguaiate e fischi cominciarono a tirare la veste bianca del vescovo e a gridare nomi di uomini e donne del lontano passato di Arezzo: “FINA”, “GIUNTA”, “BENIVENI”, “JACOPO”. Ogni nome era salutato da un giocoso boato e dalle risate. Si arrivò agli ultimi due: “DANZA”, questo era stato il nome della madre di Silvestra, forse un’abbreviazione di Costanza, che i genitori avevano ascoltato in qualche grida di piazza.

Infine, cadde nuovamente il silenzio. Satiri e Menadi si avvicinarono sorridenti allo spettro dalle labbra rosse e le misero le mani sulle spalle ossute. Poi, come se stessero seguendo le indicazioni di un maestro d’orchestra, all’unisono sussurrarono … “SIL-VE-STRA

E così, l’antica ragazzina guardò per l’ultima volta negli occhi il vescovo e si preparò a riposare. Dagli alberi del vicino anfiteatro si sollevarono le immagini diafane degli altri antichi aretini citati dalle creature dionisiache: il rito aveva funzionato e ora i Santi elencati dal vescovo avrebbero perso la loro aureola e sarebbero stati cancellati dai calendari. Al loro posto sarebbero comparsi gli oscuri aretini, strappati al buio della morte anonima, sarebbero stati ricordati anno dopo anno nelle preghiere dei devoti e nelle funzioni dei sacerdoti.
Anche Silvestra, finalmente soddisfatta, avrebbe trovato il riposo che cercava.
Nemo contra Deum, nisi Deus ipse

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Le cronache di Licodia/Tutti i Santi aiutano

“Tranquilla, a scendere tutti i Santi aiutano”. Mi ricordo il proverbio citato da Valentina, palermitana che rassicurava l’amica pugliese nelle nostre avventure archeologiche nei luoghi più impervi della Grecia.

La mia visita a Grammichele ha incontrato molti Santi… quelli che il Principe Carafa aveva chiamato a raccolta per aiutare la costruzione della sua “città perfetta”.
San Carlo Borromeo, patrono del Principe e molto popolare in quegli anni.
L’Angelo Custode, una figura tornata in auge con il Concilio di Trento e quanto mai importante per dare conforto agli scampati al terremoto.
L’Immacolata Concezione, festa quanto mai sentita. Il dogma arriverà nell’800, e con il dogma giungerà una speciale dispensa per Grammichele: l’immagine di Maria potrà essere portata in processione insieme ai Santi patroni.
San Michele e Santa Caterina d’Alessandria, patroni di Grammichele, venerati l’8 maggio.
Infine San Rocco. Proprio dinanzi alla sua chiesa troviamo una meridiana, opera del professor Luigi Gismondo. La scultura riproduce fra Michele da Ferla, che progetta la città, mentre sul grande pannello in bronzo si vede la lunga corda che ha definito il raggio del cerchio in cui è iscritta la pianta esagonale. E dai Santi agli astri il passo è breve…se il Principe Carafa, nel 1693, mette la sua creazione sotto la protezione di 5 potenti Santi e dell’Immacolata Concezione, negli anni 2000 alcune delle piazze più importanti vengono scelte per ospitare un orologio solare. Gli stili sono diversi, ma il fine unico: la luce imbriglierà il tempo e lo restituirà agli uomini.

Nella piazza centrale, l’esagono intitolato al Principe Carafa, vediamo lo gnomone più elaborato: la statua di un uomo, che da vitruviano si è inginocchiato a terra e sorregge il peso del tempo sulle spalle. Dietro di lui, la statua del Principe incede giù per una scala segnata dalle scienze che lo hanno visto protagonista.
A terra, sono state segnate le date più significative per la città. Quindi, accanto alle celebrazioni religiose, anche la data e l’ora della posa della prima pietra.

Un’altra piazza è abitata da una meridiana che funziona in modo inverso: non è l’ombra, ma la luce a indicare le ore.
Vi è poi la meridiana che indica esclusivamente il mezzogiorno, e un’altra, decisamente di gusto moderno, con una versione quasi cyborg di San Michele, che usa la lancia come gnomone.

Io mi sono innamorata della meridiana di San Rocco… dove Luigi Gismondo ha voluto rappresentare la costruzione della città e dove la meridiana vera e propria è a pianta esagonale, con delle pietre perindicare le ore. Sul retro del pannello bronzeo sono raffigurati i cittadini di Occhiolà, che raggiungono, impauriti ma speranzosi, la nuova terra.

Il professor Gismondo è anche l’autore dei monumenti posti all’ingresso di ogni sestiere. Alcune sono state vandalizzate (e di questo aspetto le mie cronache parleranno), ma quelle rimaste sono espressioni di grande amore per questa città.

“Tutti i Santi aiutano” e a Grammichele i 6 Santi hanno trovato degli assistenti di prim’ordine, tra cui lo Spirito Santo e, naturalmente, San Leonardo.
Da Occhiolà, dove era utilizzata anche come sala assembleare (una vera ekklesia), San Leonardo riduce considerevolmente le sue dimensioni e si colloca alle spalle della nuova chiesa madre, dedicata a San Michele. Una chiesa adagiata su una delle direttrici che attraversano la città aperta: l’asse Est-Ovest. Una chiesa che guarda l’Occaso…mi ha fatto ricordare alcuni templi di Artemide e di divinità chtonie. La terra (chton), di nuovo lei. Questa terra che spesso trema, ma che offre sempre un modo per rinascere.

…to be continued…

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Le cronache di Licodia/la città esagonale

Non ho verificato da che parte soffiava il vento questa mattina…forse da Ovest, forse domani, guardando verso le nuvole in movimento, scorgerò un’esile figura, che scende tra di noi appesa a un ombrello animato… In attesa di Mary Poppins, oggi mi sono inoltrata nell’entroterra di Licodia Eubea e sono andata alla scoperta di Grammichele.

Nel parco archeologico comunale di Occhiolà, la città indigena, la colonia greca e infine la città medievale occupano tre colline.

11 gennaio 1693, una domenica. Verso le due del pomeriggio, una scossa di terremoto di entità mostruosa ha raso al suolo il paese di Occhiolà, uccidendo più di metà della popolazione…riunita a ringraziare Dio di aver scampato la morte nella scossa di terremoto di due giorni prima. Erano riuniti nelle 9 chiese sparse nel piccolo paese, soprattutto in San Leonardo, la chiesa più grande, spesso utilizzata anche per le assemblee pubbliche.

Era il Terremoto della Val di Noto. Lo stesso che avrebbe disegnato la nuova Catania.

Carlo Maria Carafa era uno studioso, appassionato figlio delle Muse si interessava di letteratura, arte, musica, matematica, architettura, astronomia… era nato in una famiglia nobile, i Branciforte, ed essendo figlio cadetto era destinato alla carriera ecclesiastica, la più idonea per occuparsi dei suoi interessi intellettuali. Ma la morte del fratello maggiore spostò su Carlo Maria tutto il peso dell’ampio feudo, che comprendeva anche il territorio di Occhiolà. Così, all’indomani del terremoto, il Principe intervenne prontamente: avrebbe dato un tetto ai superstiti…anzi, avrebbe costruito per loro la città perfetta!

Ecco, questo è l’antefatto, già ricco di suspence. Grammichele, la “città perfetta”, si apre dinanzi ai miei occhi come le foglie di un carciofo: mi accompagnano in macchina e, dopo alcuni, spigolosi, giri concentrici, raggiungo la piazza principale, il grande esagono!
Ho due guide d’eccezione: Loredana Fragapane, appassionata innamorata del suo paese, ceramista, restauratrice, presidentessa di ben due associazioni, impegnata col sorriso a mantenere viva la storia di Grammichele; e poi Irene Novello, archeologa esperta della storia più antica di Occhiolà.
Insieme mi illustrano il museo, ma io sono ormai entrata nella mente alchemica del Principe…penso in maniera esagonale!

18 aprile 1693. Dopo solo pochi mesi dalla tragedia, Carlo Maria Carafa e il suo architetto, Fra Michele da Ferla, cominciano a disegnare la città. Il progetto viene inciso su una lastra di ardesia: dai 6 lati della piazza centrale (che ha un raggio di 60 metri) si dipartono sei sestieri, ognuno dei quali composto da 10 moduli (10×6 =60), 6 borghi che si allargano in corrispondenza di ogni lato (1 lato = 100 canne, perciò 600 canne), 5 borghi uguali e composti ciascuno da 12 moduli (12×5= 60). Questo tripudio di 6 sembra arrestarsi nei rettangoli dei borghi, ma sono rettangoli aurei…niente è lasciato al caso!
La città non ha mura, ogni asse la attraversa da parte a parte… quando il terremoto tornerà, gli abitanti avranno l’imbarazzo della scelta quanto a vie di fuga! E un’ampia piazza centrale in cui riunirsi.

I moduli dei sestieri

Ape laboriosa, che suggeva il miele delle Muse, il Principe Carafa sceglie l’esagono, una forma che ricorda le celle degli alveari. Forse forma alchemica, forse espressione di concezioni cosmiche…non abbiamo documenti in cui il Principe ci illustra il suo percorso: Carlo Maria muore due anni dopo la posa della prima pietra, senza ultimare il palazzo, infatti il borgo di San Carlo è diverso da quello progettato.

1505: Raffaello Sanzio dipinge la vittoria di Michele sul drago.

Nella città perfetta c’è posto per i Santi e per l’ Arcangelo, quel Michele che doma il diavolo, e che prima del diavolo domava un drago, l’infida serpe dall’alito di fuoco, che nel gennaio del 1693 scosse la terra della Val di Noto.

…to be continued…

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Femele dama muiere

“Il vino qui lo imbottigliano le donne, perché hanno più pazienza. Non è un lavoro da uomini”

Questa è forse la frase che più mi ha colpito nella visita alla splendida cantina di Cricova.

Nel viaggio in Moldova dello scorso giugno sono stati tanti i fili rossi che ho cercato di seguire, giorno dopo giorno: la figura femminile è stata decisamente una costante.

Anche quando non me lo aspettavo, spuntava fuori un personaggio storico, una figura leggendaria, una guida turistica, un’immagine sacra, una sindaca imprenditrice, una imbottigliatrice, una benefattrice… ogni giorno mi imbattevo in una donna forte e imprescindibile per capire il Paese che stavo attraversando per la prima volta.

Mi sono ripromessa di ripercorrere i filoni e approfondirli con calma, e quindi quale occasione migliore di questa: i giorni della Travel Experience 2018 a Rimini!
Nadia Pasqual e le incredibili ragazze dell’Ufficio del Turismo moldovo vi aspettano infatti allo stand del Padiglione C1 per accogliervi con le immagini, i gusti e le proposte di viaggio di questo giovane Paese europeo.

Io vorrei rendere omaggio alle sacerdotesse internazionali della terra di Moldova con un breve excursus sulle donne moldove che ho incontrato o sfiorato.

Se già la guida, Ana, mi aveva colpito per il piglio sorridente ma deciso con cui conduceva le nostre giornate, il primo momento di stupore lo ha suscitato questa foto, di una donna che guida, si presume, un trattore.
L’ho ammirata nel piccolo museo etnoantropologico allestito presso il palazzo di Manuc Bey: in mezzo ad abiti della realtà contadina, quaderni e banchi scolastici, corredi da sposa, attrezzi agricoli e immagini di un celebre bandito/partigiano, ecco spuntare lei, Olga Zahvatchina! Sorridente e felice di guidare il mezzo agricolo, ritratta nel 1941 e poi inghiottita dalla storia…a oggi, le mie ricerche non hanno portato a nulla: Olga rimane per me un’illustre sconosciuta, eppure ritenuta degna di comparire, con tanto di didascalia, in un museo che racconta le tradizione moldove.

Il secondo personaggio deve per forza essere Ekaterina Popescu: ideatrice del centro Arta Rustica, che riprende la tradizione tessile della Bessarabia e trasforma un paese funestato da una tragica frana, nel simbolo del ben noto refrain: “volano dell’economia”! Nel suo centro lavorano esclusivamente donne e tessono sia tappeti che abiti tradizionali. Le sale sono divise, come ci spiega lei stessa, in una parte di “museo attivo”, con le tessitrici all’opera, e una di “museo passivo”, con la ricostruzione di una casa tipica, anzi…della stanza più importante, la CASA MARE. Qui Ekaterina ci spiega i simboli della casa: il basilico, utilizzato per profumare l’ambiente e soggetto prediletto di ricami e canzoni, e la mela cotogna, che non può mancare sulle travi più alte. E poi, in un angolo…la “torre” della ragazza in età da marito! Il corredo nuziale, tanto più alto quanto più prestigiosa è la famiglia della ragazza: anche il pretendente più distratto poteva rendersi immediatamente conto del valore della possibile sposa, in un colpo d’occhio!

Il tema tessile mi porta inevitabilmente a cambiare stato. Sì, perché in Moldova è presente uno Stato non riconosciuto a livello internazionale, ma sufficientemente agguerrito per essere controllato dall’Onu: si tratta della Transnistria, che, come suggerisce il nome, è acquattato al di là del fiume Dnestr.
Qui, in un clima comunista benedetto dalle immagini di Lenin e da memorabilia a forma di stella, di donne importanti ne ho incontrate almeno due: la presidentessa della principale industria tessile, potente motore economico anche oggi, e la benefattrice

che ha voluto la costruzione del teatro.

In un Paese ortodosso come la Moldova, l’immagine della Madonna non dovrebbe fare scalpore. Eppure mi ha colpito l’incidenza di dediche alla Madonna Assunta che, secondo la tradizione ortodossa, è in effetti la “Madonna addormentata”. Una visione di donna finalmente a riposo, circondata da uomini che la venerano come colei che ha fisicamente sostenuto una benedizione a volte troppo ingombrante.
Chissà se, a suo modo, non fosse anche questa un’espressione di omaggio all’altra metà del cielo (!)

 

 

Tornando nella vera e propria Moldova, la capitale Chisinau è luogo di monumenti di vario tipo, statue commemorative tra le più varie, ma anche di una sorta di Marianna, che ha catturato la mia curiosità: scopro che si tratta della personificazione della madre Russia, forse, quindi, oggi molto meno popolare di un tempo…

La Moldova è un luogo “vergine” (per continuare a usare termini generalmente associati all’universo femminile), una terra di cui fa piacere frequentare il lato genuino. Ma non vi è ingenuità nel fare moldovo e forse proprio il sangue femminile che lo modella offre quel sorriso saldo e accogliente.

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