Il mito dipinto: prova a prendermi!

Lo scorso settembre mi sono immersa nelle sale della Pinacoteca Ambrosiana perché volevo mostrare a un’amica la magnificenza del cartone di Raffaello per la Scuola di Atene. Nel “perderci” tra i dipinti, dentro e fuori dalla balconata, proiettate in un’atmosfera da Promessi Sposi (il Cardinale Borromeo, che volle la Biblioteca e la Pinacoteca) ma in salsa Liberty, ci siamo soffermate su di un quadro in particolare.

In una sala di passaggio, nella penombra, il soggetto ci è sembrato interessante ed è stata la mia amica a farmi venire in mente una possibile lettura interpretativa: il giovane che conduce in braccio una donna nuda, ma dal volto di leonessa, poteva essere Peleo che portava trionfalmente a casa la Nereide Teti.

Il tempo era poco, la foto venne fatta in fretta e furia, così come quella alla didascalia. Quando poi ho deciso di inaugurare questa serie di articoli su miti classici trasposti su tela, il quadro mi è ovviamente tornato in mente e ho cercato informazioni (e una foto migliore) online, ma – non trovando nulla – ho deciso alla fine di rivolgermi direttamente alla Pinacoteca. Mi hanno risposto in pochissime ore, fornendomi foto e scheda di catalogo; eravamo in piena quarantena, perciò – scusandosi – mi hanno mandato delle immagini scansionate. Una cortesia eccezionale, che però mi ha catapultato in un vero dilemma!

Ecco l’immagine inviatami dall’ufficio della Pinacoteca

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

La scheda di catalogo relativa al quadro

La scheda del catalogo, infatti, mi informa che il dipinto è opera di Luca Giordano, eccezionale artista, autore di numerosi quadri di soggetto mitologico, raffinati per scelta del mito e spesso complicati perché votati all’allegoria. Questo milanese viene tentativamente interpretato come “Atalanta e Ippomene”: il compilatore della scheda si protegge con un punto interrogativo, tuttavia nel breve testo suggerisce che l’identificazione è suffragata dalla presenza di elementi marini (i cavalli) esattamente come marino è il riferimento di Ovidio a Ippomene “caro a Nettuno”.

Una storia scabrosa

A questo punto, però, io resto perplessa e ripercorro la storia di Atalanta e Ippomene: la giovane cacciatrice, rifiutandosi risolutamente di piegarsi a una vita da moglie sottomessa, aveva convinto il padre a darla in moglie solo a chi l’avesse battuta nella corsa. Come forse ricordate, in un precedente episodio avevamo già visto che le mele d’oro delle Esperidi erano riuscite a rallentare la corsa di Atalanta, permettendo a Ippomene di vincere sia la gara che la mano della bella selvaggia! I due erano perciò convolati, ma la passione li aveva presi in un luogo poco consono: un bosco sacro alla dea Cibele. Ora, a difesa dei due sposini, va detto che la dea frigia era nota per avere un culto estremo, dove i freni inibitori erano gettati alle ortiche e i fedeli si contorcevano in orge animalesche…tuttavia, ci sono delle regole che vanno seguite anche per le orge! E di certo, copulare senza permesso in uno spazio sacro non è consigliato, da nessuna divinità. Atalanta e Ippomene vengono dunque puniti: come contrappasso vengono trasformati in leoni, che, secondo i Greci, rimanevano casti tra loro. I due vengono quindi aggiogati al cocchio di Cibele, la tremenda Grande Madre.

Se Atalanta e Ippomene non sono mai ritratti dagli antichi nel momento della loro trasformazione, le immagini di Cibele e dei suoi leoni sono diffusissime. Questa statuetta è datata al II secolo d.C. ed è esposta al
Metropolitan Museum di New York

Questa storia dei leoni casti, che quando si accoppiano lo fanno solo con i leopardi, notoriamente più lussuriosi, è una notizia che si legge in Plinio (Naturalis Historia libro 8 par. 43 e seguenti) e più tardi in Pausania (III.24.2) Probabilmente si tratta di una convinzione che si sviluppa in ambiente ellenistico e poco ha a che fare con la genesi del mito dei due amanti, ma viene aggiunto in qualche versione più tarda come particolare “piccante”. Qui trovate un breve elenco di fonti antiche a riguardo.

Una donna pericolosa

Io però, guardando e riguardando il quadro, proprio non riesco a convincermi di questa spiegazione: non solo la trasformazione dovrebbe riguardare entrambi, ma la scena sembra effettivamente quella di chi sta portando via la donna, non di chi se la sta spassando o anche solo di chi sta camminando tranquillo con la legittima moglie.

Perciò torno a considerare la prima ipotesi: Peleo e Teti. La fama del figlio di Eaco e della bellissima Nereide è legata principalmente alle loro nozze. Anche in questo caso, abbiamo visto che la mela gettata proditoriamente in mezzo al banchetto di nozze è proprio quella che farà scoppiare la guerra di Troia. Un conflitto che vedrà tra i principali protagonisti proprio il figlio della coppia: Achille. Ma la loro storia d’amore comincia ben prima delle nozze ed è forse una delle più celebri tra dea e mortale che sia mai stata raccontata.

La splendida Nereide aveva destato l’attenzione del padre degli dèi (padre non a caso, il tonante Zeus, pervasivo come la pioggia di novembre, annovera tra la sua progenie quasi metà dei protagonisti delle vicende mitiche greche!), ma un oracolo era intervenuto a calmare i bollenti spiriti: il figlio avuto da Teti avrebbe detronizzato il padre. Le fonti attribuiscono l’oracolo a due personaggi dal ruolo estremamente importante nella cultura mitica greca, Apollodoro (Biblioteca III 13.5) menziona Themis, un’ancestrale divinità, depositaria della giustizia cosmica, ma un altro filone (che arriva fino a Ovidio) afferma che le tragiche parole provengono da Proteo, il vecchio del mare.

Dunque una profezia tutta marina, mutevole, come lo sono le creature acquatiche, ma estremamente tragica quando si tratta di determinare il destino degli esseri viventi.

Interviene perfino Prometeo, il dio che “vede prima” ciò che sta per accadere e, secondo la versione di Igino (Fabulae 144, ormai nel I secolo d.C.) proprio in virtù della riconoscenza per averlo avvertito, il titano verrà liberato da Zeus. Dunque Zeus decide che deve allontanare da sé anche solo l’idea di possedere Teti: la farà sposare a un altro, un umano, ché tanto agli umani ne capitano già di tutti i colori, una più o una meno non fa differenza! Ma non pesca a caso, sceglie un suo nipote, nobile re di Ftia, Peleo. Il ragazzo si è già distinto nella caccia al cinghiale calidonio, in effetti è già stato sposato una volta (!) ma farlo innamorare di Teti, la splendida, è un gioco da ragazzi.

Una corte rocambolesca

La dea, però, non è d’accordo e quindi fugge. Ora, essendo una creatura marina, Teti ha la capacità di mutare forma, infinite volte. Mi è sempre piaciuta questa idea che avevano i Greci di non potersi fidare dell’acqua: quella dolce poteva irretirti con le eccitanti forme delle ninfe e quella salata poteva portarti a una morte atroce e beffarda (sirene, Scilla, mostri marini) e convincerti a gettarti tra le braccia della tua stessa rovina.

Teti si trasforma in…animali feroci: serpente, tigre e leonessa! Le scene di Peleo che tenta di afferrarla sono estremamente significative: non è un inseguimento, ma una lotta! Peleo è raffigurato come Eracle in uno dei suoi scontri più duri: le braccia dell’eroe avvinghiano la dea alla vita, mentre le membra divine prendono forme disparate.

Finalmente Teti si stanca o si convince, non potremo mai sapere la verità…e i due convolano a nozze.

Questa scena di lotta affascinò soprattutto Pindaro, che seppe renderla in tutta la sua sensualità in pochi, brillanti, versi nella Ode Nemea n.4 (vv. 60-65).

La metamorfosi nelle Metamorfosi

Tornando al quadro di Luca Giordano, credo che uno dei modi migliori per carpirne il soggetto sia verificare le fonti cui il pittore poteva attingere. Ovidio e le sue Metamorfosi sono il testo “sacro” per chiunque voglia sfoggiare una cultura classica, ma anche il libro delle meraviglie per chi cerchi la suggestione di immagini fantastiche. Il poeta latino pesca generosamente dal cesto del mito greco e seleziona (o a volte modifica) quelle storie che prevedono la magica trasformazione di uno o più personaggi. Nel libro XI, dunque, egli decide di raccontare la difficile corte di Peleo a Teti e scrive così:

Il testo è tratto dal libro XI delle Metamorfosi di Ovidio
Qui ho preso lo screenshot: http://www.miti3000.it/mito/biblio/ovidio/metamorfosi/undicesimo.htm

Questo piccolo, grande amore

Ho voluto inserire qui la foto da me scattata, giusto per aggiungere un po’ di pathos verso la fine di questa ricerca del soggetto!

Accosto il testo al dipinto e cerco di capire quali elementi ho sotto gli occhi: il ragazzo del quadro sembrerebbe un pastore e in effetti, nel paragrafo successivo all’amplesso con Teti, Peleo è descritto da Ovidio come il giovane figlio di Eaco che portava armenti e greggi con sé.

I cavalli marini sembrerebbero un riferimento più che appropriato alla Nereide, una sorta di cocchio nuziale?

Sulla sinistra, dietro alle due figure, sembrerebbe di scorgere una grotta, forse quella menzionata da Ovidio, dove Teti era solita riposare e dove Peleo le avrebbe teso l’agguato?

In alto a destra, tra le nubi, un anziano dio sta guardando la scena, potrebbe forse essere Zeus, che si sincera che tutto vada secondo i piani?

I piccoli putti volanti mi lasciano perplessa, lo confesso: inizialmente pensavo ad Amorini, che sottolineassero l’aspetto erotico della scena, ma le loro ali di farfalla li avvicinano piuttosto a piccole psychai, animule, che in questo contesto non riesco a collocare.

Resta la scena dei due protagonisti: Peleo, imperterrito, continua a trattenerla a sé, convinto che, prima o poi, si stancherà e sarà finalmente sua.

Teti sta forse tornando umana, ma, ancora con il volto ferino, guarda questo umano nipote di Zeus e forse come lui testardo in fatto di donne, e si chiede se non sia meglio farselo andare bene e stare a vedere come andrà!

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Il messaggero

Un’ombra allungata al sole meridiano, pochi battiti d’ala ed era già al panificio.

La sosta, un po’ lunga, tra i rami di un pino e poi sopra la statua della donna seduta, quella con la spiga.

Era ormai la quarta volta che giungeva in quella città e cominciava a riconoscere i luoghi e a cercare gli angoli più noti; il viaggio era stato, al solito, molto lungo, ma quel pezzo di pane rubato di nascosto lo aveva rinfrancato.

L’odore pungente gli annunciò di essere sulla buona strada: si stava avvicinando e come ogni volta decise di farsi annunciare da uno stridulo verso monosillabico. La fullonica era più vuota, questa volta, pochissimi schiavi erano al lavoro, gli sembrò strano, ma non ci badò più di tanto.

Finalmente arrivò all’edificio buio e vide che già c’era una fila pronta a entrare, con fiaccole accese: si appoggiò sull’erba, di fronte all’ingresso, poi zampettò audace tra le gambe di quegli uomini e si infilò nel corridoio centrale. Felicissimus gli era accanto e lo riconobbe al tatto: gli slegò il piccolo rotolo di carta dalla zampa e lo sostituì con un altro, che gli diede una sensazione di fresco inaspettata.

Udì che i canti cominciavano sommessi e decise, per una volta, di rimanere ad ascoltare: non comprendeva cosa stessero dicendo, gli piaceva il suono e la cantilena continua. Rapito dalla musica rischiò di essere calpestato due volte, a quel punto uscì zampettando e subito si librò in volo.

***

La neve?!

Ebbene sì, la neve. Anche qui, anche in questa città di uomini del sud! Era finalmente felice di ritrovarsi in un luogo così congeniale: si fermò solo una volta, sul bordo di una delle vasche del ninfeo, per lasciarsi ricoprire di leggerissimi fiocchi, poi riprese il suo volo felice. Direzione: fullonica e poi a destra e subito a sinistra! Che meraviglia, poca neve, ma pur sempre lei! Dimenticò perfino di gracchiare, questa volta, e atterrò lungo, saltellando fino quasi alla bianca statua in fondo al corridoio.

Felicissimus era invecchiato tanto, non sembrava riconoscerlo; o forse non era più lui? Gli slegò in ogni caso il messaggio dalla zampa e al suo posto legò un piccolissimo papiro, ma con uno spago grosso, che inizialmente lo fece sbilanciare. Questa volta, prima di ripartire, decise di zampettare di qua e di là, per godersi il paesaggio così diverso, bianco e gelido.

***

Sempre più difficile, volare in mezzo al fumo e non riuscire ad atterrare a causa delle alte fiamme!

Il dio da un occhio solo era stato molto dolce, questa volta. Lo aveva accarezzato, lisciandogli le piume e raccontandogli qualcosa – per lui inintellegibile – con un tono meno severo del solito. Sapeva di avere una responsabilità grande e aveva capito che i suoi viaggi servivano a mettere in contatto uomini molto distanti tra loro. Non riusciva davvero a comprendere che motivo avessero di scambiarsi informazioni: lui con le colombe mica ci parlava, poteva capitare di avere a che fare con i piccioni, ma era raro; e comunque loro erano decisamente stupidi! Mentre sorvolava le lande fredde e desolate e poi i picchi alpini, cominciò a ripensare a quando tutto questo era cominciato: insieme ai suoi fratelli aveva affrontato viaggi immensi, le cui vicende ancora riempivano i racconti dei più anziani. Alcuni si erano spinti verso il sole, nel regno sempre luminoso e caldo; a lui e alla sua famiglia era toccato un luogo più vicino, bagnato dal mare. Il suo signore tracciava simboli aguzzi su piccoli pezzi di carta e li legava con attenzione attorno alla sua zampa; quando giungevano in mano a Felicissimus, questi non li leggeva davanti a lui, ma gliene affidava degli altri, questa volta disegni. Non era in grado di comprendere la lingua del suo padrone e di Felicissimus, il Romano (così veniva chiamato al Nord), ma quei simboli sì, loro erano ben chiari nel suo cervello di pennuto. Nel corso degli anni erano divenuti sempre più scuri, sempre più premonitori di morte… non si sentiva più a suo agio nel percorrere il lungo volo.

Non trovò Felicissimus, perché attraverso il fumo ebbe difficoltà perfino a rintracciare la fullonica: per la prima volta si era perso! All’improvviso udì il canto a lui noto, la nenia, e decise di seguire le voci. Si imbatté in una ventina di individui, ognuno con in mano una torcia, intenti a scendere sotto il pavimento di un edificio molto grande: li seguì e si ritrovò in un corridoio buio e maleodorante, in fondo risplendeva il bianco marmo di una statua di giovane intento a uccidere un toro. Il canto si interruppe e per un attimo si udirono solo le urla di chi fuggiva, nella città sopra di loro. Lui saltellò poco convinto, fino a quando non fu raccolto da un uomo anziano, dalle mani raggrinzite: con gesto esperto gli sfilò il messaggio di Odino e gli sussurrò qualcosa nell’orecchio da uccello. Immediatamente, nella sua mente presero forma due segni (rune le chiamavano lassù) e spiccò il volo più veloce che mai. Giunto ai piedi del trono del signore degli Asi, raccolse degli stecchi di legno secco e compose i segni. Quindi attese.

Il solitario occhio di Odino esaminò il disegno e annuì.

***

La città sotto di lui era irriconoscibile. Quasi completamente distrutta e ormai erano passati molti anni dall’ultima volta che era giunto a portare i dispacci, come poteva trovare il suo Felicissimus? E dove?

C’era ancora? E la fullonica?

Tutto cadeva in rovina, tranne poche case e quel luogo che spesso si riempiva di gente festante, il teatro – aveva sentito che lo chiamavano così.

Si fermò sul ramo di un pino e guardò dinanzi a sé: in lontananza la macchia rossa dei bellissimi fiori, dalla parte opposta, vicino al fiume, qualcuno stava accendendo dei fuochi e uccideva capretti e galletti. C’era un silenzio innaturale nelle strade che un tempo erano state piene zeppe di uomini e merci; pochi carretti si trascinavano stanchi sul basolato grigio, mentre alcuni schiavi svuotavano magazzini già diroccati.

A un certo punto dimenticò il motivo per cui era venuto, decise di godersi l’aria profumata e la brezza tiepida che arrivava dal mare; pensò che lassù il dio monocolo era già scomparso da tempo, ma gli aveva affidato un’ultima missione, lasciandolo poi libero di decidere della propria sorte. Pensò che, in fondo, quel luogo meridionale gli era sempre piaciuto e che spesso aveva desiderato trasferirsi sui pini e in mezzo ai papaveri.

Fece un respiro profondo e, in memoria dei vecchi tempi, annunciò la sua discesa con un verso gracchiante: mentre planava il suo occhio captò la statua della donna seduta e fu allora che vide quanti edifici avevano perso il tetto. Forte di questa nuova informazione riprese a guardarsi attorno, alla ricerca della fullonica. Finalmente gli sembrò di individuarla, anch’essa priva di tetto, ma soprattutto vuota, senza più liquidi né schiavi, non più avvolta dall’odore aspro di ammoniaca.

Decise di restare a terra e di saltellare, alla ricerca di Felicissimus; finalmente vide il viottolo e arrivò all’ingresso…di cosa, però? Non si trattava più di un edificio buio, ma il tetto era crollato e in parte era stato portato via, anche le pareti erano di poco più alte di lui. Si avvicinò guardingo ed entrò: il corridoio si apriva dinanzi a sé completamente illuminato dal sole del mattino e così si accorse, dopo tanto tempo, dei disegni che erano stati fatti sul pavimento con piccoli cubetti bianchi e neri.

Era bravo a riconoscere i segni, vedeva un bastone, due serpenti, una corona, un falcetto, una frusta, un cappello un poco a punta… bianchi e neri, neri e bianchi. Questi colori lo fecero fermare a pensare; raggiunse la fine del corridoio, una statuetta a lui familiare del giovane che uccideva il toro era lì, immobile e mutilata: al ragazzo avevano staccato la testa. All’improvviso ebbe freddo, un soffio di vento gelido aveva attraversato l’aria immobile e profumata. Tornò all’inizio del corridoio e pensò che aveva bisogno di riposare, così si sistemò nel primo riquadro, accanto al bastone con i serpenti e alla coppetta.

Restò lì, fermo e pensieroso e si concentrò sull’immagine di Odino e poi su quella di Felicissimus. Infine il suo cuore di uccello desiderò, desiderò intensamente di non lasciare più quel luogo a lui così caro.

*Nel culto mitraico, il corvo è l’animale che simboleggia l’iniziato al suo primo livello. Stando alla leggenda di Mitra, il corvo, inviato dal Sole, avvisò il giovane dio di rincorrere il toro cosmico e ucciderlo. Nella simbologia del culto, l’iniziato doveva indossare una maschera da corvo e veniva chiamato corax (corvo in latino), a lui era associato Mercurio, il dio messaggero, e il caduceo, il bastone con serpenti annodati che Mercurio stringe in mano nella sua versione di psicopompo – accompagnatore delle anime.

Nella mitologia nordica il corvo è associato ad Odino e da lui inviato come messaggero.

Questo racconto è tratto dalla raccolta “La Storia che vive”, la sesta edizione di Archeoracconto che si è svolta presso il Parco Archeologico di Ostia Antica. La foto è stata da me scattata presso il Mitreo di Felicissimus, nel parco archeologico.

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Il mito dipinto: cogli la prima mela

Ancora Turner, il pittore di luce, che interpreta un mito antico e questa volta ci regala un capolavoro sia da un punto di vista artistico che esegetico. Nel 1806 egli presenta un quadro intitolato: “La dea della Discordia sceglie la mela della discordia nel giardino delle Esperidi”. Il dipinto ha un discreto successo, ma viene pubblicamente acclamato nel 1808, quando Turner decide di inserirlo in una esibizione presso la propria galleria. Sarà poi John Ruskin, celebre critico d’arte e artefice delle carriere di molti artisti inglesi, a decretare definitivamente l’ingresso del quadro nel Parnaso della pittura inglese dell’Ottocento.

Si fa presto a dire mela d’oro

Al Museo Archeologico di Firenze è esposto
questo piatto
con un Paride spaventato che cerca di sottrarsi al giudizio! Si data al Vi sec. a.C. e non c’è traccia della mela. Questa iconografia è una delle più comuni per il mitico Giudizio.

Il titolo del quadro è decisamente descrittivo e lascia sperare che il mito ritratto sia facilmente identificabile, invece l’opera di Turner è il prodotto di secoli di analisi dotte del mito classico e risulta essere una elaborazione decisamente artificiale, per quanto affascinante. Infatti, la cosiddetta “mela della discordia” è un oggetto tanto citato quanto pochissimo (se per nulla) rappresentato dall’arte antica: la prima menzione della mela gettata da Eris – dea della Discordia – nel bel mezzo del banchetto nuziale di Peleo e Teti è nei Cypria, poema perduto del ciclo omerico.

Le nozze di Peleo e Teti sono forse il banchetto nuziale più noto del mito greco: i due sposi invitano tutti gli dèi tranne la dea della Discordia, per evitare brutte sorprese, e questa getta in mezzo agli invitati una mela d’oro con incise le parole “alla più bella” (anche su questo ci sono varie interpretazioni, le fonti più antiche non riportano le parole precise). Subito Era, Atena e Afrodite si presentano a “ritirare il premio” e Zeus, imbarazzato e non volendo subire le ire delle escluse, le invia insieme a Hermes dal pastore Paride, che altri non è se non uno dei figli di Priamo – il re di Troia. A Paride viene chiesto di scegliere quale dea premiare, lui sceglie Afrodite e..il resto è storia! La dea dell’amore gli promette le grazie della più bella donna del mondo e così il principe troiano si porta a casa Elena, moglie di Menelao re di Sparta. La guerra di Troia nasce proprio da questo scambio di favori.

Tuttavia, nessuna fonte antica afferma esplicitamente che la mela d’oro che tanti addusse lutti sia quella del Giardino delle Esperidi. Dei Cypria abbiamo solo un riassunto, ma non si fa riferimento alle Esperidi, il primo autore a ipotizzare questa provenienza è Colluto, autore, nel V secolo, del “Rapimento di Elena”, che Aldo Manuzio pubblica a Venezia nel 1521 e rende famoso, nonostante la pochezza letteraria del testo.

Una mela per stregarli tutti!

D’altronde, le altre due volte in cui il mito classico fa riferimento a mele d’oro si parla proprio dell’albero delle Esperidi. Il più antico è il riferimento alle mele che Ippomene lascia cadere dietro di sé per rallentare la corsa di Atalanta e riuscire a sposarla: Afrodite gliele aveva affidate prendendole proprio dal Giardino delle Esperidi e il trucco ebbe successo, ma decretò anche un tragico destino per i due amanti. E naturalmente la dodicesima fatica di Eracle, che si spinge fino all’Atlante ( luogo e Titano) e gli chiede di introdursi nel giardino e prendergli tre mele. Perciò è verosimile che, anche tra gli eruditi alessandrini, i più severi studiosi dei dettagli del mito, fosse accettato tacitamente che anche la mela d’oro del banchetto di Peleo e Teti provenisse dallo stesso, maledetto, albero!

Un dono nuziale

Cratere del Pittore di Licurgo, 360-340 a.C.
Conservato al Museo Jatta di Ruvo di Puglia.
Ringrazio Giovina Caldarola per la foto

L’albero delle mele d’oro era stato un dono della Madre Terra a Era, nel giorno del suo matrimonio con Zeus. Una circostanza interessante, dato che proprio in un altro matrimonio un suo frutto doveva recare tanto danno. Esiodo ci racconta l’occasione del dono e ci dice che fin da subito era stato affidato alle Esperidi, perché lo coltivassero, e a Ladone, perché lo custodisse. Questi era una creatura mostruosa, dall’aspetto di serpente, fratello (!) del serpente avvolto attorno all’albero da cui pendeva il vello d’oro, nella Colchide.

In poche parole, abbiamo qui la creazione della figura mitica del drago custode dell’oro, che sappiamo avrà moltissima fortuna soprattutto in età medievale e poi nel romanzo ottocentesco.

Si fa presto a dire Esperidi!

La individuazione del luogo esatto del Giardino dall’albero d’oro è uno dei colti divertimenti degli autori antichi: in fondo, Esiodo lo aveva collocato “al di là dell’Oceano”, perciò poteva trovarsi davvero dappertutto. Il termine espero indicava Occidente, ma quell’estremo Occidente era difficile da identificare con un luogo preciso. Erodoto, Plinio, Strabone, Ateneo, sono solo alcuni dei celebri nomi di chi cercò di suggerire un luogo plausibile: le attenzioni di molti sembrarono concentrarsi sulla regione africana della Libia e Ladone fu il nome attribuito a un fiume sinuoso, che facesse pensare alle sinuosità del serpente. Un altro tema che ha appassionato gli autori antichi è stata l’identificazione del frutto: si trattava davvero di un melo? O non era piuttosto un arancio? A questo proposito posso suggerire, tra i tanti, un articolo che mi è sembrato interessante ed esaustivo: L’aureo pomo delle Esperidi.

Le Esperidi di Robert Graves

Nel 1955 Robert Graves pubblica “I miti Greci”, un volume che rimane pietra miliare negli studi di mitologia. L’autore, infatti, raccoglie notizie dai testi antichi e ne traccia alcune linee interpretative che ancora oggi sono alquanto suggestive. Graves è stato un importante studioso dell’antico (indimenticabile anche la sua opera sull’imperatore romano Claudio), ma ha cominciato come poeta e ha fatto parte del gruppo di giovanissimi soldati-poeti della Prima Guerra Mondiale. Quando affronta la questione del Giudizio di Paride egli afferma convinto che la questione della mela sia stata influenzata dal mito di Eracle e delle Esperidi: la scena dell’eroe che prende la mela dalle tre ninfe avrebbe condizionato l’iconografia di Paride con le tre dee. Sulla ubicazione del Giardino, poi, Graves è convinto che si tratti di una metafora del tramonto e ne dà questa splendida descrizione:

I nomi delle Esperidi, descritte come figlie di Ceto e Forco o della Notte o di Atlante il Titano che regge il cielo nell’estremo Occidente, si riferiscono al tramonto. A quell’ora il cielo si tinge di verde, di giallo e di rosso e ricorda un albero di mele carico di frutti; e il Sole, tagliato dalla linea dell’orizzonte come una mela purpurea, cala verso la morte nelle onde dell’Occidente. Quando il sole è tramontato appare Espero. Questa stella era sacra alla dea dell’amore Afrodite e la mela era il dono di cui si servivano le sue sacerdotesse per allettare il re sacro, che uccidevano cantandogli canzoni d’amore. Se si dimezza trasversalmente una mela, si può vedere in ogni metà una stella a cinque punte.

(Robert Graves, Miti Greci, Longanesi 1983, Cap. 33. I figli del mare. Nota 7)

La scelta di Turner

Potremmo continuare a lungo, disquisendo sulle diverse tradizioni delle Esperidi e del loro albero d’oro, ma questo post vuole concentrarsi su ciò che accade all’antico mito una volta che viene dipinto da Turner. I suoi riferimenti classici erano vari e molto prestigiosi, tuttavia ammetto di non aver trovato neanche tra i mitografi inglesi a lui contemporanei una descrizione della scena così come lui la ritrae: la figura di Eris/Discordia potrebbe essere ispirata ai cenni che ne fa Virgilio (nel libro VIII dell’Eneide), ma l’idea dell’incontro con le Esperidi sembra proprio una invenzione di Turner.

Ruskin, come accennavo, dedica al dipinto un’analisi approfondita: nel quinto volume di Modern Painters introduce – a suo modo – il tema mitologico e poi si fa interprete delle scelte formali dell’artista. Qui potete leggere un articolo interessante sul commento del celebre critico, io posso dirvi che, secondo Ruskin, Turner ha voluto rappresentare la crisi della società inglese: il drago sarebbe l’ingordigia e la passione per l’oro, che guida l’inglese medio e ne offusca l’etica, tanto è vero che la tela sembra essere caratterizzata da una luce soffusa (e qualcuno la accostò a un arazzo, più che a uno dei luminosi dipinti turneriani). Le sorelle, figlie di Esperia e Atlante, sarebbero personificazioni di alcuni aspetti del potere femminile in relazione alla casa e alla famiglia: le mele ne sarebbero la corruzione.

Ode alla Discordia

Non ho gli strumenti per giudicare l’analisi di Ruskin. Sembrerebbe, a una prima lettura, chiedere un po’ troppo al quadro e ai suoi soggetti, soprattutto considerando il fatto che questo è uno dei quadri giovanili di Turner, quando ancora la sua inclinazione allegorica era meno sviluppata. Preferisco chiedere direttamente al pittore e leggere i versi con cui egli ha voluto accompagnare la tela: li ha intitolati “Ode alla Discordia” e in essi sembra illustrare la scena. Turner confonde le nozze e afferma che Discordia cercava vendetta per non essere stata invitata al matrimonio di Psyche (secondo Gage questo sarebbe un riferimento allegorico). Così, cercando un modo per far rimpiangere la sua esclusione, si reca presso il Giardino delle Esperidi e interroga le ninfe. Queste le raccontano ciò che accadrà se userà le mele: dalle parole di Turner e dalla immagine della ninfa che porge due mele, sembra di intuire che ogni mela ha un proprio destino e la dea deve scegliere cosa provocare.

Amore avvertì la ferita e le fondamenta di Troia tremarono

Discordia ha scelto: la sua mela provocherà una crisi d’amore e porterà alla distruzione di Troia.

The Goddess of Discord Choosing the Apple of Contention in the Garden of the Hesperides exhibited 1806 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/N00477

Ecco, riguardo il quadro nel suo insieme: il paesaggio è davvero fiabesco, il colore dominante è scuro, ma i personaggi si muovono in una nuvola di oro e arancio – chissà che Turner non abbia avuto la stessa intuizione che avrà un secolo dopo Robert Graves, riguardo al legame tra il Giardino e il Tramonto. In alto, su di una roccia, la belva sembra allungare la sua immonda ombra su tutta la valle, eppure qui trova spazio anche la lettura antica di Ladone come fiume. Le gentili figure femminili sono dei tocchi leggiadri di sensuale serenità.

Eppure, la donna che cela le sue sembianze, assomiglia a una fattucchiera, giunta a operare la maledizione. Nel gesto semplice della ninfa si svolge un destino di morte.

Particolare del quadro (foto mia)
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Il mito dipinto: Io e Giove

Antonio Allegri detto Correggio, Giove e Io, 1532-1533
Conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna

quando il Tonante, ravvolta la terra di vasta nebbia, nasconde la ninfa, la ferma e le toglie il pudore

Ovidio, Metamorfosi, libro I vv. 598-9

Sono giornate nuvolose e umide di una pioggia primaverile che fa rabbrividire, per questo ho pensato di spendere due parole riguardo a un dipinto che considero estremamente moderno per l’epoca in cui è stato realizzato. Si tratta del dipinto a soggetto mitologico realizzato da Correggio intorno al 1530 e raffigurante l’amplesso di Giove con la ninfa Io, figlia del dio fluviale Inaco.

Una storia complessa

La figura di Io mi ha sempre affascinato, perché la sua storia è tanto inverosimile – eppure nel mito greco ci sono personaggi o episodi davvero incredibili – quanto fondamentale nel tracciare un legame solido e atavico tra la cultura greca e quella egizia. Se è vero che il mito esprime sottoforma di racconto immaginifico anche eventi storicamente verificabili, beh, con il mito di Io si raggiungono livelli che danno vertigini. Eppure, la storia dell’arte registra non moltissimi esempi di raffigurazione di questo mito; alcuni li abbiamo esplorati con l’episodio precedentemente analizzato: l’uccisione di Argo, il guardiano di Io trasformata in giovenca.

Non sono riuscita a trovare un’immagine antica con Prometeo e Io.
Questo fotogramma appartiene a un film spagnolo del 1969.

Tra le fonti più antiche troviamo Eschilo e il suo Prometeo incatenato. Permettetemi di suggerirvi una lettura coinvolgente ed estremamente moderna, che analizza la sorte del titano alla luce della sua ribellione al volere divino, ma da persona perfettamente consapevole delle conseguenze del suo atto (pro-meteo, da προμανϑάνω, è colui che conosce prima gli eventi): dunque, in ultima istanza, una riflessione sul concetto di libero arbitrio, ma fatta nel V secolo a.C. e nei versi scolpiti nel bronzo del grande tragico. Dunque, Prometeo incatenato riceve la visita di una donna dal volto di giovenca; è incredibilmente spaesata e ha un tafano che la tormenta, sta viaggiando da mesi e non sa più dove si trova e soprattutto dove sta andando! Il titano si fa raccontare quel che già sa e poi le rivela che le sue peregrinazioni avranno fine in Egitto, dove finalmente potrà fermarsi, partorirà il figlio di Zeus e riacquisterà le sembianze umane.

Il contatto in un nome

Epafo sarà il nome del bambino, letteralmente “il tocco”. Perché il tocco di Zeus ha ingravidato la donna. Questo bimbo avrà l’enorme responsabilità di annoverare nella sua progenie, dopo generazioni, anche Danao, il padre delle cinquanta giovani sfuggite all’odioso matrimonio con i cugini. La figura di Io, nel panorama mitologico greco, è perciò di enorme importanza, perché costituisce un anello di congiunzione con la civiltà alla quale gli Elleni si sentivano più debitori, quella egizia. Non a caso, Erodoto tenterà un’estrema storicizzazione degli eventi e interpreterà le vicende di Io con antiche razzie e scambi di schiavi.

La dea con le corna

Io accolta da Iside
affresco pompeiano

Io trasformata in giovenca viene raffigurata raramente con le sembianze animalesche, per lo più troviamo una bellissima donna con un paio di corna! Ma anche in questo caso, il pittore non indulge nella caricatura, bensì rende le due punte come un crescente lunare e così la ninfa diviene una sorta di personificazione della luna, o per lo meno di una sua fase. Inevitabile ripercorrere il fiume in piena del sincretismo religioso e associarle Hathor, la dea-mucca, e soprattutto Iside, la dea dai mille nomi, spesso raffigurata nell’atto di allattare il figlio Horus e identificata anche con la luna.

Se Io è la luna eterna peregrina, come la vedrà un pastore errante dell’Asia qualche secolo dopo, Argo e i suoi cento occhi sono indicati da Ovidio stesso come le stelle del firmamento: la simbologia è completa, eccoci dinanzi a un ennesimo mito cosmico che rende poetico il mistero del creato.

Una committenza complicata

Come se non bastasse la ricostruzione perigliosa del mito, anche il quadro di Correggio ha sollecitato diversi studi, ancora non compiuti del tutto. La ricostruzione più probabile lo colloca in un ciclo di dipinti ispirati agli “Amori di Giove” richiesti da Federico II di Gonzaga e da questi poi regalati all’imperatore Carlo V, perciò oggi ritroviamo la tela a Vienna.

In quanti modi ti amo?

La scelta di Correggio è estremamente moderna, come dicevo all’inizio, e l’analisi di Melania Mazzucco chiarisce bene la peculiarità della forma artistica. Nella serie di testimonianze artistiche che ritraggono il momento dell’amplesso non si vede nulla del genere e, a ben vedere, anche il racconto ovidiano, fonte principale per Correggio e per i pittori impegnati in soggetti mitologici tra Cinque e Seicento, descrive uno scenario molto più idilliaco e consueto: Giove cerca un po’ di privacy, soprattutto rispetto alla gelosia della moglie, e, da bravo dio del cielo e delle nubi, avvolge il luogo dell’incontro con una fitta nebbia. Soprattutto, tutte le fonti sono concordi nel descrivere Io come una ragazza impaurita dal dio, preda delle sue voglie, addirittura ricattata: se non si concederà, suo padre Inaco subirà l’ira di Zeus.

Ma Correggio è alla fine della sua carriera, celebrata per quei soffitti vaporosi di nubi. Perciò, da una parte immagina una scena sensuale, e dall’altra prende alla lettera la natura di Giove e ne fa nuvola che abbraccia: il particolare del volto umano che bacia Io e quello sbuffo che stringe a sé le carni della bella ninfa (la quale, a sua volta, cerca il contatto solido con la nuvola divina), sono destinati a incantare chi guarda e a fargli provare la pervasività del tocco divino.

Da notare che, per tradizione, qualunque donna si trovasse dinanzi alle vere fattezze di una divinità era destinata a esserne consumata, vedi la tragica fine di Semele. Qui Giove sembra aver scelto una foggia non aggressiva, come la pioggia dorata che ingravida Danae, eppure più confacente al suo ruolo di dio “adunatore di nembi” (νεϕεληγερέτα).

Un mito cosmico trova spazio nel cosmo

Ogni volta che penso a Io, alla violenza di cui è stata vittima due volte, una perché aggredita dalla voglia del dio e l’altra perché trasformata in animale a coprire una colpa non sua, non posso fare a meno di riflettere sulla terribile ironia che ha fatto battezzare Io uno dei satelliti del pianeta Giove. Pare che i nomi di Io e di Europa per i satelliti di Giove furono elaborati in pieno Seicento, dunque in un’epoca in cui le vicende delle due donne venivano narrate come sensuali incontri amorosi. Nulla di più logico che identificare Io con una luna in orbita attorno al pianeta, immagine della ninfa che compie il suo desiderio nella contemplazione del dio.

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