Memorabili

Effetto origami 折り紙

Questo post è stato scritto pensando all’origami: la tecnica di piegare un foglio di carta in modo da ottenere una figura tridimensionale. L’idea è che, leggendo questo post, vi possiate perdere nelle sue pieghe e, svolgendole, vediate quali elementi hanno costruito l’articolo. Memorabili è costituito, infatti, dal ricordo di personaggi le cui vite avventurose e complesse si possono “svolgere” nelle pagine web linkate.

Targhe

Mi affascinano alcune manifestazioni di memoria che, più di altre, si attagliano alla definizione del titolo di questo blog: nella cittadina di Camogli (GE) sono le targhe commemorative a esprimere in pieno cosa significhi ricordare personaggi e avvenimenti legati al Mar Mediterraneo. La cittadina ne è piena, perché se è vero una via “Repubblica” e una “Mazzini” o “Garibaldi” non possono mancare in un borgo italiano, è altrettanto indiscutibile che, quanto più piccolo il borgo, tanto più importante sarà ricordare chi quel borgo lo ha fondato, formato, ampliato, fatto entrare nella storia d’Italia.

Persone o eroi

Passeggiando per le strade di Camogli, dunque, ci imbattiamo in personaggi che raramente rimangono oscuri, dato che la mano saggia della giunta comunale ha spesso aggiunto un accenno della storia relativa al personaggio o ai personaggi menzionati. Ci compaiono dinanzi agli occhi i protagonisti di una “Spoon River” urbana, priva dell’angoscia della tomba, ma capace di suscitare curiosità e poi affetto, orgoglio, stima, devozione e meraviglia. Il comune ha selezionato i suoi eroi in maniera attenta e ne ha collocato il ricordo spesso nel luogo che ha reso celebre quel o quella cittadino/a.

Sirene controcorrente

Alle sorelle è intitolata la rotonda, cioè il punto da cui partirono al recupero dei soldati in mare.

Il 24 aprile del 1855 un piroscafo inglese, avviato alla volta della Crimea, carico di viveri e di soldati piemontesi, viene avvolto dalle fiamme nel golfo di San Fruttuoso. Il nome Croesus già rimanda a un passato mitico, fatto di ricchezze orientali e a un monarca smanioso di dimostrare al mondo la propria superiorità. Ma nella realtà del golfo ligure, i marinai del piroscafo si gettano in mare per sfuggire alla morte nel fuoco (impossibile non pensare alla pira su cui trova la morte il lidio re Creso) e trovano la salvezza nella prontezza e nell’altruismo di due sorelle: Maria e Caterina Avegno. Il link che vi invito ad aprire riporta l’avvenimento con il piglio epico delle cronache della Domenica del Corriere! Quel che resta è il riconoscimento dell’estremo sacrificio che le due donne affrontano pur di salvare i poveri fanti poco avvezzi all’acqua e presi dal panico: Caterina sopravvive a stento, a Maria verrà attribuita una medaglia al valore, la prima a una donna, nonché varie altre onorificenze e un indennizzo ai numerosi figli.

Coloni per caso

Esiste un’isola, nell’Oceano Atlantico meridionale, considerata uno dei luoghi più remoti al mondo e dalla storia piuttosto singolare. Il nome glielo diede un marinaio che non vi sbarcò, ma la vide dalla sua nave nel 1506 mentre si dirigeva al Capo di Buona Speranza: il portoghese Tristão da Cunha battezzò così “l’isola di Tristan da Cunha”. Probabilmente data la sua posizione e i fortissimi venti, l’isola non ha un faro: anche per questa ragione, quando, a partire dal 1811, cominciò a formarsi la prima comunità di abitanti, molti di questi erano marinai che avevano fatto naufragio sulle sue coste. Non fu il caso del primo abitante, proveniente da Salem – la città delle streghe! Ma fu quello che capitò a Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, naufragati il 3 ottobre del 1892. I due camoglini sono ricordati in una targa non distante dal Museo Navale e oggi, tra i 300 abitanti della sperduta isola, si contano anche cognomi liguri.

Miracolo nel bosco

Io sono rimasta incantata dall’abito della Madonna e qualcosa mi dice che anche Angela non riesce a distogliere lo sguardo da quel tessuto damascato…

A proposito di cognomi, Camogli è la casa di una famiglia tanto antica quanto ramificata: gli Schiaffino. La prima Schiaffino a diventare famosa fu una pastorella, nel lontano 1518. Angela è infatti la protagonista di un miracolo che ancora oggi campeggia nei tondi di ceramica affissi sopra alcune porte e nel gruppo statuario (nonché nell’affresco sul soffitto) di una cappella della Basilica dell’Assunta, sulla c.d. isola del borgo camoglino. La Madonna apparve alla piccola Angela in un bosco, presso il quale si costruì il Santuario del Boschetto: la Vergine inviò Angela in paese con messaggi di pace e oggi la Madonna del Boschetto è spesso invocata nelle situazioni di crisi.

Patriota

Un altro Schiaffino famoso osserva oggi gli abitanti di Camogli e i tanti turisti mentre attraversano il corso principale del borgo (non la passeggiata a mare).

A Simone Schiaffino è dedicata una piazza che egli domina dal burbero ritratto di marmo: alfiere dei Mille, il rude soldato sembra scrutare con severità chiunque entri in città, oppure è solo estremamente infastidito dal fatto di dare le spalle al mare!

La sua è una storia densa di nomi illustri e di gesti eclatanti: è compagno di Nino Bixio, prima nella Loggia massonica e poi sul campo. Gli viene affidato il tricolore cucito dalle italiane di Valparaiso per Garibaldi nel 1855. Così lo descrive Cesare Abba nella sua Storia dei Mille: «… bel capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenire simile a lui nell’anima come gli somigliava già un po’ nel volto; biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d’eroe.» Io guardo la sua statua e devo rileggere più volte il dato biografico della sua morte, ad appena 25 anni!

Partigiano

Camogli borgo antifascista: uno dei suoi cittadini è ricordato in ben due luoghi. La “calata” a lui intitolata e poi la targa commemorativa, nella piazzetta sotto l’isola. Si tratta di Baciccia, tradizionale soprannome genovese che in questo caso si riferisce a Prospero Castelletto.

Santi in trasferta

Baciccia solitamente si riferisce a Giovan Battista e ne è una contrazione dialettale, ma il nome del partigiano Castelletto mi permette un breve excursus in questa carrellata di personaggi camoglini: Prospero è infatti il nome di uno dei due santi patroni di Camogli. Li troviamo nella chiesa dell’Assunta, ritratti sulle rispettive lettighe processionali, pronti a lanciarsi sopra la folla di fedeli: Prospero abbigliato da vescovo e Fortunato ancora con la divisa da legionario. Le loro storie sono molto interessanti perché entrambi si sono ritrovati a Camogli per caso. Prospero stava viaggiando da Tarragona, in Spagna, dove era vescovo, alla volta di Roma, per incontrare il papa e morì nel borgo ligure, correva l’anno 409; mentre per Fortunato la storia è un po’ più curiosa: verso la fine del Seicento i fedeli pescatori camoglini cominciarono a chiedere a gran voce un Santo patrono cui affidarsi nelle pericolose uscite in mare. Clemente XI finalmente rispose riesumando le ossa di un anonimo inumato in una delle catacombe romane e inviandolo a Camogli nel 1710: dopo un periodo di “sosta” a Genova, finalmente nel 1714 il nuovo santo venne accolto nella Chiesa dell’Assunta, spodestò Pietro e Paolo dal loro altare e venne battezzato dai camoglini “Fortunato martire“.

L’uomo che inventò il drago

E infine arriviamo a Ido Battistone: un personaggio dalla vita avventurosa e pieno di voglia di fare e di strafare. Vi consiglio di leggere la splendida conversazione che ho messo nel link, perché vi permetterà di tuffarvi indietro nel tempo, non solo di Camogli, ma di un’Italia e forse anche di un’Europa dove era possibile vivere sogni di gloria. L’infanzia e la giovinezza di Ido sono segnate dalla fatica, dal lavoro e dalla mancanza (di mezzi, di una figura paterna…), poi arriva la maturità e una responsabilità importante, quella di una figlia. Ma il gruppo di amici camoglini non riesce a farsi bastare il tran tran del porto e della pesca e dei lavori di artigiani e dei contatti con l’entroterra e con il capoluogo; ecco dunque che si accende la scintilla che farà divampare una piccola rivoluzione! Ido modifica un vecchio modello di scialuppa e lo fa diventare un’agile barca, che battezza “Dragun”, dal nome del castello della Dragonara, quello che domina l’isola e che contraddistingue Camogli. A partire da quell’aprile del 1968 (ma Ido ricorda primo maggio, una data ancora più emblematica) il Dragun diventa in poco tempo il simbolo di Camogli e ambasciatore di una “ligurità” che sa di sfida (nella regata veneziana, unica barca “straniera”) e di tenacia (nelle imprese sul Po o su altri fiumi europei). Oggi il suo dragun dorme coperto accanto alla enorme padella usata per la sagra del pesce di San Fortunato.

Epilogo

Camogli è ricca di lapidi e di strade intitolate a illustri concittadini: accanto a quelli che vi ho citato troviamo una serie di personaggi locali, pediatri, educatori, sindaci, una serie di figure importanti per la comunità. Questo è, in fondo, ciò che più si avvicina al concetto di eternità: assolutamente impensabile sfiorarlo per un essere umano, per definizione limitato nel tempo, eppure afferrabile da parte di chi si prodiga per il benessere dei propri concittadini.

L’eternità si compie nel ricordo dei posteri.

Il tramonto a Camogli è un’esperienza che va vissuta
Pubblicato in PAUSANIA - invito al viaggio, Sirene | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

L’italiana ad Atene

Una scienza giovane

Quando pensiamo all’archeologia dell’Ottocento ci immaginiamo la frenesia di Heinrich Schliemann – un non archeologo appassionato di Omero – e la calma coscienza scientifica di Carl Blegen, che ha dato ordine agli sterri del mercante svizzero e ci ha restituito la storia di Troia, al di là della leggenda. Oppure scrutiamo sotto la terra che ricopre il piccolo paese di Kastrì e contiamo i riccioli di Antinoo emerso sotto i colpi di pala e piccone diretti da Théophile Homolle, fino a quando lo spirito stesso della Pizia non ci indichi il luogo del tripode e sollevi il sipario sul tempio delfico di Apollo. Il Novecento archeologico si apre invece con la costruzione della leggenda minoica e Sir Arthur Evans impegnato a ridisegnare – letteralmente – il profilo dell’antica Cnosso.

Da sinistra: Arthur Evans, l’architetto Theodore Fyfe e l’archeologo Duncan McKenzie.
In questa immagine mancano i Gilliérons (padre e figlio) pittori e restauratori che contribuirono a ridisegnare l’immaginario minoico. Celebre l’affresco del c.d. Principe dei Gigli, ricomposto con frammenti di vari affreschi dal soggetto affatto diverso.

In questa prolifica stagione di scoperte eccezionali l’Italia si inserisce in punta di piedi e si ritaglia un posto di rilievo, ma distinguendosi per due aspetti: la raffinatezza delle scoperte e l’impostazione politica della ricerca scientifica.

L’Italia protagonista

A fine Ottocento, l’archeologia è una scienza ancora piuttosto giovane e un trentenne di Rovereto, Federico Halbherr è di certo la punta di diamante tra gli studiosi italiani: scopre a Creta, isola greca ancora sotto controllo ottomano, la grande iscrizione greca di Gortina e comincia a tessere una trama complicata, ma dal magnifico disegno, per far diventare l’archeologia italiana protagonista della ricerca nel Mediterraneo.

Gli intellettuali italiani di fine ‘800 sono estremamente attivi a livello internazionale: questo nuovo regno sabaudo deve a tutti i costi emergere e smarcarsi da un certo provincialismo, dovuto a secoli di frammentazione e di sottomissione politica.

Domenico Comparetti

Halbherr può contare sull’appoggio di Domenico Comparetti: filologo romano di stanza a Firenze, importante studioso dei papiri di Ercolano e convinto patrocinatore delle ricerche cretesi, inoltre estremamente influente nella politica del regno. Comparetti è legato a Pigorini da interessi culturali e a Luigi Adriano Milani, Direttore del Regio Museo Etrusco di Firenze, anche da stretta parentela – ne è il suocero – perciò costruisce una rete di contatti che lavorino di concerto per il medesimo, glorioso, fine: la costituzione di una Scuola Archeologica ad Atene, che affianchi le altre scuole straniere già presenti su suolo ellenico e protagoniste di celebri scavi (si pensi, oltre a quelli citati in apertura, anche agli scavi nell’agorà greca di Atene, opera della Scuola Archeologica Americana).

La Scuola dovrà essere finanziata dal Ministero della Pubblica Istruzione, perché il suo ruolo nel panorama culturale internazionale dovrà essere di primo piano; sarà ambasciatrice dell’eccellenza italiana e permetterà di avere in ambito culturale ciò che la politica estera ancora non permette: un ruolo colonialista di prim’ordine. La tappa ateniese è solo la prima del disegno di Halbherr, in seguito arriverà Cirene e la Tripolitania.

Il primo Direttore

Una volta tessuta la complessa struttura della ragnatela, il passo più delicato è la scelta del Direttore: un uomo che dovrà unire all’alta considerazione in ambito scientifico, la capacità di destreggiarsi diplomaticamente nelle piccole trappole politiche che il sistema dell’Accademia italiana è pronto a disporre per intralciare la nascita di questa nuova istituzione, foraggiata dallo Stato e dunque temibile concorrente. Luigi Pernier è studioso rispettato, formatosi a Roma e stretto collaboratore di Milani nel giovane museo fiorentino. Comparetti e Halbherr sono decisi, hanno trovato il loro Direttore. Milani si convince quando capisce che potrà ottenere dal suo protetto quei pezzi egei che gli mancano per provare la contiguità tra la civiltà etrusca e quella anatolica.

Luigi Pernier

Pernier diventa il primo Direttore della SAIA, ma il suo nome è ricordato soprattutto in connessione con il c.d. Disco di Festòs, da lui scoperto e studiato. I suoi anni ateniesi trascorrono in perfetto accordo con la sua personalità schiva e solo la lettura delle lettere e degli appunti permette di comprendere a fondo quanto essenziale sia stato il suo ruolo nel cucire rapporti e costruire relazioni, nell’impostare il lavoro di studio e nell’organizzare la biblioteca della Scuola.

Ma siamo in Italia, benché su suolo greco, e le insidie della burocrazia sono più forti di qualsiasi merito: gli anni alla SAIA non gli sono riconosciuti e Pernier deve rientrare in Italia e sperare di guadagnare punteggio lavorando per il Museo di Firenze, la Soprintendenza fiorentina, l’Università degli Studi. La figura di studioso serio e meticoloso diventa il suo biglietto da visita allorché cambia ambito accademico mantenendo ruoli direttivi di grande responsabilità.

La Scuola Archeologica Italiana di Atene deve molto a Luigi Pernier e nel 2009, celebrando il centenario della fondazione, ha pubblicato un numero speciale dell’Annuario dove ho avuto il piacere e l’onore di ricordare la figura dello scienziato e dell’uomo: destinato a rivestire luoghi direttivi per dare una veste seria a giochi di un potere giovane e già corrotto.

Questo il mio articolo:

Nota a margine

Nel 2002 arrivai in odòs Parthenònos, archeologa piena di speranze, già bagnata nelle acque dell’Egeo durante l’Erasmus a Salonicco del 1999. Nel cuore il corso accademico sulle stele funerarie attiche del professor Luigi Beschi e la lettura di Zorba il Greco di Katzanzakis, l’idea di poter studiare archeologia a stretto contatto con quella Grecia – classica, romana, bizantina, romantica – che aveva dato forma alla mia idea di umanità era per me fonte di grande emozione e costante stupore. Nell’estate di quel mio primo anno la Lega si scagliò, dalle pagine della Padania, contro gli sprechi del governo e, tra le tante voci, si sottolineava la follia di finanziare una istituzione straniera…proprio la nostra Scuola Archeologica che, ancorché Italiana, aveva sede ad Atene (!). Ma non si trattava di una situazione limitata al 2002: la apparente “incongruenza” emerge periodicamente nelle interrogazioni parlamentari e in qualche articolo di colore, volto a far sollevare sopracciglia annoiate.

Ebbene, la storia della SAIA parla di eccellenze, di studiosi fondamentali per la comprensione del nostro passato. Scorrendo i nomi dei Direttori e degli allievi, ripercorriamo le tappe della conoscenza delle nostre radici e nei confronti di quegli uomini e di quelle donne dobbiamo essere grati; le pastoie burocratiche hanno sempre assediato le stanze e la biblioteca della Scuola, ma quelle sale hanno continuato a produrre il meglio della ricerca archeologica italiana.

Pubblicato in Sirene | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La bambina che attendeva il solstizio

Questa è una fiaba, oppure una storia inventata una sera di dicembre, da chi aveva il cuore troppo pieno di fantasie.

C’era una volta una bambina dai capelli scuri e dagli occhi grandi, con il viso attaccato alla finestra della sua stanza. La punta del naso si era già raffreddata e le guance cominciavano a congelarsi piano piano, mentre il fiato formava un alone rotondo sulla superficie della finestra. La bambina aveva deciso che avrebbe aspettato alzata il momento del solstizio.

Le era stato spiegato che si trattava di un passaggio – da una stagione all’altra, dall’autunno all’inverno – e che in quel momento si compiva un mistero grandissimo, il mistero della rinascita cosmica. Aveva anche chiesto il significato di un nome così particolare come “solstizio” e le era stato risposto che si trattava del fermarsi del sole. Noncurante delle implicazioni anche più terribili del concetto di “rinascita cosmica”, la bambina aveva deciso di credere supinamente alla spiegazione del sole fermo.

Perciò aveva scelto un punto da cui l’osservazione del sole sarebbe avvenuta senza intralci: la sua stanzetta, orientata verso Ovest. Comunicata la risoluzione, sua madre le aveva fatto presente che – tecnicamente – il momento di solstizio si sarebbe verificato in piena notte (!) e questo, beh, questo ci aveva messo un po’ a capirlo e accettarlo. Aveva perciò preso un foglio bianco, di quelli un poco ruvidi che suo padre teneva entro album rilegati in cuoio rosso, in uno dei lunghi cassetti della scrivania. Poi aveva aperto la scatola di velluto sistemata sul ripiano della medesima scrivania e aveva estratto un giallo, due marrone, un verde e un blu: ritrarre l’affascinante dio non era stato difficile, suo padre ne aveva appeso un’immagine sfolgorante al di sopra del pianoforte, diceva che gli serviva da ispirazione quando si decideva a comporre.

Luca Giordano 1685

Apollo sul carro solare, un disegno iperrealistico che la avrebbe aiutata a immaginare meglio. Era sempre così, ogniqualvolta voleva giocare a “quasi vero”, sua occupazione preferita, doveva prima disegnare i protagonisti e poi buttarsi anima e corpo in una creazione mentale che le faceva abbandonare temporaneamente l’io cosciente e permetteva a una versione di lei, assolutamente incorporea, di incontrarsi con quegli amici immaginari e vivere avventure senza limiti e confini.

Ora, insieme ad Apollo che le sorrideva dal foglio, aveva deciso di attendere l’evento e di guardare con i grandi occhi neri fuori dalla finestra. Due occhi che fissano la notte. Brillano di curiosità e di emozione, eccitati dall’immaginazione.

Cosa fissano, nella notte buia?

Un campo di stelle scintillanti.

Un lampo di metallo che guizza improvviso

Un muggito strozzato che sembra nascere dalle viscere della terra

Un battito d’ali nere e un gracchiare di corvo

Due fuochi fatui, fiaccole che illuminano per un momento lo sguardo atterrito del toro

Mitreo di Marino – II sec. d.C.
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Fresque_Mithraeum_Marino.jpg

Finalmente lo scorge, è solo un ragazzo! Ma non guida un carro, non ha la chioma bionda. Solo un ragazzo, coperto del sangue del toro.

La bambina sa di aver assistito a una cosa mirabile, e i suoi grandi occhi, ormai abituati al buio, cominciano a vedere i contorni di una caverna, il luogo in cui tutto ha avuto compimento. La bambina è consapevole della sua responsabilità, come testimone. Sa che da oggi e per l’intera sua vita i suoi occhi si poseranno su tutto ciò che è opportuno ricordare, ma che spesso è troppo doloroso vedere.

Per l’intera sua vita. Per 28 lunghi giorni.

Pubblicato in Sirene | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Delle tre melarance che tu divenga amante

La Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Ct) è un appuntamento che ormai mi appartiene: per ben tre anni di seguito sono stata invitata, inizialmente come testimone di un certo tipo di comunicazione culturale e poi come testimone della Rassegna stessa. Con gli occhi di un’Alice consapevole, ho attraversato i luoghi della manifestazione e ho cercato di raccontarli attraverso immagini e riflessioni.

Quest’anno la mia curiosità ha cominciato ad alimentarsi già all’interno della ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, che accoglie la manifestazione. Un luogo di per sé affascinante, con i candidi stucchi tra le macchie annerite del soffitto, che quest’anno ha ospitato una mostra di costumi scenici, curata da Ariana Talio e dall’Archeoclub di Licodia Eubea, da sempre attento a utilizzare gli spazi della ex chiesa per iniziative culturali di spessore.

Con “Abitare il racconto”, Ariana Talio ha voluto esporre i costumi da lei creati per un allestimento de “L’Amore delle tre melarance”, settecentesca trasposizione teatrale a firma di Carlo Gozzi.

Io sono cresciuta con le “Fiabe italiane” raccolte da Italo Calvino e le tre melarance sono un ricordo indelebile, quasi quanto l’espressione “bianca come il latte, rossa come il sangue”: nella mia mente prende forma all’istante l’immagine di un vecchio albero frondoso, una fonte in pietra, rigorosamente circolare, e infine ragazze esili e bianchissime, dai lunghi capelli e dalle labbra vermiglie. I ricordi si confondono quando si tratta di ricostruire la trama della favola e la spiegazione è semplice: quelli appena menzionati sono gli ingredienti di molti racconti del folklore italiano. I costumi di Ariana Talio mi hanno dato l’opportunità di fare un po’ di ordine nella mia memoria…

A volte mi diverte il pensiero che le favole siano state – e continuino a essere – catalogate: sembra quasi di vedere un grosso mobile in legno scuro, pieno di cassetti nei quali troviamo riferimenti a temi che, combinati in infiniti modi, danno vita a infiniti racconti. Così accade per le tre melarance, eppure la versione di Gozzi ha una genesi ben precisa: il nobile poeta veneziano spiega nei minimi dettagli che la sua favola teatrale è la risposta – per le rime, è il caso di dirlo – alla supponenza di commediografi come Pietro Chiari e Carlo Goldoni, i quali pretendono di far divertire il pubblico portando in scena episodi del quotidiano, grossolani e scostumati, come se solo la rappresentazione della realtà potesse interessare chi frequenta i teatri. Carlo Gozzi vuole dimostrare che il pubblico si diverte a seguire “fiabe fanciullesche” e trame immaginifiche, piene di “maraviglie”.

Così, nella seconda metà del Settecento, Gozzi sforna una serie di opere teatrali che prendono spunto dalle raccolte di Basile o da racconti folklorici diffusi nell’area veneta. La versione di Gozzi acquista una popolarità immediata e diventa un “classico”, cui altri autori attingeranno a piene mani nel corso del successivo secolo romantico: la Turandot di Puccini è debitrice dell’opera gozziana del 1762 e Prokofiev nel 1921 metterà in scena una variante dell’Amore delle tre melarance del Gozzi.

Dettaglio di uno dei costumi, foto di Gregorio Giarrusso.

La versione di Carlo

Carlo Gozzi pubblica un commento ragionato della prima rappresentazione, addì 25 gennaio 1761, quando coinvolse la compagnia teatrale di Antonio Sacchi, già coautore di Goldoni: i teatranti sono esperti improvvisatori di canovacci e all’autore è sufficiente dare loro gli appunti essenziali su come dovrà svolgersi la trama. Tra i protagonisti troviamo la Fata Morgana e il Mago Celio, metaforicamente simboleggianti Pietro Chiari e Goldoni, cioè imbonitori che, ognuno con il suo stile, cercano di sviare il giudizio del pubblico. A Gozzi resta il compito di far divertire con i lazzi della commedia dell’arte e attingendo a piene mani ai racconti delle nonne, cioè a trame che chi assiste allo spettacolo conosce bene, fin da bambino, per cui, tolte le sorprese dell’esito dell’azione, si conserva intatta la voglia di farsi meravigliare:

Aprivasi la scena al cortile del castello di Creonta. Ebbi occasione di conoscere, all’apritura di questa scena con degli oggetti affatto ridicoli, la gran forza che ha ‘l mirabile sull’umanità. Un portone fatto a cancello di ferro nel fondo, un cane affamato, che ululava, e passeggiava, un pozzo con uno viluppo di corda appresso, una fornaia, che spazzava il forno con due lunghissime poppe, tenevano tutto il teatro in un silenzio e in un’attenzione nulla minor di quella ch’ebbero le migliori scene dell’opera de’ nostri due poeti [Chiari e Goldoni]

Carlo Gozzi, Analisi riflessiva della fiaba L’Amore delle tre melarance, in “Racconti di orchi, di fate e di streghe”,
I Meridiani, p. 392.

Melarance e Melagrane

Il racconto inserito nella raccolta di Calvino è intitolato “L’Amore delle tre melagrane” e Calvino stesso traccia, nell’apparato critico, la serie di filiazioni che hanno presumibilmente portato alla versione abruzzese della storia, quella a cui lui fa riferimento. Dunque, “noce, nocciola, castagna, cocomeri, cedri, aranci, mele, melangole, melarance, melagrane”, frutti diversi a seconda del luogo di diffusione della storia, ciò che rimane invariato è il nucleo del racconto: un principe deride una anziana donna, questa si scopre essere una potente strega che lancia una maledizione, il principe è così condannato a struggersi d’amore per tre melarance. Una volta trovate le melarance, il principe deve stare ben attento ad aprirle vicino a una fonte d’acqua: dai frutti escono infatti ragazze bellissime che muoiono di sete. Due non vengono soccorse in tempo, la terza invece sopravvive perché il principe è riuscito a bagnarla prima che fosse troppo tardi. Quindi il ragazzo si allontana per andarle a prendere abiti adatti a una principessa e la strega approfitta per operare una scellerata sostituzione: infilza la testa della fanciulla con uno spillone e questa si trasforma (in colomba o in altro essere, a seconda della versione della storia), al suo posto viene messa una ragazza brutta, solitamente “turca” o “saracina”, e al suo ritorno il principe viene convinto del fatto che si tratti della stessa principessa che lui aveva lasciato “bianca come il latte e rossa come il sangue”. A malincuore il giovane porta al castello la promessa sposa, ma – e qui il racconto può allungarsi notevolmente – un caso fortuito permette alla ragazza della melarancia di riprendere il suo aspetto: vivono tutti felici e contenti, non prima di aver punito atrocemente la mora impostora.

O mythos deloi

Il costume della principessa trasformata in colomba.
Foto di Gregorio Giarrusso.

La versione di Carlo Gozzi è ambientata in un Settecento veneziano, con personaggi cari alla città lagunare, come Pantalone o Brisighella. La vicenda del principe Tartaglia e del fedele Truffaldino sembra a tratti una parodia delle imprese di Don Giovanni e Leporello, ma il principe gozziano è soprattutto la caricatura del giovane ricco e viziato. Il messaggio più importante di tutto il racconto sembra essere “il riso fa buon sangue”: un invito a frequentare il teatro e le belle commedie, a farsi distrarre da scherzi genuini e a cogliere il lato ironico della vita. La parte magica è fondamentale, certo, dal momento che l’azione prende le mosse da un sortilegio e la trama è risolta dallo scontro tra la Fata e il Mago, tuttavia la maledizione è la reazione alla brutta risata suscitata da un’anziana che cade, mentre il gesto che libera la bella principessa giunge alla fine di un’esilarante scena del quotidiano: la colomba che disturba il cuoco e fa bruciare l’arrosto per il re!

Abiti e Abitare

Entrare nella ex chiesa a Licodia il terzo weekend di ottobre significa immergersi in un mondo fatto di racconti: la dimensione cinematografica, le luci basse, lo schermo grande, i soggetti tratti da antiche civiltà e dai loro monumenti più affascinanti. Quest’anno la sensazione di viaggio fantastico è stata amplificata dalle trine e dalle piume, dai colori e dalle maschere disposte lungo le pareti: come antichi guardiani di un mondo di teatro e favola, invitavano al sogno e al sorriso. In fondo basta poco, è sufficiente indossare l’abito o anche solo accostare al volto la maschera di piume e paillettes, ed ecco che la nostra “persona” diventa qualcun altro e agisce secondo altre volontà.

Provo a immaginarmi Carlo Gozzi mentre si aggira orgoglioso tra il pubblico della Rassegna: guardando i volti degli spettatori, tutti intenti a seguire le vicende di archeologi di terra e di mare, italiani o stranieri, avrebbe probabilmente commentato citando se stesso:

la mia audacia cominciava a non esser più colpevole

“Racconti di orchi, di fate e di streghe”, I Meridiani, p. 394.
Foto di Gregorio Giarrusso

Ringrazio di cuore tutto lo staff della Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica di Licodia Eubea, ma soprattutto l’Archeoclub di Licodia Eubea che con Gregorio Giarrusso e Vincenzo Palmieri mi ha fornito i testi e le immagini relativi alla inaugurazione della mostra “Abitare il racconto” e alla brochure esplicativa.

Pubblicato in Sirene | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento