Passione etrusca

Siamo giunti alla Quinta giornata di Archeoracconto!

Una giornata splendida, trascorsa nelle capaci sale del Museo Etrusco di Villa Giulia, a Roma. Guidati da Luca Mazzocco, che ha seguito paziente le indicazioni mie e di Marina Lo Blundo e ha organizzato una visita davvero interessante e votata al racconto che gli oggetti archeologici possono suggerire.

Una giornata salutata da Valentino Nizzo, il Direttore di Villa Giulia, e coordinata da Anna Tanzarella, che ringraziamo di cuore per la fiducia e l’entusiasmo!

Archeoracconto cresce, diventa sempre più solido nell’organizzazione e più suggestivo nel prodotto finale.

Un ringraziamento speciale va agli archeonarratori che hanno partecipato con…passione e si sono messi in gioco per raccontare la loro archeologia!

A noi non resta che lasciarvi alla lettura del quinto volume: una celebrazione dell’amore per gli Etruschi, proprio nel giorno della festa degli innamorati!

Ecco qui il volume in pdf, scaricabile gratuitamente:
Passione etrusca

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Il sole dentro

Lo scorso ottobre sono stata ospite della Rassegna del documentario e della comunicazione Archeologica di Licodia Eubea e, tra un film, un documentario e una presentazione, ho avuto la possibilità di girare nei dintorni. Ne sono scaturiti dei post, le Cronache di Licodia, ma il materiale raccolto in quei giorni non si è ancora esaurito…

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Giovanni Verga, che si è spento a Catania il 27 gennaio 1922. Io ho avuto la ventura di inoltrarmi nelle “rughe” di Vizzini, il paese che gli aveva dato i natali.

Due passi nel Museo dell’Immaginario Verghiano di Vizzini.

“Una voce poco fa” Maria Callas gorgheggia sardonica: Rosina che ne sa una più del diavolo, trilla con astuzia e già pensa al suo Lindoro e a come riuscirà a “vincere” contro il burbero tutore che le impedisce il vero amore. La vanità (e forse vacuità? Ah, bricconcello di un Gioacchino!) femminile riempie la piccola sala all’ultimo piano della palazzina in cui è allestito il Museo dell’Immaginario verghiano, a Vizzini.

Quest’ultimo piano, come si confà a un piano nobile, è arioso e luminosissimo, in una ventosa giornata di fine ottobre: Margherita Riggio, collaboratrice dell’Assessorato al Turismo e co-curatrice del progetto espositivo, mi sta presentando il suo illustre inquilino, Giovanni Verga.

La mia conoscenza di Verga, lo confesso, è sempre stata piuttosto “antologica”, scolastica. Questa visita, per alcuni versi inaspettata, mi ha aperto gli occhi e ha sollecitato una certa qual curiosità riguardo all’illustre letterato.

Perché, in effetti, quello che si sperimenta nelle sale del museo a lui dedicato, allestite con cura e intelligenza, non è tanto la vita letteraria di Verga, quanto la sua passione e il suo spirito: indomito, curioso, impetuoso, scanzonato, buono, impertinente. Un uomo nato il 2 settembre del 1840 in questo paesino arroccato su una bassa collina, tutto pieno di saliscendi e di viuzze strette e ripide, di scorci da mozzare il fiato e di chiese, ah quante chiese (!), che svelano dietro ogni colonna gli occhi brillanti di una Madonna o di qualche Santo, secenteschi nelle fogge e moderni negli sguardi.

Facile comprendere il motivo che ha spinto Margherita a cominciare il racconto di Verga dalla sala in cui ci troviamo: è dedicata alle figure femminili che hanno attraversato la vita dell’autore verista. E cosa c’è di più “vero” della passione? Perché le ragazze, le donne, che Verga conosce sono una sorta di florilegio di passioni: la purezza (finta), l’audacia (vera), la ritrosia, l’intelligenza … sì, nelle donne di Verga l’intelligenza diventa un’arma di seduzione, qualcosa per cui rischiare il tutto per tutto, lontano da casa.

Nella sala si ricompone un sodalizio letterario, quello di Verga e Capuana, insieme nella Firenze capitale d’Italia, nel 1865. A scambiarsi idee e anche donne, a frequentare salotti letterari dove la passione per le lettere spesso sfociava in passione carnale.

Tra i volti che mi guardano in questa sala ci sono due donne che hanno incrociato in modi diversi, ma ugualmente intensi, la vita di Verga: Giselda Fojanesi (4) ed Evelina Cattermole (5). La prima, infelice moglie del poeta Mario Rapisardi e felice (?) amante di Verga, la seconda, felice (?) amante di Mario Rapisardi e poetessa dalla vita avventurosa come un romanzo… ottocentesco.

Io ricambio lo sguardo trasognato e rimango colpita dalla presenza di così tante fotografie: molte sono opera dello stesso Verga e ritraggono le donne che ha conosciuto, ma anche e soprattutto le persone della sua famiglia e chi viveva nel suo palazzo, i contadini e le loro famiglie, gli amici, i vicini…

Affascinante anche il solo pensiero che il “padre” del Verismo fosse un così convinto e abile utilizzatore dell’invenzione che più di ogni altra ci ha posto di fronte al quesito sull’essere e l’apparire.

E così attraverso le sale, la musica intanto cambia e rimanda le note della Cavalleria Rusticana, ambientata poco distante da Vizzini, in un luogo oggi fatiscente, fagocitato da una natura non domabile. Osservo le teche con il panciotto, i pettini per i baffi, la macchina fotografica, le lettere…e dalla parete mi fissano docili gli occhi di chi immagino sia stato un po’ la cavia di questo scrittore-fotografo.

Gli elementi della macchina fotografica, qui in primo piano e nella vetrina in secondo piano.

Mi domando se, proprio questo gioco della fotografia, non abbia suggerito allo scrittore punti di vista diversi, più intimi, dai quali osservare i soggetti dei suoi racconti.

Riprendo a scorrere i volti delle amiche: Maria Brusini (6), che ebbe con Verga un rapporto epistolare durato nove anni e che non poté incontrarlo perché osteggiata dalle zie, le quali avevano raccolto informazioni su quel siciliano con la fama di sciupa femmine. Paolina dei Greppi Lester (2), dell’alta nobiltà di Milano, che Verga incontra a quarant’anni (lei è di poco più grande) e alla quale invia questo primo biglietto: “Basta un vostro sorriso per farmi nascere il sole dentro”.

Altre tre donne sono riunite nel “catalogo”: una è Eleonora Duse (7), con la quale Verga parla di Cavalleria Rusticana, poi c’è Lidia Cristofori Piva, (3) musa di Carducci, il quale diventa – anch’egli – rosso di passione e rabbia per il favore che Lidia mostra verso il lestofante siculo, e infine c’è Dina.

Un nome altisonante quello di Dina Castellazzi di Sordevolo (1), giovane contessa che fa vivere a Giovanni Verga anni di grande – di nuovo – passione … che il “generoso” scrittore condivide con Paolina Lester Greppi.

Sì, non c’è dubbio che in queste fotografie Giovanni Verga ci è restituito in tutto il suo splendore di poeta, romanziere, amatore, un perfetto personaggio da feuilleton.

Eppure, quel “sole dentro” non si accende in maniera indiscriminata: attraversando le sale del museo notiamo anche le parti scure del carattere di Verga, ne leggiamo i momenti bui, entriamo nel mondo di una borghesia siciliana che ha ancora indosso l’aura della famiglia nobile (i Verga pare risalissero a un ramo cadetto dei Fontanabianca) ed esercita il potere della proprietà terriera: una responsabilità gravosa e delicata nella Sicilia dei Vespri e dei Fasci.

Le campane delle mille chiese di Vizzini suonano mezzogiorno, l’orario tipico per i duelli. Chissà quanti ne avrà suscitati Giovanni Verga, l’uomo giunto dalla Sicilia per rubare i cuori delle donne più conturbanti e tormentate di quei primi anni del Regno unificato. Un uomo inquieto, che, in quelle terre così distanti dalla sua, cercava chi potesse restituirgli il sole, cui costantemente anelava.

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La dodicesima notte

Esiste un modo per sognare senza paura di essere svegliati bruscamente: basta decidere l’inizio e la fine del sogno, regalarci un sicuro perimetro e, all’interno di questo, lanciare la nostra fantasia a briglia sciolta.

Questo deve essere stato il pensiero che ha portato al processo di organizzazione del Natale. La nascita di un bambino divino è solo l’aspetto esteriore di una tradizione molto radicata (ramificata, direi) nei secoli. Come nella ricetta di un dolce goloso, partiamo dal nucleo, il solstizio di inverno, e aggiungiamo ingredienti che hanno a che fare con il periodo invernale, così come viene vissuto da società agricole in età medievale: una festa di luce (il 13 dicembre) e il lusso di concedersi riposo e feste durante quel periodo dell’anno in cui la terra stessa riposa e il seme cresce, indisturbato, e le attività all’aperto si riducono drasticamente. Otterremo un periodo di 12 giorni (in alcune tradizioni anche qualcosa di più) che i Cristiani decidono di dedicare a Gesù Cristo, ma senza rinunciare alle gioie di Saturno e delle feste che lo celebravano nell’antica Roma, i Saturnali.

Dei Saturnali manteniamo l’aspetto ludico e quella farsa che vede il sovvertimento dell’ordine sociale: lo schiavo eletto rex saturnalicius e il patrizio costretto a indossare gli abiti del servo. Feste, schiamazzi e regali e tanto, tanto cibo…

Gentile da Fabriano, L’Adorazione dei Magi, 1423.

La conclusione di tutto ciò sarà la dodicesima notte dopo il Natale: una notte associata al viaggio di tre Magi, uomini sapienti che dall’Oriente odoroso giungono a Betlemme in cerca del “re dei re” e finiscono per offrire doni preziosi a un piccolo bambino in mezzo alla paglia.

Io però preferisco rimanere un po’ più pagana e, anziché celebrare gli uomini saggi, decido di ricordare la magia che loro portano con sé: questa notte diviene perciò un luogo sospeso, un momento in cui le identità di ciascuno vengono mescolate e forse, in questa mascherata, riusciamo a dire alcune verità che la vita quotidiana ritiene “fuori luogo”.

William Shakespeare sapeva bene cosa chiedere alla Dodicesima notte e così scrisse l’opera omonima, che sottotitolò “What you will” (Ciò che volete), proprio a sottolineare l’arbitrarietà degli eventi: Viola si traveste da uomo, il conte Orsino non riesce davvero a riconoscere la donna sotto le mentite spoglie? Oppure è più comodo per lui temporeggiare? E la contessa Olivia? Davvero è così cieca da confondere la ragazza con un affascinante giovane? O forse è un gioco delle parti così ben congegnato da sfuggire di mano ai protagonisti… fino a quando questa “notte” lascia il posto a un’alba piena di promesse di felicità e i due gemelli, Viola e Sebastian, diventano i compagni ideali, anche se di modeste origini, dei due nobili in cerca di emozioni vere (e plebee).

Quindi cosa sta accadendo in questa “dodicesima notte”? Tre Magi seguono una stella, una vecchia sorvola i tetti dei bambini a cavallo di una scopa, una donna si traveste da uomo per stare accanto a colui che ama.

Walter Howell Deverell, “Scena da La dodicesima notte di William Shakespeare, atto II scena IV”, 1850

Una mattina d’inverno del 1850, Walter Howell Deverell entrò con la madre in un negozio di modista a Cranborne Alley, a Londra. Fu catturato dalla visione di una delle commesse e quella sera stessa si recò dagli amici William Hunt e Dante Gabriel Rossetti in preda all’eccitazione per aver trovato una vera musa ispiratrice.

Si trattava di Elizabeth Siddal, che, nei giorni successivi, fu convinta a posare per la Confraternita dei Preraffaelliti e segnò il suo destino: di donna, di poetessa, di musa. Il primo quadro in cui comparve fu proprio uno di Deverell, ispirato alla piéce scespiriana: Elizabeth è ritratta nei panni da uomo di Viola.

La dodicesima notte è la notte in cui tutto è possibile: seguiamo anche noi la nostra stella e per una notte (e per l’ultimo giorno del Natale) sovvertiamo il destino, forse ne troveremo uno migliore!

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A cavallo di un drago

Paolo Uccello, San Giorgio e il drago, 1460 circa.
National Gallery, Londra

C’è un famoso quadro di Paolo Uccello, che ritrae San Giorgio nell’atto più familiare: l’uccisione del drago e la liberazione della principessa (a Silcha o Silene, città della Libia, dice la Legenda Aurea). Di quel quadro mi ha sempre colpito la classe con cui la ragazza tiene il drago al guinzaglio. In una scena concitata, ricca di movimento, ella è una sorta di silhouette fragile e compìta, che non batte ciglio ma tiene al guinzaglio… il drago! E poi, un guinzaglio? Era forse uscita di casa con il fedele cagnolino, magari sbranato dalla bestia immonda, e così si era ritrovata un guinzaglio fra le mani? In realtà si tratta della sua cintura, San Giorgio – riporta ancora al Legenda Aurea – la invita a usare la cintura per condurre, ormai mansueto, il mostro in città.

Una volta imparate quelle due o tre cose sul significato della cintura, soprattutto per le donne di alto lignaggio, quel quadro mi ha ispirato ancora più curiosità e interesse.

Afrodite e Adone, su di un vaso di V sec. a.C. conservato al Louvre.
La dea indossa una vistosa cinta attorno ai fianchi.

La cintura è quella di Afrodite, che fa innamorare di sé tutti gli uomini che vuole, ma anche quella di Ippolita, la regina delle Amazzoni, che offre il cinto a Eracle e segna il proprio destino.

La cintura è il simbolo della verginità della donna: bisogna stare attenti a come la si usa e basta a volte poco perché venga sottratta, quindi va difesa.

Ippolita consegna la cintura a Eracle

Dunque la principessa, che secondo le regole dei sacrifici doveva essere vergine nel momento in cui veniva offerta al drago, si fa beffe della bestia e invece di perdere la sua verginità, la usa per sottomettere. Chissà se questi pensieri erano davvero connaturati nelle menti (maschili) che hanno elaborato la Legenda Aurea…Certo è difficile non pensare che il rapporto così speciale tra principessa e drago riecheggia un altro incontro biblico, quello della giovane Eva e dell’infido (?) serpente…


Jacopo Tintoretto, San Giorgio, san Luigi e la principessa, 1552. Venezia, Gallerie dell’Accademia
(dal Palazzo dei Camerlenghi) https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2018/08/tintoretto-mostra-venezia/

Fatto sta che quei due versi del XIII secolo hanno formato l’immaginario collettivo occidentale e non vi è principessa salvata da San Giorgio che non si sciolga la cinta per guidare il drago verso la città. Ma una di loro compie un atto ancora più ardito (o hard?) e il drago, legato, lo cavalca (!): si tratta della principessa di Tintoretto, la quale, in un quadro dalla prospettiva claustrofobica, si distingue per un gesto davvero poco nobile. Nessuna delle figure del quadro guarda lo spettatore, l’unica creatura è il povero drago, che sembra schiacciato in quella porzione di tela così stretta. San Giorgio e San Luigi sono invece concentrati su di lei: “Mia signora, ti avevo detto di mettergli il guinzaglio, non si saltargli in groppa!” “Principessa, non credo che vostro padre approverebbe“… ma tant’è, ormai il dado è tratto.

Inseguendo principesse a cavallo di draghi mi sono imbattuta in una scena altrettanto bizzarra: questa volta si tratta nientepopodimeno che di una Santa (!), la quale sembra fare le veci sia di Giorgio che della principesa. E il drago che cavalca mi ha fatto ricordare la scena memorabile di Fantasia, quella con coccodrilli e struzzi… solo che nel film Disney era il coccodrillo a guidare lo struzzo…

La santa è Marta, sorella di Maria, entrambe sorelle del ben più noto Lazzaro. Nel racconto evangelico i loro personaggi sono quelli che, in un gergo cinematografico, potremmo chiamare dei “caratteristi“: servono, in pratica, e esemplificare dei cliché e infatti Marta è colei che bada alla casa, indaffarata perché il Signore si senta a suo agio, mentre Maria sospende ogni lavoro domestico per ascoltare la parola del Signore… insomma, due sorelle Materassi in salsa biblica, tanto il protagonista indiscusso è il fratello redivivo!

Immagine tradizionale della Tarasca. Ancora oggi, a Tarascona, si porta in processione un carro con il mostro e la Santa, l’ultima domenica di giugno. https://it.wikipedia.org/wiki/Tarasca

Ma è di nuovo nella Legenda Aurea che Marta trova la sua rivincita (e il suo drago): narra infatti Jacopo da Varagine, il compilatore delle agiografie medievali, che Marta, Maria e Lazzaro dopo l’ascensione di Gesù, si ritrovarono a Marsiglia e di qui ad Aix, dove Maria cominciò a essere associata e confusa con Maria Maddalena, mentre Marta riscosse notevole successo per la facondia e la capacità oratoria, che le permetteva di fare proseliti. Ad un certo punto, altre leggende, dalle origini meno chiare, fanno ritrovare Marta a Tarascona.

Da sola, senza fratelli, Marta affronta la Tarasca, cioè un animale assimilato a un drago ma molto più complesso e ibrido, una sorta di grande rettile, un po’ serpente e un po’ tartaruga, sputafuoco ed estremamente pericoloso. Qui, Marta, che secondo anonimi commentatori si farebbe forza del suo nome riecheggiante il dio della guerra, unisce in sé i due aspetti del guerriero e della principessa, tira fuori la cinta e, come da copione, lega al guinzaglio la bestia! Stavolta, però, siamo in mare, ecco quindi che la scena appare molto meno aulica, ma ha un ché di grottesco…

In realtà potrei avventurarmi in un excursus nipponico e fare riferimento a una dea che cavalca un drago in acqua, ma direi che lo lascio a un’altra occasione.

Questa breve riflessione sui draghi al guinzaglio mi giunge fresca all’inizio di un nuovo anno: ho trascorso il 2018 a cercare draghi, da accarezzare, da guardare, da fotografare, da farmi amici. Ora credo sia giunto il momento di munirmi di finimenti pregiati e imbrigliarli, per mettere a frutto queste conoscenze. I finimenti, cosiddetti, li trovo senza dubbio nel mondo della fiaba o della leg(g)enda, là, cioè, dove i draghi sono ben noti, cacciati, sconfitti financo!

Perciò mi avvio guardinga in questo 2019 e provo a non farmi spaventare dai talenti dragheschi che ho accumulato, paziente. E riprendo una frase spesso citata, ma che approfondisco, risalendo alla fonte primaria: “Tremendous Trifles” di G. K. Chesterton. Pubblicate nel 1909, queste “Tremende bazzecole” si occupano in maniera sarcastica e brillante di molte idiosincrasie della società. Fa innanzitutto meraviglia e un po’ inquietudine realizzare quanto moderno sia il pensiero di Chesterton, quanto, ancora, ahimé, attuale. In secondo luogo, in queste bazzecole l’autore inserisce molte riflessioni sul valore educativo delle fiabe. E quindi arrivo alla frase che mi indica la via da percorrere nell’anno che è appena iniziato.

Fairy tales, then, are not responsible for producing in children fear, or any of the shapes of fear; fairy tales do not give the child the idea of the evil or the ugly; that is in the child already, because it is in the world already. Fairy tales do not give the child his first idea of bogey. What fairy tales give the child is his first clear idea of the possible defeat of bogey. The baby has known the dragon intimately ever since he had an imagination. What the fairy tale provides for him is a St. George to kill the dragon.

(Le fiabe, dunque, non suscitano la paura nei bambini, in nessuna forma; le fiabe non danno al bambino l’idea del male o del brutto e cattivo; queste idee sono già insite nel bambino, perché fanno parte del mondo reale. Le fiabe non danno al bambino la prima idea dell’uomo nero. Quel che le fiabe danno al bambino è la prima, chiara idea della possibilità di sconfiggere l’uomo nero. Il bambino è a conoscenza del drago, fin dal primo momento in cui lo riesce ad immaginare. Quel che la fiaba fornisce al bambino è un San Giorgio che uccida il drago)

G. K. Chesterton, Tremendous Trifles (the Red Angel)

Io il drago non lo voglio uccidere, non cerco un San Giorgio. Ma ho già slacciato la mia cintura…

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