Oh fortuna velut Luna semper crescis aut decrescis

 

E così ci ritroviamo alla fine di un altro anno, con gli occhi che già bramano la visione di quello successivo. Fine e principio, conclusione e inizio: un “nastro di Moebius” che dalle nostre parti decidiamo di tagliare il 31 di dicembre.

In effetti, l’umanità ha sempre festeggiato il “capodanno” scegliendo un momento particolare all’interno del ciclo delle stagioni, preferibilmente legato a qualche avvenimento astronomico che facesse riferimento al concetto di rinnovamento. In Egitto, ad esempio, il capodanno era celebrato unitamente alla piena del Nilo, dunque intorno alla metà di luglio; in Grecia cadeva ad Agosto e a Roma in Marzo, altre due date connesse a importanti mutamenti stagionali, soprattutto ai lavori agricoli.

 Con Giulio Cesare incontriamo il primo capodanno invernale: non più legato al risveglio primaverile e al ciclo lunare, ma elaborato da Sosigene di Alessandria e basato sui cicli delle stagioni. Il buon Giulio, nell’intitolare i nuovi mesi che venivano individuati da questa suddivisione, decise che l’anno sarebbe iniziato in GENNAIO, cioè IANUARIUS, il mese dedicato a Giano. Quest’ultimo era dio bifronte invocato nei momenti di passaggio tra un “prima” e un “dopo”, con uno sguardo al passato e uno proiettato già verso l’anno appena cominciato.

Ecco, quindi, che – pur cambiando i punti di riferimento principali – anche nella riforma del calendario, che verrà poi adottata dai Paesi conquistati dall’Impero romano e poi da quello cristiano, è mantenuto un aspetto fondamentale del Capodanno: il rinnovamento che si compie salutando ciò che è stato e accogliendo ciò che sarà.

E allora salutiamo anche quest’anno il rinnovamento, ascoltiamo gli aruspici e gli astrologi che ci possono indicare in quale direzione ruotano i gorghi della sorte

Carmina Burana Oh Fortuna

Rinnovamento sarà perciò la nostra parola d’ordine.. e quale è il migliore, più completo, rinnovamento?

Affidiamoci ai Tarocchi e scopriamo che la carta n. XIII è quella della trasformazione, della perdità del nostro vecchio sé per riscoprirne uno nuovo.. sì, la carta n. XIII è la MORTE.

Nikos Kazantzakis, illuminato scrittore vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900 – un Capodanno allungato, potremmo dunque dire? – aveva ben compreso il potere rigenerante della morte e ne aveva creato un’immagine poetica, struggente e potente al tempo stesso.

Nello scrivere un ideale seguito al poema omerico dell’Odissea, Kazantzakis invia il suo Ulisse in un ultimo giro del Mediterraneo: come una sferica palla da biliardo, il re di Itaca rimbalza tra le isole e ritorna sui suoi passi, non più tessendo inganni per modificare una realtà troppo banale, ma cercando di ricomporre le tragedie degli uomini suoi contemporanei.

Ulisse sa, la conoscenza è sempre stata la sua Musa ispiratrice e la sete di sapere il suo unico sostentamento; ora vuole condividere, ma non trova nessuno alla sua altezza. Allora cerca ancora più in alto, lontano da sé e dagli altri. Il vecchio re si allontana dal Mediterraneo e dalle rotte conosciute e incontra esseri di luce, spiriti che possono indicargli una strada che esce dal mondo umano e sfocia nel sovrumano: l’ultimo fiato Ulisse lo utilizza per richiamare a sé le ombre di chi ha amato durante la sua vita, i compagni del suo lungo girovagare.

Kazantzakis riflette sulla capacità dell’uomo di continuare ad imparare, a dispetto delle circostanze avverse. In un passo della sua Odissea, lo scrittore cretese lascia che la Morte giunga, inaspettata anche se invocata, e si sdrai accanto ad Ulisse… la Morte è stanca e si addormenta… e sogna…

La morte sogna la vita

La Morte venne e si coricò al fianco di Odisseo; stanca per aver vagato tutta notte, le palpebre pesanti, bramava anche lei distendersi sulla riva col vecchio amico, sotto l’ ombra di un salice, dormire anche lei un poco; posò lievemente le mani ossute sul petto dell’ Arciere e cosi abbracciata la valorosa coppia precipitò nel sonno. Dorme la Morte, e sogna che esistano uomini vivi, che s’ innalzino case sulla terra, e palazzi e regni, che vi siano giardini fioriti, e che alla loro ombra passeggino donne gentili e cantino le schiave. Sogna che sorga il sole, e che la luna illumini, che giri la ruota del mondo, e che ogni anno porti erbe e fiori, e frutti d’ ogni sorta, e dolci piogge e neve; e compia un altro giro rinnovando ancora la terra. Sorride di nascosto la Morte, lo sa bene ch’ è un sogno, vento multicolore, fantasia della sua mente stanca, e tollera incurante che l’ incubo la assilli. Ma pian piano si rianima la vita, la ruota prende slancio; la terra apre avida le viscere, penetrano pioggia e sole, infinite uova si schiudono, la terra brulica di vermi, muovono folti eserciti di uomini, uccelli, fiere, pensieri e si avventano per divorare la Morte addormentata. E una coppia di umani rannicchiata nelle grotte delle sue nari accende e attizza il fuoco, poi si prepara il pranzo, e al suo forte labbro sospende la culla del neonato. Sente un solletico sulle labbra, un formicolio alle nari, si scuote d’ improvviso la Morte, cosi svanisce il sogno; per un attimo fulmineo ha dormito, per quell’ attimo ha sognato la vita.

(da «Odissea», 1938: libro VI, vv. 1266-1293; trad. Nicola Crocetti)

Ecco qual è il rinnovamento! Il trionfo della Vita nei sogni della Morte… l’abbandono di una quotidianità sterile in cambio di una novità incerta ma fertile!

Ecco l’augurio più gradito.

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