“Non sono che una donna, ma possiedo la ragione…” [Lys. 1124]

Aristofane.
Quando penso a donne che si mobilitano, un riflesso pavloviano mi porta ad Aristofane e al suo sarcasmo. La capacità di questo autore ateniese del IV sec. a.C. di mettere in scena – utilizzando, come d’uopo, esclusivamente attori maschi – le istanze femminili, esasperate e strumentalizzate per lanciare messaggi precisi e pungenti alla classe dirigente ateniese.

La tragica esperienza della Guerra del Peloponneso e degli anni che seguirono, quando gli scontri interni ad Atene fecero precipitare la città in un periodo buio di disordini politici, etici e sociali, si riflette nelle trame delle commedie di Aristofane, che diventano sempre più surreali, come se la soluzione ai problemi della società fosse il sovvertimento della società stessa.
L’idea di far parlare le donne si inserisce proprio nel filone utopistico della produzione aristofanesca: se nemmeno la satira più feroce, nemmeno la fotografia più impietosa della mediocrità degli uomini di governo, riesce a smuovere le coscienze… ebbene, ci si rifugi nell’utopia e da lì si riparta per costruire un mondo completamente diverso, ché di questo non sappiamo più che farci.

In effetti, quanto a surrealismo già nella Pace, del 421 a.C., Aristofane aveva dato prova di splendida inventiva, quasi futurista. Ma io penso che nelle commedie che hanno per protagoniste le donne, il commediografo riesca davvero a rompere ogni schema mentale e a creare un’atmosfera nuova per il suo tempo, nella quale inserire un progetto di rinnovamento dalle fondamenta.
Mi riferisco a Lisistrata e a Ecclesiazuse: la prima del 411 a.C. e la seconda del 391 a.C.
Aristofane parte con una prima idea, quasi banale nella sua semplicità: chi fa la guerra non fa l’amore.
Una eco in chiave moderna raggiunge l’Italia del 1970 al popolarissimo Festival di Sanremo, istituendo quel sottile fil rouge che anche in questa sede desidero seguire nel mio ragionamento…
Aristofane sembra mettere in scena uno spettacolo di scatole cinesi: per fermare la guerra è necessario bloccare l’approvvigionamento di denaro, per questo le donne si impadroniscono dell’Acropoli di Atene, sede del tesoro della Lega Delio-Attica; per far desistere gli uomini dal forzare il blocco bisogna interrompere… l’attività sessuale! La battagliera Lisistrata conserva nel nome il doppio riferimento al ruolo che si è scelta (colei che scioglie gli eserciti) e al personaggio reale della sacerdotessa di Atena in carica negli anni della commedia, Lisimaca. Aristofane mette in scena una raffica di battute a doppio senso e colpisce al cuore gli spettatori: le sorti della città e di tutta la Grecia sono in mano a uomini che non sanno decidere per il meglio, non rimane altro che fare riferimento alle donne, le quali hanno dalla loro un’arma di persuasione assai potente.

Le donne chiamate in causa, tuttavia, appartengono ad una classe sociale ben precisa ed è forse proprio in questo che sta la forza dirompente della provocazione aristofanesca: non vi sono schiave o meteche tra le donne ribelli, si tratta di mogli e madri, di quelle donne solitamente tenute dietro alle pesanti porte dei quartieri femminili, poco istruite nelle arti “liberali” ed esperte di tessitura e di oikonomia (economia domestica). Eppure le donne arruolate da Aristofane sono in grado di badare a loro stesse, si presentano come una società parallela, quasi il lato affascinante delle Amazzoni: ciò che a loro manca, riescono a procurarselo seguendo altre vie.. e la guerra va conclusa anche perché blocca gli “approvvigionamenti” di falli di cuoio.. (vv. 108-110)

La conclusione della commedia passa attraverso la “messa a nudo” del bisogno che lega uomini e donne gli uni alle altre; il poeta che nel Simposio di Platone immaginava gli esseri umani primordiali come grosse, rotonde mele, divise in due metà che sempre cercavano di ricongiungersi, di fronte alle tragiche divisioni della Guerra cerca una soluzione fisiologica e sembra trovarla.

Passano alcuni anni, la Guerra del Peloponneso si è conclusa in modo devastante per Atene e l’Attica e in città si sono succeduti regimi “a corrente alterna”, ma che hanno avuto il minimo comune denominatore nel clima di sospetto e di vendetta, nelle liste di proscrizione e in un immiserimento generale dei costumi sociali. Aristofane ha rappresentato nel frattempo Le Rane, un’opera quasi intimista, che sfocia nel rito misterico (con splendidi effetti comici) e che ha per protagonisti proprio quei drammaturghi, spesso chiamati a indicare la via come preparati maîtres à penser. Tuttavia torna a guardare alla donna come unica via d’uscita: evoca figure femminili ancora più risolute delle compagne di Lisistrata e sicuramente più impegnate politicamente.

Nelle Ecclesiazuse le donne, debitamente travestite, si prendono un posto nell’Assemblea cittadina (l’Ecclesìa) e ribaltano le regole della vita cittadina: il potere decisionale sarà in mano alle donne, un golpe greco che cancella con un colpo di spugna tutte le sovrastrutture del vivere in comunità (guerre, tribunali ecc.) e lascia le necessità primarie.
Tra queste non può mancare il sesso.

Ecco, le donne che si prendono carico del governo del bene pubblico, impostano una condivisione totale (e forse qui si sente più forte la mano maschile nella stesura della trama): il sesso, ancorché venire bandito, non sarà appannaggio dell’iniziativa femminile, anzi diventerà un’attività regolata per legge e coinvolgerà TUTTI i cittadini e le cittadine. Saranno finalmente tolte anche le ultime barriere dell’unione carnale: tutti avranno diritto ad andare a letto con i belli e le belle, l‘estetica sarà superata dalla norma e chi vorrà giacere con una bella donna dovrà prima andare a letto con le donne più vecchie o più brutte.

Questa forma di “tassa patrimoniale” sembra preoccupare più l’uomo che la donna, perché nella società greca rivisitata dal commediografo, l’iniziativa spetta comunque sempre all’uomo, la donna è sempre destinata alla stanza solitaria, solo che ora, invece di aspettare invano uno spasimante che non la sceglierà, la vecchia come la giovane e la brutta come la bella saranno certe di venire prescelte.

Quanto al resto, le donne si preoccuperanno di imbandire le tavole di tutti, i bambini saranno allevati dagli uni o dagli altri, le guerre non saranno più necessarie, la comunione dei beni supererà la proprietà privata.. l’armonia sarà garantita dalle donne, cui Aristofane sembra guardare come esseri che abitano una realtà “superiore”, più equa e meno meschina.

La commedia ha una conclusione che apre una nuova dimensione: si finisce nel bere e nel mangiare e nessuno, sul palco o tra gli spettatori, riesce a credere fino in fondo a questa favola ben raccontata. Tuttavia, per lo spazio di uno spettacolo, ci siamo illusi di avere la soluzione a portata di mano.

I secoli trascorsi non hanno modificato i beni primari che condizionano l’agire degli esseri umani: domenica 13 febbraio 2011 è andata in scena l’utopia del “mondo a rovescio” aristofanesco, dove i cori di uomini e di donne sembravano accordarsi nei canti e nei ritmi. Ma cosa è stato chiesto a chi partecipava? Aristofane chiedeva alle donne qualcosa che le distinguesse dagli uomini: non una semplice provocazione strumentale, ma una soluzione politica all’impasse creata dagli uomini, troppo condizionati dalle loro passioni carnali e ormai distanti dai veri bisogni della società. Forte della necessità di coerenza, il commediografo ateniese parlava della stessa arma, dall’inizio alla fine: il sesso, inteso come mezzo e contemporaneamente auspicato come soluzione. Non c’è vergogna in Aristofane, se non quella che suscita la mancanza di dignità, e non c’è mancanza di dignità nel sesso.

Gli uomini e le donne che si sono riversati nelle piazze italiane domenica 13, hanno risposto ad un invito che fin da subito ha nascosto un altro messaggio; forse ipocrisia? Sicuramente superficialità: evocare le drammatiche riflessioni di Primo Levi e associarle agli strusciamenti di quattro vecchi bavosi è già di per sé un salto mortale della coerenza intellettuale. Ma tant’è, pare che nella nostra società “moderna” sia solo lo slogan a convincere in pieno (vd. “chi non lavora, non fa l’amore”); ciò che in Aristofane era una presa di coscienza sollecitata da una condizione generale della politica non solo cittadina, ma della Grecia intera (quindi, in pratica, di più cittadine-stati), in Italia oggi è il pretesto di ripulire la comunicazione massmediologica, sostituendo alle immagini contenuti vuoti.

Far credere di dare all’indignazione un colore non politico ma di genere è l’ultimo atto del nostro Grande Papi: continuare a guardare il dito ignorando a bella posta una luna sempre più beffarda, è l’ultimo ritrovato della politica del “lavaggio del cervello” che avviene “per immagini” perché ormai non siamo più in grado di leggere ed elaborare. Ben prima degli scandali di Arcore, le nostre strade sono state tappezzate di immagini molto simili a quelle che riempiono i nostri telegiornali da mesi, la differenza è che quelle immagini erano corredate da didascalie molto più pericolose delle parole intercettate:



La reazione indignata è perciò sembrata quasi in dissincrono rispetto all’andazzo della società italiana (e non solo italiana).

Chiamare a raccolta donne “dignitose” per rispedire sui cartelloni le donne “poco dignitose” che si erano azzardate a scendere e a occupare residence e luoghi istituzionali, suona piuttosto pretestuoso e poco “femminile”, anzi, la riprova del fatto che la mentalità ipocrita e pavida, tanto tenacemente respinta fin nell’Atene del IV sec. a.C., associata al maschilismo più becero, ha finalmente prevalso.

In Aristofane si fa salva la caratteristica femminile dell’avvenenza e della sensualità, e la si mette “al servizio” della politica, della gestione pubblica; in Italia si utilizza la carica politica per metterla “al servizio” della sensualità femminile… e ciò che indigna la donna non è questa chiara violazione del diritto pubblico, ma la prudérie bacchettona, ora e sempre, della libertà privata. Meglio un/una politico/a mediocre che una prostituta in Parlamento… non sulla base di una maggiore o minore capacità politica, ma sulla base della “dignità” personale.

Un bel salto mortale, non c’è che dire; un ottimo esempio di coerenza e integrità per le giovani generazioni che ci guardano metterci in maschera (oggi è la sciarpa bianca, il 1 dicembre è il nastro rosso… ma di educazione sessuale nelle scuole, manco a parlarne!) e addirittura indossare una maschera (la foto del profilo cambiata ad hoc.. ma senza un minimo filtro, ad accostare M.me Curie e Madre Teresa di Calcutta…), per manifestare non più un’idea ma un “atteggiamento ideale”.

La conclusione non è ancora nota; di certo, anche queste manifestazioni sfociano nell’utopia e non perché a farle sono le donne, ma perché a farle sono spesso figure di donne, non persone in carne ed ossa.

La manifestazione più tenace e complicata, più coinvolgente e – sulla lunga distanza – più duratura, è quella quotidiana, che vede la donna nei suoi ruoli di moglie, madre, lavoratrice, meretrice, suora, figlia… riprendere coscienza di se stessa e cercare l’altra metà (uomo o donna che sia) perché solo il completamento dell’esperienza umana può davvero dare nuovo valore al termine dignità.

Perciò devo alla mia patria un buon consiglio; e per il fatto di essere donna non impeditemi di proporre qualche rimedio alla situazione attuale. Anche noi contribuiamo al tesoro ateniese; diamo gli uomini” [Aristofane, Lisistrata, vv. 648-651]

Mina canta Nuda, scritta da Don Backy





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5 risposte a “Non sono che una donna, ma possiedo la ragione…” [Lys. 1124]

  1. francesca scrive:

    Cara Ste, hai voluto vedere solo una parte delle motivazioni della mobilitazione. Quella che purtroppo i mass media hanno subito strombazzato: Arcore, le escort di Silvio…
    Se ci fossi stata avresti visto che in piazza c’erano molte e molti che da sempre vedono la condizione femminile come una priorità: i circoli che da sempre sono femministi e non dai fatti di Arcore, le mamme (come la mia) che hanno letto “Dalla parte delle bambine” e hanno trasmesso certi ideali alle loro figlie (e magari anche ai figli maschi), persone come me, che ogni giorno vedono il mondo destinato ai propri figli diventare sempre più brutto.
    Ognuno di noi combatte anche la sua battaglia quotidiana; ma questo non esclude l’esigenza di esternare ogni tanto il proprio pensiero. Lo si può fare con un dottissimo post come questo, ma lo si può fare anche scendendo in piazza. Dare del superficiale a chi ha fatto questa seconda scelta mi sembra snobistico… che ne sai del percorso personale che ha portato ciascuno a manifestare? che ne sai della personale “piattaforma politica”? davvero sono tutti meno coerenti e integri di te che hai scelto di stare a casa a riflettere su Aristofane?
    Vedi, ognuno ha i propri ideali e le proprie priorità e ognuno cerca di affermarli nei modi che gli sono più congeniali. Non è detto che chi ha scelto di sostituire l’icona di facebook sia poi così lontano da me che non l’ho fatto.
    Può darsi che noi che eravamo in piazza guardassimo il dito e non la luna. Ma tu stai “buttando il bambino con l’acqua sporca” e io, da mamma, non me lo posso permettere. Non posso accontentarmi di una medaglia alla coerenza. Ho il dovere di provare a cambiare le cose, con ogni strada…
    Con immutata stima!

  2. Stefania scrive:

    Carissima!
    son contenta del tuo commento! Sappi che non ho buttato lì due parole, tanto per fare la snob, ma ho riflettuto a lungo e ho letto tanto, soprattutto le motivazioni che hanno chiamato a raccolta tante persone. Sarà il mio percorso personale, che già al liceo non mi faceva partecipare ai tanti cortei e soprattutto che mi ha fatto litigare più di una volta con chi voleva “portare in piazza tanta gente” così, tanto per far numero! Ecco, io mi sono stufata. Mi sono stufata delle scampagnate idealistiche… sono belle, non dico di no.. ma non ci hanno ancora portato a nulla di concreto.. e non dico a livello istituzionale ma sociale! Nei giorni in cui ci si radunava per scendere in piazza a difendere dignità e valori sociali, sui quotidiani nazionali veniva pubblicata la lettere di una madre.. Il figlio ha partecipato a una scazzottata, ha picchiato a sangue insieme a degni compari un ragazzo di 15 anni. La madre ha scritto dicendo che il figlio ha 20 anni, che lei e il marito non sono “una famiglia disagiata”, come era stato velocemente derubricato dai media, e che lo hanno educato, ma poi a 20 anni uno può capitare che sbagli… e comunque, concludeva la lettera, di certo, quando il figlio di anni ne aveva 15, non lo mandavano in giro di notte a comprare Vodka…come il ragazzo che suo figlio ha picchiato a sangue.. Lo vedi, donna, moglie, madre.. eppure… non è una questione di genere ma di persone. Sono stata ovviamente contenta di vedere in piazza tanti uomini accanto a tante donne.. ma allora non c’era bisogno di inquadrare il movimento entro schemi rigidi.. far salire su palchi, allestiti dall’illuminata direttrice che ha escogitato la campagna pubblicitaria che ho riportato, attrici donne… Non so, io sono stufa… preferisco 1000 volte di più venire a casa da te e chiacchierare della scuola calcio di Claudio o delle conquiste di Martino, preferisco comunicare con le ragazzine cui faccio ripetizione, suggerire letture.. dare strumenti.. attingendoli dalla mia esperienza quotidiana.. Preferisco un movimento di idee che agiscano dentro la società, perché il tuo ruolo di madre è più importante di qualunque manifestazione… e il genere dei tuoi figli non li esime dal concetto di dignità.
    Forse ti sono sembrata troppo snob.. me ne dispiace perché non era quella la mia intenzione, io ho solo bisogno di vedere intorno a me persone che riescano ad essere individui nella società, so che tu lo sei e per questo è bello il confronto, perdonami se alcune tue scelte non le condivido.

  3. francesca scrive:

    Sai, questa cosa che le manifestazioni di piazza non portano a niente mi pare contraddetto dai fatti di questi giorni. Pensa se al Cairo tutti avessero scelto di fare “gli individui nella società”, o si fossero messi a sottilizzare sulle singole parole dell’appello a scendere in piazza… E poi pensa che se non ci fosse stato il movimento femminista (pur con tutti i lati discutibili che vuoi) esisterebbe ancora il delitto d’onore e lo stupro sarebbe ancora un reato contro la morale e non contro la persona
    Sicuramente ogni mobilitazione ha tante anime, e non con tutte ci si sente pienamente in sintonia; ci sono promotori non sempre coerenti; ci sono slogan non sempre indovinati, ma ti ripeto: per i diritti delle donne, per l’ambiente, per gli animali, contro ogni razzismo, contro ogni rigurgito di fascismo, per la giustizia ecc.. io ci sarò sempre. Perchè non basta educare i propri figli se la società intera va da un’altra parte.

    p.s. ma sbaglio o eri al vaffanculo day a Bologna?

  4. Stefania scrive:

    beh… mi dispiace, io vedo tantissima differenza tra le manifestazioni, non le bollo tutte alla stessa maniera. Per questo, sì a Bologna c’ero e ho pure firmato per un referendum che è stato presentato ma non preso in considerazione, perché, pensa un po’, Grillo e le persone, come me, che hanno partecipato a quella manifestazione sono state definite “anti politiche”. Allora diciamo che la mia idea di politica e di partecipazione politica cozza violentemente con la tua e quella di milioni di persone. Perfetto, che posso farci? Io continuo a pensare che l’educazione data ad un figlio forma la società in cui il figlio cresce. In questo senso le individualità formano una società completa.
    Io ho scritto le mie personali considerazioni riguardo alla manifestazione del 13 febbraio 2011, se vuoi sapere le mie considerazioni personali sulle manifestazioni del Cairo ti dico che sono ispirate da ben altri principi e spero, fortissimamente spero, di poter vedere anche in Italia, prima o poi, la stessa feroce disperazione e la stessa feroce e sanguinante necessità di un mondo diverso. Perché lì la società è più pronta della nostra italiana e riesce a chiedere, noi ancora sappiamo solo piangere. In Egitto chiedevano dimissioni e ponevano una alternativa; in Tunisia chiedevano riforme precise, specifiche.. sul pane… In Iran hanno da anni alternative più valide ad Ahmadinejad e se scendono in piazza lo fanno TUTTI uomini e donne, non hanno bisogno di slogan particolari.. non è uno spot pubblicitario… E intanto, di quei cartelloni che ho messo nel mio articolo, hai mai saputo qualcosa? Ti hanno mai detto che i pubblicitari italiani utilizzano quelle immagini per vendere prodotti a uomini E a donne, gli uni solleticati e le altre indotte a cercare di essere come quei cartelloni? E del decreto milleproroghe e delle porcate che ci hanno infilato, anche e soprattutto contro la libertà della donna? e della campagna pubblicitaria della De Gregorio, per rilanciare il suo giornale? E delle puttanate fatte dalla De Gregorio nei confronti di Fulvio Abbate, qualcuno ha cognizione? Di tutto questo non poteva farsi carico la manifestazione di domenica scorsa eppure le istanze erano proprio quelle della dignità femminile. Ma no, scusa, ma non voglio ridurre il concetto di dignità ad una questione di genere… se mi viene detto che le donne non ci stanno più a essere trattate come puttane.. io rimango perplessa e mi guardo queste puttane e mi chiedo? chi tratta chi? E poi vedo che le donne indignate fanno una manifestazione.. ma dove stiamo finendo? ma non era quello che veniva detto delle ragazze che facevano la fuitina? non è stato lottato per permettere a chiunque di fare quel che gli pareva? e allora perché manifestare tra donne ???? che senso ha? E’ questo quel che ho voluto dire, Francesca. Liberissima di non condividere la mia opinione però spero che il mio pensiero non sia travisato. In realtà io ho visto che la manifestazione del 13 febbraio è stata annunciata come donne indignate contro le troiette dell’Olgettina, poi hanno cambiato il tiro e hanno detto che erano donne indignate contro Berlusconi, poi hanno cambiato di nuovo il tiro e hanno detto che erano uomini e donne contro il Presidente del Consiglio… A quando uomini e donne che chiedono un Governo decente e nuove elezioni, mettendosi davvero in gioco? Io nel mio piccolissimo cerco di mantenermi informata e di guardare questi avvenimenti senza perdere di vista il problema principale: saremo davvero in grado di presentare una società diversa all’Italia che si sveglierà senza Berlusconi?

  5. francesca scrive:

    In effetti Grillo è un esempio di coerenza… ce l’ho con i partiti, questo è un movimento, anzi no alla fine fondo un partito anch’io…
    Non mi convinceva quella manifestazione, che mi sembrava venata di qualunquismo, però certe sue battaglie erano condivisibili (e le condivido tutt’ora). Per questo non ho mai scritto un pamphlet di fuoco contro lui e chi lo segue. Liberi di scegliere modalità diverse dalle mie, se il fine non è da buttare. Preferisco rivolgere la mia indignazione contro il “nemico comune”, invece di beccare gli altri capponi appesi a testa in giù insieme a me.

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