“Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori”*

Da Pictures from Italy (1846)

The quarries, ‘or caves,’ as they call them there, are so many openings, high up in the hills, on either side of these passes, where they blast and excavate for marble: which may turn out good or bad: may make a man’s fortune very quickly, or ruin him by the great expense of working what is worth nothing. Some of these caves were opened by the ancient Romans, and remain as they left them to this hour. Many others are being worked at this moment; others are to be begun to-morrow, next week, next month; others are unbought, unthought of; and marble enough for more ages than have passed since the place was resorted to, lies hidden everywhere: patiently awaiting its time of discovery.

Le miniere, o cave, come le chiamano lì, sono tante aperture; in alto sulle colline, sui due lati di questi sentieri, dove fanno esplodere le mine e cavano il marmo: un’operazione che può andare bene o male: può fare la fortuna di un uomo, molto velocemente, oppure rovinarlo impegnandolo in qualcosa che non vale niente. Alcune di queste cave sono state aperte dagli antichi Romani, e sono rimaste esattamente come le hanno lasciate, fino ad oggi. Molte altre vengono invece aperte proprio in questo momento, altre devono essere cominciate domani, la prossima settimana, il mese prossimo; altre rimangono libere, non ci si pensa neppure; e così il marmo, ancora per secoli, più di quanti non ne siano passati prima che si tornasse a cavarlo, resta nascosto in ogni dove: e aspetta paziente di venire scoperto.

Da Pictures from Italy (1846)

Stand at the bottom of the great market-place of Pompeii, and look up the silent streets, through the ruined temples of Jupiter and Isis, over the broken houses with their inmost sanctuaries open to the day, away to Mount Vesuvius, bright and snowy in the peaceful distance; and lose all count of time, and heed of other things, in the strange and melancholy sensation of seeing the Destroyed and the Destroyer making this quiet picture in the sun. Then, ramble on, and see, at every turn, the little familiar tokens of human habitation and every-day pursuits; the chafing of the bucket-rope in the stone rim of the exhausted well; the track of carriage-wheels in the pavement of the street; the marks of drinking-vessels on the stone counter of the wine-shop; the amphorae in private cellars, stored away so many hundred years ago, and undisturbed to this hour—all rendering the solitude and deadly lonesomeness of the place, ten thousand times more solemn, than if the volcano, in its fury, had swept the city from the earth, and sunk it in the bottom of the sea.

Restate in piedi in fondo alla grande piazza del mercato di Pompei, e guardate le strade silenziose, attraverso le rovine dei temple di Giove e Iside, sulle case diroccate con le loro nicchie più segrete aperte alla vista di tutti, guarda lontano verso il Monte Vesuvio, luminoso e innevato, tranquillo, in lontananza; e perdete il senso del tempo, e interessatevi di altre cose, immersi in una sensazione strana e malinconica di vedere il Distrutto e il Distruttore uniti in un quadro sereno illuminato dal sole. Poi, cominciate a girare e guardate, dietro ogni angolo, i piccoli, familiari segni della presenza umana e delle occupazioni di ogni giorno; la traccia lasciata dalla corda del secchio sul bordo in pietra del pozzo ormai a secco; i solchi delle ruote dei carri nelle pietre della strada; le impronte delle coppe sul bancone in pietra del negozio di vino; le anfore in cantine private, immagazzinate così tanti secoli fa e indisturbate fino ad ora – tutto questo rende l’isolamento e l’abbandono mortale del luogo, diecimila volte più solenne che se il vulcano, nella sua violenza, avesse spazzato via la città dalla faccia della terra, scaraventandola nelle profondità del mare.

[da una lettera a Stendhal]

Pensate se voi ed io fossimo italiani e fossimo cresciuti dall’infanzia ad ora minacciati continuamente da confessionali, prigioni e sgherri infernali, potremmo voi ed io esser migliori di loro? Saremmo noi così buoni? Io, se ben mi conosco, no.

A tale of two cities (1859)

*It was the best of times, it was the worst of times, it was the age of wisdom, it was the age of foolishness, it was the epoch of belief, it was the epoch of incredulity, it was the season of Light, it was the season of Darkness, it was the spring of hope, it was the winter of despair, we had everything before us, we had nothing before us, we were all going direct to heaven, we were all going direct the other way – in short, the period was so far like the present period, that some of its noisiest authorities insisted on its being received, for good or for evil, in the superlative degree of comparison only.

Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte — a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, nel bene o nel male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo.

Charles Dickens – Portsmouth 7 febbraio 1812 – Gadshill 9 giugno 1870

Su La Stampa: “Dickens in Italia sull’orlo del Vulcano” http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/441523/

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