P.O.S.#4 – Lazing on a Thursday afternoon

Cominciò tutto verso l’una (pm, of course)

The tax man’s taken all my dough,
And left me in my stately home,
Lazing on a sunny afternoon.

Dopo una frizzante, ancorché gelida, conversazione con uno dei masters of puppets del dipartimento di antichità del Metropolitan Museum, mi avviai verso il Guggenheim.. giusto per cercare di variare il mio percorso newyorkese … Ma davanti all’ingresso del museo (non del bookstore, che risultava aperto) mi aspettava questa scritta:

The Museum is closed on Thursdays

And I can’t sail my yacht,
He’s taken everything I’ve got,
All I’ve got’s this sunny afternoon.

Così decisi di provare l’ebbrezza di un bus di NYC.. una balena bianco/blu che si muove con fastidio, rallentata da nervosi pesci giallo-taxi. Seduta comodamente nel grande ventre riscaldato, riuscii a godermi lo spettacolo privo di sorprese della 5th Avenue: una sequenza dei negozi più costosi e italianamente banali..

Save me, save me, save me from this squeeze.
I got a big fat mama trying to break me.
And I love to live so pleasantly,
Live this life of luxury,

Ma arrivata alla New York National Library decisi di uscire dalla balena, attratta inesorabilmente dai chiomati leoni di marmo. Una foto veloce, lo sguardo incrociato con un sorriso sdentato… e l’avventura poteva cominciare!

Lazing on a sunny afternoon.
In the summertime
In the summertime
In the summertime

Dopo un paio di blocks (l’unità di misura americana, tanto fondamentale quanto inafferrabile) decisi di riprendere un M, questa volta heading East Village .. non mi ci volle molto per capire che quel che stavo cercando, mi aspettava, ovviamente, a Ovest!

Dunque, dopo un paio di fermate lasciai che la balena deviasse verso sogni orientali e scesi, decisa a proseguire a piedi verso il mio meridiano d’elezione: Greenwich Avenue.
Finalmente un orizzonte più comprensibile, per il mio occhio allenato a spazi meno ambiziosi e più pietrosi, rispetto ai freddi metalli dei grattacieli newyorkesi.

Dalla bacheca di una chiesa giunse il primo indizio: mi trovavo lontano dalla immagine oleografica, qui Manhattan scopriva la pancia e, d’altro canto, accanto alla chiesa si aprivano le porte della New York University, una istituzione tanto pubblica quanto prestigiosa. Il colore dominante, viola, evocava la città da cui mi ero allontanata due mesi prima…

My girlfriend’s run off with my car,
And gone back to her ma and pa,
Telling tales of drunkenness and cruelty.

Purtroppo sbagliare strada è un attimo.. la 7th Avenue non mi fu amica, dunque vagai per una mezz’ora nella zona di Chelsea, bella di uno squallore vagamente inquietante… Forse proprio questo mi fece capire di .. dare un occhio ai numeri delle ascisse! Finalmente ristabilito il corretto orientamento, mi inoltrai in Greenwich Avenue, decisa a raggiungere il World Trade Center pedibus calcantibus!

Per i primi tre quarti del percorso non trovai l’atmosfera cercata, solo un guizzo di insano entusiasmo per una Pasqua da rinTronata

Una zona ricca di cantieri, dove la tragedia dell’immigrazione si unisce a quella delle morti sul lavoro e dà origine a cartelli davvero commoventi:

… poi un brivido di puerile emozione di fronte al quartier generale UPS, enorme e affascinante, quasi quanto i fattorini-modelli, immaginati in qualche sala dell’edificio adibita a SPA, pronti per nuovi viaggi ed esotiche destinazioni!

Finalmente giunsi in prossimità del fu-World Trade Center, qui, per ironico contrasto, il ritmo cittadino si piega ad un passo più misurato: i bambini che escono da una scuola elementare, accompagnati da mamme non troppo affaccendate, ma umanamente sorridenti e amorose. Un sapore di normalità, che rimbalza sereno sui cobblestone della zona.

A proposito, una “installazione” di mattoni con nomi iscritti attirò la mia attenzione, purtroppo, però, la domanda cadde nel vuoto, anche i residenti non seppero rispondermi, così mi rimane solo l’idea, l’educated guess, di un memoriale per i morti del 2001.

Avevo seguito il meridiano come Dorothy nel famoso film (solo oggi ho letto che, proprio in quella strada, inizialmente la pavimentazione era in mattoni gialli!) e così mi trovai di fronte al Mago: l’immenso groviglio di vetro, cemento e acciaio che soffoca quella parte di Manhattan prossima alla estrema punta meridionale. In un fazzoletto di terra si fronteggiano i giganti che grattano i cieli, dando un senso di claustrofobia da capogiro..

Help me, help me, help me sail away,
Well give me two good reasons why I oughta stay.

Nel percorrere il perimetro esterno dell’area di lavoro per il memoriale 9/11, lo sguardo rimase catturato da un “fossile” guida: come spesso capita da queste parti, una chiesa chiaramente piuttosto vecchia, rimaneva immobile e muta, pacifica tartaruga nel parco giochi newyorkese. Il retro della chiesa, prospiciente il fu-WTC, ospitava un cimitero e, attratta dalla curiosa location, entrai. Si trattava di un cimitero storico, che accoglieva i morti della guerra d’Indipendenza, nonché qualche antico combattente della Secessione. Le lapidi disposte un po’ a casaccio, senza ostentazioni di nomi o angeli a piangere lacrime di marmo, solo segnacoli di pietra, uniformi e fittamente accatastati.

Da qui, il WTC sembrò ancora più caotico e soffocato, come se i morti del giardino potessero scuotere la testa, muti, di fronte ai morti dei grattacieli, ancora e sempre senza una spiegazione che renda loro giustizia.

Decisi di proseguire, spingermi fino alla costa, ai docks, e gustarmi la silhouette dell’ultimo miraggio americano: la Statua della Libertà.

Qui tre gabbiani mi illuminarono sul significato di un’altra canzone, soprattutto nel suo passaggio fondamentale

I can’t do what ten people tell me to do, so I guess I’ll remain the same

Il Battery Park mi accolse, invece, con i suoi abitanti disneyani…

Il rientro verso Grand Central fu .. in salita.. ma altrettanto interessante, anche se un po’ meno avventuroso. Broadway, percorsa dalla punta a Park Avenue. Passando per Wall Street, il vicolo che tanti addusse lutti, calpestando un altro memorandum della città dalle mille lapidi: il ricordo della prima visita fatta downtown da parte di eminenti personaggi.

Solo il riconoscere un nome noto, mi spinse a chiedere all’ufficio informazioni di zona il perché della scritta!

Una breve sosta in una libreria! Momento magico e terribile insieme per la sottoscritta…

E infine l’arrivo in Stazione… con tanto di sorpresa orientale!

Per la settimana del Giappone, un piccolo spettacolo in kimono, con saké a fiumi. In Grand Central si discuteva anche del treno “volante” di Tokio, con tanto di plastico ricostruttivo e studio ingegneristico.. a quando la prima rotaia sospesa statunitense?!

Si concluse così il breve, ma intenso, pomeriggio di trekking… oggi scopro muscoli di cui mi ero dimenticata, una veloce occhiata al percorso fatto: circa 3 km a scendere e 6 a salire…

Sittin’ here resting my bones And this loneliness won’t leave me alone It’s two thousand miles I roamed Just to make this dock my home

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1 Response to P.O.S.#4 – Lazing on a Thursday afternoon

  1. Francesca scrive:

    Mi commuove l’idea di quelle antiche lapidi costrette a guardare i grattacieli. Sarà che mi piacciono i cimiteri, soprattutto quelli vecchi…

    Quanto ai mattoni con i nomi, credo che siano proprio quelli delle vittime dell’11 settembre (inteso come attentato al WTC)

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