C’era una volta – Una foresta incantata

C’è un momento per i sogni, accade quando dormiamo, ma spesso non ce li ricordiamo. Allora cerchiamo di ricreare il sogno, per poterlo vivere con consapevolezza. E questo accade quando leggiamo romanzi coinvolgenti, magari di fantasia.
Da bambini non sentivamo questa urgenza: la realtà era creta nelle nostre mani, e potevamo modificarla a nostro piacimento, soprattutto quando accadevano cose brutte, difficili da accettare: l’alternativa al pianto era la creazione di trame completamente a nostro favore. Perfino gli episodi catastrofici, le battaglie inventate, le morti truculente servivano allo scopo, perché le potevamo controllare.
E questo accadeva soprattutto quando leggevamo delle favole.
Mi ricordo bene quando intrattenevo mio fratello, di quattro anni più piccolo, nelle letture appassionate delle terribili Fiabe Italiane, raccolte da Italo Calvino. Mi piaceva ascoltare la mia voce, e il piccolo Alessandro era una cavia perfetta .. chissà se quelle letture lo hanno influenzato nella scelta di Lovecraft da adolescente!
Parrebbe logico, a questo punto, che io parlassi dell’ultimo film di Garrone, “Il Racconto dei Racconti” (triste traduzione de Lo cunto de li cunti – se doveva venderlo in inglese, Tale of Tales, tanto valeva mantenere l’espressione dialettale per il pubblico italiano). Garrone attinge infatti a piene mani al lavoro di Giambattista Basile e proietta il pubblico in una dimensione di favola crudele.
Eppure, quella sensazione così appagante di immersione in un mondo parallelo e misterioso, me l’ha data una mostra che ruota attorno all’archeologia.
Parlo di Potere e Pathos, a Palazzo Strozzi fino al 21 giugno.
Il nome è già una dichiarazione precisa: un’allitterazione tanto cara alle filastrocche infantili, che decide in quale direzione dovrà andare la nostra immaginazione. Il sottotitolo è ancora più diretto, si tratta infatti di opere in bronzo di età ellenistica.

In quel mondo fatto di Regni (ancora riferimenti favolistici) in cui i Re decidevano con chi allearsi servendosi delle proprie figlie come anelli di una catena politica, la divisione tra pubblico e privato, fra sacro e profano, acquista un ruolo completamente diverso da prima.
Con prima si intende il pre-Alessandro, quasi una Camelot prima di Re Artù. Dopo Alessandro Magno (ma in effetti già con lui) il rapporto tra cultura ellenica e il resto del Mediterraneo diventa quasi simbiotico. E sotto l’etichetta di sincretismo si compiono i più arditi esperimenti culturali, sia in ambito religioso che politico.
Quindi Potere: quello che si manifesta nelle statue commemorative, erette nei luoghi chiave delle città, pagati dal celebrato, ma solo dopo l’approvazione ufficiale della comunità, che vede così trasformato il proprio arredo urbano.
Potere delle immagini, non solo dei politici che vengono ritratti, ma anche di coloro i quali scoprono gli aspetti prestigiosi del collezionismo e si circondano di oggetti di valore, il valore culturale prima ancora che commerciale.
Il Pathos, invece, è quello espresso dal nuovo stile: più propenso all’emozione, più deciso a commuovere chi guarda, nel senso di smuovere reazioni dirette ed empatiche.

Ebbene, appena arrivata in città, questa mostra ha sollecitato il mio interesse: dovevo vederla. Una volta visitata, questa mostra ha fatto leva sulla mia vecchia vena narrativa: dovevo raccontarla!
Sette volte sono tornata, con sette gruppi diversi di amici e conoscenti.
Ogni volta il racconto si fa più sciolto, e gli occhi si illuminano in maniera più intensa.
E ogni volta, alla fine del giro, gli amici mi chiedono se sto bene, se c’è qualcosa che non va. in realtà mi sento esausta e soprattutto disorientata. Sono entrata nel bosco delle favole, verde e marrone, come il colore delle patine dei bronzi. Ho incontrato decine di personaggi, e ciascuno mi ha sussurrato la sua storia, che io ho riprodotto obbedendo loro, gli antichi dèi.
Anche Palazzo Strozzi ha colto le grandi possibilità di racconto offerte dalla mostra, e per questo – io credo – il 30 aprile ha invitato un gruppo di ArcheoBlogger a visitare la mostra. ArcheoBlogger è un neologismo che indica, essenzialmente, archeologi che comunicano attraverso diari telematici: possono essere impegnati in attività affatto diverse, ma hanno un fine comune, che è quello della comunicazione con il più ampio numero di persone. Utilizzano i social media, sono attivi su più fronti per arrivare al grande pubblico, ma offrendo una cultura alleggerita dalla polvere delle teche e degli articoli accademici. Anche io mi trovavo in mezzo a loro, e per questo ringrazio chi si è fatto promotore dell’iniziativa e mi ha coinvolto.
Dunque cominciamo a intrecciare i racconti di questa foresta incantata …
TO BE CONTINUED…

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