“Raccontami Musa…partendo da un punto qualsiasi”

 

 

Il fascino dell’Odissea, ho sempre pensato, risiede nella grande varietà dei suoi personaggi, capaci di suscitare empatia a chi ne legga la storia e le gesta: c’è l’avventuriero senza scrupoli, la moglie fedele, il figlio tormentato, la maga seducente, la ninfa vogliosa, il re buono con la moglie saggia e la figlia adolescente in cerca del principe azzurro… e così per altre decine di personaggi, divini e mortali.

Perciò, il fascino del libro di Mendelsohn risiede proprio nella capacità dell’autore di condurci attraverso i mille volti dell’eroe e di improvvisarsi ora Ulisse e ora Telemaco accompagnando suo padre (ora Ulisse e ora Laerte) in una doppia scoperta: dei luoghi letterari del libro (tòpoi) e dei luoghi geografici.

Le capacità di Daniel Mendelsohn come docente si scoprono pagina dopo pagina: egli maneggia la materia omerica con una padronanza che rassicura. Sappiamo chi controlla il timone, sappiamo che lo tiene ben saldo.
Allora è più facile prendere il mare e lasciarci guidare attraverso i mille torrenti che irrorano quel vasto continente che è il rapporto familiare, nella fattispecie quello della numerosa famiglia Mendelsohn, con particolare attenzione al rapporto fra Jay, il padre che è stato figlio, e Daniel, il figlio che si scopre padre.

Ma Mendelsohn è un grecista vero e così nel suo racconto non può fare a meno di inserire un coro.
Partito come narratore di epica, l’autore sfocia in una “tragedia greca” e si affida ai suoi “concittadini”, cioè agli studenti di fronte ai quali insegna e dai quali è giudicato.

Francesco Hayez 1814-15
Odisseo presso Alcinoo, si commuove al canto di Demodoco

Leggere il libro di Mendelsohn da docente di mitologia greca e romana in un college italiano per studenti americani è un’esperienza importante: mi ha permesso di ritrovare le stesse dinamiche che si ingenerano con i miei studenti. Mi ha fatto per lo più invidiare il professor Daniel, ma in alcuni casi ho riconosciuto nei suoi i miei allievi più sensibili. Ho avuto pertanto la conferma che è la materia stessa, questo mondo classico, la vastissima ricchezza dell’antica Grecia che riesce a sollecitare anche lo studente più esitante.
Il seminario sull’Odissea tenuto da Daniel Mendelsohn sembra davvero “l’occasione perfetta”, una benedizione per il docente che è messo in condizione di insegnare e imparare nello stesso tempo. Il coro degli studenti che partecipano al seminario lo tiene poi sempre sul “chi vive”: gli suggerisce riflessioni geniali, gli fa soprattutto vedere con occhi diversi il suo caro, vecchio, complicato padre. Soprattutto nella parte finale del romanzo si coglie che il professore si aspetta dai suoi ragazzi una chiave in più, infatti li interroga non solo durante i mesi del seminario, ma anche in quelli successivi, rileggendo le mail di feedback e ripensando alle conversazioni o alle battute scambiate in aula.

C.W. Eckerberg – La vendetta di Ulisse sui pretendenti di Penelope
1814

E poi c’è lei, l’Odissea. Uno dei libri che porto sempre con me se devo spostarmi per un lungo periodo (l’Erasmus a Salonicco, il semestre da docente a Poughkeepsie). L’Odissea disvelata dal professor Mendelsohn e dai suoi studenti è una esperienza resa attuale e avvincente. Se poteste aprire le porte di alcune aule, vi accorgereste di quanto sia stimolante cercare di rendere comprensibile e attuale il pensiero di uomini e donne vissuti quasi 3000 anni fa.
Quel che lo rende sorprendente è la lingua, un greco antico che per tanti liceali è un incubo, ma che in realtà è quanto di più magico, profondo, cangiante si possa volere in una lingua… morta (!) eppure sopravvivente in ogni nostra emozione.

Quindi, sì , L’Odissea di Daniel Mendelsohn deve essere letto da docenti e da discenti, semplicemente perché…è un viaggio bellissimo.

L’abbraccio tra Odisseo e Laerte
II secolo d.C.
Museo Barracco – Roma

Ma io l’ho letta anche da figlia, e nipote. Di due uomini che mi hanno lasciato ormai navigare da sola in questo mare color del vino e salato come le lacrime, piena di un carico di memorie archetipiche, di quelle che non ti abbandonano mai, anzi, si presentano quando più ne hai bisogno.
E allora è anche (e soprattutto?) con questo spirito che ho letto dell’avventura umana di Daniel (il figlio) e Jay (il padre).
Invidiandoli, comprendendoli a turno, in una parola “empatizzando” con le loro dinamiche di – stanchi – eroi.

https://www.theguardian.com/books/2017/sep/13/an-odyssey-a-father-a-son-and-an-epic-by-daniel-mendelsohn-review

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