Un oracolo in giardino

Da qualche mese io mi incontro regolarmente con un oracolo.
Ci sediamo, di solito sotto un portico, a volte prendiamo due sedie, bianche, di metallo e le posizioniamo sotto un melo. Inizialmente preferivamo delle panchine di legno attorno a una fontana, ma ultimamente si sono riempite di formiche.
Io e il mio oracolo chiacchieriamo. Di solito le chiedo: “raccontami una storia” e lei comincia con un classico “C’era una volta”, ma poi divaga, mette in fila un paio di frasi, che poi sono parole, un verbo e qualche nome comune.

Un candelabro nell’onda

Quel che mi guida, quando ascolto l’oracolo, è solo l’intonazione. Perché le parole che dice non hanno alcun senso, messe lì, l’una accanto all’altra.

Era il ramentère che tu sei, non puoi andare oltre l’Arno

Ma sempre più spesso pronuncia frasi convinta, con l’idea – cioè – di dire qualcosa di decisamente ragionevole.

Mia mamma era qui con me la mia zia che era tanto brava è stata schiacciata dal coniglio

Spesso sono frasi simpatiche, che esprimono concetti positivi. A volte, invece, il tono di voce è più cupo, l’espressione del viso si fa preoccupata, e io so che si sta parlando di qualcosa di brutto.

Mi dicevano: tu non devi fare più questi tremebondi

Spesso la formulazione dell’oracolo è interrotta da frasi “di circostanza”, come le intendo io. Vale a dire che deve per forza dirmi che sta male, per sollecitare un mio abbraccio, una mia carezza, una pieta(s) che le do in ogni caso, ma che acquista sapore solo se è sollecitata in maniera artificiale: “Sai, l’altro giorno, tu non c’eri, e loro sono venuti e mi hanno dato un pugno sul cuore”.
Ecco, questa frase, declinata in un paio di varianti, significa che è stata male a causa di quelli che le sono intorno quotidianamente, e che io non ero lì con lei. Eppure, se le chiedi se lì si trova bene ti risponde di sì, e si vede. Perciò sono frasi pronunciate esclusivamente per sollecitare pena, fine a se stessa.

Nella fontana con i pesci rossi campeggia una statua… naturalmente io l’ho già classificata.. un classico di età ellenistica: bambino che strozza oca!

Per questo preferisco pungolarla e spingerla a pronunciare le altre frasi, quelle senza capo né coda, quelle che nascondono verità mai confessate, preziose quanto il diamante più grande del mondo, oppure il tesoro di Topkapi.

Non è sempre stato così, questo oracolo me lo sono ritrovato quasi per caso. Inizialmente erano arrabbiature, una dopo l’altra. Era nervosismo, scatti, notti insonni. Ora penso che forse si trattava di una forza (oracolare) che come il Python delfico si sistemava in quel nuovo corpo e cercava di prendere posizione.
Poi, evidentemente, qualcosa ha perso in quella lotta interna, e qualcos’altro ha avuto il sopravvento.
Così ora, nelle giornate più tranquille, prevale la voglia di sorridere, la necessità di essere al centro dell’attenzione, il bisogno di tranquillità.

Ci sono anche suoni, quasi canzoni, mai conosciute, che erompono all’improvviso e che lascio fuoriuscire, sperando in qualche spiegazione, che ormai non verrà più.

Il luogo in cui ci aggiriamo, anime di un limbo doloroso eppure affascinante, è molto stimolante: ci circondano fiori e piante e di alcune io, malata, colgo riferimenti archetipici fin troppo sofisticati. Così mi sorprendo ad accarezzare le foglie degli ulivi, pensando a una Atena di periferia, oppure spingo la mia compagna a passare sotto i melograni, e allora rivedo in noi due quell’eterno rapporto madre-figlia che con pazienza spiegherò tra un paio di settimane ai miei allievi del corso di mitologia classica.

Che rapporto strano, quello che ho con il mio oracolo. Quando arrivo, armata di semplici strumenti per distrarre e divertire, sembro in effetti essere io a controllarla, a gestire il suo umore, a sollecitare una riflessione. Poi, però, apre bocca, e a quel punto capisco di essere completamente in sua balìa. E mi sforzo di assecondarla, mentre dentro di me un altro oracolo lotta per non scoppiare.

Ieri mi ha regalato forse uno dei suoi oracoli più belli:


Ma poi ci sarà una ragazza, che sei tu, ad accarezzare il numero di papaveri

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