Le dee in libreria

Sabato 22 settembre 2018 undici dee si sono affacciate nella libreria fiorentina L’Ora Blu e si sono impossessate di scaffali, scrivania, angoli di vetrina.
Dee che prendono possesso, sembra la trama banale di un mito antico, ma il fatto che entrino in una libreria rende il tutto ancora più denso di significato e lo avvicina a una semina divina, che anche quando finita non sarà mai davvero esaurita.
L’iniziativa è intitolata “Donne fuori catalogo” e rientra nel ricco programma del Festival culturale “L’eredità delle donne”.
Ognuna delle dee è associata a un personaggio femminile dal forte impatto sociale: Franca Viola, Rita Atria, Teresa Meroni, Donatella di Cesare, ecc.
Donne che non ci sono più, ma anche donne che continuano a produrre materiale di riflessione, di lotta, di rivolta.
Associate, ognuna, a personaggi femminili del mito che hanno, a loro modo e nel contesto storico-culturale che le ha generate, creato un momento di rottura o passaggio nella società, oppure figure di divinità femminili dal valore catartico.
Così ritroviamo Alétheia (la verità), Eirène (la pace), ma anche Penelope e Andromaca, Antigone e Europa.
Ogni accostamento viene suggellato da una espressione artistica che lo rende icastico: il progetto ha coinvolto giovani artisti, spesso individuati nel mondo della street art siciliana.
La mostra sarà visibile fino al 20 ottobre, nel frattempo 3 incontri aiuteranno a sviluppare ulteriormente le importanti associazioni di idee che sono sollecitate dagli accostamenti fatti.

La Pace

Io personalmente condivido solo in parte l’uso di Antigone per Franca Viola, perché l’avrei vista molto meglio associata a Rita Atria, che invece è inspiegabilmente Pandora, la cui fine è proprio espressione del fallimento del tessuto familiare schiacciato dalle regole dello Stato. Ma in fondo il bello del mito è proprio questa interscambiabilità.

Sono perciò molto incuriosita dagli incontri che verranno.
Nel frattempo, sperando di catturare la curiosità di chi è fiorentino, anche per poche ore, vorrei parlarvi brevemente di una delle opere esposte.

 

Fin dal primo momento che l’ho visto ho avvertito in questo quadro una sorta di grandezza, un potere alto/altro, che emanava innanzitutto dai tratti netti e dai colori scelti.
E poi il soggetto.
E’ chiaramente Europa. Ma il toro non è bianco, colore sacrificale, né ornato di fiori, come ci dice la tradizione. Il toro è nero e minaccioso.

Jean François de Troy (1679 – 1752 )                      Il rapimento di Europa, 1716

Non sorride, come in molte raffigurazioni moderne del mito, ma guarda con occhi di brace: traghetta, trasporta, forse davvero al di là di qualcosa di terribile, in un ineludibile Aldilà.
Questo toro non porta verso la vita.
E poi c’è lei: non è una principessa fenicia, e non sorride. Il suo volto è una maschera africana, di quelle che ci guardano attonite nei mercatini della domenica, quelli un po’ freak.

La breve nota che accompagna il quadro riporta un nome: Welela. Era il nome di una ragazza di 20 anni, uccisa dalla esplosione di una bombola a gas nel magazzino libico dove era ammassata insieme ad altri disgraziati, in attesa di essere imbarcata. L’hanno messa in mare già morta e quando il barcone è arrivato a Lampedusa, i soccorritori hanno sentito voci africane cantare sommesse e ripetere un nome, il suo. Era un canto funebre, ma la ragazza era ancora solo una delle tante vittime. Poi, qualche giorno dopo, il centro di Lampedusa ha ricevuto la telefonata di un ragazzo che cercava la sorella: stava facendo il giro dei luoghi in cui sarebbe potuta essere e disse che si chiamava Welela.
In poco tempo venne fatto il riconoscimento e oggi Welela riposa in una tomba che le è stata donata da una generosa lampedusana.

Chi guardiamo, quando fissiamo il quadro di Leonardo Borri?
Europa?
Welela?
Noi stessi?
Una nostra atavica paura?
Il toro?

Per rispondere a questa e ad altre domande, vi invito in libreria: entrate nei quadri, dialogate con le dee, e poi ascoltate le storie che ancora oggi si fanno mito.

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