A cavallo di un drago

Paolo Uccello, San Giorgio e il drago, 1460 circa.
National Gallery, Londra

C’è un famoso quadro di Paolo Uccello, che ritrae San Giorgio nell’atto più familiare: l’uccisione del drago e la liberazione della principessa (a Silcha o Silene, città della Libia, dice la Legenda Aurea). Di quel quadro mi ha sempre colpito la classe con cui la ragazza tiene il drago al guinzaglio. In una scena concitata, ricca di movimento, ella è una sorta di silhouette fragile e compìta, che non batte ciglio ma tiene al guinzaglio… il drago! E poi, un guinzaglio? Era forse uscita di casa con il fedele cagnolino, magari sbranato dalla bestia immonda, e così si era ritrovata un guinzaglio fra le mani? In realtà si tratta della sua cintura, San Giorgio – riporta ancora al Legenda Aurea – la invita a usare la cintura per condurre, ormai mansueto, il mostro in città.

Una volta imparate quelle due o tre cose sul significato della cintura, soprattutto per le donne di alto lignaggio, quel quadro mi ha ispirato ancora più curiosità e interesse.

Afrodite e Adone, su di un vaso di V sec. a.C. conservato al Louvre.
La dea indossa una vistosa cinta attorno ai fianchi.

La cintura è quella di Afrodite, che fa innamorare di sé tutti gli uomini che vuole, ma anche quella di Ippolita, la regina delle Amazzoni, che offre il cinto a Eracle e segna il proprio destino.

La cintura è il simbolo della verginità della donna: bisogna stare attenti a come la si usa e basta a volte poco perché venga sottratta, quindi va difesa.

Ippolita consegna la cintura a Eracle

Dunque la principessa, che secondo le regole dei sacrifici doveva essere vergine nel momento in cui veniva offerta al drago, si fa beffe della bestia e invece di perdere la sua verginità, la usa per sottomettere. Chissà se questi pensieri erano davvero connaturati nelle menti (maschili) che hanno elaborato la Legenda Aurea…Certo è difficile non pensare che il rapporto così speciale tra principessa e drago riecheggia un altro incontro biblico, quello della giovane Eva e dell’infido (?) serpente…


Jacopo Tintoretto, San Giorgio, san Luigi e la principessa, 1552. Venezia, Gallerie dell’Accademia
(dal Palazzo dei Camerlenghi) https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2018/08/tintoretto-mostra-venezia/

Fatto sta che quei due versi del XIII secolo hanno formato l’immaginario collettivo occidentale e non vi è principessa salvata da San Giorgio che non si sciolga la cinta per guidare il drago verso la città. Ma una di loro compie un atto ancora più ardito (o hard?) e il drago, legato, lo cavalca (!): si tratta della principessa di Tintoretto, la quale, in un quadro dalla prospettiva claustrofobica, si distingue per un gesto davvero poco nobile. Nessuna delle figure del quadro guarda lo spettatore, l’unica creatura è il povero drago, che sembra schiacciato in quella porzione di tela così stretta. San Giorgio e San Luigi sono invece concentrati su di lei: “Mia signora, ti avevo detto di mettergli il guinzaglio, non si saltargli in groppa!” “Principessa, non credo che vostro padre approverebbe“… ma tant’è, ormai il dado è tratto.

Inseguendo principesse a cavallo di draghi mi sono imbattuta in una scena altrettanto bizzarra: questa volta si tratta nientepopodimeno che di una Santa (!), la quale sembra fare le veci sia di Giorgio che della principesa. E il drago che cavalca mi ha fatto ricordare la scena memorabile di Fantasia, quella con coccodrilli e struzzi… solo che nel film Disney era il coccodrillo a guidare lo struzzo…

La santa è Marta, sorella di Maria, entrambe sorelle del ben più noto Lazzaro. Nel racconto evangelico i loro personaggi sono quelli che, in un gergo cinematografico, potremmo chiamare dei “caratteristi“: servono, in pratica, e esemplificare dei cliché e infatti Marta è colei che bada alla casa, indaffarata perché il Signore si senta a suo agio, mentre Maria sospende ogni lavoro domestico per ascoltare la parola del Signore… insomma, due sorelle Materassi in salsa biblica, tanto il protagonista indiscusso è il fratello redivivo!

Immagine tradizionale della Tarasca. Ancora oggi, a Tarascona, si porta in processione un carro con il mostro e la Santa, l’ultima domenica di giugno. https://it.wikipedia.org/wiki/Tarasca

Ma è di nuovo nella Legenda Aurea che Marta trova la sua rivincita (e il suo drago): narra infatti Jacopo da Varagine, il compilatore delle agiografie medievali, che Marta, Maria e Lazzaro dopo l’ascensione di Gesù, si ritrovarono a Marsiglia e di qui ad Aix, dove Maria cominciò a essere associata e confusa con Maria Maddalena, mentre Marta riscosse notevole successo per la facondia e la capacità oratoria, che le permetteva di fare proseliti. Ad un certo punto, altre leggende, dalle origini meno chiare, fanno ritrovare Marta a Tarascona.

Da sola, senza fratelli, Marta affronta la Tarasca, cioè un animale assimilato a un drago ma molto più complesso e ibrido, una sorta di grande rettile, un po’ serpente e un po’ tartaruga, sputafuoco ed estremamente pericoloso. Qui, Marta, che secondo anonimi commentatori si farebbe forza del suo nome riecheggiante il dio della guerra, unisce in sé i due aspetti del guerriero e della principessa, tira fuori la cinta e, come da copione, lega al guinzaglio la bestia! Stavolta, però, siamo in mare, ecco quindi che la scena appare molto meno aulica, ma ha un ché di grottesco…

In realtà potrei avventurarmi in un excursus nipponico e fare riferimento a una dea che cavalca un drago in acqua, ma direi che lo lascio a un’altra occasione.

Questa breve riflessione sui draghi al guinzaglio mi giunge fresca all’inizio di un nuovo anno: ho trascorso il 2018 a cercare draghi, da accarezzare, da guardare, da fotografare, da farmi amici. Ora credo sia giunto il momento di munirmi di finimenti pregiati e imbrigliarli, per mettere a frutto queste conoscenze. I finimenti, cosiddetti, li trovo senza dubbio nel mondo della fiaba o della leg(g)enda, là, cioè, dove i draghi sono ben noti, cacciati, sconfitti financo!

Perciò mi avvio guardinga in questo 2019 e provo a non farmi spaventare dai talenti dragheschi che ho accumulato, paziente. E riprendo una frase spesso citata, ma che approfondisco, risalendo alla fonte primaria: “Tremendous Trifles” di G. K. Chesterton. Pubblicate nel 1909, queste “Tremende bazzecole” si occupano in maniera sarcastica e brillante di molte idiosincrasie della società. Fa innanzitutto meraviglia e un po’ inquietudine realizzare quanto moderno sia il pensiero di Chesterton, quanto, ancora, ahimé, attuale. In secondo luogo, in queste bazzecole l’autore inserisce molte riflessioni sul valore educativo delle fiabe. E quindi arrivo alla frase che mi indica la via da percorrere nell’anno che è appena iniziato.

Fairy tales, then, are not responsible for producing in children fear, or any of the shapes of fear; fairy tales do not give the child the idea of the evil or the ugly; that is in the child already, because it is in the world already. Fairy tales do not give the child his first idea of bogey. What fairy tales give the child is his first clear idea of the possible defeat of bogey. The baby has known the dragon intimately ever since he had an imagination. What the fairy tale provides for him is a St. George to kill the dragon.

(Le fiabe, dunque, non suscitano la paura nei bambini, in nessuna forma; le fiabe non danno al bambino l’idea del male o del brutto e cattivo; queste idee sono già insite nel bambino, perché fanno parte del mondo reale. Le fiabe non danno al bambino la prima idea dell’uomo nero. Quel che le fiabe danno al bambino è la prima, chiara idea della possibilità di sconfiggere l’uomo nero. Il bambino è a conoscenza del drago, fin dal primo momento in cui lo riesce ad immaginare. Quel che la fiaba fornisce al bambino è un San Giorgio che uccida il drago)

G. K. Chesterton, Tremendous Trifles (the Red Angel)

Io il drago non lo voglio uccidere, non cerco un San Giorgio. Ma ho già slacciato la mia cintura…

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