Il mito dipinto: Argo dai cento occhi

Non riesco più a trovare le foto fatte da me all’epoca della visita a villa Emo,
fortunatamente c’è una pagina facebook provvista di informazioni e fotografie: https://www.facebook.com/pg/villaEmo/about/?ref=page_internal

Qualche anno fa ho partecipato a un’interessantissima visita guidata a Villa Emo, capolavoro palladiano riconosciuto dall’UNESCO. Al mio occhio di “cacciatrice di miti” sono rimaste impresse le decorazioni pittoriche degli ambienti, opera di Battista Zelotti. Non è stato tanto lo stile, quanto la scelta raffinatissima dei miti ad attirare la mia attenzione: il programma iconografico sembra infatti rimestare nel mare magno dei racconti mitologici e proporre agli sposi proprietari della villa una serie di esempi di morigeratezza e di infedeltà punita tra i meno ovvi e noti della tradizione classica.

Una scena idilliaca

Nella loggia centrale è lasciato lo spazio per la narrazione puntuale di una vicenda particolarmente complessa, il cui momento culminante è raffigurato in una scena campestre: una mucca bruca l’erba sulla sinistra, un giovane suona il flauto appoggiato alle colonne di un paesaggio di rovine (quasi una quinta teatrale), una terza figura è stesa per terra, sembra che dorma. In realtà siamo di fronte all’uccisione del pastore Argo da parte del dio Hermes, che proprio per questo riceverà l’epiteto di Argifonte (uccisore di Argo). La giovenca è in realtà la bella Iò, figlia di Inaco, così trasformata da Zeus, per proteggerla dalla furia della moglie Hera. Quest’ultima, intuito l’inganno del marito fedifrago, aveva messo la ragazza/mucca sotto il sicuro sguardo del pastore Argo, creatura dai cento occhi, così che Zeus non potesse più avvicinarsi. Ma il furbo Hermes riesce ad addormentare il guardiano e infine lo uccide.

Un guardiano affidabile

Stamnos a figure rosse V sec. a.C. Negli esempi greci gli occhi sono distribuiti su tutto il corpo.

Quando ho osservato l’affresco mi ha subito colpito la scelta del pittore: la vicenda di Iò è tanto celebre quanto raramente raffigurata, soprattutto Argo è poco presente nella iconografia antica. Una veloce ricerca mi ha permesso di tracciare a grandi linee la fortuna del mostruoso pastore: la fonte di Zelotti è sicuramente Ovidio e le sue Metamorfosi, dove alla sorte di Argo è dedicato un intero paragrafo, ma in età medievale altri autori erano stati affascinati da questa figura e l’avevano fatta diventare il guardiano per antonomasia, colui che tutto guarda perché dotato di numerosi occhi. Ricordo ancora la candida emozione da me provata quando, ragazzina, avevo associato il mito appena imparato con il nome della agenzia di metronotte più famosa nel mio quartiere.

A me gli occhi

Notate i pavoni ancora senza “occhi”

Ancora più interessante il fatto che Zelotti decida di raffigurare anche l’aspetto più fascinoso del mito, ovvero la pietà dimostrata da Hera/Giunone (il riferimento di Zelotti è la versione latina del mito) nei confronti del fedele guardiano. Nella scena successiva, infatti, vediamo la dea che giunge alla guida di un carro trainato da pavoni: ma questi non hanno i caratteristici “occhi”, perché, secondo Ovidio, gli occhi dei pavoni non sarebbero altro che quelli di Argo, trasferiti da Giunone sulle piume dei suoi fedeli animali da compagnia!

A chi appartieni?

C’è un’espressione molto usata al centro e al sud Italia per indicare che la famiglia è importante! Prima di sapere qualsiasi altro particolare della vita di una persona, si rivolge una domanda che serve a collocare il soggetto a livello sociale e gli/le si chiede a quale famiglia appartiene. Ebbene, il nostro Argo è stato variamente associato a creature mostruose, a partire da Apollodoro e dalla sua puntuale Biblioteca: Argo ha un aspetto mostruoso e dunque deve essere necessariamente il parto ignobile di qualche creatura dalle fattezze spaventose. Ma la testimonianza più antica sembra essere Eschilo, il quale in ben due tragedie – Le Supplici e Prometeo incatenato – fa riferimento al mito di Iò e dunque a tutti i protagonisti coinvolti. Eschilo presenta Argo come figlio di Gea, cioè la Madre Terra, e questo particolare mi spinge a una breve riflessione sulla saggezza popolare greca: molte creature mostruose erano dette figlie della Terra, qui abbiamo Argo dai cento occhi, ma anche i Centimani erano figli di Gea. Esseri che ispiravano orrore, poco o niente civilizzati, caratterizzati da un corpo anormale, dove c’era troppo di qualcosa, che agli esseri umani e agli dèi era invece fornito seguendo proporzioni armoniche.

Questo aspetto, in qualche modo, dà di Argo una visione meno spaventosa: è figlio della Terra, non può essere completamente malvagio. La sua fisionomia non sarà gradevole, ma egli è il prodotto della Madre di tutte le madri, perciò non può avere intenzioni cattive.

Il buon selvaggio

Un anonimo genovese del XVII secolo è autore di questo splendido quadro conservato alla Pinacoteca Ambrosiana.

Infatti Argo non aggredisce, ma obbedisce agli ordini che ha dato Hera: non fa del male alla giovenca, ma la osserva – giorno e notte – e la custodisce. La presenza di Mercurio e Argo nei quadri di Cinque- e Seicento è spiegata sicuramente dalla popolarità sempre crescente di Ovidio e dei suoi libri di meraviglie e “incanti”, ma è anche espressione di un messaggio chiaro: la vittoria della raffinata cultura sul selvaggio. Mercurio non affronta il gigante con la forza, bensì lo piega con l’ingegno del suono del flauto: Argo, che usava chiudere al sonno solo quattro occhi per volta, è costretto ad addormentarsi profondamente e così Mercurio lo può uccidere e così facendo sembra essere tornato alle celebri imprese della sua infanzia, quando aveva messo sotto scacco perfino Apollo. Il semplice, mostruoso guardiano viene ucciso dall’agile e giovane dio e così si compie un delitto del quale Hermes/Mercurio si fregerà per il resto della sua vita. L’uccisore di Argo, una medaglia al valore sul petto di chi vive di sotterfugi e si muove sinuoso tra la vita e la morte.

Il guardiano mostruoso resta a terra, decapitato, e i suoi cento occhi vanno a decorare le piume del simbolo stesso di bellezza e vanità.

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