L’alba dentro all’imbrunire

“Ciò che è assolutamente privo di vincoli è libero (…) ma di conseguenza è anche privo di identità, dunque di volontà”

Francesco D’Isa, L’Assurda Evidenza, ed. Tlon, p.15

Il libro appena pubblicato per le edizioni Tlon è, a detta dell’autore, un diario filosofico, che nasce da un episodio personale di sofferenza fisica e si snoda in capitoli che Francesco D’Isa ha voluto rendere fruibili nel modo più lineare possibile, dunque dando loro una struttura chiara e ripulita da divagazioni. Allora ho pensato che le divagazioni le avrei portate io e ho deciso di scrivere questo post.

Leggere “L’assurda evidenza” mi ha suscitato ricordi lontani, di un’adolescenza alla ricerca di qualche spiegazione consolatoria rispetto all’avvicendarsi di situazioni che esulavano la mia disperata necessità di controllo. Nel seguire le elucubrazioni di D’Isa ho provato un senso di vertigine e ho cercato di riprendere il filo dei miei pensieri: quel senso di liberazione nel non dover pensare alle conseguenze di un’azione, l’ebrezza di rinunciare al controllo, eppure di dettare le regole di tale rinuncia. L’approccio filosofico mi è sempre mancato e oggi lo vedo bene, proprio leggendo il diario di Francesco: se vuoi abbracciare l’assurdo, lo devi prima definire e infine superare, oppure lasciarti abbracciare da lui.

Ma il primo passo è verso il concetto di esistenza, a cui io aggiungo automaticamente quello di coscienza di sé.

Esiste qualcosa. Esisto io. Esiste il dolore. Esiste il piacere. Esiste il bene. Esiste il male. Al di là del bene e del male. Esiste l’aldilà.

La coscienza di sé

Essere affetti da Alzheimer non significa dire “non ricordo più”, questo è un facile fraintendimento in cui caschiamo tutti, fino a quando l’Alzheimer non entra nelle nostre vite. La facile battuta “non riesco più a ricordarmi dove ho messo le chiavi, Alzheimer incipiente!” mi fa ancora sorridere quando la ascolto, pronunciata con vaga trascuratezza, perché ora capisco quanto sia distante dalla realtà delle cose.

Ho cominciato a riflettere sull’argomento le prime volte che, parlando di mia madre, mi veniva fatta la domanda classica “ma ti riconosce?”; una sorta di prova del nove, che serve a rassicurare chi la formula e che, una volta tornato a casa, si sentirà rassicurato/a nel sentirsi chiamare per nome dal genitore (si ricorda ancora come mi chiamo).

In realtà, una domanda del genere è la più complessa che mi possano fare: in una famiglia dove la mia figura è stata spesso quella di chi si prendeva cura degli altri e delle cose da fare, i ruoli madre/padre/figlia/fratello/sorella sono stati i primi a saltare, nella mente di mia madre. Perciò non è quello il punto.

Ho cominciato dunque a riflettere sulla condizione di mia madre e mi sono resa conto che ciò che si è perso non è la semplice memoria degli avvenimenti o delle persone, ma qualcosa di più complesso: la coscienza di sé. Negli occhi di mia madre vedo svanire la luce e mi viene subito in mente l’immagine del cero acceso nel tabernacolo di una chiesa: la sua mancanza non fa crollare l’edificio, ma lo sconsacra.

Ecco, il mio retaggio cristiano balza fuori a tradimento: questo nostro corpo lo dobbiamo trattare come un tempio (Lettera ai Corinzi 1, 3. 16-17), ma può diventare un mero guscio.

Dunque ecco cosa è l’Alzheimer, la perdita di coscienza di sé, una discesa inarrestabile lungo la quale viene meno la consapevolezza di ciò che siamo, del nostro posto perfino nello spazio (ultimamente mia madre ha difficoltà a sedersi, perché non sa più che gesti deve fare) e perciò, a maggior ragione, nel tempo.

Memoria di sé

Una prima associazione di idee mi regala l’immagine mitica di Orfeo (Joseph Campbell sarebbe, spero, fiero di me e del mio serbatoio mitologico, cui attingo a piene mani soprattutto per interpretare ciò che non capisco o che non mi piace).

Il celebre cantore firma i primi libri sacri della storia della religione greca, rivolti ai fedeli che sono chiamati ad affidarsi completamente alla nuova religione: nei testi orfici sono infatti incluse le lamine d’oro su cui è inciso il percorso dell’anima nell’Aldilà e le parole da pronunciare per poter ottenere una reincarnazione consapevole.

L’itinerario del fedele è chiaramente segnato da elementi paesaggistici, come il cipresso bianco, dalla presenza di guardie e dalle figure monumentali delle due fonti: l’acqua del ricordo (Mnemosyne) e quella dell’oblio (Lete). Il seguace di Orfeo deve prestare attenzione e bere esclusivamente per ricordare, altrimenti sarà condannato a ripetere un ciclo di vita, perdendo il grado di purificazione che aveva raggiunto. Il fine ultimo è infatti quello di superare tutte le reincarnazioni, raggiungere la completa purificazione e finalmente abbandonare definitivamente il mondo, per unirsi al coro dei beati.

Ciò che viene ricordato non è la vita precedente, ma il livello raggiunto grazie ai sacrifici compiuti in quella vita. Non il ricordo meccanico di gesti o persone, ma la coscienza di sé, quella che l’essere umano ha condiviso con Zagreus (e Phanes) e che è sopravvissuta all’annientamento dei Titani.

Tale insistenza sul ricordo mi ha sempre incuriosito, dal momento che Mnemosyne è, nel mito greco, anche il nome della divinità del Ricordo, madre delle Muse, cioè delle arti che si fondavano sulla tecnica mnemonica e nelle quali Orfeo, il cantore, era maestro. Ecco che, però, non si trattava di ricordare meccanicamente qualche testo poetico, bensì di essere presenti a se stessi, alla propria essenza di discendente del dio.

Chaos

In un capitolo del suo diario filosofico, Francesco D’Isa prende di petto la questione della concatenazione di eventi, che diventa essenziale determinare se vogliamo fornire una linea sulla quale danzare in termini di assurdo o di consequenziale. Una sua considerazione sull’indagine “a ritroso” dei rapporti di causalità mi ha fatto tornare alla mente la scena dell’origine del mondo descritta da Esiodo:

Dunque, per primo fu Chaos, e poi Gaia dall’ampio petto (…) e Tartaro nebbioso (…) poi Eros (…). Da Chaos nacquero Erebo e nera Notte.

Esiodo, Teogonia, vv 115-120

Il tondo interno della kylix di Kachrylion (510 a.C.), esposta nel Museo Archeologico di Firenze.

Le prime due vere entità sono Gaia, la terra, e Chaos – su Tartaro ci sono ancora dubbi interpretativi – cui si aggiunge Eros, ma non il simpatico fanciullo malandrino dei secoli ellenistici, bensì il cosiddetto “Eros primigenio”, aitante adolescente che volteggia sulle acque di Oceano appena create. Sulla definizione di Chaos gli studiosi glissano, fornendo etimologia (deriva dal verbo che significa “aprire”, come un chasma che inghiotte nel vuoto, un abisso, un crepaccio) al posto di definizione: forse ce lo possiamo figurare come un “buco nero” in cui tutto già esiste, ma in forma inconsistente e mescolata. Chi permette al Chaos di creare gli elementi? Secondo Aristotele e Platone proprio quell’Eros primigenio, la forza creativa assimilabile a un fuoco efestio. Orfeo riprenderà il verso esiodeo e sulle lamine verrà scritto che ogni fedele è figlio “di Gaia e di Urano stellato”, ma la forza generatrice diventerà Phanes, espressione, eccoci di nuovo, dell’esistenza in sé, più che di una forza esterna al sé.

Riprendo il filo del discorso, della causalità a ritroso e rifletto su questa concatenazione di creazioni, una reazione a catena che prende le mosse da Eros nel Chaos, e, una volta ottenuti Erebo e Notte, produce una valanga inarrestabile, cui si aggiungono Gaia con Urano.

Libero Arbitrio

Anche il capitolo sul Libero Arbitrio ha toccato corde antiche, ma ancora perfettamente risonanti: una libertà illusoria, quel tanto che basta per rassicurarci. Eppure anche io, come Francesco D’Isa, trovo più sollievo nel sentirmi parte di una trama, per quanto impalpabile e incontrollabile.

L’Assurdo

Mentre mi lasciavo trasportare dalle divagazioni suggeritemi nella lettura de “L’assurda evidenza” ho riascoltato una canzone di Battiato, “Prospettiva Nevskji” e ho trovato un ulteriore elemento di riflessione. Stando a tutte le proposte di interpretazione, alcune frasi in chiusura del testo rimandano a Gurdjieff e ai temi dei suoi scritti. Battiato preferisce sicuramente inserire frasi nelle canzoni, piuttosto che lanciarsi in disquisizioni accademiche sulle lezioni di questo maestro e quindi “l’alba dentro all’imbrunire” è interpretata da tutti – ma non ho trovato la versione di Franco Battiato in merito – come il riferimento alla rinascita (alba) dopo la morte (imbrunire).

Forse è facile vedere in Battiato (o in Gurdjieff?) un Orfeo impegnato a trattare la delicata materia della metempsicosi, io però scorgo anche una possibile accettazione dell’assurdo, che al Maestro e al suo allievo risulta evidente: la coscienza di sé vaga oltre il limite posto dalla logica dei fenomeni e riesce a sperimentare una condizione impossibile altrimenti.

Gli ultimi anni di Franco Battiato sono stati protetti dai suoi amici più cari e solo pochi sussurri hanno lasciato trapelare la condizione dell’Alzheimer, un dettaglio che mi riconduce alla considerazione iniziale: quella che noi definiamo memoria è composta da più elementi e la coscienza di sé è l’unica forma di memoria che può garantirci di superare il bene e il male.

Forse, mentre l’involucro guardava, spento, i volti non più noti, l’anziano allievo stava solo sperimentando un viaggio della coscienza di sé oltre i limiti di questo nostro mondo, a inseguire l’alba dentro l’imbrunire.

“Per un attimo il tempo si ferma e la cosa banale te la senti nel cuore, come se il prima e il dopo non esistessero più”

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, citato a p. 16 de “L’assurda evidenza”
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