Appunti estivi. 1

Toccate e fughe

Ci sono architetture musicali che si accordano con la mia voglia di ricordare. In questo momento Glenn Gould – e chi, se non lui? – è in bilico sulla sua seggiola di fronte alla tastiera, sta ricamando quest’aria densa di umidità con la Partita n.1 di Bach in Si bemolle maggiore:

Io e la musica classica abbiamo una lunghissima frequentazione, che nasce da mia madre e dalla sua simbiosi con il pianoforte, specialmente Chopin, tutto. Io con il tempo sono riuscita a crearmi gusti personali. Oggi ho bisogno di Bach.

Stasera, quando tutto il resto sta crollando, ho bisogno di una melodia che mi sorregga.

Ricordi di Rubriche

Da giugno a oggi ho accumulato molte emozioni, che posso consultare “comodamente” nella Galleria di immagini del mio cellulare. Altrettante le ho messe da parte nei libri che ho ricominciato a leggere, sollecitata dall’arguzia di un caro amico.

Torno perciò a sperimentare il cosiddetto troppo pieno, quella sensazione debordante che mi prende quando le cose da dire e da pensare si affastellano le une sulle altre, senza trovare sbocco nella conversazione amicale o nell’aggiornamento selvaggio (selvatico) sui miei canali social.

Cercherò di mantenere una certa regolarità e dedicherò l’agosto 2022 alla pubblicazione di ricordi arabescati intorno alle suddette immagini, perciò potrei dire ricordi antichi rielaborati.

Di viaggi e suggerimenti

Qualche giorno fa la rivista online L’Indiscreto ha pubblicato una serie di suggerimenti di letture estive tra i quali erano anche tre titoli indicati dalla sottoscritta. Il primo di questi è una pubblicazione Mattioli 1885 che è uscita nel 2019 e che ha stazionato da allora sul mio ripiano “Tsundoku“, cioè quello dei libri comprati e non ancora letti. Si tratta di “Ritorno a Costantinopoli”, di Mark Twain.

La prefazione al libro, che ho letto sperando mi desse un po’ di contesto, lascia alquanto a desiderare e si limita a indicare distrattamente tale contesto e a ricopiare ampi stralci del libro. Così ho dovuto recuperare le informazioni principali sul viaggio di Twain: nel giugno del 1867 un piroscafo dal nome evocativo di Quaker City salpa dagli Stati Uniti alla volta dell’Europa e della “Terra Santa”, dunque un tour biblico della Palestina e di Gerusalemme.

L’età dell’innocenza

Twain è a bordo con la moglie e, da bravo reporter del San Francisco Alta California annota impressioni ed eventi, che diverranno materiale di pubblicazione con il titolo “Innocents Abroad”. Un’espressione interessante, dato che l’età dell’innocenza verrà usata qualche decennio più tardi per indicare proprio gli Statunitensi – soprattutto della East Coast – degli anni Settanta dell’Ottocento. Il volumetto che ho letto si limita a descrivere l’arrivo in Grecia, a Costantinopoli, sul Mar Nero e infine a Efeso, ma anche solo in quel lasso di tempo i protagonisti della prima “gita” transoceanica si caratterizzano per la loro naivete, per quel modo un po’ infantile di interagire con l’altro da sé: timorosi all’inizio, poi audaci, infine entusiasti. Mark Twain è noto per il suo sarcasmo e leggere questi appunti di viaggio pone il lettore nel dubbio se prendere alla lettera le tante critiche sferzanti a popolazioni “inferiori” oppure se figurarsi che proprio gli innocenti – che tali non sono – attraversino l’Atlantico e si allunghino nel Mediterraneo con la superiorità culturale di chi pensi di essersi imbarcato in un safari.

L’Acropoli al chiaro di luna

Tuttora ad Atene vengono organizzate visite dell’Acropoli in occasione del panselino, cioè del plenilunio. Ma quello che leggiamo in Mark Twain, soprattutto se siamo abituati a visitare siti archeologici strabordanti di turisti, è una sorta di descrizione dell’Eden: la preistoria di qualsiasi tipo di turismo di massa, quando un gruppetto di audaci statunitensi decide di incamminarsi verso la cittadella ateniese con il favore delle tenebre – perché una visita canonica avrebbe fatto scattare la quarantena degli stranieri, rallentando il viaggio – ma nella magia della luna piena.

Questa veduta dell’Acropoli è esposta al primo piano della Stoà di Attalo, nell’agorà di Atene. Opera di Simone Pomardi, è datata tra il 1801 e il 1805, o giù di lì.

Seguo i passi di Twain e degli altri e cerco di immaginarmi il Pireo e Atene nel 1867, quando ogni veduta dipinta rimanda un paesaggio brullo, pochissimo abitato, con mandrie al pascolo della poca erba e case basse sparse sul territorio. Ma odos Pireos, la strada che collega direttamente il distretto portuale alla città e che è stata ricavata dalla direttrice delle antiche mura temistoclee, la riconosco nelle parole di Twain! E così seguo il gruppetto, che nel frattempo saccheggia alcune vigne, fino ai Propilei, dove le guardie vengono adeguatamente pagate perché concedano il passaggio.

Il ritorno si fa più rocambolesco, perché siamo più vicini all’alba e gli Americani incontrano gli indigeni, descritti come selvaggi da cui scappare, caricature di palikaria e di cattivi dai baffoni folti e scuri e dai pugnali pronti. Sembra di assistere a un’avventura di Karaghioz, dove il gruppo di Statunitensi diventa il goffo gobbo dalle idee brillanti, che sfugge al turco o al greco cattivo di turno.

Vite di cani

Nei capitoli dedicati a Costantinopoli Twain dedica un lungo brano a un aspetto della città che mi ha suscitato vividi ricordi: i cani randagi. Nella mia lunga frequentazione di Grecia e Turchia ho sempre notato la presenza di cani che, anziché suscitare timore, si comportavano come magnanimi boss della strada, pronti a marcare il territorio e a garantire protezione allo straniero (il turista, di solito). Non sono mai stata aggredita da questi cani, anche quando si muovevano in branco, e nel 2004, all’epoca delle Olimpiadi allestite in Grecia, ho letto con curiosità il proclama della sindaca di Atene che intendeva sterilizzare e “chippare” ogni cane randagio, così da tenere sotto controllo quello che era a tutti gli effetti un fenomeno di costume, più che un problema di gestione della sanità pubblica.

Ebbene, mi ha colpito ritrovare in Mark Twain lo stesso tipo di curiosità: nell’immaginarsi la vita di questi cani e il loro girovagare da veri padroni del quartiere tra le strade e i vicoli della città, Twain sfodera tutta la sua vena narrativa, di romanziere che guarda al quotidiano e alla strada per ricreare un contesto sociale complesso.

Souvenir

Un altro brano, meno esteso e probabilmente molto meno importante, ai fini del reportage, ma che mi ha risvegliato un’attenzione direi professionale è quello relativo ai souvenir. Mark Twain descrive in dettaglio l’operazione di un compagno di viaggio, il quale recupera anonimi sassi in riva al mare oppure piccoli blocchi di marmo ai bordi della strada e li infiocchetta con cartellini dalle indicazioni altisonanti: “grosso frammento spezzato del pulpito di Demostene”, “tomba di Aleardo ed Eloisa”, e poi frammenti spacciati per provenienti da dieci diverse città, quando si trattava della stessa manciata di ciottoli, ecc.

La scusa dell’arguto falsificatore era che “la vecchia” non se ne sarebbe accorta, perché questi souvenir sarebbero stati destinati a una vecchia zia. Ma è indubbio che una descrizione così attenta sia stata messa qui da Mark Twain come spia di un’usanza che nel suo Paese stava prendendo sempre più piede: tre anni dopo questo viaggio verrà inaugurato il Metropolitan Museum of Art, e il primo oggetto della collezione sarà un sarcofago romano donato al museo dal vice console di Tarsus. In generale, l’aneddoto del compagno di viaggio millantatore suona come critica di un sistema dove gli “innocenti” sono in realtà pericolosi turisti della cultura del guadagno facile. Lette oggi queste scenette sembrano presaghe di quegli scandali che hanno investito molte istituzioni americane, dove spesso – ahimé – famosi archeologi e storici dell’arte sono stati coinvolti.

Conclusione

Il ricordo di oggi si conclude qua, tra una risata amara e una sarcastica, di fronte alla costa turca e ai ruderi di Efeso, dentro alla grotta dei Sette Sapienti.

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