Appunti estivi. 3

Polvere di dio.

In tre giorni ho consumato un libro decisamente interessante: “La nascita di Venere”, di Sarah Dunant. Affresco – è il caso di dirlo – romanzato della Firenze di Savonarola, il libro è la storia di una ragazza estremamente colta e dotata per la pittura, figlia di un mercante, alle prese con la propria crescita e le brutture del mondo, soprattutto quello della Nuova Gerusalemme annunciato da Girolamo Savonarola. Le emozioni più forti della giovane sono però affidate alla sua passione per il disegno e il colore, perciò comincerò da queste:

Annuii, incapace di parlare, e mi diressi al tavolo. Sfilai il gancio di alcune scatole e feci scivolare le dita nelle polveri: il nero compatto, il giallo acceso del croco toscano e l’intenso giallo di Napoli, con la promessa del verde di un centinaio di alberi e piante contenuti in un solido pezzo di roccia. Una varietà stupefacente di colori che erano come il primo raggio di sole sulla città gelata dopo la neve. Mi accorsi di sorridere, ma forse scorrevano anche delle lacrime.

S. Dunant, La nascita di Venere, p.238

I colori del Mediterraneo

Non sono riuscita a trovare la scena del tenente che affresca, ma questi sono i minuti finali del film e, quando torna sull’isola, Raffaele visita la chiesetta e riguarda il suo lavoro.

Leggere il romanzo di Dunant mi ha immerso in un’atmosfera estremamente piacevole, al netto di alcune atrocità che – si sa – in un racconto sulla Firenze circum-Medicea non possono mancare! L’amore della protagonista per i colori e la pittura e il suo cimentarsi nell’affresco di cappelle private mi hanno fatto tornare alla mente un film celebre, vincitore di Oscar, Mediterraneo di Salvatores e così l’ho rivisto. Ricordavo chiaramente le immagini della piccola chiesa che il tenente Raffaele, decisamente il più improbabile militare mai apparso sugli schermi, riceve l’incarico di restaurare, con sua somma gioia. Naturalmente aggiunge un tocco personale ai volti dei santi e, nella scena del matrimonio tra Farina e Vasilissa, ritroviamo i commilitoni ritratti à la bizantina, con i volti che sembrano essere composti da spicchi di colori in nuances. Pare di vedere ogni spicchio con dentro un numero che corrisponde al colore e il tenente tornato bambino, impegnato a giocare con pennelli e tempere.

Un gioco da bambini

La bellezza delle icone bizantine e poi l’evoluzione nell’arte ortodossa del XVII e XVIII secolo non mi è sempre stata affine: solo la frequentazione con la Grecia mi ha insegnato ad apprezzare quei volti spigolosi e a cercare i dettagli, gli attributi che, esattamente come per le divinità del mondo classico, permettono di riconoscere il soggetto ritratto. Quest’anno, nel mio giro del Mani interno ed esterno, mi sono divertita soprattutto a Monemvasià: insediamento incuneato tra la rocca e il mare, su un isolotto inaccessibile poco sotto Gythio.

Panagia Myrtidiotissa, Monemvasia

Questa a sinistra, per esempio, è una icona tanto semplice quanto ricca di storia: si tratta della Madonna del mirto, la Myrtidiotissa, che è venerata soprattutto a Kythira, ridente isolotto tra il Peloponneso e Creta. Dobbiamo risalire al XV secolo per leggere la storia del pastore cui appare in sogno la Madonna, dicendogli di cercare l’icona nei campi. L’icona c’è, in effetti, ed è in un cespuglio di mirto, che quindi le dà il nome.

Fin qui la potremmo considerare una delle tante icone della Vergine e la sua chiesa a Monemvasià era stata dedicata da esuli cretesi, particolarmente devoti.

Sincretismo

Non sfuggirà però il fatto che il mirto fosse una pianta associata ad Afrodite e che Kythira era considerata una delle possibili isole (insieme a Cipro) sulle cui spiagge era stata sospinta la dea nata dalla spuma del mare.

I culti antichi vengono ripuliti dalla religione che ha avuto la meglio e il paganesimo dorme tra le ciglia di una Vergine e di suo figlio.

Icona mobile della Vergine Zoodochoou Pigis, dipinta da Pavlos Papadopoulos nel 1865, su commissione della associazione dei calzolai. Fa parte della collezione della chiesa dei Tassiarchi di Areopoli, oggi è esposta nel museo Pikoulakis, sempre ad Areopoli.

L’iconografia della Madonna Zoodochou Pigis è ancora più significativa. Si tratta di una Madonna che emerge da una fonte (pigì) che dà la vita (zoodochos) e l’origine di tale immagine è collegata a una chiesa di Costantinopoli dove, intorno al V secolo, una sorgente di acqua miracolosa era stata indicata dalla Vergine apparsa a un soldato romano o all’imperatore Giustiniano. Da Costantinopoli tale immagine ha attraversato i Balcani e viene riprodotta in tutto il mondo ortodosso (non parliamo poi delle vie intitolate a questa Madonna, tutti i centri abitati greci ne hanno una).

Ma a me, ‘amica delle ninfe’ come mi ha soprannominato un amico, scatta subito l’associazione con la medievale “fonte della giovinezza”, un mito che figura anche su alcuni deschi da parto di età rinascimentale e che propone fontane dai complessi giochi d’acqua aspettare il cavaliere o il pellegrino di turno nel folto di boschi sperduti, pronte a offrire ben più del semplice sollievo dalla sete, addirittura una vita eternamente giovane. Queste fonti saranno forse cugine degli specchi d’acqua custoditi dalle ninfe, le quali attendono i giovani che si avventurano nelle radure e li afferrano, trascinandoli a sé e destinandoli a eternare la loro giovinezza oppure accogliendoli e istruendoli nella saggezza del nostro e del loro mondo (pensate alla Dama del Lago, nutrice di Lancillotto).

Persa in questi collegamenti divini mi viene in mente che c’è una fantastica rappresentazione della fonte della giovinezza ne “La Rosa di Bagdad”, filmato d’animazione tutto italiano del 1949. I tre saggi, personaggi buffi della storia, si avviano alla ricerca del protagonista e si imbattono in una fonte, custodita da una grossa donna africana. Si dissetano, ma quella fonte è incantata e la giovinezza che acquistano li fa tornare infanti.

San Giovanni “decollato”

Icona del despotato di Morea, tardo XVIII secolo, raffigurante San Giovanni Battista.
Esposta al museo Pikoulakis.

Nella visita di Areopoli, capoluogo del Mani, non può mancare il museo Pikoulakis: allestito nella casa-torre di questo celebre cittadino di Areopoli, parente del Mavromichalis che portò alla ribellione i Greci contro il potere Ottomano.

La collezione non è ampia, ma può contare alcuni pezzi da novanta, come l’icona della Zoodochou Pigis e alcuni elementi architettonici di basiliche o piccole chiese trovate nella regione del Mani e significativi per delineare uno stile maniota nella decorazione di XI-XIII secolo. Sono noti perfino i nomi di due lapicidi, che firmano alcune opere.

E poi c’è lui, il San Giovanni Battista scarmigliato come al solito, ruvido nel volto e nella exomis, la pelle che lo riveste. L’iconografia è classica: accanto a lui il cartiglio con la frase ben nota:

Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:

egli preparerà la tua via.

Marco 1.2; Luca 7.27; Matteo 11.10

E poi la testa servita sul piatto d’argento, questa volta dallo stesso santo che indica il proprio martirio. Ma nelle icone ortodosse ci sono le ali e questa è una novità nell’iconografia del Battista. Un indizio lo troviamo nella frase di cui sopra, dove “messaggero” è reso come angelos e dunque una delle creature alate che mettono in contatto i due mondi, umano e divino. Nei Vangeli, inoltre, San Giovanni è associato a Elia, il profeta delle alture (chiese e monasteri a lui dedicati sono proprio in cima ai monti) che alla fine della sua vita ascende in cielo su un carro di fuoco, a metà tra una Medea redenta e l’antico titano solare di cui il profeta porta il nome.

Quindi Giovanni è pronto al volo, dotato di ali scure, bruciato dal sole del deserto, vestito di pelli e nutrito di locuste. La sua iconografia alata si sviluppa in età bizantina, poi conosce una pausa, e infine è ripresa soprattutto in ambito russo a partire dal XVIII secolo.

Il sole illuminante

Restiamo per un attimo sul sole, indossiamo gli occhiali, ché non dobbiamo fissarlo senza protezione! E il sole per me è Sarastro, perché mentre scrivo queste righe sto riascoltando Il Flauto Magico di Mozart, nella edizione del 2003 con una commovente Damrau/regina della notte, un funambolico Keenlyside/Papageno e una dolcissima Röschmann/Pamina.

Una favola iniziatica, al posto del Sole e del suo regno potete mettere Mitra o ancora meglio Iside (l’Egittomania sarebbe scoppiata qualche anno dopo, ma la suggestione egizia è innegabile). Una metafora massonica, è stato detto, ma si tratta solo di un altro nome della iniziazione divina, che a partire da Eros e Psiche si è sempre divertita a mettere alla prova gli esseri umani, con la promessa di un bene superiore.

Giochiamo, dunque, con le immagini e i colori e alimentiamo il nostro animo fanciullo, che ha bisogno di riempire gli occhi di bellezza per poter insegnare al proprio animo a riconoscere la giustizia.

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