Ci ho pensato un po’ e alla fine ho deciso di intitolare questa mia riflessione proprio come quella tavola rotonda che organizzai, con il supporto di Piero Pruneti e di Louis Godart, al tourismA del 2017.
Si trattava di illustrare al pubblico la situazione dei marmi del Partenone da un punto di vista sia storico che politico. Intervennero persone attive da anni nella vicenda della richiesta al British Museum di restituire i marmi ad Atene, tra queste mi piace ricordare l’autorevole Dusan Sidjanski, presidente del comitato svizzero per la restituzione dei marmi del Partenone, Matthew Taylor, dell’International Association for the Reunification of the Parthenon Sculptures, nonché autore del blog Elginism, e Maria Vlazaki l’allora segretario generale del Ministero greco di Cultura e Sport.
La “vexata quaestio”
A beneficio di tutte e tutti, sia i consapevoli che gli ignari, cerco di riassumere la questione che ancora tanto fa discutere.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Temporary_Elgin_Room_at_the_Museum_in_1819.jpg
- 1458 l’Impero Ottomano si estende sul territorio greco e il Partenone, già chiesa cristiana, diventa una moschea. Sull’Acropoli sono allocati alcuni depositi di polvere da sparo, perciò, quando nel 1689 Morosini bombarda la collina, gli effetti sono devastanti anche per i monumenti.
- 1800 – Thomas Bruce, conte di Elgin e ambasciatore inglese presso la Sublime Porta, chiede al Sultano il permesso di effettuare rilievi e calchi e disegni delle antichità presenti sull’Acropoli.
- 1801 – il Sultano, tramite un contratto, un firman, permette a Elgin anche di smontare e portare in Inghilterra metope, rilievi, statue e tutto quanto lo interessi.
- 1801-1805 – Elgin procede a un vero e proprio saccheggio, fino a quando il firman non viene rinnovato. Di questo contratto abbiamo oggi solo una versione tradotta in italiano. Molti studiosi hanno sollevato dubbi sulla effettiva esistenza di un documento simile, dal momento che il Sultano aveva già da tempo bloccato il trafugamento di opere.
- 1816 – i marmi arrivano a Londra dopo una serie di vicissitudini, non ultima il naufragio di una delle navi impegnate nel trasferimento. Non è chiaro se sia stato possibile, all’epoca, recuperare tutto il carico.
- Infine i marmi vengono esposti in una sala del British Museum e lì sono ancora oggi.
- 1982 – Melina Mercouri, celeberrima attrice divenuta Ministro della Cultura in Grecia, promuove una campagna di sensibilizzazione e un’attività concreta per la restituzione dei marmi da parte del British Museum.
- 1984 – Melina Mercouri propone un voto sulla questione della restituzione. La Commissione Intergovernativa dell’Unesco per la Promozione della Restituzione dei Beni Culturali ai Paesi d’Origine approva la mozione e vota a favore. Niente si muove, ma è già un passo avanti nel sensibilizzare gli addetti ai lavori e l’opinione pubblica sulla questione.
- Comiciano a formarsi diverse commissioni, in varie parti del mondo, che promuovono il dialogo Londra-Atene sulla riunificazione dei marmi.
- Nel frattempo gli Ateniesi non stanno con le mani in mano, ma già negli anni ’80 del Novecento pianificano la costruzione di un museo che possa sciogliere definitivamente qualunque dubbio riguardo alla capacità greca di conservazione, tutela e valorizzazione dei reperti dell’Acropoli. Nel 2009, dopo una gestazione lunga 20 anni, il nuovo Museo dell’Acropoli è finalmente aperto al pubblico.
- 2024 – il lavoro instancabile delle commissioni e dei curatori del Museo sembra, piano piano, dare qualche frutto. Proprio recentemente il dialogo ha aperto qualche spiraglio...
Perché
La tavola rotonda di tourismA portò alla creazione della commissione italiana per la restituzioni dei marmi: Godart ne è presidente e io dovevo esserne la segretaria ma, dopo aver aperto una pagina facebook, ho preferito rinunciare all’incarico, perché all’epoca la mia quota di lavoro pro bono era già piena. Ma cosa viene chiesto con precisione?
La questione è semplice: la decorazione scultorea del Partenone è da considerare un sistema unico, architettonico e decorativo. Oggi, grazie all’enorme lavoro fatto per creare le condizioni migliori di conservazione, fruizione e valorizzazione, è possibile ricomporre quell’unità, quel sistema.


https://andrewprokos.com/photo/acropolis-museum-caryatids/
Non viene chiesta indietro la cariatide, per essere chiari, perché una cariatide mancante non impedisce la comprensione dell’insieme e perché è vero che ci sono eventi storici che è troppo complesso smontare e rimontare, cancellare o sostituire.
Ma, date le circostanze dell’acquisizione delle statue e dei rilievi da parte di Elgin e date le circostanze della loro esposizione a Londra, che impoveriscono fruizione e comprensione da parte del pubblico, a fronte delle condizioni ottimali di Atene, è logico cercare di spostare quelle opere d’arte da Londra al loro luogo di origine.

Chi si lamenta del fatto che questa restituzione darebbe il via a vere e proprie migrazioni di oggetti dai principali musei del mondo fino ad arrivare a cosiddetti rimpatri nelle terre da cui furono sottratti, non considera diverse variabili.
Le variabili
- Prima variabile: difficilmente un museo resterà vuoto, consideranzo i magazzini spesso pieni di oggetti che non trovano posto nelle esposizioni permanenti e che restano nei magazzini in attesa di un’occasione temporanea
- Seconda variabile: la condizione essenziale per una restituzione è che il museo dove il reperto viene rispedito garantisca la tutela e la fruizione dello stesso. Purtroppo l’attuale Risiko nel quale ci troviamo a vivere spesso non offre tali garanzie.
- Terza variabile: le circostanze storiche legate alle acquisizioni possono giocare un ruolo importante nella valutazione di cosa e come rimpatriare. Ricordiamoci che il British Museum nacque come “museo totale”, omnicomprensivo. Nel 2010 Neil McGregor, allora direttore, pubblicò un libro dal titolo significativo: “A History of the World in 100 Objects” (Una storia del mondo in 100 oggetti), dove 100 reperti del British Museum venivano selezionati per narrare l’evoluzione di arte, letteratura e storia. Dunque, se i marmi del Partenone dovessero essere solo un esempio di arte ateniese di V secolo a.C., sappiamo che il British può vantare molti altri esempi dello stesso secolo.
- Quarta variabile: si tratta di un aspetto delicato ed estremamente radicato, vale a dire l’identità culturale greca, per la quale il Partenone sembra essere inserito nel DNA del popolo ellenico. Non mi riferisco solo al programma politico che è alla base della lettura iconologica del Partenone (quali miti sono stati scelti e cosa significavano per Pericle e Atene all’epoca). Potrei citare mille esempi, ma ce n’è sempre uno che mi torna in mente e che è legato alle vicende di Alekos Panagoulis, l’Uomo del romanzo di Oriana Fallaci. Tra i suoi progetti di ribellione contro i Colonnelli c’era anche quello di minare l’Acropoli, un gesto estremo che spiegava l’esasperazione cui erano arrivati i Greci sottoposti a quel regime. Il giorno dell’inaugurazione del nuovo museo dell’Acropoli, quando il biglietto di ingresso restò fisso a 1 euro per una settimana, nel percorrere le sue sale sembrava di essere in un centro commerciale: famiglie intere, giovani, anziani, se si fossero messi in fila avrebbero ricordato il fregio continuo della processione delle Panatenee. Una festa vera, dopo anni di lavori che avevano anche sollevato polemiche, ma che alla fine coronavano un sogno di identità culturale voluto da tutti.
Arte che imita la vita
Atene non pretende di svuotare le sale del British, anzi, ci sono proposte – non sempre apprezzate – di sostituire i reperti britannici con copie 3D puntuali delle statue, per far sì che gli originali tornino ad Atene senza turbare troppo l’estetica della sala londinese.
D’altronde non dimentichiamo che, nel progettare il nuovo museo dell’Acropoli, i curatori hanno avuto l’accortezza di “riempire i vuoti” dei marmi Elgin con calchi accurati: in questo modo non si interrompe la visione d’insieme ma si rimarca un’assenza.
Inganni dell’età
Ho deciso di scrivere questa sorta di pamphlet o bignami della vicenda Marmi del Partenone dopo aver concluso l’ultimo romanzo di Petros Markaris.
Ho dovuto controllare l’anno di nascita dell’autore per capire come potesse essere così distante della discussione complessa che circonda la questione marmi.
Al centro della vicenda poliziesca c’è una ditta che fabbrica copie 1:1 di reperti antichi. Questi replicatori esperti utilizzano “l’intelligenza artificiale”, qualunque cosa voglia dire per Markaris, dato che durante tutto il romanzo lo scrittore non indulge in alcun sinonimo né decide di spiegare meglio le tecniche utilizzate. Sembra quasi il sequel di 2001 Odissea nello Spazio, quando scopriamo che Al 9000 in realtà ha deciso di diventare uno scalpellino.
MOMENTO DI MINI SPOILER
La ditta in questione ha deciso di utilizzare tale expertise per fare leva sulla polizia e sul governo greco: essendo finiti al centro di una indagine per omicidio, chiedono di essere lasciati stare in cambio di una fornitura GRATUITA dei marmi Elgin. Il governo va in brodo di giuggiole! EUREKA! Abbiamo trovato la soluzione! Noi avremo queste copie accuratissime e così smetteremo la decennale guerra con il British Museum.
Per dare una prova del fatto che questa sia la proposta del secolo, gli anonimi tecnici di “intelligenza artificiale” lasciano nottetempo una replica sul Licabetto. Al mattino i turisti sciamano attorno alla statua come formiche a un pic-nic e il governo è convinto! La polizia riceve l’ordine di lasciare stare i tecnici di laboratorio e rivolgere i loro dubbi altrove (entrano in gioco degli “Arabi”).
Sopracciglio alzato
Ero già molto perplessa in merito allo svolgimento della trama, ma avrei lasciato correre se si fosse trattato di un autore non greco. Ora, per carità, Markaris è in realtà un greco-armeno nato a Istanbul, educato in centro Europa e naturalizzato greco solo a quarant’anni d’età, tuttavia i suoi romanzi più noti sono ambientati in Grecia e restituiscono un’atmosfera chiaramente ellenica.
Mi ha davvero sorpreso vedere una tale serie di fraintendimenti riguardo a una delle vicende forse più universalmente note tra quelle legate alla cultura greca e alla carta di identità culturale della repubblica greca.
I turisti hanno già le loro copie, sono i calchi del museo, armonizzati con gli originali. La richiesta degli originali londinesi va ben al di là del puro fatto estetico.
SECONDO MOMENTO SPOILER
Dulcis in fundo arriva la soluzione del mistero: naturalmente i poveri tecnici e archeologi della ditta di cui sopra non c’entrano nulla, ma il movente dell’omicidio è individuato nella lotta intestina tra trafugatori di opere d’arte e falsificatori delle stesse. Bisogna fermare gli scienziati che affinano l’arte della consultazione online o della fedele riproduzione analogica.
Dalle pagine di Markaris emerge la paura, il terrore, di pensare a come il mondo culturale potrebbe diventare se gli oggetti fossero consultabili solo grazie alla “intelligenza artificiale”.
Il futuro è ora
Proprio pochi mesi fa, io e Giovina Caldarola abbiamo registrato un bel dialogo con Nicolette Mandarano. Presentavamo il suo ultimo libro e abbiamo affrntato anche la questione del ruolo dei nuovi mezzi di comunicazione nella fruizione dei beni culturali.
Markaris è un uomo nato nel 1937 e i suoi dubbi, le perplessità, sono più che comprensibili. Spiace che non ci sia stato nessuno in grado di dissiparglieli, di rassicurarlo. Spiace anche che non conosca nessuno che possa accompagnarlo al Museo dell’Acropoli e rispondere alle due ansiose domande.
Forse mi sarei aspettata più cura da parte degli editori, greci e italiani. Perché è vero che “Il futuro è un inganno” è una lettura da ombrellone, ma le inesattezze riguardo alla questione dei marmi Elgin e, più in generale, riguardo ai dibattiti che oggi animano i musei e le nuove frontiere della museologia, sono molto demoralizzanti.
Leggete Markaris, ma leggete magari anche i vari link di cui ho riempito questo post, perché la questione dei marmi del Partenone è affascinante e coinvolge molti più aspetti della nostra società contemporanea di quel che pensiamo.



