L’amore più grande che c’è

A dodici anni la mia formazione musicale sembrava quella di un’adolescente della Milano degli anni ’50-’60.

In macchina mia madre teneva fisse le cassette di Cochi e Renato, il Poeta e il Contadino, e negli anni migliorava la mia comprensione di quei testi tanto buffi e divertenti quanto sarcastici, ironici, spesso un po’ scurrili. Indimenticabile “Il Reduce” che intercalava puttana eva a quel pirla di un Silvio. E io e mio fratello, ragazzini delle elementari, ridevamo come pazzi (allora Tata Lucia non c’era…).

Ai due poeti milanesi si alternavano Adriano Celentano (Chi non lavora non fa l’amore, Soli) e Jannacci (El portava i scarp de tennis, Veronica, l’Armando). Non ci si può poi stupire se, in piena estate, con i finestrini abbassati io, simpatica decenne, cantavo a squarciagola TUTTI AL MARE TUTTI AL MARE A MOSTRAR LE CHIAPPE CHIARE!


Ma mia madre riempiva la piccola LN dei suoni più celebri della musica americana anni ’50-’60..Paul Anka, gli Everly Brothers, Connie Francis, e anche i Beatles, of course.

Le proficue lezioni di inglese in classe trovavano finalmente compimento: io CAPIVO le parole delle canzoni americane o inglesi, magari non tutto e subito ma a poco a poco, al cinquantesimo ascolto (ci muovevamo molto in macchina) riuscivo a comprendere tutto e ancora rimaneva un margine di interpretazione delle frasi decifrate: i Platters hanno continuato fino ai sedici o diciassette anni a gratificare la mia esigenza di comprensione.

Questa esigenza andava di pari passo con una mia peculiarità: cantare tutto quello che aveva un che di orecchiabile .

Mia madre non si è mai espressa a riguardo.. io ho continuato per anni a intonare le canzoni che passava l’autoradio della piccola LN, soprattutto d’inverno, quando i finestrini sigillati mi permettevano di immergermi completamente nel suono da me prodotto.

Cantare era fondamentale, tanto quanto lo era per mia madre girare la chiave della accensione. Io cantavo in italiano e in inglese, perfezionando sempre di più la pronuncia e naturalmente le pause, i trilli, le note sostenute, i singhiozzi del Magic Touch o di Only You.

Cantare mi riempiva anche i momenti di disagio: memorabile la lezione di nuoto con quelle vasche fatte a dorso ripetendomi mentalmente un successo di Celentano…. creai un vero ingorgo in quella corsia usata in 5 .. purtroppo non avevo scelto 24.000 baci ma.. Soli! Il ritmo di nuoto ne aveva risentito e i miei compagni si lamentarono ufficialmente con il maestro per la mia lentezza…

In questo mondo sempre più anglosassone spuntò un giorno una voce più calda delle altre, più brillante delle altre, più chiara delle altre. Un ritmo Pop, a volte Dance… io stavo crescendo e forse i ritmi sincopati, i 3tempi, il twist piegato sulle ginocchia non poteva più soddisfarmi.

Inoltre sentivo che la mia voce voleva aprirsi, immergersi negli acuti più arditi e perdersi fino alle note più alte.

Era arrivata Whitney Houston e non ce ne fu più per nessuno.

Mia madre mi aveva già iniziato al pianoforte con risultati altalenanti … mi scoprivo pignola e mai sufficientemente sicura della pulizia dell’esecuzione. C’era comunque mia mamma che suonava, interpretava, dava lezioni, a volte sembrava preferire alcune allieve, insomma ..io avevo il canto! che diamine…

Un Natale ricevetti degli spartiti nuovi.. in essi le canzoni di Whitney Houston prendevano la forma delle crome e semicrome a me familiari. Decisi di usarli non tanto per imparare ad eseguire le canzoni, quanto per perfezionare la mia capacità di riprodurre i suoni. Non più a orecchio ma con il supporto della tastiera, dei martelletti e dei parallelepipedi d’avorio.

Ricordo ancora con orgoglio il MI che riuscii a raggiungere dopo molte prove e finalmente anche a tenere per un tempo ragionevole. Anche i RE mi impegnavano molto, ma esercizio e perseveranza mi fecero avere ragione anche di loro.

Cominciava una stagione di maggiore consapevolezza: ero pronta per un concerto dal vivo!

Nel giugno 1988 Whitney Houston approdò a Milano. A Milano c’erano mia nonna e mio zio, niente di più facile che mettersi in treno e trascorrere due giorni da sogno.. da sola? No! la mia amica Dunia, la vera “colpevole” di avermi fatto conoscere questa MUSA nera, sarebbe venuta con me. Un’avventura decisamente emozionante!

Mia madre mi fece notare che giugno 1988 era per me anche il mese degli esami di terza media. Quindi: meglio di no.

Non ricordo con precisione quali furono i miei sentimenti rispetto all’intera situazione.. non posso dire che la considerai un’ingiustizia, in fondo ho sempre avuto un forte senso della disciplina. Forse lo considerai un po’ strano, data la mia media del 7 e la pressoché inesistente ingerenza dei miei genitori negli affari scolastici… Accettai, comunque, protestando poco. La vera fitta a quello che all’epoca consideravo stomaco, ma forse era decisamente fegato, la ebbi la sera del concerto….

Non mi ricordo quale radio (forse Rai Radio 2) aveva ottenuto la diretta dell’evento e così mi apprestai a questo surrogato (la mia amcia Dunia, con media più bassa della mia, era andata). Mentre ascoltiamo il programma da me imposto a tutta la famiglia.. mia madre mi confessa che nell’ultima settimana, presa dai rimorsi, ha cercato, muovendo mari e monti, di ottenere il biglietto.. senza riuscirci.

Ecco, in quel momento credo di aver avuto una prima AGNIZIONE. Quelle che capitano raramente quando siamo ragazzi e ci confrontiamo con i nostri genitori. Di solito ci lasciamo travolgere da sentimenti sanguigni, ma in alcuni, rari, momenti capiamo PERFETTAMENTE chi abbiamo davanti. Poi il momento passa e torniamo alla nostra routine… solo dopo molti anni abbiamo la conferma di quella prima intuizione.

Con l’arrivo del liceo giunse per me il momento di rinnovare i miei gusti musicali. Contrariamente a ciò che accade normalmente ai ragazzi delle superiori, io non mi rivolsi né ai baluardi del cantautorato italiano, né ai capisaldi del rock anni ’70.

No, io scoprii il Jazz e il Soul, mi innamorai di Billie Holyday e cominciai la mia personale formazione di musica nera, di ragtime e swing, del soul appassionato di Otis Redding ecc. ecc. La dinamica era sempre la stessa: dischi “a palla” fino a riprodurre anche i più sussurrati sospiri, ascoltare le pause. Crescendo, la capacità di immedesimazione aumentò e mi ritrovavo a canticchiare dei testi che facevano riferimento a precisi stati d’animo.

Ma Whitney Houston rimaneva. Continuava ad abitare in un luogo preciso del cuore (o era lo stomaco), in cui le definizioni di pop – rock – blues- soul non hanno più significato.

Si trattava di una parte di me, di quel fanciullino che Pascoli rincorse per una vita e che io avevo dentro e a volte lo cantavo, di nuovo, seguendo le ultime canzoni, guardando perfino i non memorabili film di Whitney. Mi accorgevo, tuttavia, dell’inesorabile peggioramento della sua voce. A volte erano solo intuizioni, altre volte rimanevo spiazzata.

Arriviamo al 1993, il 7 ottobre Whitney Houston tornò in Italia. Mancava da 5 anni (chi lo sapeva meglio di me!). Mi aveva dato il tempo di affrancarmi: in ottobre le lezioni al primo anno di Lettere non erano ancora cominciate e io ero in grado in tenere da parte la paghetta per arrivare alle 88mila lire del biglietto per un posto in parterre al Forum di Assago.

Milano, di nuovo, non c’era più mia nonna, ma c’era mio zio. Non si vedevano ostacoli. IO ANDAI.

Mia mamma cercò nuovamente di bloccarmi: la mia adorata micia aveva un problema ad un dente, era febbricitante in attesa dell’intervento ambulatoriale. Ma quell’agnizione di 5 anni prima mi era servita: non mi freghi, io vado. La micia capirà!

Comprai una giacca color crema: una “sciccheria” per sottolineare l’importanza dell’evento. A Milano, lo zio aveva il compito di accompagnarmi e di venire a riprendermi. Non riuscii a convincere nessuno degli amici, 88 mila lire erano troppe, nel ’93 Whitney aveva già dimezzato i suoi fan italiani.

Non era ancora la stagione dei cellulari, sarà solo il caso a far incontrare zio e nipote all’uscita di una vera e propria bolgia dantesca ad Assago…

Ma non ho paura.. io sono ADRENALINA PURA… la mia indole timida agisce come in trance, mi sedo (seduti???!!) accanto a persone ben più grandi di me. CANTO TUTTO.. sorrido tanto che alla fine della serata mi faranno male le guance. Quando, per i bis, Whitney chiama tutti sotto al palco io sono la prima. E’ UN TRIPUDIO, sono al massimo dell’emozione. Non ho mai più ballato così, io, refrattaria alle discoteche. In quel momento non sto ballando, non sono io, è la musica allo stato puro, sono i MI, i RE, i FA, un tripudio di suono e di parole.. Ed è lei, il suo volto sudato e sorridente, quel modo inconfondibile di chiudere le labbra alla fine di un acuto.. smorfie che Giorgia cercherà di imitare (facendomi scoprire inequivocabilmente fegato e bile).

All’uscita compro una TShirt nera con il volto di Whitney.. è una XXXXXL.. forse un modello Oprah Winfrey, ma io non so chi sia Oprah e sono ancora in piena stagione “voi non indovinerete mai la mia taglia”.

A questo punto ho tutto. Non tornerò ad un concerto per almeno 8 anni. Quello di Assago non è un concerto, è un incontro con una parte di me. Nera, bella e dalla voce speciale.

Poi arriva il matrimonio con quel delinquente, la figlia chiamata Bobby probabilmente durante un hangover. Arriva la stagione dell’autodistruzione e la prima ad andarsene è la voce… ma se Billie era riuscita a dare ancora più dolore e passione al suo canto negli ultimi, disgraziati anni, Whitney non ce la fa.

Non seguo il gossip, perché non si può essere morbosi con una parte di noi stessi, con la nostra adolescenza.

Curiosamente, chi ha sempre saputo della mia passione, pensava di prendermi in giro rivelando ad altri questa mia “debolezza” .. ma io, permalosa fino all’eccesso, non ho mai raccolto, né capito fino in fondo: sono nata a Milano, e allora? porto gli occhiali, e allora? sono alta 1,60, e allora? mi piace Whitney Houston, e allora? Era una parte di me, come Billie Holyday, non potevo provarne vergogna.

Proprio un paio di sere fa mi è capitato di riascoltare un suo pezzo cantato da altri, le parole riaffioravano alle labbra come se lo avessi cantato il giorno prima e mi sono commossa. Per un attimo ho avuto l’illusione di sfruttare il mio essere intonata, quella canzone sembrava dirmi: ti sei forse persa per strada?

Whitney la cantava con l’onnipresente madre, che forse ha avuta un ruolo non secondario nella sua discesa a capofitto…

Ho trovato un video in cui tutte e due soffrono, tanto, e si vede.

Oggi Whitney Houston non c’è più e la notizia ha sollevato quel sottile coperchio che mantiene ancora isolato dalle brutture di esperienze accumulate negli anni, difetti infestanti, uno scrigno ricolmo della spensieratezza cantata.

Avevo 14 anni quando scrissi su un foglietto un promemoria: “ricordati che tu vuoi cantare”. Lo infilai nel cassetto della scrivania, come in una capsula deltempo.

Non l’ho più ritrovato ma ne ho conservato la memoria.

Oggi, la morte di Whitney mi dice: “ricordati di quando hai cantato”.

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2 Responses to L’amore più grande che c’è

  1. francesca scrive:

    Pensa che mia mamma mi ha tirato su a Tenco e De Andrè… è un miracolo che non sia affogata nella depressione!
    A parte gli scherzi, bellissimo articolo Stefy!!

    • Stefania scrive:

      pensa che l’ho scritto durante il volo verso Palermo… un evento più unico che raro per me, distrarmi dal terrore che mi tiene aggrappata alla settimana enigmistica durante quell’ora e mezza ….

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