“Una cicala di troppo” – racconto a puntate 5

Un ingresso trionfale

http://www.theguardian.com/world/2011/jul/18/greek-taxi-drivers-disrupt-touristsYannis era ciarliero; la stessa mano che si lisciava i baffi impomatati, volteggiava nell’aria ferma delle due, e tracciava linee immaginarie, per sottolineare i giudizi inappellabili pronunciati in un inglese sperimentale. Il tassista sessantenne era stato spesso in Italia e suo figlio studiava medicina a Napoli, perciò si sentiva in diritto di articolare analisi socio-economiche, tanto categoriche quanto disperanti. Italia Grecia mia faza mia raza era stata la frase di apertura, pronunciata un attimo prima della chiusura dell’ultima portiera. Le tre ragazze non avevano potuto sottrarsi al polemico interlocutore: Elena era quella che cercava di tenergli testa o quanto meno di seguirne il discorso, Cassandra aveva abbandonato la conversazione all’apparire delle colonne superstiti dell’Olimpieion, aveva tirato fuori la macchina fotografica e cercava di immortalarle, impresa ardua, data la velocità sostenuta del taxi; Asia sembrava assente, avvolta in una bolla che la isolava dalle risate di Yannis e dal suono meccanico della macchina di Cassandra. Fendendo il traffico dell’ora di punta, il piccolo squalo giallo si infilò nel budello di Plaka e in pochi minuti scaricò le ragazze davanti all’ostello.

L’improvviso silenzio fece sussultare le giovani archeologhe: fu solo un attimo, poi il frinire delle cicale restituì il ritmo abituale all’afa greca. La piazzetta antistante l’ostello era piena di turisti, seduti ai tavoli delle numerose taverne, il caldo era talmente avvolgente che perfino le orchestrine ambulanti, un must per ogni taverna che si rispetti ad Atene, si stavano prendendo una pausa. Le cicale aumentarono l’intensità del loro strofinare e a Cassandra sembrò che la testa cominciasse a girare – “Scusate ragazze, possiamo entrare? Io ho bisogno di farmi una doccia… mi è presa davvero male” “Sì, ok Cassandra, ma dobbiamo anche mangiare qualcosa, altrimenti facciamo l’effetto domino e sveniamo una sull’altra” – ad Asia cominciava a non piacere la facilità con cui le sue compagne di viaggio tendevano a farsi sfuggire il momento del pranzo: per loro un gelato era più che sufficiente, ma lei preferiva di gran lunga una ricca choriatiki, l’insalata con feta e olive. “Va bene, comunque voi, se volete, rimanete pure giù, io ho bisogno di ombra e fresco, altrimenti casco a terra…”

La stanza dell’ostello era una tripla piuttosto economica, soprattutto considerando la posizione centralissima! Dalla finestra del bagno in corridoio si scorgeva la bandiera bianca e blu svolazzante sull’Acropoli e il viavai di turisti era una garanzia: da quel quartier generale si potevano raggiungere comodamente a piedi i monumenti più importanti della capitale.

Elena e Asia decisero di esplorare i dintorni alla ricerca di qualcosa da mangiare, Cassandra era crollata sul letto dopo la doccia e non era il caso di svegliarla. Le lasciarono un biglietto, promettendo di fare presto. Erano le tre del pomeriggio e sembrava una follia uscire a quell’ora, ma Asia era stata irremovibile: “Non ha senso mettersi a dormire ora, va a finire che ci svegliamo alle sei e perdiamo tutto il pomeriggio. Abbiamo solo bisogno di mettere qualcosa sotto i denti e di rinfrescarci, sulla guida è indicato un posticino economico qua vicino”. Elena si lasciò convincere e seguì Asia, velocissima nel dribblare i camerieri sudati che tentavano di farle sedere ai tavoli delle taverne nella piazza. “Allora, qua dice SCOLARHIO.. ma che diavolo ci fa l’ACCA lì in mezzo?!… comunque dovrebbe essere in Tripodon, aspetta, giriamo qui a destra e andiamo avanti”. Le due amiche raggiunsero la meta in pochi minuti: una taverna su due piani, con un’ampia veranda in legno e l’insegna nascosta da una rigogliosa edera che prometteva ombra e fresco. Si sedettero a un tavolo d’angolo e furono subito travolte dall’entusiasmo dell’anziano cameriere, che intuirono essere il proprietario del ristorante. Stavano per lanciarsi nella solita lotteria delle ordinazioni, che dopo una settimana era diventata un po’ più consapevole, quando il loro sorridente ospite comparve con un enorme vassoio di antipasti e cominciò a servirle, annunciando velocemente il nome del piatto che scodellava sul tavolo di fronte a loro. Non parlava inglese, o meglio, non SOLO inglese, si trattava piuttosto di un grammelot in salsa tsatsiki, dove trovavano spazio parole in italiano, spagnolo, francese e, sì, dai, anche un po’ di inglese. Asia ed Elena fecero fatica ad arginare la sua foga, ma finalmente trovarono il giusto equilibrio tra la loro fame e le necessità economiche dell’esercente greco. Di fronte ad un caffè turco (che avevano imparato a chiamare “greco” per evitare occhiate stizzite) cominciarono a rilassarsi: “Che peccato che Cassandra sia rimasta a dormire, qui si sta davvero bene!” – “Vedi? Che ti avevo detto? Non aveva senso rimanere in stanza. Mi scusi? Posso chiederle una cosa?”, Asia aveva deciso di dare credito alla tanto decantata passione per l’Italia del loro anfitrione e gli si era rivolta direttamente in italiano: “Sì! Subito! Eccomi!” “Mi saprebbe dire dove si trova questo posto?”, la giovane archeologa tirò fuori una cartina spiegazzata, con un indirizzo segnato a pennarello e un asterisco che prendeva mezzo foglio. “Mmhh.. aspetta.. oui, sigoura, tha prepi na’ne edò kapou… madame ha mappo di Atene?” Asia prese la cartina in fondo alla guida e la porse al suo interlocutore, “Ecco, qui! Lei sale per scale, qui, e poi turna a des.. a sinistra! Segue strada e legge nomi, lo vede STRATONOS, capisce? STRA-TO-NOS e segue segue segue”. Il volto sorridente e un poco sudato indicava che la spiegazione era terminata e che aveva lasciato soddisfatto il simpatico ristoratore. Asia ringraziò, mentre Elena si asciugava gli occhi pieni di lacrime e batteva ritmicamente il piede sulle assi di legno… lo sforzo, la mimica, i gesti del greco così sollecito stavano per farla scoppiare in una risata isterica, dettata probabilmente dalla stanchezza. Aveva provato a trattenersi, ma era stata davvero dura e ora aveva bisogno di sfogarsi. Pagarono velocemente e si ritrovarono quasi a correre lungo odòs Tripòdon, in direzione dell’ostello: “Oddio.. oddio sto morendo … madonna.. non ce la facevo più.. ma hai visto che facce che faceva?? Ommamma.. moiooo” “Sì, in effetti era un po’ buffo, ma è stato gentile, dai” “Sì, sì…. Figurati.. ma stavo davvero per scoppiare a ridergli in faccia!!!” Asia sorrideva dell’attacco isterico della compagna, ma intanto cercava di ripassare mentalmente le indicazioni appena ricevute.

“Senti Ele, tu vai pure da Cassandra, io vado a prendere dei francobolli perché ho promesso a mia sorella che le avrei mandato una cartolina appena arrivata ad Atene. Ci vediamo tra un’oretta, va bene? Facciamo che ci vediamo lì alla taverna dove siamo state”. Elena guardò l’amica sgranando gli occhi, era abituata alle sue stranezze, ma questa le sembrava davvero peculiare: “Ah, vabbé, ma possiamo anche fermarci dopo, insieme” “No, dai, davvero e poi devo digerire tutta quella cipolla, ho bisogno di fare due passi” “Va beenee Asia, ci vediamo dopo”.

Turiste

“Allora, io direi che domani ci facciamo il Museo Archeologico e l’Acropoli” “Sì, e anche il Pronto Soccorso, già che ci siamo… no, ragazze, io non so se ce la faccio, fa troppo caldo.. tutto insieme così?!” “Ma aspetta Cassandra! Seguimi: ci svegliamo presto, l’Acropoli apre alle 8, noi siamo lì alle 8.30 e quando comincia a fare davvero caldo siamo già al Museo Archeologico, belle fresche con l’aria condizionata!” “Mmh.. se lo dici tu.. così non sarebbe male, in effetti”. Elena e Cassandra si erano fatte spazio sul tavolino e stavano contemplando la cartina di Atene, gentilmente offerta dalla direzione dell’ostello.

Il primo pomeriggio ateniese si era risolto in una esplorazione dei dintorni e il punto di partenza era stata la taverna “scoperta” da Asia ed Elena; proprio nella stradina dirimpetto l’ingresso dello Scholarhio, il terzetto aveva notato un altro locale “To Kafeneio”, decorato da una costellazione di lucine appese al soffitto e con un sistema di ventilazione particolarmente apprezzato in quell’Agosto afoso e umido. Così si erano risolte a cenare lì e ora, finito di mangiare, stavano facendo il punto della situazione e programmando i giorni successivi.

Asia, che ne dici?” “Sì, io direi che si può fare, e comunque, Cassandra, se ti senti poco bene si può sempre cambiare piano, o si torna indietro o ci si ferma a bere qualcosa di fresco. Ma al Benaki quando ci andiamo?” “Allora, io direi che possiamo provare ad alternare, un giorno ad Atene e uno in giro: ricordatevi che dobbiamo andare a DELFI!!!” “Sì, Delfi, ma anche Capo Sunio, lo avevamo detto” – Asia sembrava essere cambiata, rispetto ai primi giorni: era molto più presente, propositiva, partecipe. Cassandra si chiese se, finalmente, i discorsi fatti in Peloponneso fossero andati a segno; in ogni caso era chiaro che l’aria di Atene l’aveva completamente risvegliata, forse, si disse l’etruscologa, era solo una questione di tempi, quelli di Asia erano un po’ più lunghi e richiedevano qualche giorno in più per adattarsi al nuovo ambiente.

“Asia, quanto è costato poi il francobollo? Vorrei spedire anche io un paio di cartoline, magari dal Museo Archeologico!” “Come?” “Il francobollo che hai preso oggi per tua sorella” “Ah, già.. guarda, scusami ma non me lo ricordo, anche perché ho preso anche un succo di frutta perciò non so bene quanto ho pagato l’uno o l’altro” – Elena avvertì qualcosa di appena percettibile, una specie di incrinatura nella voce dell’amica. Non sapeva se farci caso oppure no, ma sentiva che poteva essere importante.

Asia cambiò subito discorso e riprese a programmare la visita del giorno dopo. Quel pomeriggio, tra i vicoli di Anafiotika, la rocca dell’Acropoli l’aveva colpita per l’imponenza e per un senso di protezione che emanava dai massi bianchi. Le indicazioni del ristoratore greco si erano rivelate abbastanza precise, purtroppo Asia si era accorta a proprie spese che quel labirinto di vicoli e casette, che si raggomitolava ai piedi della grotta di Aglauro, mancava di un particolare essenziale a chi volesse individuare un’abitazione specifica: i nomi delle strade e i numeri civici! La guida l’aveva avvertita: Anafiotika prende il nome dall’isola di Anafi da cui, negli anni ’20 del ‘900, emigrarono molti muratori e carpentieri, con la prospettiva di lavorare alla ricostruzione del centro di Atene. Col tempo furono raggiunti da altri isolani, i quali decisero di costruire per sé delle case in stile cicladico, con il tetto piatto, l’intonaco di un bianco brillante e gli infissi azzurri. In breve si creò una vera e propria comunità, in cui tutti si conoscevano e si orientavano perfettamente nel piccolo labirinto di vicoli, tanto da non sentire la necessità di dare un nome alle strade, quanto alle case, cominciarono ad essere individuate con il termine “Anafiotika” seguito da un numero progressivo. Oggi molte di quelle case sono disabitate e la zona è in preda al degrado.

Asia aveva comunque trovato quello che cercava, una risposta a domande da troppo tempo trattenute. L’incontro era stato breve, ma importante per la giovane archeologa, soprattutto perché, a questo punto, aveva capito come si sarebbe dovuta comportare nei giorni a seguire. Questa nuova consapevolezza l’aveva rilassata, un paio di telefonate avevano confermato quanto saputo dal “contatto” ateniese: a questo punto bisognava solo aspettare e fare in modo di essere a Delfi nel giorno stabilito.

“D’accordo Elena, il piano mi piace, un giorno ad Atene e uno in giro, io direi che dopodomani potremmo andare a Capo Sunio!” “E DELFI??? Guarda che io non parto se non ci andiamo!!” “Tranquilla, c’è tutto il tempo Elena” – Cassandra non amava il mare, ma Capo Sunio era ben più di una spiaggia: ricordava vagamente un’estate dei suoi quindici anni, quando i genitori l’avevano coinvolta in un viaggio in Grecia. Avevano imbarcato la macchina, quella volta, per spostarsi in piena autonomia, utilizzando le piazzole attrezzate dei numerosi campeggi, ma anche azzardando qualche notte improvvisata nella storica Canadese nel mezzo del nulla. A Capo Sunio suo padre aveva avuto la pensata di accamparsi in spiaggia, dopo aver goduto dello splendido tramonto; una notte memorabile, perché era il 10 di Agosto, San Lorenzo, e, infagottati nei sacchi a pelo, Cassandra e i suoi genitori si erano sdraiati sulla sabbia a contemplare il cielo e fare a gara nell’individuare le stelle cadenti. “Allora è deciso: domani Atene, dopodomani Capo Sunio, il giorno dopo di nuovo Atene con il museo Benaki, l’Olimpieion, il Ceramico e l’Agorà, e poi Delfi.” Le tre amiche suggellarono il programma con un brindisi e si avviarono a dormire per prepararsi al tour de force del giorno successivo.

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