Aria di neve – la prima strenna

Cominciano i Saturnali! Inizia quindi la stagione dei regali decembrini, scambiati con la benedizione del vecchio dio dalla falce affilata. Io vi illustrerò qualche xenia e alcuni apophoreta.
VERSIONE D.C. (dopo Costantino!)
Tra otto giorni quell‘albero pieno di lucine che avete addobbato lo scorso 8 dicembre abbraccerà diversi pacchetti di vari colori e forme.
Io tenterò di suggerirvi come riempire i pacchetti.

***

Fuori la temperatura è crollata senza speranza, la mia voce se ne è andata – quasi contemporaneamente – e così mi ritrovo tra lenzuola di flanella e con in sottofondo Ashkenazy che mi conduce nella taiga innevata del concerto n. 2 di Rachmaninov, quello del respiro russo che si allarga ad ampie falcate…
Sembra proprio il momento adatto per scrivere due righe su “Aria di neve”, un giallo avvincente scritto da Serena Venditto e pubblicato da Mondadori.
Innanzitutto, una cosa… no, forse è meglio evitare, si rischia lo spoiler..va beh, solo un accenno veloce: il titolo non ha niente a che fare con una annotazione metereologica!
E nel momento in cui me ne sono resa conto, mi è sembrato di sentire il tonfo sordo di una quinta teatrale.

Quella di Dogville, però, una quinta che serviva a tenere su un’impalcatura di racconto usuale e che, cadendo, mi ha fatto entrare in un mondo di scatole cinesi, dove quasi nessuno è ciò che sembra e l’unica creatura che attraversa indomita gli scenari in continuo movimento è Mycroft, il gatto detective del sottotitolo.
Ci sono molte suggestioni in “Aria di neve”: la storia d’amore che si interrompe bruscamente, quella che comincia timida e romantica, quella che viene troncata da un atto efferato, l’esperienza spiazzante e al contempo entusiasmante di un cambio di vita e di prospettiva…
E poi c’è lei, l’archeologia. Perché chi scrive è un’archeologa, da me incontrata grazie a un’amica e a quel gusto per la concatenazione di eventi inaspettati che ancora mi fa divertire in ciò che faccio.
Galeotto fu l’Archeoracconto napoletano: Serena Venditto è stata la nostra Musa e ci ha accompagnato per le sale del MANN con l’abilità della narratrice che sa avvincere e dosare la suspence. Il giro si è concluso di fronte a un rilievo famoso, che ritrae Hermes, Euridice e Orfeo e che ha ispirato a Rilke una celebre poesia, che Serena ci ha letto, creando un’atmosfera bellissima e quasi sospesa (e a gennaio sono stata invitata a dire due parole di commento a una nuova traduzione proprio di quel sonetto!).
Qualche mese dopo, “Aria di neve” era pubblicato e sulla mia scrivania: leggerlo tutto d’un fiato è stato inevitabile.
Serena è riuscita a dosare davvero bene i tanti ingredienti. L’archeologa del racconto, giustamente, non è lei ma un altro personaggio. L’ormai celebre adagio, citatissimo soprattutto grazie alle parole del Poirot di Agatha Christie, secondo cui archeologi e detective svolgono un lavoro molto simile, se non identico, è declinato in maniera a mio parere raffinata: Malù, l’archeologa del romanzo, applica un metodo deduttivo che sta a metà tra l’Aristotele di Margaret Doody e lo Sherlock di Conan Doyle. Così, basta aspettare e Malù sciorinerà una serie di concatenazioni logiche, permettendoci di seguire il suo Matrix di pensieri e risolvendo qualunque tipo di “stratificazione di eventi”.

Una lettura gradevole, costellata di momenti di riflessione profonda, nei quali ognuno troverà stralci, più o meno ampi, di vita vissuta, di convivenze sopportate oppure fortemente volute, di confronti di culture, di quotidianità e di desiderio di straordinario.

Il tutto mentre Mycroft ci guarda sornione, oppure fa le fusa e intanto permette a Malù di far scattare l’idea luminosa.

“Ariel (…) la tua vita non è un esperimento scientifico, ripetibile all’infinito. Non si può ricreare una magia”.
La protagonista, dal nome meravigliosamente scespiriano, ascolta Malù che le propone una breve lezione di vita, sulla scorta di una vicenda legata alla ricerca di una rosa. Forse anche Adso da Melk avrebbe avuto bisogno delle parole ricche di saggezza felina di Malù.

“L’avevo sottovalutata, la storia della rosa” dice Ariel, beh, forse anche io non avevo capito bene quanto una storia semplice, se raccontata bene, può restare dentro a lungo e lasciar sedimentare qualche pensiero profondo. Perché, alla fine, anche se non sentiamo l’aria di neve, arriva per tutti il momento in cui “il ciliegio fiorisce”.

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