Appunti estivi.2

Fondamenta-li

Bello il putto, vero? Ci guarda e ci giudica dall’alto del muro di cinta di un palazzo veneziano che dovrebbe essere questo: https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0500158948

Esattamente un mese fa sono tornata a Venezia, questa volta in compagnia di un’amica al suo primo appuntamento con la città. Da “navigata” visitatrice della laguna, quale sono, mi ero offerta di farle da guida, ma, come sempre capita in queste occasioni, Venezia mi ha sorpresa con particolari e luoghi che ancora non conoscevo. D’altronde la città ha preso dall’acqua la caratteristica più saliente: quella di essere in costante movimento e di non essere mai uguale a se stessa.

La passeggiata lungo le Fondamenta alle Zattere è stata, per esempio, la prima novità perché mi ha permesso di conoscere la storia degli Incurabili, i malati di sifilide che attendevano la morte in un ospedale a loro dedicato: l’edificio fu fondato nel 1517 da San Gaetano da Thiene e i degenti erano “incurabili” perché all’epoca non vi era rimedio al “mal francese”.

Sul muro di cinta del palazzo – ma, come vedrete dal link che ho posto sotto la didascalia della foto in alto, non dovrebbe corrispondere all’ex ospedale, oggi sede dell’Accademia di Belle Arti – spicca una targa dedicata al poeta Iosif Brodskij, perché “Fondamenta degli Incurabili” è il titolo di una sua raccolta di scritti veneziani e perché alla città lagunare sono legati momenti intensi e importanti della vita del poeta.

Cartoline da Venezia

Come ho appreso da un Tweet di Paolo Nori, nel museo dedicato ad Anna Achmatova a San Pietroburgo è in corso una mostra con oggetti di Brodskij e tra questi una serie di cartoline, incollate in un libretto intitolato “Ricordo di Venezia”, che sono il primo contatto del poeta con la città italiana. Mi affascina l’idea che la “città da cartolina” per eccellenza riesca a conquistare la curiosità del visitatore colto, proprio attraverso le immagini patinate e da molti considerate blandi cliché.

Concerti Grossi

In questi giorni di caldo senza perdono ho trovato una musica estremamente conciliante, che mi suggerisce immagini di trine e di vestiti fruscianti, di gesti misurati e studiati, di belletto bianco con qualche neo nei punti giusti, di parrucche che assomigliano a nuvole vaporose e ventagli dai colori pastello. Barocco, perché no?

Sono “grossi” in contrapposizione ai concerti con uno o due strumenti. Sono barocchi e spesso associati a immagini veneziane, anche se gli autori dei più famosi hanno provenienze diverse.

Corelli o Händel, ma anche Boccherini: i concerti grossi mi aiutano nella concentrazione ed evocano gli arabeschi della città lagunare, soprattutto di quel capolavoro che è il Palazzo Ducale.

Pavoni incolonnati

Uno dei consigli di lettura che ho affidato alle pagini telematiche dell’Indiscreto è il libro di Ann Byatt, “Pavone e rampicante. Vita e arte di Mariano Fortuny e William Morris”. L’autrice attinge a lettere private e a documenti dell’epoca, cui aggiunge, da par suo, una rara sensibilità nell’individuare l’origine di alcuni aspetti artistici. A marzo ho visitato la casa museo di Mariano Fortuny, riaperta dopo alcuni importanti lavori di ripristino, e ho potuto verificare quanto fosse poliedrica la personalità dell’artista. Nel libro viene citato Proust, il quale credeva che Fortuny avesse trovato nelle decorazioni dei capitelli medievali sparsi per Venezia l’ispirazione per i pavoni arabescati nelle sue bellissime stoffe: un’immagine estremamente poetica e forse anche questa da cartolina. Fatto sta che i capitelli della loggia esterna del Palazzo Ducale hanno stregato anche me, che non ricamo stoffe e non scrivo romanzi, ma mi lascio guidare dalla fantasia e dall’associazione di idee.

Il canto dei pavoni

Un altro titolo consigliato per l’Indiscreto è infatti “Pietre che cantano” di Marius Schneider: uno studio dei chiostri di tre monasteri spagnoli, elaborato negli anni ’70 e ripubblicato nel 2019 per le edizioni SE. Schneider è stato un musicologo di fama internazionale e si è occupato soprattutto della musica e delle annotazioni musicali nei Veda, interpretando immagini cosmogoniche alla luce delle teorie musicali più antiche. I pavoni, nella lettura di Schneider, corrispondono al re e così, prendendo come “legenda” alcune antifonie gregoriane, l’autore associa le note alle figure ritratte sui capitelli tra XIV e XV secolo e cerca di dare un senso anche alle scene più oscure, quelle che facciamo fatica a riconoscere anche nei più oscuri episodi della Bibbia.

La sua lettura è tanto affascinante quanto potenzialmente sovvertibile, però l’importanza della musica per l’animo umano, anche per quello recluso e soprattutto per la versione divina dell’uomo, ovvero il sommo creatore, è un fatto indubbio. Ogni suono che avvertiamo è una musica e ci guida o condiziona nei movimenti più banali.

Se è vero che, come spiega Schneider, note e animali non vengono associate sulla base del suono dei versi di questi, ma seguendo interpretazioni cosmologiche, sorrido al pensiero che i pavoni possano corrispondere al re e non, magari, a un accordo disarmonico e chiassoso, dato che il loro verso è tra i più terribili che abbia mai sentito fare a un animale!

Brodskij e l’archeologia

Ammetto una grande ignoranza: fino a oggi avevo solo sentito parlare del poeta russo, ma non mi ero mai imbattuta nei suoi versi. Per scrivere queste poche righe ho deciso di documentarmi meglio e la prima poesia che mi è venuta incontro (ormai la ricerca su google è determinata da una tale quantità di algoritmi che non riesco più ad attribuire alcun merito alle mie doti di interrogante) è un dialogo con un fantomatico archeologo. A lui Brodskij chiede di smettere di interrogare chi non c’è più, rivendica un oblio (proprio quello che Google ti nega) che lo studioso di cose antiche non riesce a rispettare. Mi affascina tale punto di vista e, pur non condividendolo, riconosco che solo di recente è stato affrontato nelle sedi opportune (centri di ricerca, musei, fondazioni) anche se diretto alla sola questione dei resti umani.

Leave our names alone. Don’t reconstruct those vowels,

consonants, and so forth

J. Brodskij, Letter to an Archaeologist
tramonto dal ponte di Calatrava

Riflessi

Mi aggiro per Venezia insieme alla mia amica: lei entusiasta e alla scoperta di un mondo intatto, io come un’ombra che scivola furtiva lungo gli spigoli delle case e sale e scende i ponti come se le si aprissero davanti per guidarla nel labirinto. Cerco il mio Minotauro, che in tutti questi anni non ho ancora affrontato, ma nel percorso mi lascio distrarre dalla luce che si riflette sull’acqua e mi illude di essere su una barca, anziché sull’isola.

Visito Venezia come se fossi nel bel mezzo di un viaggio, senza meta.

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